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Fissazioni motivate o meno

Vecchi complotti

Periodicamente spuntano fuori cose vecchie spesso scritte lo scorso millennio che a rileggerle fanno quasi vergognare ma che sono comunque indizio di determinati interessi (probabilmente confinanti con ossessioni) che resistono ancora. Ripubblico qui sotto una roba che, a mio avviso, contiene ancora cose non completamente marcite. Lo spunto, la suggestione, la scusa sono collegate alla recente saga sulle disavventure di un noto condduttore televisivo.
Il testo che segue non è stato corretto e quindi contiene tutti gli errori e le stupidaggini dell’originale, la tabella finale è stata ridisegnata per inserirla nella pagina.

 

Controinformazione, dietrologia e teoria del complotto

1. Teoria Generale del Complotto
Dietro la facile ironia che può suscitare, la Teoria del Complotto ha delle caratteristiche che, a differenza della Controinformazione e della Dietrologia, le hanno permesso di superare brillantemente la rivoluzione informatica e di adeguarsi comodamente al Villaggio Globale.

Definiamo Teoria Generale del Complotto (TGC) una teoria che parta da questi presupposti minimi:
1) Il governo “reale” del pianeta Terra non è quello che siede nei parlamenti dei vari Stati ma è altrove.
2) Questo governo invisibile è formato da persone (sconosciute ai più) di diversa provenienza.
3) Questo governo invisibile utilizza anche strumenti “sporchi” per raggiungere i propri scopi.
4) Lo scopo principale è quello di mantenere il controllo del pianeta e di perpetuare il potere del governo invisibile.
5) Qualsiasi avvenimento di una certa importanza (o che è ad esso collegato) è provocato, direttamente o indirettamente, da questo governo invisibile.
6) Su tutto ciò è possibile fare delle ipotesi di ricerca basandosi sull’analisi comparata degli avvenimenti correnti (e/o storici).
Per fare un esempio, una delle ipotesi di ricerca in voga attualmente tra i “complottisti” sostiene che “Gli Organismi pubblici e nascosti del Vaticano e dell’Impero Britannico sono impegnati in una lotta mortale per il controllo del mondo”.
Ma, in pratica, una teoria così come l’abbiamo descritta non la troverete da nessuna parte, esistono infatti una serie pressochè infinita di sotto-teorie, e sono quelle che qui ci interessano, che si basano sui meccanismi descritti sopra e su altri presupposti, derivati logicamente dai precedenti, ad esempio:
1) C’è un avvenimento sospetto.
2) Molto probabilmente dietro di esso c’è qualcuno che, nascosto nell’ombra, trama.
A queste va aggiunto, per completezza, una ulteriore divisione in sotto-sotto-teorie che servono a distinguere l’origine dei complotti, ne elenchiamo alcune:
1) Complotti razziali (Bianchi, Neri, Cinesi…)
2) Complotti religiosi (Ebrei, Gesuiti, Islamici…)
3) Complotti economici (FMI, Trilateral,…)
4) Complotti politico sociali (Comunisti, Nazisti, Gladio, Massoneria, KGB, CIA, TREVI…)
Ognuna di queste sotto-sotto-teorie si basa sui meccanismi identificati nella TGC.

2. È accaduto qualcosa di sospetto…
Vediamo di descrivere, concretamente, come funziona un tipico complotto.
Per prima cosa ci deve essere un avvenimento che deve coinvolgere (anche marginalmente) una persona nota o una persona ad essa “collegata” in qualche modo; l’effetto massimo si ha con il decesso della persona in questione. Questo effetto, che si potrebbe chiamare “Effetto JFK”, è spesso la causa prima che scatena il complottista.
Ma come si fa ad identificare, con certezza, un avvenimento del genere, come distinguerlo da qualsiasi altro? Basta che si presenti, in primo luogo, anche una sola di queste eventualità:
-L’avvenimento non ha avuto testimoni, o quelli esistenti si contraddicono a vicenda.
-Le istituzioni coinvolte sono reticenti se non addirittura impegnate ad ostacolare le indagini.
-Gli esperti del caso non riescono a dare una spiegazione univoca dell’accaduto.
In secondo luogo ci deve essere un collegamento (anche minimo) tra l’avvenimento odierno e qualche altro del passato, recente o remoto che sia, già collegato alla TGC.
Come avviene il collegamento? Basta anche una sola di queste eventualità:
-Tramite l’appartenenza di almeno uno dei protagonisti dell’avvenimento a particolari gruppi sociali.
-Tramite la presenza di almeno uno di questi gruppi sociali in qualche avvenimento precedente collegato alla TGC.
Facciamo un esempio.
L’8 dicembre 1972, un United Boeing 737 (volo 553) ebbe un incidente durante l’atterraggio a Chicago, tutti i passeggeri restarono uccisi.
Vediamo come questa storia rientra nelle nostre categorie:
-L’avvenimento non ha avuto testimoni (vero, non si è salvato nessuno).
-Il personaggio coinvolto era collegato ad un pezzo grosso: a bordo del velivolo c’era Dorothy Hunt, moglie di Edward E. Hunt, implicato nello scandalo Watergate, essa – si dice – portava con sè documenti riguardanti l’implicazione del Presidente Nixon nella corruzione dei testimoni al processo.
-Almeno uno dei protagonisti di tale avvenimento apparteneva a particolari gruppi sociali: i primi ad arrivare sul luogo della sciagura sono stati una dozzina di agenti dell’FBI che successivamente hanno ostacolato le indagini; almeno una dozzina di altre persone presenti sull’aereo avevano qualcosa a che fare con il Watergate o con il Dipartimento di Giustizia.
-Almeno uno di questi gruppi rimandava a qualche avvenimento precedente collegato alla TGC: gli agenti dell’FBI rientrano, per definizione, in questa categoria.
Un Comitato di Cittadini è convinto che l’incidente sia stato provocato da agenti del Dipartimento di Giustizia.
Volendolo classificare l’esempio ricade nella categoria delle sotto-sotto-teorie dei Complotti politico sociali (vedi sopra).

