Archivi categoria: Storia-Memoria

Storia, memoria o tutte e due

La Dichiarazione di Indipendenza di Internet

Sono passati trent’anni da quando venne diffusa su Internet la “Declaration of the Independence of Cyberspace” (Davos, 8 febbraio 1996) e rileggendola oggi, soprattutto per chi conosce la storia della Rete, appaiono molto evidenti i pregi e i difetti di un testo che comunque ha avuto giustamente un’enorme importanza nel momento in cui la comunicazione elettronica iniziava a cambiare il mondo.

Un’importanza che, anche quando sono cambiate molte delle cose che caratterizzavano il mondo prima che la Rivoluzione della comunicazione mediata da computer lo stravolgesse, mostra ancora la forza del pensiero di chi aveva individuato, fin da subito, la maggior parte dei punti nodali di problemi che ancora oggi sono oggetto di discussione.

La “Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio” metteva a confronto da una parte il vecchio mondo fatto di “carne e acciaio”, di frontiere e Stati e dall’altra quello nuovo fatto di relazioni e di immaginazione, di soggettività e di libertà. Con un’ingenuità quasi disarmante veniva chiesto ai Poteri politici ed economici di lasciare in pace le persone che avevano iniziato a incontrarsi (anche se solo virtualmente) liberamente in un potenzialmente enorme spazio privo di “governi eletti”, persone che dichiaravano di non aver bisogno delle “tirannie” esistenti. Persone che avevano iniziato a sviluppare una cultura, un’etica e delle norme non scritte nelle leggi ma condivise volontariamente in grado di costruire un ambiente sociale con “più ordine di quello derivante dalle imposizioni”.

Ma già in quei primi anni i padroni del vecchio ordine avevano iniziato a sostenere che era necessario affrontare, tramite gli strumenti legislativi, i problemi sollevati dal cyberspazio; alcuni di essi erano problemi che in realtà non esistevano nemmeno e altri erano problemi che potevano essere risolti direttamente dalle persone che avevano iniziato a popolare Internet e a costruire una sorta di “Contratto Sociale” coerente con la natura delle relazioni che si andavano sviluppando in quel mondo nuovo. Molto diverso da quello reale.

Un mondo nel quale “tutti possono entrare senza i privilegi o i pregiudizi concessi dalla razza, dal potere economico, dalla forza militare o dal luogo di nascita.” Un mondo nel quale “chiunque, ovunque, possa esprimere le proprie convinzioni, non importa quanto singolari, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo.” Un mondo immateriale nel quale i classici “concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto” non si applicano allo stesso modo che nel mondo basato sulla materia.

Nella “Dichiarazione” si chiedeva quindi di rispettare il diritto all’indipendenza delle persone richiamandosi ai “padri fondatori” degli USA, visto che nel 1996 la rete era “abitata” in stragrande maggioranza da cittadini statunitensi.

C’è un passaggio nel testo del documento che sembra davvero scritto ieri sera: “Siete terrorizzati dai vostri figli, poiché sono nativi di un mondo nel quale voi sarete sempre immigrati. Poiché li temete, affidate alle vostre burocrazie le responsabilità genitoriali con le quali siete troppo codardi per confrontarvi. Nel nostro mondo, tutti i sentimenti e le espressioni dell’umanità, dalla diabolica all’angelica, fanno parte di un insieme senza soluzione di continuità (…). Non possiamo separare l’aria che soffoca dall’aria nella quale le ali battono.”

Fa una certa impressione leggere queste righe e confrontarle con quelle scritte negli ultimi anni che stanno portando, con la scusa di “difendere i bambini”, all’introduzione di provvedimenti che conducono direttamente alla censura della libertà di espressione e di comunicazione in rete.

