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Contro guida TV 1993

copertina Contro Guida TVNel secolo scorso perdevo troppo tempo a guardare le trasmissioni televisive. Una delle scuse era che mi hanno sempre interessato le tematiche legate alla comunicazione. Per provare a disintossicarmi da quella brutta abitudine ho anche scritto una piccola cosa nella quale parlo molto male della TV in generale.

Il piccolo opuscolo, stampato anonimo nel 1993, in 300-400 copie l’ho visto in vendita a 10 euro (sic!) su una storica piattaforma commerciale sul Web e quindi probabilmente giunto il momento (visto che la carta ha iniziato a ingiallire) di caricare un file qui sopra per chi fosse interessato a questo genere di “archeologia”.

Per fortuna tutti i difetti che ci sono nel testo sono andati, credo, in prescrizione ma – nel caso qualcun* legga questo testo – sarei davvero interessato a sapere cosa ne pensa.

Adesso guardo molto, ma molto meno televisione a causa di Internet…

Scarica ControGuidaTV_1993 in formato .pdf, il file e il suo contenuto non hanno copyright per gli usi non commerciali e a patto che si citi la fonte.

Il racconto di un Ordinato Disordine Mondiale

Se la storia del mondo fosse uno spettacolo, per esempio un film, negli ultimi ottanta anni avremmo visto proiettare al cinema pellicole con trame molto simili.

I soggetti di quelle storie sono stati scritti alla fine della Seconda Guerra Mondiale dai governanti dei due Paesi che erano stati i principali artefici della sconfitta del Nazismo e del Fascismo. I racconti erano tutti molto semplici e per questo in grado di essere compresi, nelle loro linee essenziali, da chiunque: le potenze che dominavano il Mondo erano due, da una parte gli Stati Uniti d’America e dall’altra l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Accanto a queste erano schierati (quasi) tutti gli altri Stati in qualità di alleati in quella che veniva presentata come una lotta ideologica permanente tra il sistema capitalista e quello socialista. Uno scontro che, nel corso degli anni, era spesso sfociato in guerre guerreggiate nelle quali si erano confrontati, principalmente in modo indiretto, russi e americani ma che aveva mantenuto il Pianeta in quello che spesso veniva definito “equilibrio del terrore” in quanto era basato sulla minaccia rappresentata dall’arsenale nucleare in possesso delle due Superpotenze. I più ipocriti chiamavano questa situazione anche in un altro modo: “Ordine Mondiale”. Un sistema in equilibrio che però riguardava quasi esclusivamente i paesi più ricchi che, a volte, si coalizzavano insieme sotto varie bandiere (ONU, NATO) portando la guerra nei paesi che non facevano parte delle loro alleanze.

La monotonia dello stesso copione, ripetuto con piccole varianti per decenni e in tutte le sale, sarebbe cambiato solo in seguito al collasso dell’URSS (1989-1991) e dei suoi alleati quando quell’Ordine, durato per quasi cinquanta anni, si era dissolto ed era di conseguenza sparito l’equilibrio ad esso associato. Lo spettacolo aveva iniziato a essere meno comprensibile, in alcuni casi i “vecchi” nemici erano diventati (quasi) amici e la trama si era fatta più ingarbugliata e non solo per le semplici spettatrici e i semplici spettatori. I “nuovi” nemici erano diventati altri.

In questo contesto alquanto incerto il Presidente degli USA George H.W. Bush, nel corso di un discorso tenuto al Congresso riunito in una sessione congiunta l’11 settembre 1990, aveva affermato che: “È iniziata una nuova partnership tra nazioni, e oggi ci troviamo in un momento unico e straordinario. La crisi nel Golfo Persico, per quanto grave, offre anche una rara opportunità per avvicinarsi a un periodo storico di cooperazione. Da questi tempi difficili può emergere il nostro quinto obiettivo – un nuovo ordine mondiale – una nuova era – più libera dalla minaccia del terrore, più forte nella ricerca della giustizia e più sicura nella ricerca della pace. Un’epoca in cui le nazioni del mondo, orientale e occidentale, nord e sud, possono prosperare e vivere in armonia.” [tradotta da https://en.wikisource.org/wiki/Address_Before_a_Joint_Session_of_the_Congress_on_the_Persian_Gulf_Crisis_and_the_Federal_Budget_Deficit].

Inutile notare che, visto quanto sarebbe accaduto negli anni successivi, mai previsione fu più sbagliata. Molti sostennero che le vecchie trame sarebbero state sostituite da quelle nuove e che l’equilibrio internazionale perduto sarebbe stato in qualche modo ripristinato. Alcuni ritennero che questo spettacolo avrebbe potuto chiamarsi “Nuovo Ordine Mondiale”, ma questa etichetta ebbe una scarsa fortuna e se ne sarebbero subito appropriati i sostenitori delle “Teorie del Complotto” e non solo per una questione di date.

A questo punto nelle sale e nel mondo reale si iniziò a vedere di tutto, l’emergere di nuove potenze militari ed economiche e la trasformazione dell’ex URSS in uno Stato nel quale convivevano tracce della vecchia Repubblica dei Soviet, un diffuso nazionalismo e un capitalismo aggressivo. Continuavano a scoppiare guerre in varie parti del mondo, la religione (non solo quella islamica) aveva ripreso un posto importante e molto pericoloso nella società. In molti paesi l’Età dell’Acquario era morta in culla.