3. Teoria Generale del Complotto e Dietrologia
Un osservatore disattento potrebbe confondere TGC e Dietrologia in quanto hanno come loro oggetto di interesse avvenimenti molto simili, vediamo allora le differenze esistenti fra loro.
a) mentre la TGC scava a fondo anche sul più piccolo indizio, per quanto lontano o insignificante sia, la dietrologia si occupa – prevalentemente – di fatti eclatanti;
b) la dietrologia, a differenza della TGC, si basa maggiormente sulla stretta attualità, si alimenta con gli avvenimenti di tutti i giorni che vengono letti con una particolare angolazione;
c) per i dietrologi i colpevoli sono facilmente individuabili, ma sono di solito solo degli “utili idioti”, dietro di loro si nascondono invece i cosiddetti “poteri occulti”, che però (a differenza della TGC) sono comunque identificabili seppure genericamente;
d) spesso una dietrologia può diventare, nel tempo, un complotto.
Ancora un esempio.
L’esistenza della loggia P2 era nota alle cronache, almeno dall’inizio degli anni ’70, soprattutto ai lettori dei settimanali tipo “L’Espresso” già molto prima della scoperta degli elenchi dei suoi aderenti (1981) e del gran polverone sollevato in seguito alla diffusione del nome e delle avventure di Licio Gelli.
All’inizio l’affaire P2 ha interessato soprattutto la dietrologia politica, l’esistenza di una rete di personaggi (più o meno noti) iscritti al club ha fatto da sfondo a molte ipotesi riguardanti gli avvenimenti più misteriosi della recente politica italiana che venivano riletti con la lente della loggia coperta. Solo negli ultimi tempi si è cercato, soprattutto con il parallelo tra il “piano di rinascita nazionale” di Gelli e le vicende italiane degli ultimissimi anni, di collegare il tutto in una teoria complottista che funziona, più o meno in questo modo:
-la P2 esiste ancora;
-tutti gli avvenimenti nella quale compare la P2 sono funzionali ai suoi scopi;
-il suo piano è quello di giungere al potere tramite i suoi aderenti;
-il regime Berlusconiano è la realizzazione piena di questo progetto.
Anche questo esempio ricade nella categoria dei complotti politico-sociali.
Volendo riassumere in uno slogan le differenze potremo dire che alla domanda (della TGC): “chi complotta?” viene data la risposta “a chi giova?” propria della più vieta dietrologia riformista. Nel primo caso viene data per scontata l’esistenza di un qualche complotto, ma si è consapevoli che è difficile scoprirne gli autori, nel secondo, invece, la stupidità arriva al punto di porre la fatidica richiesta “sia fatta luce!” rivolgendosi proprio a chi la luce l’ha mantenuta spenta, come quando si continua a chiedere la verità su Ustica all’Aeronautica Militare.

4. Controinformazione e paranoia
Veniamo, infine, alla Controinformazione, la parolina magica che tante assemblee ha salvato e tanti compagni ha illuso negli ultimi venti anni.
Lo scopo principale dell’attività di contro-informazione è stato quello di fornire delle notizie, su avvenimenti circoscritti, “altre” rispetto a quelle fatte circolare dagli apparati di potere e dai loro mass-media. L’esempio della controinchiesta sulla strage di Piazza Fontana alla base dello storico libro “La Strage di Stato” (1971) è ancora valido: in una situazione nella quale molti compagni della “sinistra rivoluzionaria” venivano arrestati ed accusati di ogni sorta di attività criminali, si riuscì a ribaltare la situazione con una inchiesta di tipo giornalistico che mostrava il vero volto di alcuni dei protagonisti delle vicende di quegli anni, molto prima che tutto il resto del sistema dell’informazione si arrendesse all’evidenza che le accuse mosse agli anarchici erano delle grossolane montature giudiziario-poliziesche.
Fortunatamente la Controinformazione sfiora appena la Dietrologia e la TGC, in quanto è ancora più settoriale della prima e non si lascia distrarre dalla seconda; dopotutto lo scopo “concreto” di lavorare per la liberazione e/o l’assoluzione di compagni nei guai non dovrebbe favorire distrazioni ludiche.
Per questa ragione la Controinformazione ha avuto un andamento discontinuo, collegato più al volontarismo dei compagni che ad una effettiva necessità.
Tra gli ultimi esempi di Controinformazione “corretta”, secondo la nostra definizione, potremmo ricordare quella collegata all’omicidio del compagno Pietro Greco “Pedro” (1985), giustiziato in stile nazista da agenti dell’ordine e che si voleva far passare per un pistolero sanguinario. A questo va aggiunto il lavoro raccolto nel libro-inchiesta “625” (1990) che mostra senza dubbio di smentita possibile l’utilizzo che viene fatto della famigerata legge Reale (1975) che da agli agenti dello Stato la licenza di uccidere.
L’unica pecca che possiamo ricordare a questo proposito è la tendenza, di alcuni, a trasformare la Controinformazione in Paranoia, quella per intenderci dei compagni che hanno sempre “il telefono sotto controllo” o che vedono sbirri in borghese dappertutto, ma in questi casi spesso si sconfina in tratti caratteriali legati alle personalità dei singoli che non ci interessava trattare in questa sede.