L’estensore della “Dichiarazione” aveva ben presente quello che stava accadendo sotto i suoi occhi proprio mentre scriveva che “In Cina, Germania, Francia, Russia, Singapore, Italia e Stati Uniti, state cercando di allontanare il virus della libertà erigendo posti di guardia alle frontiere del cyberspazio. Questi possono tenere fuori il contagio per un breve periodo, ma non funzioneranno in un mondo che presto sarà coperto da media contenenti bit.”

Purtroppo, anche se la sua previsione sull’inevitabile enorme sviluppo di Internet era corretta, non aveva tenuto in debito conto che gli interessi politici ed economici dei nemici del Cyberspazio avrebbero lavorato congiuntamente per evitare proprio l’indipendenza richiesta. Infatti, la forza bruta che si è scatenata contro la visione della rete sostenuta nella “Dichiarazione” ha avuto sempre tra i principali obiettivi quello di distruggere quanto di autogestito e libero era stato alla base della sua creazione e della sua diffusione.

Le parole finali della “Dichiarazione” quasi poetiche ma anche un po’ tristi se rilette oggi: “Ci diffonderemo in tutto il pianeta in modo che nessuno possa arrestare i nostri pensieri. Creeremo una civiltà della mente nel Cyberspazio. Possa essere più umana e giusta del mondo che hanno creato i vostri governi”. La storia, purtroppo, sta andando in una direzione completamente opposta a quella auspicata da chi ha scritto quel testo.

John Perry Barlow (1947-2018), autore della “Dichiarazione”, è stato un saggista e poeta statunitense, autore di molti dei testi delle canzoni dei mitici “Grateful Dead”. È stato anche uno dei primi “cyber attivisti” e tra i fondatori dell’Electronic Frontier Foundation (EFF), la prima e più importante associazione che si batte per la libertà di espressione su Internet.

Il testo è stato scritto in un momento di passaggio, il Web esisteva da pochi anni e stava appena cominciando la diffusione, a partire dagli USA, delle connessioni a Internet in tutto il cosiddetto Occidente. Questo significava, tra le altre cose, un cambiamento nella composizione sociale della “popolazione” del Cyberspazio che all’inizio era un luogo virtuale riservato a un’élite che, con il passare del tempo, si sarebbe ritrovata in minoranza. La visione che la “Dichiarazione” descrive e difende è quella della Rete degli inizi, una sorta di utopia nella quale la condivisione, l’aiuto reciproco, l’autogestione erano predominanti. In quegli anni invece, insieme allo sviluppo di iniziative che intendevano sfruttare economicamente Internet, iniziarono a confrontarsi persone che già da tempo avevano dimestichezza con la comunicazione elettronica e persone che erano completamente a digiuno di questioni tecniche ma soprattutto non abituate agli “usi e costumi” che si erano affermati nel corso dei primi anni dalla creazione di Internet.

A metà degli anni ’90 del secolo scorso l’ideologia che circolava nelle aziende più innovative e che poi sarebbero diventate tra le multinazionali più potenti del mondo era ancora impregnata di quella cultura visionaria che politicamente aveva molti punti in comune con l’ideologia anarco-capitalista. Una ambiguità, tra due termini incompatibili, che si sarebbe (quasi) definitivamente risolta con il passare degli anni a favore del capitalismo.

Oggi nessuno o quasi propone in modo così aperto le idee che stanno alla base della “Dichiarazione” anche se, di molte di esse si possono ancora trovare tracce nell’enorme calderone nel quale è finita una buona parte della popolazione mondiale.

Pepsy

Cartoline dal passato

Quando, per cercare qualcosa, metto le mani nell’archivio di carta so già due cose, oltre al fatto che “perderò” tempo: che probabilmente non troverò quello che cerco e che salterà fuori qualcosa di altro. A volte interessante altre meno ma questo è un giudizio soggettivo.

Spesso i “reperti” che emergono sono di difficile datazione anche perché sono stati raccolti nel corso degli anni e non necessariamente al tempo della loro produzione, altre volte hanno una data certa che – volendo – permetterebbe di approfondire la storia che raccontano.