Oggi gli onnipresenti specialisti in analisi globali raccontano che sta emergendo un nuovo equilibrio, tra gli Stati e le economie, di tipo “multipolare”, chiamato in questo modo anche per evidenziare la differenza con quello “bipolare” che lo aveva preceduto. Non tutti però sono convinti che questa sia una buona cosa e c’è anche chi ritiene che questo processo non sia terminato ma sia invece ancora in corso e che l’instabilità internazionale che abbiamo davanti agli occhi ne è una concreta dimostrazione. I giudizi a proposito della bontà dei cambiamenti e della loro stabilità apportati alla trama dello spettacolo sono discordi e variano anche in modo significativo. Resistono ancora, incuranti del ridicolo, le persone convinte che “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Uno degli effetti collaterali della situazione a livello globale è che lo spazio dedicato dal sistema mediatico alle notizie internazionali è spesso superiore a quello riservato agli altri avvenimenti. Gli esperti hanno stimato che “nel 2024 e nei primi quattro mesi del 2025, l’informazione estera nei telegiornali serali […] ha raggiunto uno dei livelli più alti dal 2012” le notizie internazionali sono arrivate a costituire il 38% del totale, confermando un trend di crescita iniziato nel 2012. In particolare “la copertura delle notizie estere nei principali network televisivi varia dal 34% al 49%” e la copertura più bassa è al 29%” [si veda COSPE, Osservatorio di Pavia, FNSI, USIGRAI, “Illuminare le periferie. L’informazione sugli Esteri. Rapporto 2025. 7A Edizione”].

Oggi il panorama internazionale, sia a livello politico che economico, appare molto più instabile di quanto era in precedenza e molti dei politici ai vertici sembra quasi che facciano del loro meglio per alimentare questo stato di cose. Per continuare sulla falsariga dei precedenti lo spettacolo che sta andando in scena potrebbe avere come titolo “Nuovo Disordine Mondiale”. E un nuovo equilibrio potrebbe basarsi proprio sullo stabilizzarsi di un continuo “disordine” che avrebbe l’indubbio vantaggio di sfuggire maggiormente alla comprensione oltre che alle regole.

Viviamo in un mondo dove quello che avviene anche a migliaia di chilometri può impattare sulla nostra vita, anche in modo pesantemente positivo o negativo. Si tratta però, nella maggior parte dei casi, di avvenimenti sui quali non abbiamo alcun potere diretto, cosa che a volte vale anche per i Governi di alcuni Stati.

Il nostro ambiente informativo si è riempito di notizie, di analisi, di commenti, di dibattiti che hanno finito per nascondere completamente quanto avviene riguardo a cose che sono molto più vicine alla nostra vita quotidiana. Per fare un esempio, se da una parte c’è il predominio delle tematiche internazionali all’interno del sistema mediatico (vedi sopra) dall’altra diventa praticamente inesistente lo spazio dedicato ad altri problemi, non solo a livello internazionale ma anche locale: in Italia quasi 5,7 milioni di persone si trovano in condizioni di povertà assoluta ma questo stato di cose è praticamente invisibile a livello mediatico. Tra il 2024 e il 2025 una ricerca ha rilevato che “su 33.217 notizie indicizzate” solo 708 erano pertinenti “pari al 2% dell’intera agenda dei notiziari” [si veda “La povertà dei media. Il racconto delle povertà nei telegiornali, nei talk show e nei social” di Monia Azzalini e Giuseppe Milazzo. Sta in Caritas Italiana, “Taglio basso. Come la povertà fa notizia” 2025].

Se è vero che oggi nel racconto pubblico dominano le notizie internazionali questo vuol dire, tra le altre cose, che diventano sempre meno visibili tutti gli altri temi. Per cui da una parte abbiamo assistito all’enorme mobilitazione dello scorso anno che ha riempito le strade e le piazze italiane per protestare contro il massacro degli abitanti nella striscia di Gaza. E, dall’altra, alla constatazione che una forza del genere non è ancora scesa in campo per uno dei tanti problemi che riguardano questioni meno lontane. Sanità, Scuola, aumento delle tariffe e dei prezzi al consumo, stipendi e pensioni da fame e via elencando.

Non si tratta ovviamente di sostenere che andrebbe data la priorità esclusivamente alle lotte che riguardano problemi locali e nemmeno l’inutilità delle lotte internazionaliste ma richiamare l’attenzione sul fatto che il racconto del presente, così come viene gestito dalla politica e diffuso dal sistema mediatico rischia di far passare stabilmente in secondo piano quello che accade sotto casa.

In altre parole dobbiamo ricordarci, anche se l’attuale”disordine” mondiale rischia continuamente di distrarci che, da sempre, il primo nemico che dobbiamo combattere è quello che abbiamo in casa.

Pepsy

Quale libertà?

