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Recensioni di cadaveri dell’informazione

Summer shitting story

Prendendo spunto dalla storia “Report-Ranucci-Lavitola” ma senza entrare direttamente nella questione specifica, si può facilmente notare che quanto accaduto non dovrebbe sorprendere.
Già da molto tempo, in Italia almeno dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, giornalisti e giornaliste hanno smesso di essere solo delle persone che trasformano i fatti in notizie. Anche grazie alla televisione sono diventati in alcuni casi veri e propri personaggi politici e in altri i principali protagonisti dell’informazione come spettacolo. Hanno assunto quindi un ruolo che va ben oltre la firma in calce a un articolo.
Non è certo un caso che, sempre più spesso, i giornalisti calcano le scene riempiendo i teatri o vengano eletti in assemblee nazionali e internazionali. Persino uno storico sindacato di base comprende una federazione chiamata “Informazione e spettacolo” e il pragmatismo della lingua dominante ha coniato il termine “infotainment”, fortunatamente comprensibile anche in italiano, nato dall’unione delle parole “informazione” e “intrattenimento”.
I critici sostengono che trasformare l’informazione in spettacolo significa tradire la funzione originale dei mezzi di comunicazione di massa che dovrebbe essere quella di fornire una fonte di informazioni affidabili. Gli entusiasti invece ritengono che presentare in un modo maggiormente “attraente” l’informazione permetta di catturare l’attenzione delle persone che normalmente non si interesserebbero di certe notizie e determinate tematiche. Forse hanno entrambi ragione.
Con il declino del sistema dell’informazione televisiva a favore di Internet e con il peso crescente che hanno i cosiddetti “social media” a livello politico e culturale, l’informazione come spettacolo ha assunto un ruolo dominante sulla scena mediatica.
In questo contesto sono state riproposte in queste ultime settimane alcuni dei luoghi comuni più abusati e utilizzate delle vere e proprie parole “trappola”. Tra queste va segnalato il continuo riferimento al cosiddetto “giornalismo di inchiesta”.
Da sempre ci sono operatori dell’informazione che si limitano semplicemente a ricopiare le veline istituzionali, i lanci delle agenzie, e oggi le cretinate che leggono in Rete. Altri provano, partendo da un avvenimento, ad approfondirlo al fine di costruire un racconto che lo renda maggiormente corrispondente alla realtà. A ben vedere, non c’è alcun automatismo che costringa ad etichettare come cattivo giornalismo quello prodotto stando comodamente seduti davanti a un computer e come buono quello di indagine. Condurre un’inchiesta può produrre risultati peggiori del semplice copia-e-incolla da varie fonti, oltretutto non esiste un automatismo per il quale una ricerca, per quanto estesa e approfondita, porti a dei risultati che vadano oltre la notizia dalla quale si è partiti. Al contrario, facendo “giornalismo di inchiesta” si corre sempre il rischio concreto di non trovare cose interessanti da raccontare oppure scoprire verità che non si ritiene opportuno (qualsiasi sia la ragione) rivelare. Una situazione che diventa problematica quando di mezzo ci sono scadenze redazionali, spese da documentare o la necessità di fare uno scoop per battere la concorrenza.
Fare “giornalismo di inchiesta” quindi non significa produrre automaticamente un’informazione migliore. A meno di non trasformare il materiale a disposizione in qualcosa che somiglia più a un canovaccio che a un racconto.