A volte ricordo, più o meno vagamente, dove e come sono venuto in possesso degli oggetti altre volte i banchi della memoria sono desolatamente vuoti come in questo caso.

Si tratta di due cartoline che (forse) potevano far parte di una serie visto che riguardano lo stesso tema e che hanno il recto diverso ma il verso uguale.

Questa è il recto della prima.

cartolina ho baciato un/a minorenne 2

E questo quello della seconda.

cartolina ho baciato un/a minorenne 1

Come si vede la grafica ha lo stesso stile e l’identico slogan: “Ho baciato un/a minorenne” che, nel 2026, suona decisamente strano. Per capire di cosa si tratti bisogna guardare il verso della cartolina, che è lo stesso per le due.

Ho baciato un/a minorenne - verso della cartolina

In alto a sinistra il testo:

“Per il diritto all’amore
Contro il governo della violenza
Per una legge decisa dalle donne dai giovano dai lavoratori”.

A seguire delle labbra tratteggiate all’interno delle quale c’è scritto: “Kiss Here!”

In fondo: “Io [spazio per inserire un nome] mi autodenuncio per aver baciato un/a minorenne”

In alto a destra uno spazio tratteggiato per incollare un francobollo

Dal testo si capisce che si tratta di una campagna di protesta, “un milione di baci contro il governo”, contro l’approvazione di una “nuova legge sulla violenza sessuale”.

Questa campagna è stata prodotta da “Rivoluzione!” che forse in quegli anni si poteva sapere chi fosse ma che oggi è (quasi) impossibile individuare [*]. A seguire quella che sembra proprio una data: “nov. 1984” e un numero di telefono.

Sono passati quindi 42 anni e ne sono successe di cosa a livello italiano e internazionale, ma su “reperti” del genere si potrebbero sviluppare una serie di riflessioni e sicuramente si potrebbero scontrare pareri anche molto diversi a proposito di quella iniziativa.

A me però viene da chiedermi se oggi sarebbe possibile lanciare una campagna con lo slogan “Ho baciato un/a minorenne” oppure no.

 

PS

[*] Lo metto in fondo perché, dovendo proprio scommettere, direi che le cartoline sono state prodotte da un gruppo Trotzkista ma la sicurezza assoluta mi manca. Lo ipotizzo dal tipo di grafica e dal contenuto del testo usato.

Contro guida TV 1993

copertina Contro Guida TVNel secolo scorso perdevo troppo tempo a guardare le trasmissioni televisive. Una delle scuse era che mi hanno sempre interessato le tematiche legate alla comunicazione. Per provare a disintossicarmi da quella brutta abitudine ho anche scritto una piccola cosa nella quale parlo molto male della TV in generale.

Il piccolo opuscolo, stampato anonimo nel 1993, in 300-400 copie l’ho visto in vendita a 10 euro (sic!) su una storica piattaforma commerciale sul Web e quindi probabilmente giunto il momento (visto che la carta ha iniziato a ingiallire) di caricare un file qui sopra per chi fosse interessato a questo genere di “archeologia”.

Per fortuna tutti i difetti che ci sono nel testo sono andati, credo, in prescrizione ma – nel caso qualcun* legga questo testo – sarei davvero interessato a sapere cosa ne pensa.

Adesso guardo molto, ma molto meno televisione a causa di Internet…

Scarica ControGuidaTV_1993 in formato .pdf, il file e il suo contenuto non hanno copyright per gli usi non commerciali e a patto che si citi la fonte.

Il racconto di un Ordinato Disordine Mondiale

Se la storia del mondo fosse uno spettacolo, per esempio un film, negli ultimi ottanta anni avremmo visto proiettare al cinema pellicole con trame molto simili.