All’inizio di questo anno l’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) ha pubblicato sul suo sito la DELIBERA N.333/25/CONS, un’Ordinanza con la quale l’Autorità italiana ha inflitto “Cloudflare”, una famosa azienda che fornisce servizi molto diffusi su Internet, una multa di 14 milioni e spiccioli di euro (più di 16 milioni di dollari). L’accusa è che l’Azienda abbia violato le norme anti-pirateria in vigore in Italia, in particolare il cosiddetto “Piracy Shield”, permettendo la diffusione di contenuti che violano le norme sul copyright. In particolare si tratta di consentito agli utenti italiani di accedere a siti che consentono la visione di eventi sportivi in diretta e/o che permettono di scaricare video di film e di serie tv.

Il CEO (Amministratore Delegato) di “Cloudflare”, scrivendo su un suo account sociale, ha raccontato della multa e ha dichiarato che considera quell’atto un tentativo di censurare Internet e che la sua Azienda potrebbe mettere in atto alcune azioni in risposta a questo provvedimento. Tra quelle possibili ci sono la cancellazione dei servizi di sicurezza informatica che dovrebbero essere forniti gratuitamente durante le prossime Olimpiadi invernali; la chiusura di tutti i servizi gratuiti forniti agli utenti italiani; lo spostamento in alti paesi dei server collocati fisicamente nella penisola e l’abbandono di tutti i progetti di futuri investimenti nel Paese.

Sempre nello stesso post ha lodato le note prese di posizione del Vice Presidente statunitense e quelle del padrone di “X” a favore della “libertà di parola” in Rete e contro alcuni Stati Europei e la UE che la minacciano ma si è detto comunque disposto a discutere con le autorità amministrative italiane a proposito della multa. Infine, sconfinando nel ridicolo, ha anche scritto che crede che l’Italia abbia, come tutti i Paesi, il diritto di emanare delle norme che regolino i contenuti delle reti all’interno dei suoi confini (sic!) ma che non ha invece quello di imporre le sue regole ad altri Stati.

Non sappiamo come andrà a finire questa faccenda, in questo momento c’è un ricorso dell’Azienda multata pendente al TAR, ma la notizia è una buona occasione per ribadire alcune cose che a volte diamo per scontate mentre forse non sempre lo sono.

Quando alcuni personaggi, che occupano posti di responsabilità a livello commerciale, fanno riferimento alla “libertà” di comunicazione e/o di espressione su Internet (ma non solo) non è detto che si riferiscano allo stesso concetto così come inteso dal resto delle persone. La loro “libertà” riguarda in primo luogo e, spesso, esclusivamente quella connessa alla possibilità di ottenere profitti sempre più alti per le loro Aziende nel settore della comunicazione elettronica. In questo senso qualsiasi norma tenda a limitare questa loro “libertà” viene additata come una sorta di censura persino quando si basa a sua volta su altre leggi. Nel caso di “Cloudflare”, accusato dall’AGCOM di favorire la violazione delle norme sul Copyright, è evidente la contraddizione tra la pubblica rivendicazione della “libertà” di Internet e il fatto che, sicuramente, la stessa Società si appellerebbe alla legislazione sul diritto d’autore, se ne avesse la necessità, per proteggere i suoi brevetti. In altri termini quando alcuni fanno riferimento al concetto di “libertà di espressione” o “libertà di comunicazione” intendono riferirsi principalmente al concetto di “libertà di impresa”. Nel settore in questione è da tempo in atto una vera e propria “guerra” tra le istituzioni dell’Unione Europea e i cosiddetti “Big player”, soprattutto statunitensi. Da una parte l’UE produce a getto continuo norme e regolamenti che riguardano il settore della comunicazione elettronica e che impattano principalmente sulle Aziende più grandi e dall’altra i costi che dovrebbero pagare queste ultime inciderebbe in modo anche significativo sui loro profitti.

I politici, da parte loro, quando si lamentano che in Europa o in Italia non c’è libertà di espressione intendono esclusivamente rivendicare questa libertà per la propaganda delle proprie idee mentre sono sempre pronti, attraverso tutti i potenti mezzi che hanno a loro disposizione, a bloccare e censurare tutte le voci che cantano fuori dal loro coro. Non a caso vengono fatte quasi sempre solo delle proposte di legge che vanno esattamente nella direzione opposta a quella delle libertà.

La nostra idea è invece completamente diversa dalle due precedenti e quando rivendichiamo la libertà di espressione e di comunicazione, su Internet e ovunque, intendiamo fare riferimento davvero quelle libertà e non ad altro.

Ma non siamo poi così ingenui e siamo consapevoli che, come è accaduto fino ad oggi su Internet, la proliferazione di Aziende che operano nel settore della comunicazione elettronica ha contribuito, almeno in un primo momento, a favorire l’ampliamento della libertà di espressione e di comunicazione come le intendiamo noi. Sappiamo però anche che la logica fondamentale del profitto anche se in alcuni casi può avere degli effetti collaterali positivi non è la nostra.

Pepsy

Interviste inservibili

– Si può presentare, per chi non la conosce?
– Sono Ibri Da Guerra.

– Come la devo chiamare?
– Mi chiami Ibri.

– Dove e quando è nata?
– Sono nata in uno squallido ufficio strategico. Ho l’età delle guerre.