Altro topos imbarazzante tornato alla ribalta è quello sul ruolo “neutrale” che dovrebbero ricoprire giornalisti e giornaliste, ovvero l’idea che possa esistere un’informazione non schierata, una stupidaggine che si basa sulla fantasiosa pretesa che sia possibile “separare i fatti dalle opinioni”. Una barzelletta nata quando ancora scorrazzavano in giro i Velociraptor. Se fosse possibile una cosa del genere allora basterebbe avere un solo quotidiano, un solo telegiornale e un solo sito web di news.
Invece siamo ancora costretti a sentire o leggere un’infinita sequela di banalità nei confronti di giornalisti accusati di essere “di parte”, invettive provenienti da giornalisti che spesso non hanno la necessaria onestà intellettuale per ammettere che anche loro fanno parte di uno schieramento.
Purtroppo pretese del genere sono quelle che hanno portato alle norme sulla “par condicio” e a quelle trasmissioni televisive dove si cerca di bilanciare il numero dei partecipanti tra quelli che la pensano “bianco” e quelli che la pensano “nero”. Dimenticandosi dell’esistenza dei grigi e del colore. Alla faccia della libertà di espressione.
Lo scarso esercizio della memoria e/o la necessità di portare in tavola la minestra del giorno prima riscaldata porta a dimenticare che non è certo la prima volta che una trasmissione televisiva e il suo conduttore diventano il bersaglio di una parte politica. E, quando si dice il caso, il giornalista protagonista di quella vecchia storia è stato poi eletto al Parlamento Europeo e ha successivamente fondato anche un paio di partiti.
Il problema reale è che esistono, come è facile verificare, i fan del “giornalismo di inchiesta”, persone che seguono assiduamente trasmissioni e/o giornalist* come se fossero leader, politici, culturali o sociali. Questo potrebbe essere dovuto a problemi psicologici causati dalla necessità di avere sempre come punto di riferimento una figura “genitoriale”, per coloro che si sentono orfani di vecchi partiti. Oppure subire il fascino dell’informazione spettacolo e sviluppare sentimenti di “attrazione” verso i personaggi più in vista, come accade per i fan dei cantanti o dei calciatori.
La cosiddetta “sinistra” ha sempre avuto un debole per quelli che in tempi storici venivano chiamati “compagni di strada” e la destra (in tutte le sue forme) ha sempre avuto una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dei personaggi più famosi legati al mondo dell’informazione. Un problema oggi evidentemente superato vista la violenza (mediatica) espressa dallo schieramento dei mezzi di comunicazione di massa che sostengono l’attuale Governo nei confronti di un giornalista e di una trasmissione. Un fronte che ha visto schierarsi in prima fila tra i “tifosi” giornalisti che attaccano giornalisti, cosa non completamente nuova ma sicuramente non così frequente in quanto di scontri polemici tra giornalisti ce ne sono sempre stati ma si trattava, nella quasi totalità dei casi, di diatribe soprattutto a carattere personale. Il primo risultato è che il detto “cane non morde cane” può essere archiviato tra le espressioni obsolete.
La storia dalla quale siamo partiti che, visto il periodo, potrebbe essere catalogata sotto il genere “bollente tormentone estivo” è destinata prima o poi a esaurirsi – salvo imprevedibili colpi di scena – come succede per qualsiasi notizia ma rischia di continuare a produrre effetti visto il profondo coinvolgimento del ceto politico nella questione.
Va segnalata la debacle dei politici e degli intellettuali della cosiddetta “sinistra” che, già da molto tempo, hanno smesso di produrre idee nuove a proposito della comunicazione di massa e devono quindi accontentarsi di quello che oggi passa il convento. La memoria riporta ad altri tempi, altri giornalisti, altre trasmissioni televisive, altri governi, altre migrazioni tra giornalismo e politica che, evidentemente, non sono servite da esempio. Facile prevedere che questo “boccone” rischia di rimanere sullo stomaco a qualcun* per un bel periodo di tempo.

