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Summer shitting story

Prendendo spunto dalla storia “Report-Ranucci-Lavitola” ma senza entrare direttamente nella questione specifica, si può facilmente notare che quanto accaduto non dovrebbe sorprendere.
Già da molto tempo, in Italia almeno dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, giornalisti e giornaliste hanno smesso di essere solo delle persone che trasformano i fatti in notizie. Anche grazie alla televisione sono diventati in alcuni casi veri e propri personaggi politici e in altri i principali protagonisti dell’informazione come spettacolo. Hanno assunto quindi un ruolo che va ben oltre la firma in calce a un articolo.
Non è certo un caso che, sempre più spesso, i giornalisti calcano le scene riempiendo i teatri o vengano eletti in assemblee nazionali e internazionali. Persino uno storico sindacato di base comprende una federazione chiamata “Informazione e spettacolo” e il pragmatismo della lingua dominante ha coniato il termine “infotainment”, fortunatamente comprensibile anche in italiano, nato dall’unione delle parole “informazione” e “intrattenimento”.
I critici sostengono che trasformare l’informazione in spettacolo significa tradire la funzione originale dei mezzi di comunicazione di massa che dovrebbe essere quella di fornire una fonte di informazioni affidabili. Gli entusiasti invece ritengono che presentare in un modo maggiormente “attraente” l’informazione permetta di catturare l’attenzione delle persone che normalmente non si interesserebbero di certe notizie e determinate tematiche. Forse hanno entrambi ragione.
Con il declino del sistema dell’informazione televisiva a favore di Internet e con il peso crescente che hanno i cosiddetti “social media” a livello politico e culturale, l’informazione come spettacolo ha assunto un ruolo dominante sulla scena mediatica.
In questo contesto sono state riproposte in queste ultime settimane alcuni dei luoghi comuni più abusati e utilizzate delle vere e proprie parole “trappola”. Tra queste va segnalato il continuo riferimento al cosiddetto “giornalismo di inchiesta”.
Da sempre ci sono operatori dell’informazione che si limitano semplicemente a ricopiare le veline istituzionali, i lanci delle agenzie, e oggi le cretinate che leggono in Rete. Altri provano, partendo da un avvenimento, ad approfondirlo al fine di costruire un racconto che lo renda maggiormente corrispondente alla realtà. A ben vedere, non c’è alcun automatismo che costringa ad etichettare come cattivo giornalismo quello prodotto stando comodamente seduti davanti a un computer e come buono quello di indagine. Condurre un’inchiesta può produrre risultati peggiori del semplice copia-e-incolla da varie fonti, oltretutto non esiste un automatismo per il quale una ricerca, per quanto estesa e approfondita, porti a dei risultati che vadano oltre la notizia dalla quale si è partiti. Al contrario, facendo “giornalismo di inchiesta” si corre sempre il rischio concreto di non trovare cose interessanti da raccontare oppure scoprire verità che non si ritiene opportuno (qualsiasi sia la ragione) rivelare. Una situazione che diventa problematica quando di mezzo ci sono scadenze redazionali, spese da documentare o la necessità di fare uno scoop per battere la concorrenza.
Fare “giornalismo di inchiesta” quindi non significa produrre automaticamente un’informazione migliore. A meno di non trasformare il materiale a disposizione in qualcosa che somiglia più a un canovaccio che a un racconto.
Altro topos imbarazzante tornato alla ribalta è quello sul ruolo “neutrale” che dovrebbero ricoprire giornalisti e giornaliste, ovvero l’idea che possa esistere un’informazione non schierata, una stupidaggine che si basa sulla fantasiosa pretesa che sia possibile “separare i fatti dalle opinioni”. Una barzelletta nata quando ancora scorrazzavano in giro i Velociraptor. Se fosse possibile una cosa del genere allora basterebbe avere un solo quotidiano, un solo telegiornale e un solo sito web di news.
Invece siamo ancora costretti a sentire o leggere un’infinita sequela di banalità nei confronti di giornalisti accusati di essere “di parte”, invettive provenienti da giornalisti che spesso non hanno la necessaria onestà intellettuale per ammettere che anche loro fanno parte di uno schieramento.
Purtroppo pretese del genere sono quelle che hanno portato alle norme sulla “par condicio” e a quelle trasmissioni televisive dove si cerca di bilanciare il numero dei partecipanti tra quelli che la pensano “bianco” e quelli che la pensano “nero”. Dimenticandosi dell’esistenza dei grigi e del colore. Alla faccia della libertà di espressione.
Lo scarso esercizio della memoria e/o la necessità di portare in tavola la minestra del giorno prima riscaldata porta a dimenticare che non è certo la prima volta che una trasmissione televisiva e il suo conduttore diventano il bersaglio di una parte politica. E, quando si dice il caso, il giornalista protagonista di quella vecchia storia è stato poi eletto al Parlamento Europeo e ha successivamente fondato anche un paio di partiti.
Il problema reale è che esistono, come è facile verificare, i fan del “giornalismo di inchiesta”, persone che seguono assiduamente trasmissioni e/o giornalist* come se fossero leader, politici, culturali o sociali. Questo potrebbe essere dovuto a problemi psicologici causati dalla necessità di avere sempre come punto di riferimento una figura “genitoriale”, per coloro che si sentono orfani di vecchi partiti. Oppure subire il fascino dell’informazione spettacolo e sviluppare sentimenti di “attrazione” verso i personaggi più in vista, come accade per i fan dei cantanti o dei calciatori.
La cosiddetta “sinistra” ha sempre avuto un debole per quelli che in tempi storici venivano chiamati “compagni di strada” e la destra (in tutte le sue forme) ha sempre avuto una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dei personaggi più famosi legati al mondo dell’informazione. Un problema oggi evidentemente superato vista la violenza (mediatica) espressa dallo schieramento dei mezzi di comunicazione di massa che sostengono l’attuale Governo nei confronti di un giornalista e di una trasmissione. Un fronte che ha visto schierarsi in prima fila tra i “tifosi” giornalisti che attaccano giornalisti, cosa non completamente nuova ma sicuramente non così frequente in quanto di scontri polemici tra giornalisti ce ne sono sempre stati ma si trattava, nella quasi totalità dei casi, di diatribe soprattutto a carattere personale. Il primo risultato è che il detto “cane non morde cane” può essere archiviato tra le espressioni obsolete.
La storia dalla quale siamo partiti che, visto il periodo, potrebbe essere catalogata sotto il genere “bollente tormentone estivo” è destinata prima o poi a esaurirsi – salvo imprevedibili colpi di scena – come succede per qualsiasi notizia ma rischia di continuare a produrre effetti visto il profondo coinvolgimento del ceto politico nella questione.
Va segnalata la debacle dei politici e degli intellettuali della cosiddetta “sinistra” che, già da molto tempo, hanno smesso di produrre idee nuove a proposito della comunicazione di massa e devono quindi accontentarsi di quello che oggi passa il convento. La memoria riporta ad altri tempi, altri giornalisti, altre trasmissioni televisive, altri governi, altre migrazioni tra giornalismo e politica che, evidentemente, non sono servite da esempio. Facile prevedere che questo “boccone” rischia di rimanere sullo stomaco a qualcun* per un bel periodo di tempo.

Pepsy

Finalino scemo, visto che il testo precedente mi sembra troppo serioso.
La “vera” verità a proposito della storia è che i mandanti occulti della bomba esplosa davanti alla casa del noto giornalista sono i maggiorenti del PD. Andati in panico quando sono venuti a conoscenza, tramite le informazioni fornite da un altro noto giornalista, della possibilità che il primo noto giornalista avrebbe potuto “scendere in campo” come aspirante leader della coalizione che vorrebbero dirigere. Convinti che questo avrebbe significato la sicura sconfitta del loro candidato, hanno deciso di ordire un complotto per mettere fuori gioco un concorrente scomodo. Alla fine, anche senza troppa fantasia, può funzionare persino una storia del genere.