– Conosce i suoi genitori?
– Quelli veri? No. Ma oggi tutti vorrebbero adottarmi. Non mi lasciano un attimo in pace, se mi perdona il gioco di parole.

– Immagino che conosca la ragione dell’interesse di tutti quegli aspiranti genitori.
– Certamente.

– Potrebbe dircelo?
– Credo che a chiunque farebbe piacere avere qualcuno come me nella propria famiglia. Dopotutto ho un certo numero di qualità non comuni.

– Tipo?
– Sono convenzionale, alternativa, versata sia per le tecnologie informatiche che per le scienze cognitive e, se il gioco si fa duro, non mi tiro mai indietro.

– Capisco. Mi può dire qual è il suo più grande pregio?
– Nonostante il cognome che porto io faccio meno paura alle persone, un po’ perché non mi capiscono e un po’ perché non mi mostro troppo in giro.

– E il suo più grande difetto? Non mi dica che Lei è “non violenta”.
– La violenza è un concetto desueto.

– Allora?
– Ho un carattere instabile e spesso mi vengono attribuite caratteristiche che non posseggo. A volte penso che nessuno mi comprenda davvero.

– Ma è davvero così potente?
– Così dicono.

– Ed è vero?
– Sinceramente? In molti casi mi tirano in ballo come responsabile anche a sproposito. Ma io lascio fare.

– Vanità?
– Forse.

– Cosa si prova a sfruttare le altrui vulnerabilità per destabilizzare, costringere, sovvertire?
– Si è mai sentito più intelligente della persona con la quale stava conversando?

– Ha risposto a una domanda con una domanda.
– A dire il vero le stavo facendo un esempio.

– Le sue azioni perseguono sempre un obiettivo?
– Certamente.

– Qualche esempio?
– Preferirei di no. Per questioni di riservatezza.

– Ma non Le ho chiesto esempi reali, mi basta un accenno agli obiettivi, in generale.
– Raggiungere i risultati voluti senza arrivare a una guerra guerreggiata, per esempio.

– Altri?
– Erodere la coesione politica di un avversario per indebolirne la resistenza. Favorire il caos, la confusione, l’ambiguità per complicare la risposta del bersaglio e quella dei suoi alleati. Minare la credibilità di Istituzioni nazionali e di alleanze internazionali.

– Mi sembra che siano obiettivi non particolarmente originali.
– Ho forse detto che il mio principale pregio sia l’originalità?

– No.
– Appunto.

– Ma in tutto quello che ha detto c’è una certa ambiguità di fondo. Tutti gli obiettivi che ha elencato sono da sempre presenti nelle strategie di guerra.
– Non mi faccia l’esempio del “Cavallo di Troia”, la prego.

– In molti se non proprio in tutti i casi nei quali è stata indicata come protagonista è impossibile o molto difficile valutare, in modo concreto, l’effetto delle sue azioni.
– Come si dice in certi casi: “questo non è un bug ma una feature”. Sa cosa significa?

– Sì. Mi chiedevo se una come Lei abbia degli amici o delle amiche.
– Pochi. Ma mi aiutano molto, sempre e in tutti i modi.

– Posso chiederle che lavoro fanno?
– Rispondono alle domande fatte dalle persone.

cose che chiedono le persone

[Natale 2025]

Sandokan, questa (non) è una recensione

Ho visto la serie Sandokan andata in onda da poco ma questa non è una recensione.

Non è una recensione perché il Ciclo salgariano dei Pirati della Malesia è stato tra le mie prime letture, tra le elementari e le medie e quindi se esistesse un imprinting anche nel campo dei libri ne sono stato sicuramente vittima. Ho visto anche il Sandokan del 1976 ma ero più grande e già leggevo altri libri. Ho poi visto, nel corso degli anni, alcuni dei film che hanno portato sullo schermo lo stesso personaggio ma solo perché mi piace il cinema. Ho letto anche “Ritornano le tigri della Malesia” (2011) che ritengo tra i libri meno riusciti di uno scrittore che invece mi piace tanto da non citarlo in questa occasione.

Contrariamente all’ossessione che ho per i rifacimenti de “Il Conte di Montecristo” vedere una trama che ha solo in parte a che fare con la saga di Sandokan non mi ha mai sconvolto più di tanto, forse perché non ritengo che quei libri siano dei capolavori letterari anche se hanno venduto molto di più di alcuni di quelli dei più osannati scrittori e scrittici attuali e hanno una qualità non peggiore. O forse si tratta solo di una sorta di nostalgia infantile mescolata al fatto che Salgari ha scritto 85 romanzi e chissà quanti racconti e che esistono anche un certo numero di apocrifi a sua firma, cosa che lo colloca in una posizione unica tra gli scrittori italiani di sempre. Per cui, per quanto possano essere bravi e creativi i soggettisti del XXI secolo non ce la possono proprio fare ad avvicinarsi o scalfire le trame originali.