5. Gli Anarchici
Nel movimento anarchico sono presenti fautori di tutte le tesi che abbiamo cercato di descrivere finora anche se difficilmente qualcuno ammetterà di essere un “complottista” o un “dietrologo” e tutti rivendicheranno la priorità della controinformazione nella loro analisi e nella loro prassi.
Eppure spesso ci si fa prendere la mano e si tende a giudicare prassi diverse dalla nostra come frutto di un lavoro da infiltrati, si tende a giudicare iniziative ed avvenimenti con l’idea preconcetta che possano essere parte di un più grande e complesso piano che il Potere (quello con la “P” maiuscola) ordisce contro gli Anarchici, suoi irriducibili oppositori.
Un esempio.
Il movimento anarchico reagì in modo variegato alla bomba che Gianfranco Bertoli lanciò nel cortile della Questura di Milano (1973). La maggior parte di esso (stando almeno a quello che si può leggere nei giornali dell’epoca) sposò la tesi della provocazione ordita dal Potere per rendere inutili tutti i successi della controinformazione legata alla Strage di Stato, una tesi che potremmo definire Dietrologica. Un’altra si limitò a dire che l’azione di Bertoli non rientrava nella propria prassi politica ed una ultima fetta “rivendicò” l’avvenimento come atto di rivolta individuale.
Col passare degli anni si può dire che la maggioranza dei compagni (sempre in base a quello che si può leggere sulla nostra stampa) è convinta che Bertoli sia un “compagno che ha sbagliato”. Quelli che tendevano alla dietrologia invece adesso sono più orientati verso una classica tesi da TGC “il Bertoli utile idiota del Potere”.
Dall’altra parte invece, paradossalmente, sia il Potere che i media sono concordi nell’affermare che Bertoli non può essere anarchico, anzi i sostenitori più accaniti della TGC continuano ad inserire il suo nome nell’elenco dei sospetti gladiatori, degli infiltrati e dei provocatori al servizio dei soliti poteri occulti.
Lo stesso tipo di schieramento si ripropone all’interno del movimento anarchico ogniqualvolta vengono arrestati compagni per reati cosiddetti “comuni”.
D’altro canto anche il Potere sembra soffrire di una simile sindrome ritenendo che qualsiasi avvenimento legato, in qualche modo al movimento anarchico, faccia parte di un grandissimo piano messo in piedi dalle nostre segrete strutture nazionali (ed internazionali) per abbatterlo.

6. Schemino
Abbiamo provato a riassumere in uno schema alcune delle cose che abbiamo descritto sopra relativamente agli avvenimenti degli ultimi 25 anni.
Come tutti gli schemi che si rispettano anche questo è una semplificazione; con “epoca di inizio” intendiamo solo sottolineare che sia la TGC che la Paranoia erano già ben conosciute negli anni ’70. Con “sostenitori” indichiamo i principali fautori delle ipotesi in questione; con “tesi e scopo” cerchiamo di riassumere le nostre idee in proposito e con “parola d’ordine” proponiamo un sistema per individuare a colpo d’occhio le tesi di fondo che possiamo trovare leggendo qualcosa su questi argomenti.

7. Continua?
Da quanto abbiamo scritto si potrebbe pensare che siamo dei decisi oppositori della TGC e della Dietrologia (per non dire della Paranoia) e, citando l’intervista al “complottista” presentata in questo numero di rAn, qualcuno potrebbe avanzare l’ipotesi che anche tutto questo articolo sia frutto di un “complotto”. Poco male. Partiamo dal presupposto che esista un complotto, di grandezza mondiale, dei padroni della terra (palesi od occulti che siano) per mantenere il loro potere e per tenere soggiogata la maggior parte dell’umanità, un complotto che funziona anche grazie alla complicità che il Potere riesce a trovare nei propri “sudditi”. Questo complotto non ha bisogno di trame segrete o di agenti nascosti, si può servire delle stragi ma non dipende necessariamente da esse, continua ad esistere nonostante tutto perchè la forza della ribellione non riesce ad esprimersi che a sprazzi.
Il Complotto è sotto gli occhi di tutti gli sfruttati ed il nostro problema è, più che cercarne le cause o descriverne con precisione i meccanismi, trovarne le vie di uscita.

Pepsy

(Tratto da “rAn”, n.8, Maggio 1995)

Non ho l’età

In Francia dal prossimo primo settembre sarà vietata l’iscrizione ai social ai minori di 15 anni, in Italia sono state presentate in Parlamento diverse proposte di Legge che vanno nella stessa direzione e prima o poi ne verrà approvata qualcuna.
Intanto, continuando sulla strada dell’introduzione di provvedimenti legislativi sempre indirizzati verso la repressione, il Consiglio dei Ministri italiano sta discutendo di una norma che prevede che siano imputabili penalmente anche le persone che hanno dai 14 ai 18 anni.
Se la politica avesse un senso, oltre a quello della brama di potere, qualcun* potrebbe notare che un* dannat* quattordicenne in un futuro non tanto lontano non potrà più perdere tempo sui social, perché non potrà più avere un account, ma potrà beccarsi una condanna anche pesante. Non abbastanza grande per un social ma abbastanza per la galera.
Evidentemente, per la classe politica, i social sono più pericolosi delle bande giovanili.
Sicuramente i social (al contrario del nome) non sono il massimo per l’educazione e la socializzazione delle persone in età di sviluppo. Ma questo perché sono, nella quasi totalità dei casi, gestiti da software costruiti per due principali scopi: raccogliere informazioni personali sulle persone che li frequentano e indirizzare i loro comportamenti verso la sottomissione alle regole del capitalismo e del mercato.