Pepsy

Finalino scemo, visto che il testo precedente mi sembra troppo serioso.
La “vera” verità a proposito della storia è che i mandanti occulti della bomba esplosa davanti alla casa del noto giornalista sono i maggiorenti del PD. Andati in panico quando sono venuti a conoscenza, tramite le informazioni fornite da un altro noto giornalista, della possibilità che il primo noto giornalista avrebbe potuto “scendere in campo” come aspirante leader della coalizione che vorrebbero dirigere. Convinti che questo avrebbe significato la sicura sconfitta del loro candidato, hanno deciso di ordire un complotto per mettere fuori gioco un concorrente scomodo. Alla fine, anche senza troppa fantasia, può funzionare persino una storia del genere.

Finalino serio per bilanciare la stupidaggine di qui sopra.
Chi scrive concorda (quasi) completamente con quanto scritto in questo articolo:
www.osservatoriorepressione.info/diffidare-sempre-da-chi-ha-listinto-a-punire/

 

I tempi cambiano. Forse

In the Tarot the “Fool” is the only card of the 22 Major Arcana that is not numbered, on rare occasions it has been attributed the number zero. Its value is usually the lowest in the deck except in games that are based on the “Trump cards” in which it assumes the highest value ever.

Ancora alla fine del secolo scorso esisteva nel Codice Penale italiano un articolo (art. 297) che puniva “Chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero” con “la reclusione da uno a tre anni”. Era uno dei tanti delitti ereditati direttamente dal regime fascista che evidentemente aveva paura anche delle barzellette che circolavano sui capi di stato stranieri.
Per la fortuna di tutti, anche se con estremo ritardo (l’abolizione risale al 1999), questo genere di offese non sono più punibili. Anche perché con tutto quello che, negli ultimi mesi, è stato detto e scritto sull’inquilino della Casa Bianca, i Tribunali sarebbero ormai paralizzati dai procedimenti giudiziari collegati a quel reato e le carceri più piene di quello che già sono.
Va comunque notato che, negli ultimi anni, non è la prima volta che personaggi pubblici che occupano posizioni di potere vengono sospettati di essere affetti da un qualche tipo di disturbo mentale più o meno grave. Per questa ragione, alcune delle cose scritte di seguito valgono non solo per la persona citata sopra.
La maggior parte di queste opinioni offensive, come è facile constatare, tende a sottolineare le condizioni psichiche di una persona che, senza fare necessariamente riferimento alle definizioni contenute nei trattati di psichiatria copiati a man bassa, viene considerata un “matto”.
Da notare che probabilmente è la prima volta che giudizi del genere vengono condivisi sia dai semi-analfabeti che popolano i “social” che dai fini intellettuali che riscaldano le poltrone delle TV.
Qualcuno però dovrebbe, prima o poi, anche rendersi conto che – tralasciando lo storico e più serio dibattito sulle “malattie mentali” – se davvero il Presidente degli USA avesse problemi di quel genere ne deriverebbero almeno due conseguenze principali, una delle quali però viene quasi poco o per nulla evidenziata.
La prima è che siamo tutti in pericolo, perché se una persona disturbata mentalmente gira nella Metropolitana impugnando un coltello i danni che potrebbe causare saranno limitati al suo raggio di azione e infinitamente minori di quelli che potrebbe provocare un Capo di Stato nel pieno dell’esercizio delle sue funzioni. Come dimostrano gli avvenimenti che stanno accadendo.
La seconda conseguenza è che, se le condizioni mentali del soggetto fossero davvero quelle che moltissime persone gli attribuiscono, saremmo davanti a qualcuno che è, come suol dirsi, “incapace di intendere” e quindi – per definizione – non colpevole per le sue azioni, per quanto terribili possano essere.
Per questo chiedersi se “ci è o ci fa” resta solo una classica battuta.
Lo sforzo delle persone appassionate che provano a etichettare la patologia (o le patologie) ascrivibili al Presidente degli USA diventa, in pratica, solo un tentativo di spiegare la ragione (o le ragioni) del suo bizzarro comportamento, cosa che serve davvero a poco. La questione reale, che prescinde da una diagnosi psichiatrica più o meno corretta, è la quantità di potere che oggi si può accentrare in una sola persona e l’esistenza o meno di meccanismi in grado di evitare che questo porti a disastri epocali.
Sembrerebbe quasi come se, in questo periodo storico, fossimo tornati ai tempi del cosiddetto “assolutismo” o, almeno, di una sua variante che potrebbe essere chiamata “assolutismo democratico”. Anche se la persona in oggetto fa continuamente riferimento a una divinità che – in qualche modo – sarebbe se non sopra almeno alle spalle delle proprie azioni. Una sorta di “diritto divino del XXI Secolo”, riveduto e corretto e, soprattutto, molto adatto a essere diffuso attraverso i mezzi di comunicazione di massa e con la complicità della cosiddetta “Intelligenza Artificiale”. Tralasciamo, sebbene affascinante, di riflettere sulle implicazioni collegate al possibile corto circuito che si verifica nel rapporto tra una supposta intelligenza e una persona che sembra averne un estremo bisogno.
Il diritto di vita e di morte che esercitano ancora oggi i potenti, sia in modo apparentemente soggettivo che tramite l’azione dei loro Governi è sotto gli occhi di chiunque sia in grado di ragionare con la propria testa. I colpevoli delle continue stragi di persone indifese non sono solo gli eserciti ma anche i politici che approvano provvedimenti che facilitano le morti in mare, che affamano intere popolazioni, che consentono agli algoritmi matematici di decidere chi può vivere e chi deve morire.
Al pari di tutte le altre persone, anche i “matti” non sono tutti uguali, un conto sono quelli che siedono ai vertici del potere, altri quelli che popolano le barzellette perché si credono Napoleone. I primi sono l’incarnazione di quanto di peggio possa produrre il genere umano, sono la dimostrazione che la distruzione del potere è un obiettivo essenziale se vogliamo provare a costruire una società migliore di quella nella quale stiamo vivendo. Sono la dimostrazione che non sono mai esistiti, che non esistono e che mai esisteranno poteri “buoni” come diceva il poeta.
Mettere sullo stesso piano il Presidente di una grande potenza mondiale e una persona che soffre di un disturbo della psiche è, lo scriviamo per ultimo ma lo mettiamo al primo posto, un’estrema forma di offesa verso chi di solito soffre e non è nemmeno in grado di difendersi. Vale a dire che è quasi sempre una vittima, mentre l’altro, “matto” o meno che sia è sicuramente un carnefice.