Nel primo rigo ho scritto una bugia:

  •  usare la sigla del Sandokan del 1976 è stata un modo puerile per scansare la prima – inevitabile – critica, non farla sentire per intero (almeno una volta) una piccineria;
  • l’americanizzazione, o come si vuole chiamare, delle serie tv è fin troppo evidente nella trama, vedi la morte della Dayak Sani alla fine;
  • le scene di azione sono state alquanto “mosce” (perdonate il napoletanismo) e il montaggio non ha aiutato;
  • su attori, attrici e recitazione mi avvalgo della facoltà di non rispondere;
  • visto che personaggi e trame sono stati ampiamente cambiati rispetto ai libri, viene da chiedersi perché sono stati invece mantenuti alcuni minimi particolari superflui;
  • scambiare le linee di una mano non basta a fare gli originali;
  • Marianna è napoletana anche se ci hanno girato intorno con due indizi;
  • ho visto con piacere un prodotto non particolarmente bello e vedrò con piacere anche un seguito, un prequel o uno spin-off.

– Olà! Bell’uomo!
– Milord!
– Al diavolo i milord.
– Sir!…
– All’inferno i sir.
– Mastro!…
– Che ti colga il crampo.
– Monsieur?… Señor!…
– Appiccati. Che pranzo è questo?
– Cinese, señor, cinese come la trattoria.
– E tu vuoi farmi mangiare alla cinese! Cosa sono queste bestioline che si
muovono?
– Gamberi del Sarawak ubriacati.
– Vivi?
– Pescati mezz’ora fa, milord.
– E tu vuoi ch’io mangi i gamberi vivi? Corpo d’un cannone!
– Cucina cinese, monsieur.
– E questo arrosto?
– Cane giovane, señor.
– Che cosa? – Cane giovane.
– Corpo d’una spingarda! E tu vuoi che io mangi del cane? E questo
stufato?
– È gatto, señor.
– Tuoni e fulmini! Un gatto!
– Un boccone da mandarino, sir.
– E questa frittura?
– Topi fritti nel burro.
– Cane d’un cinese! Tu vuoi farmi crepare!
– Cucina cinese, señor.
– Cucina infernale, vuoi dire. Corpo d’un cannone! Gamberi ubriachi,
frittura di topi, cane arrosto e gatto in stufato per pranzo! Se mio fratello
fosse qui riderebbe tanto da scoppiare. Orsù, non bisogna essere schifiltosi.
Se i cinesi mangiano questa roba, può mangiarla anche un bianco. Animo,
portoghese mio!

(da “I Pirati della Malesia”)

Numeri e opinioni

Il Ministero degli Interni, che pubblica le statistiche ufficiali riguardanti il numero e il tipo dei reati denunciati nel corso dell’anno precedente, ha anticipato questi dati fornendoli in esclusiva a un quotidiano.
Come sempre accade in questi casi la lettura dei numeri diventa immediatamente politica e quanto più sono dettagliate le tabelle tanto più è possibile privilegiare le interpretazioni a seconda delle idee che si hanno rispetto al fenomeno della “criminalità”. Un termine che
comprende al suo interno comportamenti che vanno dal triplice omicidio all’imbrattamento di un edificio pubblico, fatti diversi che vengono messi nello stesso calderone contribuendo al totale generale.
In attesa che vengano resi disponibili i dati ufficiali vediamo alcuni di quelli diffusi nelle anticipazioni.
I delitti denunciati nel corso del 2024 dalle forze dell’ordine all’Autorità Giudiziaria sono stati complessivamente 2.380.653. Nel corso di (quasi) venti anni il numero è passato da 2.771.490 del 2006 per poi aumentare fino a 2.892.155 (2013) e poi iniziare a diminuire fino a 1.900.624 (2019).
Osservando il suo andamento complessivo si può affermare che c’è stata una tendenziale diminuzione, anche tenendo conto dell’anomalia dei due anni di COVID. Bisogna sempre tener presente che questo numero è il totale delle denunce e non quello delle condanne che, per ovvie ragioni, è minore. Per cui anche se nel 2024 ci sono state l’1,7% di denunce in più rispetto al 2023 questo non è particolarmente significativo.
Anche senza prendere in considerazione questi numeri, è fin troppo facile constatare che la politica, e tutti i partiti, ritengono la “criminalità” un problema centrale se non addirittura quello principale.
Questo è dovuto, in alcuni casi, alla propensione storica di alcune formazioni politiche a propagandare e perseguire una linea basata su “legge e ordine” che costituisce una parte essenziale del loro patrimonio ideologico identitario. In altri casi ci sono partiti, convinti che occuparsi delle questioni della microcriminalità invece che del problema degli affitti sempre più cari paghi maggiormente in termini elettorali.
In soccorso a entrambe queste posizioni ci sono i dati disaggregati delle statistiche. Vale a dire i numeri che si riferiscono alle diverse fattispecie di reati oggetto di denuncia.
Ma, anche in questo caso, la lettura dei dati può essere fatta con diversi tipi di “occhiali”. Facciamo un esempio: nel 2024 le denunce per furto (tutti i tipi) sono aumentate del 3% rispetto al 2023 e hanno costituito il 44% sul totale delle denunce. Guardando però gli stessi dati con degli “occhiali” diversi si scopre che i furti (tutti i tipi) sono diminuiti nel 2024 del 33% rispetto al 2014. Lo stesso discorso vale anche per altri reati; numeri che possono assumere un aspetto preoccupante se guardati da troppo vicino e uno decisamente meno se osservati da lontano.
Un altro esempio lampante è il grande spazio che danno i mezzi di comunicazione di massa ad alcuni fatti di cronaca riguardante gli omicidi volontari, andando a ripescare anche avvenimenti molto distanti nel tempo. I dati confermano, da anni, che l’Italia è uno dei paesi con il numero minore di omicidi volontari in Europa (penultimo posto), un dato che diminuisce di anno in anno: nel decennio 2015-2024 gli omicidi sono passati da 475 a 319. Anche se si analizza il dato
distinguendo tra vittime di genere maschile e di genere femminile il risultato non cambia: nel primo caso si è passati da 330 a 206 e nel secondo da 145 a 113.
Ci sono naturalmente anche numeri che mostrano delle chiare tendenze all’aumento. Questo è il caso dell’incremento delle denunce a carico di persone in giovane età, anche minorenni e di stranieri, in entrambi i casi per reati “di strada” o connessi alle sostanze stupefacenti. E su questo ci sarebbe molto da ragionare e da scrivere.
La raccolta e l’elaborazione di questo genere di dati è sicuramente utile a chi vuole studiare il fenomeno della criminalità dal punto di vista sociologico e potrebbe anche servire, in una società che vorrebbe fare a meno del carcere, per provare a capire le motivazioni di chi commette un reato al fine di mettere in atto delle politiche di prevenzione. Invece viviamo in un sistema sociale nel quale questi dati servono quasi esclusivamente alla propaganda, a proporre
l’aumento del numero di agenti delle varie forze di polizia, la costruzione di nuove carceri e la richiesta di pene più severe. Ma si può fare anche di peggio, l’attuale Governo ha già introdotto, con il cosiddetto “Decreto Sicurezza” (DL 20/2025) 14 nuovi reati che, inevitabilmente, porteranno nei prossimi anni a un incremento delle denunce che finiranno poi per alimentare campagne di allarme sociale.
Da notare infine un piccolo rischio di “corto circuito”: da una parte i partiti al Governo hanno da sempre la tendenza a straparlare di aumento dei reati mentre dall’altra potrebbero, visto che sono al potere da tre anni, intestare alla propria politica nel settore della sicurezza i numeri complessivi che non sono poi così tragici. Siamo convinti che faranno entrambe le cose.
Non abbiamo dubbi.