Finalino serio per bilanciare la stupidaggine di qui sopra.
Chi scrive concorda (quasi) completamente con quanto scritto in questo articolo:
www.osservatoriorepressione.info/diffidare-sempre-da-chi-ha-listinto-a-punire/

 

Vecchi complotti

Periodicamente spuntano fuori cose vecchie spesso scritte lo scorso millennio che a rileggerle fanno quasi vergognare ma che sono comunque indizio di determinati interessi (probabilmente confinanti con ossessioni) che resistono ancora. Ripubblico qui sotto una roba che, a mio avviso, contiene ancora cose non completamente marcite. Lo spunto, la suggestione, la scusa sono collegate alla recente saga sulle disavventure di un noto condduttore televisivo.
Il testo che segue non è stato corretto e quindi contiene tutti gli errori e le stupidaggini dell’originale, la tabella finale è stata ridisegnata per inserirla nella pagina.

 

Controinformazione, dietrologia e teoria del complotto

1. Teoria Generale del Complotto
Dietro la facile ironia che può suscitare, la Teoria del Complotto ha delle caratteristiche che, a differenza della Controinformazione e della Dietrologia, le hanno permesso di superare brillantemente la rivoluzione informatica e di adeguarsi comodamente al Villaggio Globale.

Definiamo Teoria Generale del Complotto (TGC) una teoria che parta da questi presupposti minimi:
1) Il governo “reale” del pianeta Terra non è quello che siede nei parlamenti dei vari Stati ma è altrove.
2) Questo governo invisibile è formato da persone (sconosciute ai più) di diversa provenienza.
3) Questo governo invisibile utilizza anche strumenti “sporchi” per raggiungere i propri scopi.
4) Lo scopo principale è quello di mantenere il controllo del pianeta e di perpetuare il potere del governo invisibile.
5) Qualsiasi avvenimento di una certa importanza (o che è ad esso collegato) è provocato, direttamente o indirettamente, da questo governo invisibile.
6) Su tutto ciò è possibile fare delle ipotesi di ricerca basandosi sull’analisi comparata degli avvenimenti correnti (e/o storici).
Per fare un esempio, una delle ipotesi di ricerca in voga attualmente tra i “complottisti” sostiene che “Gli Organismi pubblici e nascosti del Vaticano e dell’Impero Britannico sono impegnati in una lotta mortale per il controllo del mondo”.
Ma, in pratica, una teoria così come l’abbiamo descritta non la troverete da nessuna parte, esistono infatti una serie pressochè infinita di sotto-teorie, e sono quelle che qui ci interessano, che si basano sui meccanismi descritti sopra e su altri presupposti, derivati logicamente dai precedenti, ad esempio:
1) C’è un avvenimento sospetto.
2) Molto probabilmente dietro di esso c’è qualcuno che, nascosto nell’ombra, trama.
A queste va aggiunto, per completezza, una ulteriore divisione in sotto-sotto-teorie che servono a distinguere l’origine dei complotti, ne elenchiamo alcune:
1) Complotti razziali (Bianchi, Neri, Cinesi…)
2) Complotti religiosi (Ebrei, Gesuiti, Islamici…)
3) Complotti economici (FMI, Trilateral,…)
4) Complotti politico sociali (Comunisti, Nazisti, Gladio, Massoneria, KGB, CIA, TREVI…)
Ognuna di queste sotto-sotto-teorie si basa sui meccanismi identificati nella TGC.

2. È accaduto qualcosa di sospetto…
Vediamo di descrivere, concretamente, come funziona un tipico complotto.
Per prima cosa ci deve essere un avvenimento che deve coinvolgere (anche marginalmente) una persona nota o una persona ad essa “collegata” in qualche modo; l’effetto massimo si ha con il decesso della persona in questione. Questo effetto, che si potrebbe chiamare “Effetto JFK”, è spesso la causa prima che scatena il complottista.
Ma come si fa ad identificare, con certezza, un avvenimento del genere, come distinguerlo da qualsiasi altro? Basta che si presenti, in primo luogo, anche una sola di queste eventualità:
-L’avvenimento non ha avuto testimoni, o quelli esistenti si contraddicono a vicenda.
-Le istituzioni coinvolte sono reticenti se non addirittura impegnate ad ostacolare le indagini.
-Gli esperti del caso non riescono a dare una spiegazione univoca dell’accaduto.
In secondo luogo ci deve essere un collegamento (anche minimo) tra l’avvenimento odierno e qualche altro del passato, recente o remoto che sia, già collegato alla TGC.
Come avviene il collegamento? Basta anche una sola di queste eventualità:
-Tramite l’appartenenza di almeno uno dei protagonisti dell’avvenimento a particolari gruppi sociali.
-Tramite la presenza di almeno uno di questi gruppi sociali in qualche avvenimento precedente collegato alla TGC.
Facciamo un esempio.
L’8 dicembre 1972, un United Boeing 737 (volo 553) ebbe un incidente durante l’atterraggio a Chicago, tutti i passeggeri restarono uccisi.
Vediamo come questa storia rientra nelle nostre categorie:
-L’avvenimento non ha avuto testimoni (vero, non si è salvato nessuno).
-Il personaggio coinvolto era collegato ad un pezzo grosso: a bordo del velivolo c’era Dorothy Hunt, moglie di Edward E. Hunt, implicato nello scandalo Watergate, essa – si dice – portava con sè documenti riguardanti l’implicazione del Presidente Nixon nella corruzione dei testimoni al processo.
-Almeno uno dei protagonisti di tale avvenimento apparteneva a particolari gruppi sociali: i primi ad arrivare sul luogo della sciagura sono stati una dozzina di agenti dell’FBI che successivamente hanno ostacolato le indagini; almeno una dozzina di altre persone presenti sull’aereo avevano qualcosa a che fare con il Watergate o con il Dipartimento di Giustizia.
-Almeno uno di questi gruppi rimandava a qualche avvenimento precedente collegato alla TGC: gli agenti dell’FBI rientrano, per definizione, in questa categoria.
Un Comitato di Cittadini è convinto che l’incidente sia stato provocato da agenti del Dipartimento di Giustizia.
Volendolo classificare l’esempio ricade nella categoria delle sotto-sotto-teorie dei Complotti politico sociali (vedi sopra).