Internet. Attacco all’anonimato

John Perry Barlow (1947-2018), saggista e poeta, autore di molti dei testi delle canzoni dei mitici “Grateful Dead” è stato uno dei primi “cyber-attivisti” e l’autore della “Declaration of the Independence of Cyberspace” (Davos, 8 febbraio 1996). Chi la legga oggi per la prima volta potrebbe rimanere davvero sorpres*. Sia perché descrive un’Internet molto diversa da quella che conosciamo sia perché – ingenuità politiche a parte – l’autore di quel documento aveva già compreso le potenzialità della comunicazione mediata da computer e la sua inevitabile diffusione. Nella “Dichiarazione” veniva chiesto agli Stati e ai Governi di non interferire nel “Cyberspazio”, definito come un mondo virtuale nel quale si stava costruendo una sorta di utopia sociale che non prevedeva frontiere e discriminazioni, una nuova società basata su regole condivise invece che imposte.
In quegli anni le limitazioni e i controlli relativi all’utenza si limitavano esclusivamente a proteggere le risorse militari e poche altre. Uno dei più diffusi protocolli di comunicazione usato per trasferire i file era chiamato “anonymous ftp” perché il server non chiedeva alcun dato a chi si collegava per caricare o scaricare un file.
Anche negli ambiti della comunicazione collettiva interpersonale, che già esisteva anche se non si chiamava “social”, nessuno faceva caso al fatto che usavi un “nickname” (soprannome) al posto di un nome e cognome.
In particolare un passaggio nella “Dichiarazione” sembra davvero scritto ieri sera: “Siete terrorizzati dai vostri figli, poiché sono nativi di un mondo nel quale voi sarete sempre immigrati. Poiché li temete, affidate alle vostre burocrazie le responsabilità genitoriali con le quali siete troppo codardi per confrontarvi.”
Dopo trenta anni, l’ipocrita ossessione che dovrebbe proteggere i minori dai pericoli di Internet è qualcosa che è aumentata a dismisura e ha colpito a tutti i livelli e in tutti i paesi del mondo e rischia di mettere fine all’anonimato, uno dei principi fondanti della libertà di comunicazione in Rete.
Come spesso accade, quando si tratta di questioni del genere, gli Stati Uniti occupano una posizione di avanguardia che farà da modello per gli altri paesi. Anche se, per il momento, ci sono solo due stati che hanno approvato delle leggi che dovrebbero impedire l’accesso dei minori a programmi e a contenuti ritenuti non appropriati per la loro età.
A partire dal 2027 i computer venduti in California dovranno essere modificati in modo che al momento della creazione della prima utenza sarà necessario inserire, oltre al nome e alla password, anche una data di nascita. In questo modo le applicazioni installate sul computer potranno impedire o limitare l’uso di determinati programmi. In Colorado una legge analoga entrerà in vigore nel 2028. Le aziende responsabili dello sviluppo dei Sistemi Operativi dovranno farsi carico della creazione di questo sistema. Anche in altri stati sono state presentate norme simili e a livello federale è in discussione da tempo una legge che, se approvata, verrebbe applicata in tutti gli USA.
La cosa che farà sobbalzare qualche politic* nostran*, se leggerà queste notizie, è il funzionamento del sistema che verrà applicato: in California verrà richiesta l’età ma non ci sarà alcuna verifica sull’informazione fornita. In pratica si è usata quel minimo di ragionevolezza (difficilmente un* dodicenne può permettersi l’acquisto di un computer) per cui saranno i genitori a decidere che data di nascita verrà inserita sul computer che useranno i figli e le figlie. Altre proposte che circolano invece prevedono che venga archiviata sul computer un qualche tipo di prova che certifichi l’età. Si va dalla classica patente di guida, alla carta di credito, ad una foto del viso.
Come è evidente anche a chi non ha competenze informatiche specifiche, le due soluzioni in campo sono alquanto diverse. La prima si basa sulla ragionevolezza e sulla responsabilizzazione di chi dovrebbe prendersi cura dei minori, la seconda porta solo a una serie di effetti collaterali.
Lo scorso mese di febbraio, un noto sito che pubblica contenuti etichettati come pornografici aveva bloccato la maggioranza delle connessioni provenienti dal Regno Unito in quanto non si era dotato degli strumenti per verificare la maggiore età di chi si collegava. Nelle isole inglesi, il recentemente approvato “Online Safety Act” aveva colpito, come sempre succede in questi casi, anche siti completamente privi di contenuti ritenuti osceni. In “soccorso” delle persone che frequentano certi siti è arrivata una delle maggiori aziende che produce smartphone, che da marzo ha implementato un controllo obbligatorio dell’età direttamente nel suo Sistema Operativo. Per cui adesso i possessori di quei telefonini possono collegarsi senza problemi al sito proibito. Questo sistema, oltre che per l’UK, è stato (per il momento) attivato per la Corea del Sud e per Singapore.
Il Governo di Sua Maestà ritiene che bloccare, per i minori di 16 anni, l’uso delle più diffuse piattaforme social sia un modo per costruire “una nuova normalità per le generazioni future, dare il via a un cambiamento culturale e guidare la lotta del governo per fornire a ogni bambino il modo migliore per iniziare la propria vita”.
Come se non bastasse, è stata ventilata la possibilità di impedire l’accesso anche ai siti che trasmettono video in diretta e alle applicazioni che permettono videochiamate con estranei. Per finire, si pensa anche di attivare una sorta di “coprifuoco” durante il quale i minori di 18 anni non possono usare determinati programmi.
Chi si oppone al varo di questo tipo di norme solleva due critiche fondamentali: la prima è che la proibizione funziona (quando funziona…) solo costringendo tutte le persone a identificarsi e quindi aprendo la strada al definitivo controllo di massa di Internet. La seconda mette in guardia dal concreto pericolo insito nella proliferazione della registrazione in formato digitale dei nostri dati personali che rende sempre più pericolosa ogni violazione degli archivi. Alla metà di giugno, un noto gruppo di “estorsori digitali” ha dichiarato di aver violato un computer gestito dal Consiglio Europeo e ha messo in vendita i 429 mila file copiati. Fino a questo momento, i responsabili di quell’archivio hanno risposto a chi chiedeva conto di questo attacco con il tradizionale “no comment”.
Alle due critiche citate ne andrebbe aggiunta almeno una terza. Una legge che proibisce l’uso di una piattaforma social e non di un’altra significa, in concreto, che favorisce una determinata azienda al posto di un’altra. E stiamo parlando di interessi milionari.
Una delle principali fonti di confusione per chi crede sia possibile risolvere facilmente i problemi in questo ambito è la varietà di norme che limitano l’accesso a determinate risorse di Internet. Solo per citare alcuni esempi all’interno dell’Unione Europea, la creazione di un account social è vietata ai minori di 14 anni in Austria, Italia e Spagna; ai minori di 15 in Francia e Grecia; ai minori di 16 in Germania, Ungheria e Lussemburgo. A livello internazionale, i divieti variano da paese a paese, con un’età minima compresa tra i 13 e i 18 anni. In Australia, dove dal dicembre 2025 l’accesso ai social è consentito solo ai maggiori di 16 anni, una recente ricerca commissionata dal Governo sembra aver rilevato che circa l’85% dei minori ha, in qualche modo, aggirato la norma.
Negli ultimi due anni si è intensificato il dibattito sulla realizzazione di un’applicazione dedicata alla verifica dell’età. Esiste già una versione di prova di tale programma, che gode del pieno sostegno delle autorità dell’Unione Europea. Nonostante le numerose comunicazioni ufficiali, la data di rilascio definitivo rimane ancora incerta. Si può notare però che si sovrappone, parzialmente, a quel “porta documenti digitale” del quale dovrebbero dotarsi tutti gli europei entro la fine del 2026, salvo proroghe. Il garbuglio delle normative riguardanti la sfera digitale tra quelle locali e quelle comunitarie non ha ormai limiti e, probabilmente, è anche a prova di Intelligenza Artificiale.
In Italia sono arenate in Parlamento diverse proposte di legge simili a quella inglese, ovviamente per tutelare i minori, in modo ancora più “stretto” di quanto già non siano. Proposte che arrivano da tutti i partiti politici, ma con una certa prevalenza di quelli di “sinistra”, e qui ci vorrebbero più di una coppia di virgolette.
Dietro la tanto sbandierata attenzione per la protezione dei minori si nasconde, senza troppo successo, un altro obiettivo molto più ambizioso, quello di controllare le persone e le idee che esprimono quando comunicano con altre persone sulla rete. Per raggiungere questo risultato c’è solo un modo, quello di identificare le persone o, in altre parole, vietare l’anonimato su Internet.
Tra le ultimissime iniziative che spingono in questa direzione si può segnalare l’annuncio dell’apertura di un ennesimo social che al momento è ancora in “rodaggio” e al quale è possibile iscriversi solo tramite invito. Ecco la sua sintetica presentazione: “Stiamo costruendo W – una piattaforma di social media realizzata in Europa, per il mondo. Regolata dal diritto europeo, con i dati ospitati sulle infrastrutture europee e progettata per le conversazioni tra gli esseri umani in tutto il mondo.”
La principale caratteristica di questo social è che per partecipare alle discussioni bisogna essere identificati, cosa che si può fare tramite un’apposita applicazione per cellulari. Inutile dire che questa è diversa da quella che abbiamo citato più sopra… Va anche notato che l’iniziativa è di un’azienda svedese e quindi rientra nell’ambito delle attività commerciali che notoriamente sono a scopo di lucro e ben poco hanno a che vedere con la libertà di comunicazione.
Perché poi, gira e rigira, il motore principale è sempre il sistema del profitto che non ha certo remore a usare i minori come bersaglio della pubblicità sui social, inventando sempre nuovi sistemi per catturare la loro attenzione. Ancora meno remore a supportare norme che limitino la libertà di comunicazione a prescindere dall’età.