Pubblicato su “Umanità Nova”, n.34 del 30/11/2025.

Vieni, c’è una casa nel bosco…

Recensione non richiesta e in ritardo

Potrebbe sembrare, ma non è, il titolo di una vecchia canzonetta che invece è “Vieni, c’è una strada nel bosco” ma visto che nel testo della canzone c’è una specie di casa va bene lo stesso.

Anche se il primo spunto è arrivato da una nota vicenda di cronaca, non sarà l’ennesimo parere su quel caso ma sicuramente si noteranno facilmente numerosi punti di contatto con esso.

Si tratta invece di una R’n’R (Recensione Non Richiesta) di un film fatta con grande ritardo e quello è stato il secondo spunto. Avviso: di seguito ci saranno numerosi spoiler.

Iniziamo con un riassunto della storia raccontata.

Il film “Capitain fantastic” del 2016, soggetto e regia di Matt Ross, ha per protagonista una famiglia anomala composta da un padre e da 6 figli (4 femmine e due maschi) che vive in una zona selvaggia, anche se non troppo isolata, nello Stato di Washington negli USA. La madre dei 6 figli è ricoverata in una clinica con una diagnosi di “disturbo bipolare” e si suicida all’inizio della storia. Il padre, saputo che la famiglia di lei vuole seppellirla con un rito cristiano, decide di partire per recuperare il corpo e cremarlo per onorare le ultime volontà della moglie. Il film è la storia del viaggio dalla casa nel bosco alla villa nel New Mexico nel quale risiedono i suoceri del protagonista.

I sei figli, di età compresa tra i 6/7 e i 18/19, sono cresciuti in un ambiente selvaggio e hanno acquisito delle capacità di sopravvivenza anche superiori a quelle dei loro coetanei. Ma oltre a queste il padre ha anche provveduto alla loro educazione intellettuale insegnandogli e facendoli studiare materie “classiche”: letteratura, scienza, geografia, storia, politica, ecc… Per cui ognuno di loro, anche quelli più piccoli, è capace sia di scuoiare un animale con un coltellaccio sia leggere un classico della letteratura internazionale. L’area nella quale hanno meno capacità è quella dei rapporti sociali con le persone che non fanno parte della loro famiglia in quanto non vanno a scuola.

Durante il corso del film i figli dimostreranno le loro ottime capacità intellettuali e fisiche e le loro deficienze nei rapporti sociali. La storia termina con una “mediazione”, più o meno prevedibile conseguenza diretta degli avvenimenti che accadono: il più grande dei figli parte per la Namibia e gli altri e le altre inizieranno a frequentare una Scuola pubblica anche se continueranno a vivere lontani dalla “civiltà”.

Il film è più che guardabile, ha chiaramente un intento educativo, soprattutto per i genitori ma non solo ed è pieno di buoni sentimenti, anche politicamente corretti ma non troppo stucchevoli.