3. Teoria Generale del Complotto e Dietrologia
Un osservatore disattento potrebbe confondere TGC e Dietrologia in quanto hanno come loro oggetto di interesse avvenimenti molto simili, vediamo allora le differenze esistenti fra loro.
a) mentre la TGC scava a fondo anche sul più piccolo indizio, per quanto lontano o insignificante sia, la dietrologia si occupa – prevalentemente – di fatti eclatanti;
b) la dietrologia, a differenza della TGC, si basa maggiormente sulla stretta attualità, si alimenta con gli avvenimenti di tutti i giorni che vengono letti con una particolare angolazione;
c) per i dietrologi i colpevoli sono facilmente individuabili, ma sono di solito solo degli “utili idioti”, dietro di loro si nascondono invece i cosiddetti “poteri occulti”, che però (a differenza della TGC) sono comunque identificabili seppure genericamente;
d) spesso una dietrologia può diventare, nel tempo, un complotto.
Ancora un esempio.
L’esistenza della loggia P2 era nota alle cronache, almeno dall’inizio degli anni ’70, soprattutto ai lettori dei settimanali tipo “L’Espresso” già molto prima della scoperta degli elenchi dei suoi aderenti (1981) e del gran polverone sollevato in seguito alla diffusione del nome e delle avventure di Licio Gelli.
All’inizio l’affaire P2 ha interessato soprattutto la dietrologia politica, l’esistenza di una rete di personaggi (più o meno noti) iscritti al club ha fatto da sfondo a molte ipotesi riguardanti gli avvenimenti più misteriosi della recente politica italiana che venivano riletti con la lente della loggia coperta. Solo negli ultimi tempi si è cercato, soprattutto con il parallelo tra il “piano di rinascita nazionale” di Gelli e le vicende italiane degli ultimissimi anni, di collegare il tutto in una teoria complottista che funziona, più o meno in questo modo:
-la P2 esiste ancora;
-tutti gli avvenimenti nella quale compare la P2 sono funzionali ai suoi scopi;
-il suo piano è quello di giungere al potere tramite i suoi aderenti;
-il regime Berlusconiano è la realizzazione piena di questo progetto.
Anche questo esempio ricade nella categoria dei complotti politico-sociali.
Volendo riassumere in uno slogan le differenze potremo dire che alla domanda (della TGC): “chi complotta?” viene data la risposta “a chi giova?” propria della più vieta dietrologia riformista. Nel primo caso viene data per scontata l’esistenza di un qualche complotto, ma si è consapevoli che è difficile scoprirne gli autori, nel secondo, invece, la stupidità arriva al punto di porre la fatidica richiesta “sia fatta luce!” rivolgendosi proprio a chi la luce l’ha mantenuta spenta, come quando si continua a chiedere la verità su Ustica all’Aeronautica Militare.

4. Controinformazione e paranoia
Veniamo, infine, alla Controinformazione, la parolina magica che tante assemblee ha salvato e tanti compagni ha illuso negli ultimi venti anni.
Lo scopo principale dell’attività di contro-informazione è stato quello di fornire delle notizie, su avvenimenti circoscritti, “altre” rispetto a quelle fatte circolare dagli apparati di potere e dai loro mass-media. L’esempio della controinchiesta sulla strage di Piazza Fontana alla base dello storico libro “La Strage di Stato” (1971) è ancora valido: in una situazione nella quale molti compagni della “sinistra rivoluzionaria” venivano arrestati ed accusati di ogni sorta di attività criminali, si riuscì a ribaltare la situazione con una inchiesta di tipo giornalistico che mostrava il vero volto di alcuni dei protagonisti delle vicende di quegli anni, molto prima che tutto il resto del sistema dell’informazione si arrendesse all’evidenza che le accuse mosse agli anarchici erano delle grossolane montature giudiziario-poliziesche.
Fortunatamente la Controinformazione sfiora appena la Dietrologia e la TGC, in quanto è ancora più settoriale della prima e non si lascia distrarre dalla seconda; dopotutto lo scopo “concreto” di lavorare per la liberazione e/o l’assoluzione di compagni nei guai non dovrebbe favorire distrazioni ludiche.
Per questa ragione la Controinformazione ha avuto un andamento discontinuo, collegato più al volontarismo dei compagni che ad una effettiva necessità.
Tra gli ultimi esempi di Controinformazione “corretta”, secondo la nostra definizione, potremmo ricordare quella collegata all’omicidio del compagno Pietro Greco “Pedro” (1985), giustiziato in stile nazista da agenti dell’ordine e che si voleva far passare per un pistolero sanguinario. A questo va aggiunto il lavoro raccolto nel libro-inchiesta “625” (1990) che mostra senza dubbio di smentita possibile l’utilizzo che viene fatto della famigerata legge Reale (1975) che da agli agenti dello Stato la licenza di uccidere.
L’unica pecca che possiamo ricordare a questo proposito è la tendenza, di alcuni, a trasformare la Controinformazione in Paranoia, quella per intenderci dei compagni che hanno sempre “il telefono sotto controllo” o che vedono sbirri in borghese dappertutto, ma in questi casi spesso si sconfina in tratti caratteriali legati alle personalità dei singoli che non ci interessava trattare in questa sede.

5. Gli Anarchici
Nel movimento anarchico sono presenti fautori di tutte le tesi che abbiamo cercato di descrivere finora anche se difficilmente qualcuno ammetterà di essere un “complottista” o un “dietrologo” e tutti rivendicheranno la priorità della controinformazione nella loro analisi e nella loro prassi.
Eppure spesso ci si fa prendere la mano e si tende a giudicare prassi diverse dalla nostra come frutto di un lavoro da infiltrati, si tende a giudicare iniziative ed avvenimenti con l’idea preconcetta che possano essere parte di un più grande e complesso piano che il Potere (quello con la “P” maiuscola) ordisce contro gli Anarchici, suoi irriducibili oppositori.
Un esempio.
Il movimento anarchico reagì in modo variegato alla bomba che Gianfranco Bertoli lanciò nel cortile della Questura di Milano (1973). La maggior parte di esso (stando almeno a quello che si può leggere nei giornali dell’epoca) sposò la tesi della provocazione ordita dal Potere per rendere inutili tutti i successi della controinformazione legata alla Strage di Stato, una tesi che potremmo definire Dietrologica. Un’altra si limitò a dire che l’azione di Bertoli non rientrava nella propria prassi politica ed una ultima fetta “rivendicò” l’avvenimento come atto di rivolta individuale.
Col passare degli anni si può dire che la maggioranza dei compagni (sempre in base a quello che si può leggere sulla nostra stampa) è convinta che Bertoli sia un “compagno che ha sbagliato”. Quelli che tendevano alla dietrologia invece adesso sono più orientati verso una classica tesi da TGC “il Bertoli utile idiota del Potere”.
Dall’altra parte invece, paradossalmente, sia il Potere che i media sono concordi nell’affermare che Bertoli non può essere anarchico, anzi i sostenitori più accaniti della TGC continuano ad inserire il suo nome nell’elenco dei sospetti gladiatori, degli infiltrati e dei provocatori al servizio dei soliti poteri occulti.
Lo stesso tipo di schieramento si ripropone all’interno del movimento anarchico ogniqualvolta vengono arrestati compagni per reati cosiddetti “comuni”.
D’altro canto anche il Potere sembra soffrire di una simile sindrome ritenendo che qualsiasi avvenimento legato, in qualche modo al movimento anarchico, faccia parte di un grandissimo piano messo in piedi dalle nostre segrete strutture nazionali (ed internazionali) per abbatterlo.

6. Schemino
Abbiamo provato a riassumere in uno schema alcune delle cose che abbiamo descritto sopra relativamente agli avvenimenti degli ultimi 25 anni.
Come tutti gli schemi che si rispettano anche questo è una semplificazione; con “epoca di inizio” intendiamo solo sottolineare che sia la TGC che la Paranoia erano già ben conosciute negli anni ’70. Con “sostenitori” indichiamo i principali fautori delle ipotesi in questione; con “tesi e scopo” cerchiamo di riassumere le nostre idee in proposito e con “parola d’ordine” proponiamo un sistema per individuare a colpo d’occhio le tesi di fondo che possiamo trovare leggendo qualcosa su questi argomenti.