Pepsy

[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.22 del 05/07/2026]

La velocità che ci rallenta

L’Era della Comunicazione, unitamente al concetto di Villaggio Globale, viene frequentemente propagandata come il punto più alto della diffusione delle informazioni, offrendo un accesso senza precedenti a una vasta gamma di conoscenze. A differenza dei nostri predecessori, che vivevano in un contesto caratterizzato da una limitata disponibilità di informazioni, noi abbiamo una abbondanza di dati facilmente accessibili.

Tuttavia, anche in epoche precedenti all’avvento dei computer e di Internet, era noto il paradosso “troppe informazioni uguale zero informazioni”. L’eccessiva quantità di dati disponibili può ostacolare la nostra capacità di individuare le informazioni pertinenti, generando un senso di sopraffazione e paralisi decisionale, in particolare quando si tratta di prendere decisioni importanti. Questo sovraccarico informativo può indurre frustrazione e avere effetti negativi sulle nostre capacità cognitive, influenzando il nostro modo di pensare, di apprendere e di percepire la realtà.

Il fattore “velocità” aggrava ulteriormente questo paradosso. Pur essendoci abituati ad avere a che fare con moltissime informazioni, spesso non ci rendiamo conto di come la loro velocità di diffusione influenzi il nostro rapporto con esse. Nonostante i computer superino le nostre capacità in determinate attività, la velocità stessa può rappresentare un ostacolo e persino un fattore di blocco. Chiunque abbia effettuato una ricerca su Internet è consapevole che i risultati ottenuti sono spesso di gran lunga superiori alla nostra capacità di elaborarli.
La rivoluzione informatica, che ha radicalmente trasformato anche il settore della comunicazione, ha reso disponibile un’immensa quantità di informazioni e in tempi sempre più rapidi. I principali siti di notizie vengono costantemente aggiornati con contenuti in “tempo reale” e, talvolta, presentano cronologie che illustrano l’evoluzione di un evento significativo minuto per minuto. La velocità di diffusione delle notizie è considerata essenziale per mantenere l’attenzione e l’interesse degli utenti. Un dato rilevante che si può dedurre dai report dei server è il tempo medio di permanenza di un utente su una specifica pagina web. Una maggiore permanenza sulla pagina corrisponde a una maggiore esposizione alla pubblicità.

Quando le informazioni vengono trasmesse a velocità inferiori, la loro gestione rimane fattibile, entro determinati limiti. Tuttavia, con l’aumento della velocità, ci troviamo immersi in una sorta di vortice temporale, costantemente bombardati da un flusso incessante di nuove informazioni. Questo fenomeno può rendere immediatamente obsolete le informazioni appena acquisite.