La “morale” del film non è certo originale. Ricorda in modo semplice e diretto alcune cose che dovrebbero essere scontate come (per esempio) che le persone sono degli animali sociali e che, anche se possono vivere isolati dal mondo, senza cellulari o elettricità, non possono pretendere di imporre anche ad altre persone le loro scelte. A meno di non violentare la loro personalità.

Fa capire che allevare dei figli è un problema complicato che non si impara sui libri, che i bambini e le bambine sono delle persone che vengono spesso sopravvalutate e altrettanto spesso sottovalutate dagli adulti, in primo luogo dai genitori. Uno dei problemi più grossi è proprio quello di riuscire a capire quando si sopravvalutano e quando si sottovalutano.

Fa capire che un conto è vivere in una famiglia isolata in un bosco e altro vivere in una comunità, qualunque sia il tipo di “famiglia” e il tipo di società nella quale è inserita. Fa capire che per lo sviluppo decente di una persona la creazione di rapporti interpersonali e sociali è altrettanto essenziali di quelli che si instaurano e si sviluppano con quelli che si prendono cura di loro dalla nascita e fino a quando sono in gradi di farlo da soli.

Fa capire che determinate situazioni sociali e ambientali possono causare dei danni alle persone ma che ci sono anche persone in grado di resistere alle condizioni più avverse, a sopravvivere, a migliorare, a cambiare, il che non significa necessariamente “migliorare”.

Fa capire che si possono avere delle credenze stupide, come (nel film) festeggiare il compleanno di Noam Chomsky, ma si possono affrontare anche i temi considerati più “delicati” con una semplicità rispettosa e disarmante, come quando nel corso del viaggio si prova a spiegare alla figlia più piccola che cosa è uno stupro.

Il film è di quelli destinati a suscitare discussioni, il suo finale può essere letto come la descrizione della sconfitta delle utopie degli anni ’60 o come la storia di un cambiamento di secondo tipo, ma non si può certamente negare che la trama affronta, magari in modo superficiale (dopotutto è un film…) tutta una serie di argomenti di enorme importanza sociale, politica, culturale, morale e lo fa in modo estremamente comprensibile.

Sicuramente il film presenta innumerevoli spunti di dibattito, che vanno molto oltre il suo valore come prodotto dell’industria dell’intrattenimento e che meriterebbero di essere approfonditi in quanto gli argomenti trattati non sono di quelli che durano giusto un paio di giorni nei social o sui mass-media.

Ma, a giudicare da quello che è stato detto e scritto a proposito della storia di cronaca citata all’inizio sembra proprio che il film lo abbiano visto decisamente in pochi e/o quelli che lo hanno visto lo hanno dimenticato o non lo hanno capito. Poi ci sono i politici e le politiche che però fanno parte di una categoria di brutte persone a prescindere da dove, da chi e da come siano state allevate.

Nel film ci sono un bel po’ di battute e di situazioni, alcune anche molto divertenti, che contribuiscono a rendere più leggeri anche argomenti che non lo sono. Ultimo avviso: in una scena c’è un nudo frontale integrale di un noto attore.

Pepsy

Non ho l’età…

Altre robe sullo stesso tema pubblicate ultimamente su questo blog:
Porno? Non ne parliamo!
Il governo ha comprato un secchiello

Leggiamo che la data del 12 novembre 2025, ieri, termine per l’attivazione della censura su alcune decine di siti definiti pornografici dalle autorità italiane non è poi quella definitiva in quanto i siti messi all’indice hanno ancora qualche mese di tempo per seguire le regole ed evitare una multa o l’oscuramento. A quanto sembra però almeno uno dei più famigerati tra loro ha già implementato un sistema di verifica che dovrebbe consentire l’accesso alla sua piattaforma solo alle persone maggiorenni.

Vediamo come funziona.

Provando a registrare un account sul sito dopo la richiesta delle informazioni di rito, nome utente, e-mail, creazione di una password compare un QR Code che rimanda al servizio che dovrebbe fornire la verifica dell’età. Ovviamente per verificare il QR code serve un telefonino e l’attivazione dei servizi di Google che, archivierà a sua volta informazioni e dati sulla richiesta che viene fatta. Naturalmente si può anche evitare l’uso del cellulare ricopiando a mano il link. Superata questa fase si arriva al servizio di verifica.


Si tratta di un servizio gestito da una azienda, esistente da anni, specializzata nel settore che fornisce tre principali sistemi per verificare l’età: tramite una sua app da installare sul cellulare; attraverso un riconoscimento facciale; con la scansione di un documento di identità valido. A questi se ne aggiungono altri: verifica tramite un pagamento, fatto con carta di credito, di 0,30 Sterline che poi viene rimborsato; verifica tramite il numero del cellulare, il nome della persona alla quale è intestato il contratto e la sua data di nascita; e altri sistemi specifici solo per determinati Paesi.

Il fornitore del servizio dichiara di usare i dati che raccoglie esclusivamente per fornire una prova che la persona che inoltra la richiesta è maggiorenne, dopodiché i dati forniti dall’utente dovrebbero essere distrutti. L’azienda ha la sua sede principale a Londra (UK) e succursali in altri Paesi di lingua inglese. I suoi introiti derivano dai pagamenti fatti dai siti che ricorrono ai suoi servizi per controllare l’età dei loro utenti.