7. Continua?
Da quanto abbiamo scritto si potrebbe pensare che siamo dei decisi oppositori della TGC e della Dietrologia (per non dire della Paranoia) e, citando l’intervista al “complottista” presentata in questo numero di rAn, qualcuno potrebbe avanzare l’ipotesi che anche tutto questo articolo sia frutto di un “complotto”. Poco male. Partiamo dal presupposto che esista un complotto, di grandezza mondiale, dei padroni della terra (palesi od occulti che siano) per mantenere il loro potere e per tenere soggiogata la maggior parte dell’umanità, un complotto che funziona anche grazie alla complicità che il Potere riesce a trovare nei propri “sudditi”. Questo complotto non ha bisogno di trame segrete o di agenti nascosti, si può servire delle stragi ma non dipende necessariamente da esse, continua ad esistere nonostante tutto perchè la forza della ribellione non riesce ad esprimersi che a sprazzi.
Il Complotto è sotto gli occhi di tutti gli sfruttati ed il nostro problema è, più che cercarne le cause o descriverne con precisione i meccanismi, trovarne le vie di uscita.

Pepsy

(Tratto da “rAn”, n.8, Maggio 1995)

Non ho l’età

In Francia dal prossimo primo settembre sarà vietata l’iscrizione ai social ai minori di 15 anni, in Italia sono state presentate in Parlamento diverse proposte di Legge che vanno nella stessa direzione e prima o poi ne verrà approvata qualcuna.
Intanto, continuando sulla strada dell’introduzione di provvedimenti legislativi sempre indirizzati verso la repressione, il Consiglio dei Ministri italiano sta discutendo di una norma che prevede che siano imputabili penalmente anche le persone che hanno dai 14 ai 18 anni.
Se la politica avesse un senso, oltre a quello della brama di potere, qualcun* potrebbe notare che un* dannat* quattordicenne in un futuro non tanto lontano non potrà più perdere tempo sui social, perché non potrà più avere un account, ma potrà beccarsi una condanna anche pesante. Non abbastanza grande per un social ma abbastanza per la galera.
Evidentemente, per la classe politica, i social sono più pericolosi delle bande giovanili.
Sicuramente i social (al contrario del nome) non sono il massimo per l’educazione e la socializzazione delle persone in età di sviluppo. Ma questo perché sono, nella quasi totalità dei casi, gestiti da software costruiti per due principali scopi: raccogliere informazioni personali sulle persone che li frequentano e indirizzare i loro comportamenti verso la sottomissione alle regole del capitalismo e del mercato.

Internet. Attacco all’anonimato

John Perry Barlow (1947-2018), saggista e poeta, autore di molti dei testi delle canzoni dei mitici “Grateful Dead” è stato uno dei primi “cyber-attivisti” e l’autore della “Declaration of the Independence of Cyberspace” (Davos, 8 febbraio 1996). Chi la legga oggi per la prima volta potrebbe rimanere davvero sorpres*. Sia perché descrive un’Internet molto diversa da quella che conosciamo sia perché – ingenuità politiche a parte – l’autore di quel documento aveva già compreso le potenzialità della comunicazione mediata da computer e la sua inevitabile diffusione. Nella “Dichiarazione” veniva chiesto agli Stati e ai Governi di non interferire nel “Cyberspazio”, definito come un mondo virtuale nel quale si stava costruendo una sorta di utopia sociale che non prevedeva frontiere e discriminazioni, una nuova società basata su regole condivise invece che imposte.
In quegli anni le limitazioni e i controlli relativi all’utenza si limitavano esclusivamente a proteggere le risorse militari e poche altre. Uno dei più diffusi protocolli di comunicazione usato per trasferire i file era chiamato “anonymous ftp” perché il server non chiedeva alcun dato a chi si collegava per caricare o scaricare un file.
Anche negli ambiti della comunicazione collettiva interpersonale, che già esisteva anche se non si chiamava “social”, nessuno faceva caso al fatto che usavi un “nickname” (soprannome) al posto di un nome e cognome.
In particolare un passaggio nella “Dichiarazione” sembra davvero scritto ieri sera: “Siete terrorizzati dai vostri figli, poiché sono nativi di un mondo nel quale voi sarete sempre immigrati. Poiché li temete, affidate alle vostre burocrazie le responsabilità genitoriali con le quali siete troppo codardi per confrontarvi.”
Dopo trenta anni, l’ipocrita ossessione che dovrebbe proteggere i minori dai pericoli di Internet è qualcosa che è aumentata a dismisura e ha colpito a tutti i livelli e in tutti i paesi del mondo e rischia di mettere fine all’anonimato, uno dei principi fondanti della libertà di comunicazione in Rete.
Come spesso accade, quando si tratta di questioni del genere, gli Stati Uniti occupano una posizione di avanguardia che farà da modello per gli altri paesi. Anche se, per il momento, ci sono solo due stati che hanno approvato delle leggi che dovrebbero impedire l’accesso dei minori a programmi e a contenuti ritenuti non appropriati per la loro età.
A partire dal 2027 i computer venduti in California dovranno essere modificati in modo che al momento della creazione della prima utenza sarà necessario inserire, oltre al nome e alla password, anche una data di nascita. In questo modo le applicazioni installate sul computer potranno impedire o limitare l’uso di determinati programmi. In Colorado una legge analoga entrerà in vigore nel 2028. Le aziende responsabili dello sviluppo dei Sistemi Operativi dovranno farsi carico della creazione di questo sistema. Anche in altri stati sono state presentate norme simili e a livello federale è in discussione da tempo una legge che, se approvata, verrebbe applicata in tutti gli USA.
La cosa che farà sobbalzare qualche politic* nostran*, se leggerà queste notizie, è il funzionamento del sistema che verrà applicato: in California verrà richiesta l’età ma non ci sarà alcuna verifica sull’informazione fornita. In pratica si è usata quel minimo di ragionevolezza (difficilmente un* dodicenne può permettersi l’acquisto di un computer) per cui saranno i genitori a decidere che data di nascita verrà inserita sul computer che useranno i figli e le figlie. Altre proposte che circolano invece prevedono che venga archiviata sul computer un qualche tipo di prova che certifichi l’età. Si va dalla classica patente di guida, alla carta di credito, ad una foto del viso.
Come è evidente anche a chi non ha competenze informatiche specifiche, le due soluzioni in campo sono alquanto diverse. La prima si basa sulla ragionevolezza e sulla responsabilizzazione di chi dovrebbe prendersi cura dei minori, la seconda porta solo a una serie di effetti collaterali.
Lo scorso mese di febbraio, un noto sito che pubblica contenuti etichettati come pornografici aveva bloccato la maggioranza delle connessioni provenienti dal Regno Unito in quanto non si era dotato degli strumenti per verificare la maggiore età di chi si collegava. Nelle isole inglesi, il recentemente approvato “Online Safety Act” aveva colpito, come sempre succede in questi casi, anche siti completamente privi di contenuti ritenuti osceni. In “soccorso” delle persone che frequentano certi siti è arrivata una delle maggiori aziende che produce smartphone, che da marzo ha implementato un controllo obbligatorio dell’età direttamente nel suo Sistema Operativo. Per cui adesso i possessori di quei telefonini possono collegarsi senza problemi al sito proibito. Questo sistema, oltre che per l’UK, è stato (per il momento) attivato per la Corea del Sud e per Singapore.
Il Governo di Sua Maestà ritiene che bloccare, per i minori di 16 anni, l’uso delle più diffuse piattaforme social sia un modo per costruire “una nuova normalità per le generazioni future, dare il via a un cambiamento culturale e guidare la lotta del governo per fornire a ogni bambino il modo migliore per iniziare la propria vita”.
Come se non bastasse, è stata ventilata la possibilità di impedire l’accesso anche ai siti che trasmettono video in diretta e alle applicazioni che permettono videochiamate con estranei. Per finire, si pensa anche di attivare una sorta di “coprifuoco” durante il quale i minori di 18 anni non possono usare determinati programmi.
Chi si oppone al varo di questo tipo di norme solleva due critiche fondamentali: la prima è che la proibizione funziona (quando funziona…) solo costringendo tutte le persone a identificarsi e quindi aprendo la strada al definitivo controllo di massa di Internet. La seconda mette in guardia dal concreto pericolo insito nella proliferazione della registrazione in formato digitale dei nostri dati personali che rende sempre più pericolosa ogni violazione degli archivi. Alla metà di giugno, un noto gruppo di “estorsori digitali” ha dichiarato di aver violato un computer gestito dal Consiglio Europeo e ha messo in vendita i 429 mila file copiati. Fino a questo momento, i responsabili di quell’archivio hanno risposto a chi chiedeva conto di questo attacco con il tradizionale “no comment”.
Alle due critiche citate ne andrebbe aggiunta almeno una terza. Una legge che proibisce l’uso di una piattaforma social e non di un’altra significa, in concreto, che favorisce una determinata azienda al posto di un’altra. E stiamo parlando di interessi milionari.
Una delle principali fonti di confusione per chi crede sia possibile risolvere facilmente i problemi in questo ambito è la varietà di norme che limitano l’accesso a determinate risorse di Internet. Solo per citare alcuni esempi all’interno dell’Unione Europea, la creazione di un account social è vietata ai minori di 14 anni in Austria, Italia e Spagna; ai minori di 15 in Francia e Grecia; ai minori di 16 in Germania, Ungheria e Lussemburgo. A livello internazionale, i divieti variano da paese a paese, con un’età minima compresa tra i 13 e i 18 anni. In Australia, dove dal dicembre 2025 l’accesso ai social è consentito solo ai maggiori di 16 anni, una recente ricerca commissionata dal Governo sembra aver rilevato che circa l’85% dei minori ha, in qualche modo, aggirato la norma.
Negli ultimi due anni si è intensificato il dibattito sulla realizzazione di un’applicazione dedicata alla verifica dell’età. Esiste già una versione di prova di tale programma, che gode del pieno sostegno delle autorità dell’Unione Europea. Nonostante le numerose comunicazioni ufficiali, la data di rilascio definitivo rimane ancora incerta. Si può notare però che si sovrappone, parzialmente, a quel “porta documenti digitale” del quale dovrebbero dotarsi tutti gli europei entro la fine del 2026, salvo proroghe. Il garbuglio delle normative riguardanti la sfera digitale tra quelle locali e quelle comunitarie non ha ormai limiti e, probabilmente, è anche a prova di Intelligenza Artificiale.
In Italia sono arenate in Parlamento diverse proposte di legge simili a quella inglese, ovviamente per tutelare i minori, in modo ancora più “stretto” di quanto già non siano. Proposte che arrivano da tutti i partiti politici, ma con una certa prevalenza di quelli di “sinistra”, e qui ci vorrebbero più di una coppia di virgolette.
Dietro la tanto sbandierata attenzione per la protezione dei minori si nasconde, senza troppo successo, un altro obiettivo molto più ambizioso, quello di controllare le persone e le idee che esprimono quando comunicano con altre persone sulla rete. Per raggiungere questo risultato c’è solo un modo, quello di identificare le persone o, in altre parole, vietare l’anonimato su Internet.
Tra le ultimissime iniziative che spingono in questa direzione si può segnalare l’annuncio dell’apertura di un ennesimo social che al momento è ancora in “rodaggio” e al quale è possibile iscriversi solo tramite invito. Ecco la sua sintetica presentazione: “Stiamo costruendo W – una piattaforma di social media realizzata in Europa, per il mondo. Regolata dal diritto europeo, con i dati ospitati sulle infrastrutture europee e progettata per le conversazioni tra gli esseri umani in tutto il mondo.”
La principale caratteristica di questo social è che per partecipare alle discussioni bisogna essere identificati, cosa che si può fare tramite un’apposita applicazione per cellulari. Inutile dire che questa è diversa da quella che abbiamo citato più sopra… Va anche notato che l’iniziativa è di un’azienda svedese e quindi rientra nell’ambito delle attività commerciali che notoriamente sono a scopo di lucro e ben poco hanno a che vedere con la libertà di comunicazione.
Perché poi, gira e rigira, il motore principale è sempre il sistema del profitto che non ha certo remore a usare i minori come bersaglio della pubblicità sui social, inventando sempre nuovi sistemi per catturare la loro attenzione. Ancora meno remore a supportare norme che limitino la libertà di comunicazione a prescindere dall’età.