La velocità esercita inoltre un impatto significativo quando ci troviamo davanti a delle contraddizioni. L’analisi di dati contraddittori trasmessi rapidamente risulta pressoché impossibile. Siamo facilmente influenzati dai primi dati che riceviamo, corretti o errati che siano, semplicemente perché raggiungono per primi il nostro cervello. La velocità rappresenta un ostacolo significativo per il fact checking (verifica dei fatti), un processo che richiede tempo per distinguere le informazioni utili da quelle prive di valore.
Un ulteriore effetto negativo è l’influenza che la velocità esercita sul nostro processo decisionale, inducendoci a passare da un approccio riflessivo a uno reattivo. In assenza di tempo sufficiente per un’elaborazione razionale, è probabile che prevalga una risposta istintiva. Sebbene tale reazione possa risultare appropriata in situazioni di emergenza, come l’improvvisa necessità di frenare per evitare un pedone, non rappresenta necessariamente la soluzione ottimale in contesti differenti. Il funzionamento del cervello umano, infatti, è più complesso di un algoritmo di Intelligenza Artificiale e processa le informazioni a velocità variabili. Anche se siamo in grado di leggere rapidamente un testo, il processo di comprensione, verifica e memorizzazione richiede un tempo superiore a quello impiegato dal sistema informatico che lo ha presentato.

Viviamo in un’epoca caratterizzata da un flusso incessante e rapido di una quantità considerevole di informazioni, una parte delle quali risulta spazzatura, rendendo sempre più arduo il loro efficace trattamento. La reazione spontanea sarebbe quella di disconnettersi e dedicarsi ad attività più gratificanti piuttosto che seguire ininterrottamente lo scorrere infinito delle notizie su uno schermo. Tale scelta può essere accettabile per individui con scarso interesse a coltivare relazioni interpersonali o a contribuire al cambiamento sociale. In altri casi, è possibile adottare strategie individuali e collettive per mitigare i danni derivanti dall’eccessiva velocità del flusso informativo.

Si può dedicare maggiore tempo alla lettura, preferibilmente su supporti cartacei, libri e articoli di approfondimento sugli argomenti di interesse, resistendo alla tentazione di effettuare immediate ricerche su Internet in seguito a una curiosità suscitata dalla lettura.
È possibile, per uno o più giorni alla settimana, astenersi dal controllo della posta elettronica, dalla consultazione dei siti di notizie abituali, dall’accesso ai social media frequentati e dalla disattivazione delle notifiche del telefonino. Sebbene si tratti di un’impresa complessa e impegnativa, è fattibile ridurre significativamente il numero di fonti informative utilizzate. Considerata l’impossibilità di leggere tutto, andrebbero privilegiate fonti trasparenti, che correggono pubblicamente eventuali errori, che danno priorità all’approfondimento rispetto alle “ultime notizie” e che verificano le informazioni prima della pubblicazione.

In presenza di un argomento di rilevanza ma controverso, è opportuno dedicare tempo all’approfondimento, in modo metodico e sistematico, delle posizioni che non risultano immediatamente convincenti, al fine di evitare di trovarsi in una situazione di indecisione tra alternative non chiaramente definibili.

Uno dei miti più diffusi e persistenti nell’era digitale è quello del “multitasking”, ovvero la presunta capacità di svolgere più attività contemporaneamente. Nel contesto dell’informazione, tuttavia, è fondamentale concentrare l’attenzione su una singola fonte alla volta. Pertanto, è sconsigliabile di tenere accesa la televisione o ascoltare un podcast mentre si legge.

Ancora più complesso, ma altrettanto rilevante, sarebbe creare ambienti collettivi che favoriscano la circolazione lenta delle informazioni. Come sarebbe utile creare gruppi di discussione focalizzati sull’approfondimento e sull’analisi di specifici temi, piuttosto che sullo scambio compulsivo di link, meme e commenti alle ultime notizie.

Analogamente, sarebbe necessario sviluppare reti che consentano di costruire processi di “verifica dei fatti” collettivi, non esclusivamente dipendenti dai siti ufficiali, al fine di superare i limiti individuali e di formare una sorta di “intelligenza collettiva” per evitare di annegare nel mare in tempesta delle informazioni.

Pepsy

Contro guida TV 1993

copertina Contro Guida TVNel secolo scorso perdevo troppo tempo a guardare le trasmissioni televisive. Una delle scuse era che mi hanno sempre interessato le tematiche legate alla comunicazione. Per provare a disintossicarmi da quella brutta abitudine ho anche scritto una piccola cosa nella quale parlo molto male della TV in generale.

Il piccolo opuscolo, stampato anonimo nel 1993, in 300-400 copie l’ho visto in vendita a 10 euro (sic!) su una storica piattaforma commerciale sul Web e quindi probabilmente giunto il momento (visto che la carta ha iniziato a ingiallire) di caricare un file qui sopra per chi fosse interessato a questo genere di “archeologia”.

Per fortuna tutti i difetti che ci sono nel testo sono andati, credo, in prescrizione ma – nel caso qualcun* legga questo testo – sarei davvero interessato a sapere cosa ne pensa.

Adesso guardo molto, ma molto meno televisione a causa di Internet…

Scarica ControGuidaTV_1993 in formato .pdf, il file e il suo contenuto non hanno copyright per gli usi non commerciali e a patto che si citi la fonte.

Sandokan, questa (non) è una recensione

Ho visto la serie Sandokan andata in onda da poco ma questa non è una recensione.

Non è una recensione perché il Ciclo salgariano dei Pirati della Malesia è stato tra le mie prime letture, tra le elementari e le medie e quindi se esistesse un imprinting anche nel campo dei libri ne sono stato sicuramente vittima. Ho visto anche il Sandokan del 1976 ma ero più grande e già leggevo altri libri. Ho poi visto, nel corso degli anni, alcuni dei film che hanno portato sullo schermo lo stesso personaggio ma solo perché mi piace il cinema. Ho letto anche “Ritornano le tigri della Malesia” (2011) che ritengo tra i libri meno riusciti di uno scrittore che invece mi piace tanto da non citarlo in questa occasione.