I soggetti di quelle storie sono stati scritti alla fine della Seconda Guerra Mondiale dai governanti dei due Paesi che erano stati i principali artefici della sconfitta del Nazismo e del Fascismo. I racconti erano tutti molto semplici e per questo in grado di essere compresi, nelle loro linee essenziali, da chiunque: le potenze che dominavano il Mondo erano due, da una parte gli Stati Uniti d’America e dall’altra l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Accanto a queste erano schierati (quasi) tutti gli altri Stati in qualità di alleati in quella che veniva presentata come una lotta ideologica permanente tra il sistema capitalista e quello socialista. Uno scontro che, nel corso degli anni, era spesso sfociato in guerre guerreggiate nelle quali si erano confrontati, principalmente in modo indiretto, russi e americani ma che aveva mantenuto il Pianeta in quello che spesso veniva definito “equilibrio del terrore” in quanto era basato sulla minaccia rappresentata dall’arsenale nucleare in possesso delle due Superpotenze. I più ipocriti chiamavano questa situazione anche in un altro modo: “Ordine Mondiale”. Un sistema in equilibrio che però riguardava quasi esclusivamente i paesi più ricchi che, a volte, si coalizzavano insieme sotto varie bandiere (ONU, NATO) portando la guerra nei paesi che non facevano parte delle loro alleanze.

La monotonia dello stesso copione, ripetuto con piccole varianti per decenni e in tutte le sale, sarebbe cambiato solo in seguito al collasso dell’URSS (1989-1991) e dei suoi alleati quando quell’Ordine, durato per quasi cinquanta anni, si era dissolto ed era di conseguenza sparito l’equilibrio ad esso associato. Lo spettacolo aveva iniziato a essere meno comprensibile, in alcuni casi i “vecchi” nemici erano diventati (quasi) amici e la trama si era fatta più ingarbugliata e non solo per le semplici spettatrici e i semplici spettatori. I “nuovi” nemici erano diventati altri.

In questo contesto alquanto incerto il Presidente degli USA George H.W. Bush, nel corso di un discorso tenuto al Congresso riunito in una sessione congiunta l’11 settembre 1990, aveva affermato che: “È iniziata una nuova partnership tra nazioni, e oggi ci troviamo in un momento unico e straordinario. La crisi nel Golfo Persico, per quanto grave, offre anche una rara opportunità per avvicinarsi a un periodo storico di cooperazione. Da questi tempi difficili può emergere il nostro quinto obiettivo – un nuovo ordine mondiale – una nuova era – più libera dalla minaccia del terrore, più forte nella ricerca della giustizia e più sicura nella ricerca della pace. Un’epoca in cui le nazioni del mondo, orientale e occidentale, nord e sud, possono prosperare e vivere in armonia.” [tradotta da https://en.wikisource.org/wiki/Address_Before_a_Joint_Session_of_the_Congress_on_the_Persian_Gulf_Crisis_and_the_Federal_Budget_Deficit].

Inutile notare che, visto quanto sarebbe accaduto negli anni successivi, mai previsione fu più sbagliata. Molti sostennero che le vecchie trame sarebbero state sostituite da quelle nuove e che l’equilibrio internazionale perduto sarebbe stato in qualche modo ripristinato. Alcuni ritennero che questo spettacolo avrebbe potuto chiamarsi “Nuovo Ordine Mondiale”, ma questa etichetta ebbe una scarsa fortuna e se ne sarebbero subito appropriati i sostenitori delle “Teorie del Complotto” e non solo per una questione di date.

A questo punto nelle sale e nel mondo reale si iniziò a vedere di tutto, l’emergere di nuove potenze militari ed economiche e la trasformazione dell’ex URSS in uno Stato nel quale convivevano tracce della vecchia Repubblica dei Soviet, un diffuso nazionalismo e un capitalismo aggressivo. Continuavano a scoppiare guerre in varie parti del mondo, la religione (non solo quella islamica) aveva ripreso un posto importante e molto pericoloso nella società. In molti paesi l’Età dell’Acquario era morta in culla.