Pepsy

[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.22 del 05/07/2026]

La Dichiarazione di Indipendenza di Internet

Sono passati trent’anni da quando venne diffusa su Internet la “Declaration of the Independence of Cyberspace” (Davos, 8 febbraio 1996) e rileggendola oggi, soprattutto per chi conosce la storia della Rete, appaiono molto evidenti i pregi e i difetti di un testo che comunque ha avuto giustamente un’enorme importanza nel momento in cui la comunicazione elettronica iniziava a cambiare il mondo.

Un’importanza che, anche quando sono cambiate molte delle cose che caratterizzavano il mondo prima che la Rivoluzione della comunicazione mediata da computer lo stravolgesse, mostra ancora la forza del pensiero di chi aveva individuato, fin da subito, la maggior parte dei punti nodali di problemi che ancora oggi sono oggetto di discussione.

La “Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio” metteva a confronto da una parte il vecchio mondo fatto di “carne e acciaio”, di frontiere e Stati e dall’altra quello nuovo fatto di relazioni e di immaginazione, di soggettività e di libertà. Con un’ingenuità quasi disarmante veniva chiesto ai Poteri politici ed economici di lasciare in pace le persone che avevano iniziato a incontrarsi (anche se solo virtualmente) liberamente in un potenzialmente enorme spazio privo di “governi eletti”, persone che dichiaravano di non aver bisogno delle “tirannie” esistenti. Persone che avevano iniziato a sviluppare una cultura, un’etica e delle norme non scritte nelle leggi ma condivise volontariamente in grado di costruire un ambiente sociale con “più ordine di quello derivante dalle imposizioni”.

Ma già in quei primi anni i padroni del vecchio ordine avevano iniziato a sostenere che era necessario affrontare, tramite gli strumenti legislativi, i problemi sollevati dal cyberspazio; alcuni di essi erano problemi che in realtà non esistevano nemmeno e altri erano problemi che potevano essere risolti direttamente dalle persone che avevano iniziato a popolare Internet e a costruire una sorta di “Contratto Sociale” coerente con la natura delle relazioni che si andavano sviluppando in quel mondo nuovo. Molto diverso da quello reale.

Un mondo nel quale “tutti possono entrare senza i privilegi o i pregiudizi concessi dalla razza, dal potere economico, dalla forza militare o dal luogo di nascita.” Un mondo nel quale “chiunque, ovunque, possa esprimere le proprie convinzioni, non importa quanto singolari, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo.” Un mondo immateriale nel quale i classici “concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto” non si applicano allo stesso modo che nel mondo basato sulla materia.

Nella “Dichiarazione” si chiedeva quindi di rispettare il diritto all’indipendenza delle persone richiamandosi ai “padri fondatori” degli USA, visto che nel 1996 la rete era “abitata” in stragrande maggioranza da cittadini statunitensi.