Contrariamente all’ossessione che ho per i rifacimenti de “Il Conte di Montecristo” vedere una trama che ha solo in parte a che fare con la saga di Sandokan non mi ha mai sconvolto più di tanto, forse perché non ritengo che quei libri siano dei capolavori letterari anche se hanno venduto molto di più di alcuni di quelli dei più osannati scrittori e scrittici attuali e hanno una qualità non peggiore. O forse si tratta solo di una sorta di nostalgia infantile mescolata al fatto che Salgari ha scritto 85 romanzi e chissà quanti racconti e che esistono anche un certo numero di apocrifi a sua firma, cosa che lo colloca in una posizione unica tra gli scrittori italiani di sempre. Per cui, per quanto possano essere bravi e creativi i soggettisti del XXI secolo non ce la possono proprio fare ad avvicinarsi o scalfire le trame originali.

Nel primo rigo ho scritto una bugia:

  •  usare la sigla del Sandokan del 1976 è stata un modo puerile per scansare la prima – inevitabile – critica, non farla sentire per intero (almeno una volta) una piccineria;
  • l’americanizzazione, o come si vuole chiamare, delle serie tv è fin troppo evidente nella trama, vedi la morte della Dayak Sani alla fine;
  • le scene di azione sono state alquanto “mosce” (perdonate il napoletanismo) e il montaggio non ha aiutato;
  • su attori, attrici e recitazione mi avvalgo della facoltà di non rispondere;
  • visto che personaggi e trame sono stati ampiamente cambiati rispetto ai libri, viene da chiedersi perché sono stati invece mantenuti alcuni minimi particolari superflui;
  • scambiare le linee di una mano non basta a fare gli originali;
  • Marianna è napoletana anche se ci hanno girato intorno con due indizi;
  • ho visto con piacere un prodotto non particolarmente bello e vedrò con piacere anche un seguito, un prequel o uno spin-off.

– Olà! Bell’uomo!
– Milord!
– Al diavolo i milord.
– Sir!…
– All’inferno i sir.
– Mastro!…
– Che ti colga il crampo.
– Monsieur?… Señor!…
– Appiccati. Che pranzo è questo?
– Cinese, señor, cinese come la trattoria.
– E tu vuoi farmi mangiare alla cinese! Cosa sono queste bestioline che si
muovono?
– Gamberi del Sarawak ubriacati.
– Vivi?
– Pescati mezz’ora fa, milord.
– E tu vuoi ch’io mangi i gamberi vivi? Corpo d’un cannone!
– Cucina cinese, monsieur.
– E questo arrosto?
– Cane giovane, señor.
– Che cosa? – Cane giovane.
– Corpo d’una spingarda! E tu vuoi che io mangi del cane? E questo
stufato?
– È gatto, señor.
– Tuoni e fulmini! Un gatto!
– Un boccone da mandarino, sir.
– E questa frittura?
– Topi fritti nel burro.
– Cane d’un cinese! Tu vuoi farmi crepare!
– Cucina cinese, señor.
– Cucina infernale, vuoi dire. Corpo d’un cannone! Gamberi ubriachi,
frittura di topi, cane arrosto e gatto in stufato per pranzo! Se mio fratello
fosse qui riderebbe tanto da scoppiare. Orsù, non bisogna essere schifiltosi.
Se i cinesi mangiano questa roba, può mangiarla anche un bianco. Animo,
portoghese mio!

(da “I Pirati della Malesia”)

Subvertising

Se dovessi fare un esempio di Détournement oggi probabilmente userei questa immagine. Se avessi abbastanza soldi ne stamperei anche un certo numero in vari colori. Chissà perché però mi ricorda qualcosa, non è che qualcun l’ha già usata?

t-shirt con la scritta "Make Anarchism Great Again"

Scritte sul muro 2

Ho scritto su una scritta qui e ripassando nei pressi ho notato che qualcosa è cambiato, adesso (diciamo fino a qualche giorno fa) la scritta è così

scritta sul muroin altre parole qualcuno o qualcuna si è preso la briga di cancellare la parola “Hamas” mettendoci anche un certo impegno, forse non abbastanza visibile nella foto.

La domanda sorge spontanea: l’ha fatto un simpatizzante o una simpatizzante di Hamas?
In realtà la cosa me ne importa davvero poco, in ogni caso si tratta di una persona che non ha gli strumenti storico-critici adeguati per capire la questione. O ha delle idee assai diverse dalle mie.

Oltre a quello che ho già scritto nel post precedente sarebbe interessante, anche se un poco ozioso, chiedersi perché la questione israelo-palestinese è stata (oggi) tanto divisiva all’interno dei gruppi. collettivi, movimenti come invece non era stata ai tempi dei tempi? Intendo dire dalla “Guerra dei 6 giorni” in avanti. Cosa è cambiato?

Chi non va non vede, chi non prova non crede

Gli strumenti della CMC [1] sono, gira che ti rigira, gli stessi da sempre. Possono cambiare nome, migliorare il proprio aspetto grafico, aggiungere sempre nuove funzionalità (raramente utili) e godere di più o meno brevi momenti di gloria per poi finire nel dimenticatoio. Questi strumenti hanno però tutti una cosa in comune: sono inadatti, a livelli diversi, alle discussioni. Per discussioni intendo quegli scambi verbali (e non) che avvengono tra le persone che vogliono confrontare le loro opinioni su qualche argomento. All’interno della pletora degli strumenti della CMC ce ne sono chiaramente di più adatti e di meno adatti alle discussioni ma, alla fine, nessuno è veramente e completamente adatto. Bisogna farsene una ragione.

Il principale motivo, che risiede solo in parte nel funzionamento degli strumenti della CMC, è che non è umanamente possibile discutere quando i partecipanti alla discussione sono più di un certo numero [2]. Come del resto avviene, da sempre, anche nella vita reale. Un secondo, ma altrettanto importante, motivo è che ad usare gli strumenti della CMC sono degli esseri umani, anche se a volta viene qualche dubbio, e cioè persone che hanno idiosincrasie, caratteri e personalità non sempre adatti o compatibili con le regole che si dovrebbero seguire in una discussione fatta attraverso la CMC [3]. Per fortuna o sfortuna non tutte le persone sono educate, dedite all’ascetismo o rigide osservanti delle regole della netiquette.