Oggi gli onnipresenti specialisti in analisi globali raccontano che sta emergendo un nuovo equilibrio, tra gli Stati e le economie, di tipo “multipolare”, chiamato in questo modo anche per evidenziare la differenza con quello “bipolare” che lo aveva preceduto. Non tutti però sono convinti che questa sia una buona cosa e c’è anche chi ritiene che questo processo non sia terminato ma sia invece ancora in corso e che l’instabilità internazionale che abbiamo davanti agli occhi ne è una concreta dimostrazione. I giudizi a proposito della bontà dei cambiamenti e della loro stabilità apportati alla trama dello spettacolo sono discordi e variano anche in modo significativo. Resistono ancora, incuranti del ridicolo, le persone convinte che “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Uno degli effetti collaterali della situazione a livello globale è che lo spazio dedicato dal sistema mediatico alle notizie internazionali è spesso superiore a quello riservato agli altri avvenimenti. Gli esperti hanno stimato che “nel 2024 e nei primi quattro mesi del 2025, l’informazione estera nei telegiornali serali […] ha raggiunto uno dei livelli più alti dal 2012” le notizie internazionali sono arrivate a costituire il 38% del totale, confermando un trend di crescita iniziato nel 2012. In particolare “la copertura delle notizie estere nei principali network televisivi varia dal 34% al 49%” e la copertura più bassa è al 29%” [si veda COSPE, Osservatorio di Pavia, FNSI, USIGRAI, “Illuminare le periferie. L’informazione sugli Esteri. Rapporto 2025. 7A Edizione”].

Oggi il panorama internazionale, sia a livello politico che economico, appare molto più instabile di quanto era in precedenza e molti dei politici ai vertici sembra quasi che facciano del loro meglio per alimentare questo stato di cose. Per continuare sulla falsariga dei precedenti lo spettacolo che sta andando in scena potrebbe avere come titolo “Nuovo Disordine Mondiale”. E un nuovo equilibrio potrebbe basarsi proprio sullo stabilizzarsi di un continuo “disordine” che avrebbe l’indubbio vantaggio di sfuggire maggiormente alla comprensione oltre che alle regole.

Viviamo in un mondo dove quello che avviene anche a migliaia di chilometri può impattare sulla nostra vita, anche in modo pesantemente positivo o negativo. Si tratta però, nella maggior parte dei casi, di avvenimenti sui quali non abbiamo alcun potere diretto, cosa che a volte vale anche per i Governi di alcuni Stati.

Il nostro ambiente informativo si è riempito di notizie, di analisi, di commenti, di dibattiti che hanno finito per nascondere completamente quanto avviene riguardo a cose che sono molto più vicine alla nostra vita quotidiana. Per fare un esempio, se da una parte c’è il predominio delle tematiche internazionali all’interno del sistema mediatico (vedi sopra) dall’altra diventa praticamente inesistente lo spazio dedicato ad altri problemi, non solo a livello internazionale ma anche locale: in Italia quasi 5,7 milioni di persone si trovano in condizioni di povertà assoluta ma questo stato di cose è praticamente invisibile a livello mediatico. Tra il 2024 e il 2025 una ricerca ha rilevato che “su 33.217 notizie indicizzate” solo 708 erano pertinenti “pari al 2% dell’intera agenda dei notiziari” [si veda “La povertà dei media. Il racconto delle povertà nei telegiornali, nei talk show e nei social” di Monia Azzalini e Giuseppe Milazzo. Sta in Caritas Italiana, “Taglio basso. Come la povertà fa notizia” 2025].

Se è vero che oggi nel racconto pubblico dominano le notizie internazionali questo vuol dire, tra le altre cose, che diventano sempre meno visibili tutti gli altri temi. Per cui da una parte abbiamo assistito all’enorme mobilitazione dello scorso anno che ha riempito le strade e le piazze italiane per protestare contro il massacro degli abitanti nella striscia di Gaza. E, dall’altra, alla constatazione che una forza del genere non è ancora scesa in campo per uno dei tanti problemi che riguardano questioni meno lontane. Sanità, Scuola, aumento delle tariffe e dei prezzi al consumo, stipendi e pensioni da fame e via elencando.