C’è un passaggio nel testo del documento che sembra davvero scritto ieri sera: “Siete terrorizzati dai vostri figli, poiché sono nativi di un mondo nel quale voi sarete sempre immigrati. Poiché li temete, affidate alle vostre burocrazie le responsabilità genitoriali con le quali siete troppo codardi per confrontarvi. Nel nostro mondo, tutti i sentimenti e le espressioni dell’umanità, dalla diabolica all’angelica, fanno parte di un insieme senza soluzione di continuità (…). Non possiamo separare l’aria che soffoca dall’aria nella quale le ali battono.”

Fa una certa impressione leggere queste righe e confrontarle con quelle scritte negli ultimi anni che stanno portando, con la scusa di “difendere i bambini”, all’introduzione di provvedimenti che conducono direttamente alla censura della libertà di espressione e di comunicazione in rete.

L’estensore della “Dichiarazione” aveva ben presente quello che stava accadendo sotto i suoi occhi proprio mentre scriveva che “In Cina, Germania, Francia, Russia, Singapore, Italia e Stati Uniti, state cercando di allontanare il virus della libertà erigendo posti di guardia alle frontiere del cyberspazio. Questi possono tenere fuori il contagio per un breve periodo, ma non funzioneranno in un mondo che presto sarà coperto da media contenenti bit.”

Purtroppo, anche se la sua previsione sull’inevitabile enorme sviluppo di Internet era corretta, non aveva tenuto in debito conto che gli interessi politici ed economici dei nemici del Cyberspazio avrebbero lavorato congiuntamente per evitare proprio l’indipendenza richiesta. Infatti, la forza bruta che si è scatenata contro la visione della rete sostenuta nella “Dichiarazione” ha avuto sempre tra i principali obiettivi quello di distruggere quanto di autogestito e libero era stato alla base della sua creazione e della sua diffusione.

Le parole finali della “Dichiarazione” quasi poetiche ma anche un po’ tristi se rilette oggi: “Ci diffonderemo in tutto il pianeta in modo che nessuno possa arrestare i nostri pensieri. Creeremo una civiltà della mente nel Cyberspazio. Possa essere più umana e giusta del mondo che hanno creato i vostri governi”. La storia, purtroppo, sta andando in una direzione completamente opposta a quella auspicata da chi ha scritto quel testo.

John Perry Barlow (1947-2018), autore della “Dichiarazione”, è stato un saggista e poeta statunitense, autore di molti dei testi delle canzoni dei mitici “Grateful Dead”. È stato anche uno dei primi “cyber attivisti” e tra i fondatori dell’Electronic Frontier Foundation (EFF), la prima e più importante associazione che si batte per la libertà di espressione su Internet.

Il testo è stato scritto in un momento di passaggio, il Web esisteva da pochi anni e stava appena cominciando la diffusione, a partire dagli USA, delle connessioni a Internet in tutto il cosiddetto Occidente. Questo significava, tra le altre cose, un cambiamento nella composizione sociale della “popolazione” del Cyberspazio che all’inizio era un luogo virtuale riservato a un’élite che, con il passare del tempo, si sarebbe ritrovata in minoranza. La visione che la “Dichiarazione” descrive e difende è quella della Rete degli inizi, una sorta di utopia nella quale la condivisione, l’aiuto reciproco, l’autogestione erano predominanti. In quegli anni invece, insieme allo sviluppo di iniziative che intendevano sfruttare economicamente Internet, iniziarono a confrontarsi persone che già da tempo avevano dimestichezza con la comunicazione elettronica e persone che erano completamente a digiuno di questioni tecniche ma soprattutto non abituate agli “usi e costumi” che si erano affermati nel corso dei primi anni dalla creazione di Internet.

A metà degli anni ’90 del secolo scorso l’ideologia che circolava nelle aziende più innovative e che poi sarebbero diventate tra le multinazionali più potenti del mondo era ancora impregnata di quella cultura visionaria che politicamente aveva molti punti in comune con l’ideologia anarco-capitalista. Una ambiguità, tra due termini incompatibili, che si sarebbe (quasi) definitivamente risolta con il passare degli anni a favore del capitalismo.

Oggi nessuno o quasi propone in modo così aperto le idee che stanno alla base della “Dichiarazione” anche se, di molte di esse si possono ancora trovare tracce nell’enorme calderone nel quale è finita una buona parte della popolazione mondiale.

Pepsy

Cartoline dal passato

Quando, per cercare qualcosa, metto le mani nell’archivio di carta so già due cose, oltre al fatto che “perderò” tempo: che probabilmente non troverò quello che cerco e che salterà fuori qualcosa di altro. A volte interessante altre meno ma questo è un giudizio soggettivo.

Spesso i “reperti” che emergono sono di difficile datazione anche perché sono stati raccolti nel corso degli anni e non necessariamente al tempo della loro produzione, altre volte hanno una data certa che – volendo – permetterebbe di approfondire la storia che raccontano.

A volte ricordo, più o meno vagamente, dove e come sono venuto in possesso degli oggetti altre volte i banchi della memoria sono desolatamente vuoti come in questo caso.

Si tratta di due cartoline che (forse) potevano far parte di una serie visto che riguardano lo stesso tema e che hanno il recto diverso ma il verso uguale.

Questa è il recto della prima.

cartolina ho baciato un/a minorenne 2

E questo quello della seconda.

cartolina ho baciato un/a minorenne 1

Come si vede la grafica ha lo stesso stile e l’identico slogan: “Ho baciato un/a minorenne” che, nel 2026, suona decisamente strano. Per capire di cosa si tratti bisogna guardare il verso della cartolina, che è lo stesso per le due.

Ho baciato un/a minorenne - verso della cartolina

In alto a sinistra il testo:

“Per il diritto all’amore
Contro il governo della violenza
Per una legge decisa dalle donne dai giovano dai lavoratori”.

A seguire delle labbra tratteggiate all’interno delle quale c’è scritto: “Kiss Here!”

In fondo: “Io [spazio per inserire un nome] mi autodenuncio per aver baciato un/a minorenne”

In alto a destra uno spazio tratteggiato per incollare un francobollo

Dal testo si capisce che si tratta di una campagna di protesta, “un milione di baci contro il governo”, contro l’approvazione di una “nuova legge sulla violenza sessuale”.

Questa campagna è stata prodotta da “Rivoluzione!” che forse in quegli anni si poteva sapere chi fosse ma che oggi è (quasi) impossibile individuare [*]. A seguire quella che sembra proprio una data: “nov. 1984” e un numero di telefono.

Sono passati quindi 42 anni e ne sono successe di cosa a livello italiano e internazionale, ma su “reperti” del genere si potrebbero sviluppare una serie di riflessioni e sicuramente si potrebbero scontrare pareri anche molto diversi a proposito di quella iniziativa.

A me però viene da chiedermi se oggi sarebbe possibile lanciare una campagna con lo slogan “Ho baciato un/a minorenne” oppure no.

 

PS

[*] Lo metto in fondo perché, dovendo proprio scommettere, direi che le cartoline sono state prodotte da un gruppo Trotzkista ma la sicurezza assoluta mi manca. Lo ipotizzo dal tipo di grafica e dal contenuto del testo usato.

Non l’ho scritto io, giuro

A tempo perso gioco con la cosiddetta “Intelligenza Artificiale”, per rendermi conto di dove è arrivata, per vedere se riesco a “prenderla in giro”, per provare a usarla in modo creativo. Già ne ho scritto, per esempio,  qui, quo e qua

Questa volta ho provato a produrre un “articolo”, fornendo una serie di input davvero minimi. Il risultato, in inglese ma solo per la mia pigrizia, mi ha fatto venire in mente una serie di domande su alcuni pregiudizi che ho nei confronti di alcuni esperti commentatori.