Frame da una serie TV con un uomo e una donna non giovani la donna dice: "Millennials. Get a job".La CMC è invece molto più adatta per diffondere informazioni a prescindere dalla loro utilità e/o dalla loro veridicità. Per informazioni intendo avvisi, notizie, segnalazioni e altri contenuti di interesse collettivo. La CMC è ancora più utile per autopromozione personale, quella nella quale anche se si fa finta di discutere con le persone in realtà si persegue principalmente lo scopo di promuovere la propria persona ai fini di una scalata sociale o delle merci che si vendono.

In quest’ultimo caso le cose funzionano molto meglio. Anche una singola persona può produrre un flusso di comunicazione che potenzialmente può raggiungere chiunque e ha l’enorme vantaggio di non dover necessariamente discutere e quindi confrontarsi con altre persone. E qui non credo che ci sia bisogno di fare esempi.

In alcuni casi, in passato, ci sono stati gruppi di persone che hanno direttamente prodotto e/o facilitato la diffusione di flussi di comunicazione destinati alla collettività [4] ma anche queste non sono riuscite comunque a superare l’ostacolo delle discussioni tra le persone.

A questo punto cala, sulle persone sensibili, una certa tristezza in quanto sarebbe davvero cosa buona e giusta poter usare alcuni [5] strumenti della CMC per discutere. Perché discutere è bello, utile e produce (in alcuni casi) un arricchimento personale e collettivo. Purtroppo non sempre si tiene in dovuto conto una delle tante cose importanti riguardo alla CMC, ovvero che provare a smentire quello che è stato scritto qui sopra è fin troppo facile in quanto ci sono molti strumenti che possono essere usati per creare un ambiente (virtuale) dove discutere. Spesso anche gratis o con spese sostenibili.

Come ricorda il titolo in cima: “Chi non va non vede, chi non prova non crede”.

Pepsy
(Stuzzicato nottetempo da una serie di “toot” su mastodon.bida.im)

 

NOTE

[1] COM, Comunicazione Mediata da Computer.

[2] In alcuni casi il “piccolo numero” si riduce a 3-4 persone, in altri possono essere anche di più ma a mia memoria ricordo solo rare eccezioni a questa regola e si trattava, sempre, di setting particolari.

[3] Qui il discorso si allungherebbe ulteriormente e quindi lo evito di proposito.

[4] Cito “Indymedia” perché conosco l’agomento.

[5] Solo alcuni, atri andrebbero evitati come la scabbia.

 

Scritte sul muro

Se non ricordo proprio male, in un’altra epoca, su un numero di una strana rivista – della quale consiglio la lettura – che si chiamava “Ca Balà”, comparve un breve articolo nel quale si davano suggerimenti su come modificare le scritte fasciste fatte sui muri. Per cui il disegno di un’ascia bipenne sotto alla quale c’era la sigla O.N. (“Ordine Nuovo”) poteva essere trasformato con poco sforzo in NONNO e l’ascia diventare la faccia di un vecchio.

L’altro giorno mi è venuto in mente quel vecchio articolo imbattendomi in questa immagine.

scritta sul muroA giudicare dal cambiamento di colore e dal tipo diverso di grafia sembra proprio che alla scritta “PALESTINA LIBERA” sia stata aggiunta successivamente la scritta “DA HAMAS” con la lettera “s” finale rappresentata da una svastica.
Ho pensato che, forse, chi ha fatto questa modifica non deve essere contro il diritto della popolazione palestinese a essere libera, in caso contrario avrebbe semplicemente cancellato la scritta iniziale, ma ha preferito aggiungere che questa libertà deve prevedere la sparizione di Hamas, considerata (vista la svastica) una organizzazione nazista e quindi il male assoluto per definizione.

Inutile ricordare che quella di lanciarsi accuse del genere è ormai una sorta di sport da adolescenti fuori tempo massimo e riguarda non solo quello che accade in Palestina ma anche in Ucraina e chiunque segua un minimo queste due vicende ne dovrebbe essere perfettamente cosciente.

Se, in linea di principio, si potrebbe concordare che sarebbe meglio che Hamas sparisse dalla Palestina nella realtà, quella concreta e non quella degli slogan, questo obiettivo è esattamente quello che viene portato avanti (almeno secondo la propaganda) dall’Esercito Israeliano per conto del suo Governo. Peccato che per raggiungere questo (inutile) obiettivo vengano uccise quotidianamente anche persone che non hanno nulla a che fare con Hamas: tra le 10 e le 20 persone per ogni militante eliminato a meno che non si tratti di ammazzare qualcuno più in alto nella gerarchia militare, caso nel quale le persone che vengono uccise possono essere anche di più.

Mi sono chiesto se chi ha fatto quell’aggiunta alla scritta abbia riflettuto sul fatto che con quella modifica ha giustificato il massacro di una popolazione e se questo non sia in contraddizione con il fatto che ha lasciato la scritta “PALESTINA LIBERA”. O magari mi sbaglio e a quella persona della libertà della Palestina importa davvero poco per cui l’importante è eliminare Hamas e quindi, per come sta andando avanti, rischiare di sterminare l’intera popolzione palestinese. Oppure, più banalmente, è una persona che non ha gli strumenti per provare a comprendere quello che sta accadendo a Gaza.

scritta sul muro modificata

Se avessi avuto con me un pennarello abbastanza grande mi sarebbe piaciuto, ricordando quel vecchio numero di “Ca Balà” citato all’inizio, fare anch’io una ulteriore aggiunta senza cancellare quanto già stato scritto. Cosa che provo a fare, digitalmente, qui sotto.

Spero non ci sia bisogno di spiegazioni.