Non si tratta ovviamente di sostenere che andrebbe data la priorità esclusivamente alle lotte che riguardano problemi locali e nemmeno l’inutilità delle lotte internazionaliste ma richiamare l’attenzione sul fatto che il racconto del presente, così come viene gestito dalla politica e diffuso dal sistema mediatico rischia di far passare stabilmente in secondo piano quello che accade sotto casa.

In altre parole dobbiamo ricordarci, anche se l’attuale”disordine” mondiale rischia continuamente di distrarci che, da sempre, il primo nemico che dobbiamo combattere è quello che abbiamo in casa.

Pepsy

Vecchi errori

Ricopio qui sotto un articolo pubblicato sul settimanale anarchico Umanità Nova, n.2 del 22 gennaio 2006, Anno 86. Lo faccio per due ragioni: perché, contrariamente a quello che avevo scritto alla fine dell’articolo, anche se dopo anni, si è arrivati a conoscere la verità ma anche perché sono orgoglioso di aver partecipato, anche se con un piccolissimo contributo, a raccontare una storia che non andava dimenticata.

Morte “accidentale” di un ragazzo
Chi ha ucciso Federico?

Federico – un diciottenne di Ferrara – è morto la notte del 25 settembre 2005 ammanettato e circondato da poliziotti e carabinieri. Una fine classificata come “morte per droga”, nonostante sul suo corpo siano stati riscontrati diversi traumi che, sempre secondo la relazione degli agenti, sarebbero il risultato di atti di autolesionismo.

Una morte apparentemente come tante altre, corpi che cedono a sostanze avvelenate, vite che si concludono quasi sempre in solitudine e senza tanto rumore mediatico. Una storia che, solo all’inizio di quest’anno, è uscita dal silenzio grazie alla caparbietà di una madre che ha trovato la forza di raccontare su Internet i suoi dubbi sulla morte del figlio. La vicenda ha trovato uno spazio su Indymedia ed è diventata definitivamente “pubblica” la scorsa settimana quando, anche su diversi quotidiani, è riapparsa la notizia troppo frettolosamente “dimenticata” dai media.

Immediatamente vengono fuori le prime contraddizioni tra la versione “ufficiale” e quella di altri testimoni, come i sanitari che hanno constatato il decesso del ragazzo, e prontamente arrivano le dichiarazioni del PM che si occupa del caso, il quale ha affermato che le prime risultanze delle perizie portano ad “escludere la natura traumatica del decesso” (Adnkronos, 13/1/06), “che le contusioni e le ecchimosi rilevate sul corpo del giovane, così come la ferita lacero-contusa al cuoio capelluto, quale che ne fosse l’origine, non potevano avere di per sé cagionato la morte del ragazzo” (ibidem) e che “allo scroto è stata rilevata un’area di acchimotica di modestissime dimensioni” (ibidem).
Come dire che, anche se Federico fosse stato pestato a sangue dalla polizia, non è stata questa la causa determinante della sua morte e che tanto meno poteva morire per un “modesto” colpo ai testicoli.

Ancora più categorica la rappresentanza sindacale degli agenti: “Noi sappiamo già, avendone gli elementi, che la vicenda si concluderà con esito positivo e che l’inchiesta della magistratura metterà in luce che il decesso è avvenuto non per cause ricollegabili all’operato dei nostri colleghi.” (dichiarazione di un sindacalista del “Sindacato Autonomo di Polizia”, “Il Resto del Carlino, 13/1/06).
Come dire che, anche se Federico fosse stato pestato a morte dalla polizia, il risultato delle indagini scagionerà sicuramente i suoi assassini.