Non l’ho scritto io, giuro

A coordinated air campaign by the United States and Israel strikes deep into Iranian territory—nuclear enrichment facilities, missile depots, and command centers. Tehran’s retaliation is swift and asymmetric: the Islamic Revolutionary Guard Corps immediately blocks the Strait of Hormuz. Hundreds of small mine-laying boats, swarm drones, and shore-based anti-ship missiles turn the world’s most vital oil chokepoint into a no-go zone.

The global economic shock is instantaneous. Oil prices cross $200 per barrel within 72 hours. Tanker insurance rates skyrocket. European and Asian economies, already fragile, lurch toward recession. American drivers pay $7 per gallon, and inflation—just tamed—roars back with a vengeance.

The US Navy faces an impossible dilemma. Forcing the strait means a high-risk naval war with Iran, potentially sinking American ships. Accepting the blockade means global economic collapse. Washington opts for a middle path: relentless airstrikes to clear the strait, while keeping carrier groups pinned in the Gulf for months on end.

That is exactly what Tehran wanted.

With American air and naval power fixed in the Middle East, Russian operatives activate across Europe. Undersea cables are cut in the North Sea. A major German rail hub suffers “accidental” sabotage. Thousands of migrants from Syria and Afghanistan appear at Finnish and Polish border posts. NATO countries beg Washington for intelligence, air defense, and cyber support that are already overcommitted.

Eight thousand miles away, China moves. Not with an invasion of Taiwan, but with a gray-zone blockade. Chinese warships inspect all vessels heading to the island. GPS signals over the Taiwan Strait are jammed. Beijing quietly sells a large portion of its US Treasury holdings, sending American borrowing costs soaring just as the Pentagon submits emergency supplementals for the Persian Gulf.

The United States is not losing a war. It is bleeding out across three theaters without a single declared enemy. Iran holds the strait. Russia nibbles at Europe. China tightens the noose around Taiwan and the US dollar. The air campaign that was supposed to be a quick, surgical strike becomes the opening move of a multi-year strangulation—with no victory in sight.

NB Ho già scritto che il testo sopra non è opera mia?

 

I tempi cambiano. Forse

In the Tarot the “Fool” is the only card of the 22 Major Arcana that is not numbered, on rare occasions it has been attributed the number zero. Its value is usually the lowest in the deck except in games that are based on the “Trump cards” in which it assumes the highest value ever.

Ancora alla fine del secolo scorso esisteva nel Codice Penale italiano un articolo (art. 297) che puniva “Chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero” con “la reclusione da uno a tre anni”. Era uno dei tanti delitti ereditati direttamente dal regime fascista che evidentemente aveva paura anche delle barzellette che circolavano sui capi di stato stranieri.
Per la fortuna di tutti, anche se con estremo ritardo (l’abolizione risale al 1999), questo genere di offese non sono più punibili. Anche perché con tutto quello che, negli ultimi mesi, è stato detto e scritto sull’inquilino della Casa Bianca, i Tribunali sarebbero ormai paralizzati dai procedimenti giudiziari collegati a quel reato e le carceri più piene di quello che già sono.
Va comunque notato che, negli ultimi anni, non è la prima volta che personaggi pubblici che occupano posizioni di potere vengono sospettati di essere affetti da un qualche tipo di disturbo mentale più o meno grave. Per questa ragione, alcune delle cose scritte di seguito valgono non solo per la persona citata sopra.
La maggior parte di queste opinioni offensive, come è facile constatare, tende a sottolineare le condizioni psichiche di una persona che, senza fare necessariamente riferimento alle definizioni contenute nei trattati di psichiatria copiati a man bassa, viene considerata un “matto”.
Da notare che probabilmente è la prima volta che giudizi del genere vengono condivisi sia dai semi-analfabeti che popolano i “social” che dai fini intellettuali che riscaldano le poltrone delle TV.
Qualcuno però dovrebbe, prima o poi, anche rendersi conto che – tralasciando lo storico e più serio dibattito sulle “malattie mentali” – se davvero il Presidente degli USA avesse problemi di quel genere ne deriverebbero almeno due conseguenze principali, una delle quali però viene quasi poco o per nulla evidenziata.
La prima è che siamo tutti in pericolo, perché se una persona disturbata mentalmente gira nella Metropolitana impugnando un coltello i danni che potrebbe causare saranno limitati al suo raggio di azione e infinitamente minori di quelli che potrebbe provocare un Capo di Stato nel pieno dell’esercizio delle sue funzioni. Come dimostrano gli avvenimenti che stanno accadendo.
La seconda conseguenza è che, se le condizioni mentali del soggetto fossero davvero quelle che moltissime persone gli attribuiscono, saremmo davanti a qualcuno che è, come suol dirsi, “incapace di intendere” e quindi – per definizione – non colpevole per le sue azioni, per quanto terribili possano essere.
Per questo chiedersi se “ci è o ci fa” resta solo una classica battuta.
Lo sforzo delle persone appassionate che provano a etichettare la patologia (o le patologie) ascrivibili al Presidente degli USA diventa, in pratica, solo un tentativo di spiegare la ragione (o le ragioni) del suo bizzarro comportamento, cosa che serve davvero a poco. La questione reale, che prescinde da una diagnosi psichiatrica più o meno corretta, è la quantità di potere che oggi si può accentrare in una sola persona e l’esistenza o meno di meccanismi in grado di evitare che questo porti a disastri epocali.
Sembrerebbe quasi come se, in questo periodo storico, fossimo tornati ai tempi del cosiddetto “assolutismo” o, almeno, di una sua variante che potrebbe essere chiamata “assolutismo democratico”. Anche se la persona in oggetto fa continuamente riferimento a una divinità che – in qualche modo – sarebbe se non sopra almeno alle spalle delle proprie azioni. Una sorta di “diritto divino del XXI Secolo”, riveduto e corretto e, soprattutto, molto adatto a essere diffuso attraverso i mezzi di comunicazione di massa e con la complicità della cosiddetta “Intelligenza Artificiale”. Tralasciamo, sebbene affascinante, di riflettere sulle implicazioni collegate al possibile corto circuito che si verifica nel rapporto tra una supposta intelligenza e una persona che sembra averne un estremo bisogno.
Il diritto di vita e di morte che esercitano ancora oggi i potenti, sia in modo apparentemente soggettivo che tramite l’azione dei loro Governi è sotto gli occhi di chiunque sia in grado di ragionare con la propria testa. I colpevoli delle continue stragi di persone indifese non sono solo gli eserciti ma anche i politici che approvano provvedimenti che facilitano le morti in mare, che affamano intere popolazioni, che consentono agli algoritmi matematici di decidere chi può vivere e chi deve morire.
Al pari di tutte le altre persone, anche i “matti” non sono tutti uguali, un conto sono quelli che siedono ai vertici del potere, altri quelli che popolano le barzellette perché si credono Napoleone. I primi sono l’incarnazione di quanto di peggio possa produrre il genere umano, sono la dimostrazione che la distruzione del potere è un obiettivo essenziale se vogliamo provare a costruire una società migliore di quella nella quale stiamo vivendo. Sono la dimostrazione che non sono mai esistiti, che non esistono e che mai esisteranno poteri “buoni” come diceva il poeta.
Mettere sullo stesso piano il Presidente di una grande potenza mondiale e una persona che soffre di un disturbo della psiche è, lo scriviamo per ultimo ma lo mettiamo al primo posto, un’estrema forma di offesa verso chi di solito soffre e non è nemmeno in grado di difendersi. Vale a dire che è quasi sempre una vittima, mentre l’altro, “matto” o meno che sia è sicuramente un carnefice.