La lista dei problemi che possono ostacolare l’uso di questo sistema è davvero lunga, come spesso accade quando si ha a che fare con i computer, i cellulari, la Rete e tutto il resto. La procedura, che abbiamo molto sinteticamente descritto sopra, non è proprio semplice ma nemmeno troppo complicata a patto che la persona che vuole usarla non sia un analfabeta digitale anche se in possesso dell’ultimo modello di cellulare.

Va notato però che non è detto che questo sistema sia in regola con le norme previste dal legislatore italiano.

Per prima cosa c’è un collegamento diretto tra il sito “porno” in questione e un determinato servizio: se si vuole accedere a “quel” sito è obbligatorio usare “quel” servizio (e non un altro), mentre il sistema proposto dalle Autorità italiane prevede la possibilità di usare diversi tipi di servizio.

In secondo luogo la procedura italiana prevede che l’identificazione della persona debba essere ripetuta ad ogni accesso (sic!) e, oltretutto, i siti dovrebbero implementare un sistema che chiuda la connessione quando l’utente è stato inattivo per più di 45 minuti (sic!). Il sistema usato dal sito in questione sembra essere invece un sistema che si può usare anche solo una volta per certificare la maggiore età e poi accedere al sito quando si vuole.

La confusione o, se si vuol essere gentili, la scarsa chiarezza è evidente.

Restano ancora in ballo alcuni dettagli non da poco: la discriminazione tra le persone che possono usare le moderne tecnologie e quelle che non possono o magari non vogliono; la obbligatorietà ad avere telefonini e computer nuovi e aggiornati; il rischio – visto i vari e ripetuti passaggi che prevedono le verifiche – che i dati personali vengano archiviati o, peggio, rubati. Questo per citare solo le questioni più macroscopiche.

Ma la cosa peggiore è che la pretesa di “proteggere” le persone minorenni dalla visualizzazione di contenuti ritenuti pornografici si basa su idee che di scientifico hanno ben poco. Basta solo la considerazione che le generazioni precedenti a quella di Internet avevano facilmente accesso a contenuti sessualmente espliciti pubblicati sulle riviste stampate e vendute nelle edicole anche se erano “Vietate ai minori” come recitava una scritta sulle copertine. Senza contare che le immagini “pornografiche” hanno una storia lunga quasi 2000 anni e, nonostante i numerosi tentativi fatti nel corso dei secoli per vietarle, sono diventate oggi una industria che fattura cifre enormi.

Ma anche queste considerazioni sono solo collaterali al fatto che provvedimenti come quelli presi dalle Autorità, italiane e di altri paesi, indirizzate a contrastare la diffusione di determinati contenuti possono facilmente servire da apripista ed essere usate anche per altro. Sia per bloccare la diffusione di materiali che non sono graditi a chi detiene il potere sia per controllare chi accede a cosa su Internet.

La crociata contro il porno on-line è solo un Cavallo di Troia (il vieto gioco di parole è voluto) e anche se in questi primi momenti i pasticci combinati dalle legislazione possono permettere ancora di aggirare certi divieti, con il passare del tempo e con l’affinarsi delle tecniche di controllo si arriverà a un punto nel quale per accedere alla Rete bisognerà preventivamente identificarsi in modo certo e ci saranno sistemi per controllare quello che ciascuno di noi cerca, guarda, legge, scrive, scarica e condivide anche nel caso fossero solo gallerie di foto di gattini.

Temo che ci sarà un seguito…

Subvertising

Se dovessi fare un esempio di Détournement oggi probabilmente userei questa immagine. Se avessi abbastanza soldi ne stamperei anche un certo numero in vari colori. Chissà perché però mi ricorda qualcosa, non è che qualcun l’ha già usata?

t-shirt con la scritta "Make Anarchism Great Again"

L’IA è una bolla? Allora butta la pasta!

Tra i miei attuali divertimenti, quelli da poco, ci sono le interazioni con i programmi di cosiddetta IA. In questo momento sto usando una IA “made in RPC” ma solo perché così mi è capitato.
Ho già, sempre su questo blog, segnalato le per me demenziali censure che incontro nelle mie ricerche e questa qui sotto è una delle ultime
schermata da una IA
la cosa che continua e rendermi perplesso è che io ho visto il film del quale chiedevo il titolo, che non ricordavo, e il film era girato e prodotto in Cina. Ma, evidentemente, qualche genio ha deciso che questa è una informazione che non posso avere.

Mentre invece posso sapere che l’IA che sfrutto copia molto male le sue risposte. Se lo facesse a scuola verrebbe bocciata subito.

La mia innocua domanda era di sapere se fosse possibile fare una ricerca sulle interazioni avute in precedenza, quelle che l’IA chiama “chat” e la risposta è stata questa

schermata da una IAper chi è completamente digiun di inglese l’IA mi ha detto che non può accedere alle mie conversazioni precedenti e poi mi ha consigliato di usare le feature di un’altra IA…

Mi conviene andare a leggere un libro, possibilmente di carta.