Questa storia è venuta fuori, quando si dicono le coincidenze, proprio mentre si stava scrivendo una nuova puntata della vicenda di Marcello Lonzi, il detenuto “trovato morto” nel carcere di Livorno nel luglio 2003. Anche in questo caso è stato principalmente grazie alla tenacia della madre (ma anche di gruppi di compagni) che si è arrivati davanti al tribunale di Genova con una controperizia medica che ribalta quella precedente, che archiviava la morte del giovane come dovuta ad un “malore” cardiaco.

Per il momento, le uniche certezze sono il fatto che il ragazzo aveva assunto qualche sostanza psicotropa e che è incappato, tornando a casa, in una pattuglia.

Difficilmente si saprà la verità su quanto accaduto, ma di una cosa siamo più che sicuri: se quella maledetta notte Federico avesse incontrato degli esseri umani capaci di gestire una situazione “difficile”, piuttosto che degli uomini in divisa, forse oggi sarebbe ancora vivo.

Pepsy

Paure e timori

una barchetta di carta con i colori della bandiera palestinese

Il primo attacco contro una imbarcazione della “Global Sumud Flotilla” (GSF) poteva sicuramente considerarsi come un avvertimento in stile mafioso. Il secondo, arrivato a meno di 24 ore dal precedente, specialmente se sarà seguito da altri rappresenta invece una chiara “dichiarazione di guerra”.
Le modalità dell’attentato terroristico ci dicono anche altre cose: che l’intenzione di chi attacca non è immediatamente diretta ad assassinare gli equipaggi a bordo delle imbarcazioni della GSF ma, piuttosto, a provocare danni che rallentino o blocchino definitivamente la navigazione del natante preso di mira. L’uso di un qualche tipo di “drone” costituisce anch’esso una minaccia, visto le quantità di questo genere di armamenti che possono essere messi in campo che superano di gran lunga il numero delle imbarcazioni che potrebbero partecipare alla GSF.
La “guerra” scatenata contro la GSF è di quelle che si basano sulla paura, incutere al nemico uno spavento talmente grande da farlo desistere dal proseguire nella navigazione verso il suo obiettivo. A questo punto la ben nota citazione di Sun Tzu sarebbe un obbligo. Ci vuole davvero poco per trasformare gli attentati che si limitano a danneggiamenti in attacchi che colpiscano le persone.
Oltretutto, anche se la precisione dei “droni” si è ormai dimostrata elevata, esiste sempre la concreta possibilità di un errore che produca effetti diversi da quelli che ci si aspetta. Effetti di solito molto più sanguinosi.
Ed è proprio quest’ultimo aspetto che fa ritenere possibile che anche nel campo dei terroristi che hanno attaccato la GSF circoli un sentimento simile alla paura, certamente non paragonabile a quella che provano gli attaccati in quanto chi esegue gli attentati non corre in pratica alcun rischio personale dal punto di vista fisico. Al massimo chi progetta e chi ordina queste azioni potrebbe avere il timore che gli effetti finali degli attacchi, nel caso vengano reiterati, siano opposti a quelli voluti. Anche per questa ragione, almeno fino a oggi, nessuno ha rivendicato la paternità degli attentati.
Paura contro timore, una “guerra” che in questa fase è principalmente un conflitto di logoramento, che è l’unico campo nel quale ci potrebbe essere un minimo di parità in quanto – dal punto di vista militare – si tratta di una “battaglia” perfettamente asimmetrica: zero armi da una parte e una quantità enorme dall’altra.
In questo momento non è realisticamente possibile prevedere in che direzione si svilupperà la situazione anche se le variabili in campo non sono molte e le scelte possibili ancora meno.

10/09/2025

Quaranta anni dopo

Quaranta anni dopo si è perso un altro pezzo di quelli che ha fatto la storia (satirica) di quegli anni e non solo.