Pepsy

Materiale didattico

Se qualcun si fosse mai chiesto da dove le persone che hanno il potere tirino fuori le loro idee io ne ho una. Tratta dal mio archivio di giochi & passatempo.

Scatola del gioco da tavolo "Petrol war"

Nel caso qualcun avesse dei dubbi. ecco un ingrandimento del testo della presentazione del gioco.

Descrizione del gioco da tavolo "Petrol war"

Per completare una pagina tratta dal manuale di gioco con l’elenco del contenuto della scatola.

Pagina del manuale del gioco da tavolo "Petrol war"

E, la “chicca finale”, oltre che la ragione principale del mio acquisto, ovvero i segnalini in metallo pressofuso. Altro che i miserevoli carrarmatini di plastica del “Risiko”.

Per la cronaca, al gioco ho assegnato il voto di 2/10.

DISERTIAMO TUTTE LE GUERRE

La velocità che ci rallenta

L’Era della Comunicazione, unitamente al concetto di Villaggio Globale, viene frequentemente propagandata come il punto più alto della diffusione delle informazioni, offrendo un accesso senza precedenti a una vasta gamma di conoscenze. A differenza dei nostri predecessori, che vivevano in un contesto caratterizzato da una limitata disponibilità di informazioni, noi abbiamo una abbondanza di dati facilmente accessibili.

Tuttavia, anche in epoche precedenti all’avvento dei computer e di Internet, era noto il paradosso “troppe informazioni uguale zero informazioni”. L’eccessiva quantità di dati disponibili può ostacolare la nostra capacità di individuare le informazioni pertinenti, generando un senso di sopraffazione e paralisi decisionale, in particolare quando si tratta di prendere decisioni importanti. Questo sovraccarico informativo può indurre frustrazione e avere effetti negativi sulle nostre capacità cognitive, influenzando il nostro modo di pensare, di apprendere e di percepire la realtà.

Il fattore “velocità” aggrava ulteriormente questo paradosso. Pur essendoci abituati ad avere a che fare con moltissime informazioni, spesso non ci rendiamo conto di come la loro velocità di diffusione influenzi il nostro rapporto con esse. Nonostante i computer superino le nostre capacità in determinate attività, la velocità stessa può rappresentare un ostacolo e persino un fattore di blocco. Chiunque abbia effettuato una ricerca su Internet è consapevole che i risultati ottenuti sono spesso di gran lunga superiori alla nostra capacità di elaborarli.
La rivoluzione informatica, che ha radicalmente trasformato anche il settore della comunicazione, ha reso disponibile un’immensa quantità di informazioni e in tempi sempre più rapidi. I principali siti di notizie vengono costantemente aggiornati con contenuti in “tempo reale” e, talvolta, presentano cronologie che illustrano l’evoluzione di un evento significativo minuto per minuto. La velocità di diffusione delle notizie è considerata essenziale per mantenere l’attenzione e l’interesse degli utenti. Un dato rilevante che si può dedurre dai report dei server è il tempo medio di permanenza di un utente su una specifica pagina web. Una maggiore permanenza sulla pagina corrisponde a una maggiore esposizione alla pubblicità.

Quando le informazioni vengono trasmesse a velocità inferiori, la loro gestione rimane fattibile, entro determinati limiti. Tuttavia, con l’aumento della velocità, ci troviamo immersi in una sorta di vortice temporale, costantemente bombardati da un flusso incessante di nuove informazioni. Questo fenomeno può rendere immediatamente obsolete le informazioni appena acquisite.

La velocità esercita inoltre un impatto significativo quando ci troviamo davanti a delle contraddizioni. L’analisi di dati contraddittori trasmessi rapidamente risulta pressoché impossibile. Siamo facilmente influenzati dai primi dati che riceviamo, corretti o errati che siano, semplicemente perché raggiungono per primi il nostro cervello. La velocità rappresenta un ostacolo significativo per il fact checking (verifica dei fatti), un processo che richiede tempo per distinguere le informazioni utili da quelle prive di valore.
Un ulteriore effetto negativo è l’influenza che la velocità esercita sul nostro processo decisionale, inducendoci a passare da un approccio riflessivo a uno reattivo. In assenza di tempo sufficiente per un’elaborazione razionale, è probabile che prevalga una risposta istintiva. Sebbene tale reazione possa risultare appropriata in situazioni di emergenza, come l’improvvisa necessità di frenare per evitare un pedone, non rappresenta necessariamente la soluzione ottimale in contesti differenti. Il funzionamento del cervello umano, infatti, è più complesso di un algoritmo di Intelligenza Artificiale e processa le informazioni a velocità variabili. Anche se siamo in grado di leggere rapidamente un testo, il processo di comprensione, verifica e memorizzazione richiede un tempo superiore a quello impiegato dal sistema informatico che lo ha presentato.

Viviamo in un’epoca caratterizzata da un flusso incessante e rapido di una quantità considerevole di informazioni, una parte delle quali risulta spazzatura, rendendo sempre più arduo il loro efficace trattamento. La reazione spontanea sarebbe quella di disconnettersi e dedicarsi ad attività più gratificanti piuttosto che seguire ininterrottamente lo scorrere infinito delle notizie su uno schermo. Tale scelta può essere accettabile per individui con scarso interesse a coltivare relazioni interpersonali o a contribuire al cambiamento sociale. In altri casi, è possibile adottare strategie individuali e collettive per mitigare i danni derivanti dall’eccessiva velocità del flusso informativo.

Si può dedicare maggiore tempo alla lettura, preferibilmente su supporti cartacei, libri e articoli di approfondimento sugli argomenti di interesse, resistendo alla tentazione di effettuare immediate ricerche su Internet in seguito a una curiosità suscitata dalla lettura.
È possibile, per uno o più giorni alla settimana, astenersi dal controllo della posta elettronica, dalla consultazione dei siti di notizie abituali, dall’accesso ai social media frequentati e dalla disattivazione delle notifiche del telefonino. Sebbene si tratti di un’impresa complessa e impegnativa, è fattibile ridurre significativamente il numero di fonti informative utilizzate. Considerata l’impossibilità di leggere tutto, andrebbero privilegiate fonti trasparenti, che correggono pubblicamente eventuali errori, che danno priorità all’approfondimento rispetto alle “ultime notizie” e che verificano le informazioni prima della pubblicazione.

In presenza di un argomento di rilevanza ma controverso, è opportuno dedicare tempo all’approfondimento, in modo metodico e sistematico, delle posizioni che non risultano immediatamente convincenti, al fine di evitare di trovarsi in una situazione di indecisione tra alternative non chiaramente definibili.

Uno dei miti più diffusi e persistenti nell’era digitale è quello del “multitasking”, ovvero la presunta capacità di svolgere più attività contemporaneamente. Nel contesto dell’informazione, tuttavia, è fondamentale concentrare l’attenzione su una singola fonte alla volta. Pertanto, è sconsigliabile di tenere accesa la televisione o ascoltare un podcast mentre si legge.

Ancora più complesso, ma altrettanto rilevante, sarebbe creare ambienti collettivi che favoriscano la circolazione lenta delle informazioni. Come sarebbe utile creare gruppi di discussione focalizzati sull’approfondimento e sull’analisi di specifici temi, piuttosto che sullo scambio compulsivo di link, meme e commenti alle ultime notizie.

Analogamente, sarebbe necessario sviluppare reti che consentano di costruire processi di “verifica dei fatti” collettivi, non esclusivamente dipendenti dai siti ufficiali, al fine di superare i limiti individuali e di formare una sorta di “intelligenza collettiva” per evitare di annegare nel mare in tempesta delle informazioni.

Pepsy