Per ricordarlo e segnalarlo a chi non ha idea di chi sia stato, qui sotto ci sono due immagini tratte da “L’Avventurista” inserto del quotidiano “Lotta Continua” pubblicato tra il gennaio e il maggio del 1978.

vignetta di Vincino da "L'avventurista"

 

Un omaggio ai giochi per bambini, e una discretamente feroce satira della eterna tendenza dei partiti marxisti-qualcosaltro a dividersi, scindersi, separarsi, eccetera. (L’Avventurista n.1 su “Lotta Continua” del 15/01/1978)

 

 

 

 

 

 

 

Il mio personaggio preferito, The Worker avenger (ribattezzato) “operaio eccessivo”, una vignetta che oggi non farebbe ridere nemmeno i politici eternamente sorridenti. Ma che al tempo dei dibattiti accesi sull’operaismo colpiva più di un bersaglio. (L’Avventurista n.3 su “Lotta Continua” del 05/02/1978)

vignetta di Vincino da "L'avventurista"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commemorazioni del 68_5

“Gli operai pagano i grandi errori del Sessantotto”, V. Ravà (“libero”, 13/01/08)
Discreto articolo di taglio surrealista: nel ’68 la rivoluzione la volevano fare i figli della borghesia ma è fallita e adesso ne paghiamo le conseguenze in fabbrica ed a scuola. Griglia: 2c o 2d
Giudizio sintetico: pregevole per i salti logici.
Citazione: “La lotta di classe è stata un fallimento, principalmente perché è fallita la scuola che non permette più al figlio dell’operaio di fare il salto di classe attraverso un modello non classista.”

“Perché abbiamo bisogno di un nuovo ’68”, G. Grass (“la repubblica”, 17/01/08)
Traduzione di un articolo dello scrittore Günther Grass centrato sui compiti dei socialdemocratici tedeschi. Griglia: 2a
Giudizio sintetico: interessante per i tedeschi.
Citazione: “Non pochi studenti si trasformarono in socialdemocratici.”

“Quarant’anni dopo il ’68 attenti a quei pochi duri e puri”, A. Gnocchi (“libero”, 17/01/08)
Spericolato paragone tra gli inizi del ’68 a Trento e la contestazione del Papa alla Sapienza. Griglia: n.c.
Giudizio sintetico: che danno stasera al cinema?
Citazione: “Gli “eroi” trentini (Rostagno, Boato, Curcio, etc.) erano una minoranza.”

[continua…]

Commemorazioni del 68_4

“Un dubbio: e se il ’68 fosse (anche) di destra?”, F. Rossi (“secolo d’italia”, 10/01/08)
Riassunto di 200 pagine sul tema pubblicare su una rivista di destra. Griglia: 2a
Giudizio sintetico: meno peggio di quello che si potrebbe pensare, se non fosse che a quel tempo, quei simpatici camerati usavano aggredire chi portava anche solo i capelli lunghi.
Citazione: “Quella rivolta fu una speranza di rivoluzione, uno slancio, un desiderio.”

“Quegli anni generosi che si tinsero di rosso”, E. Carra (“il tempo”, 11/01/08)
L’autore, un ex-redattore del quotidiano romano, entrato poi nel PD ci propina una lunghissima citazione di Aldo Moro. Griglia: 3a
Giudizio sintetico: lettura inutile una vera e propria perdita di tempo.
Citazione: “Addio al ’68 quindi. Che non fu una primavera ma un freddo autunno.”

“Il ’68 quaranta anni dopo la rivoluzione continua”, S. Romano (“corriere della sera”, 12/01/08)
L’ex ambasciatore si esercita in una banale risposta ad una banale lettere al giornale. Griglia: 1c
Giudizio sintetico: dozzinale, sembra un copia incolla.
Citazione: “Questo continuo ’68 ha avuto effetti disastrosi per la qualità della nostra classe dirigente e per l’efficienza delle istituzioni.”

[Continua…]