Pepsy

Materiale didattico

Se qualcun si fosse mai chiesto da dove le persone che hanno il potere tirino fuori le loro idee io ne ho una. Tratta dal mio archivio di giochi & passatempo.

Scatola del gioco da tavolo "Petrol war"

Nel caso qualcun avesse dei dubbi. ecco un ingrandimento del testo della presentazione del gioco.

Descrizione del gioco da tavolo "Petrol war"

Per completare una pagina tratta dal manuale di gioco con l’elenco del contenuto della scatola.

Pagina del manuale del gioco da tavolo "Petrol war"

E, la “chicca finale”, oltre che la ragione principale del mio acquisto, ovvero i segnalini in metallo pressofuso. Altro che i miserevoli carrarmatini di plastica del “Risiko”.

Per la cronaca, al gioco ho assegnato il voto di 2/10.

DISERTIAMO TUTTE LE GUERRE

Sandokan, questa (non) è una recensione

Ho visto la serie Sandokan andata in onda da poco ma questa non è una recensione.

Non è una recensione perché il Ciclo salgariano dei Pirati della Malesia è stato tra le mie prime letture, tra le elementari e le medie e quindi se esistesse un imprinting anche nel campo dei libri ne sono stato sicuramente vittima. Ho visto anche il Sandokan del 1976 ma ero più grande e già leggevo altri libri. Ho poi visto, nel corso degli anni, alcuni dei film che hanno portato sullo schermo lo stesso personaggio ma solo perché mi piace il cinema. Ho letto anche “Ritornano le tigri della Malesia” (2011) che ritengo tra i libri meno riusciti di uno scrittore che invece mi piace tanto da non citarlo in questa occasione.

Contrariamente all’ossessione che ho per i rifacimenti de “Il Conte di Montecristo” vedere una trama che ha solo in parte a che fare con la saga di Sandokan non mi ha mai sconvolto più di tanto, forse perché non ritengo che quei libri siano dei capolavori letterari anche se hanno venduto molto di più di alcuni di quelli dei più osannati scrittori e scrittici attuali e hanno una qualità non peggiore. O forse si tratta solo di una sorta di nostalgia infantile mescolata al fatto che Salgari ha scritto 85 romanzi e chissà quanti racconti e che esistono anche un certo numero di apocrifi a sua firma, cosa che lo colloca in una posizione unica tra gli scrittori italiani di sempre. Per cui, per quanto possano essere bravi e creativi i soggettisti del XXI secolo non ce la possono proprio fare ad avvicinarsi o scalfire le trame originali.

Nel primo rigo ho scritto una bugia:

  •  usare la sigla del Sandokan del 1976 è stata un modo puerile per scansare la prima – inevitabile – critica, non farla sentire per intero (almeno una volta) una piccineria;
  • l’americanizzazione, o come si vuole chiamare, delle serie tv è fin troppo evidente nella trama, vedi la morte della Dayak Sani alla fine;
  • le scene di azione sono state alquanto “mosce” (perdonate il napoletanismo) e il montaggio non ha aiutato;
  • su attori, attrici e recitazione mi avvalgo della facoltà di non rispondere;
  • visto che personaggi e trame sono stati ampiamente cambiati rispetto ai libri, viene da chiedersi perché sono stati invece mantenuti alcuni minimi particolari superflui;
  • scambiare le linee di una mano non basta a fare gli originali;
  • Marianna è napoletana anche se ci hanno girato intorno con due indizi;
  • ho visto con piacere un prodotto non particolarmente bello e vedrò con piacere anche un seguito, un prequel o uno spin-off.

– Olà! Bell’uomo!
– Milord!
– Al diavolo i milord.
– Sir!…
– All’inferno i sir.
– Mastro!…
– Che ti colga il crampo.
– Monsieur?… Señor!…
– Appiccati. Che pranzo è questo?
– Cinese, señor, cinese come la trattoria.
– E tu vuoi farmi mangiare alla cinese! Cosa sono queste bestioline che si
muovono?
– Gamberi del Sarawak ubriacati.
– Vivi?
– Pescati mezz’ora fa, milord.
– E tu vuoi ch’io mangi i gamberi vivi? Corpo d’un cannone!
– Cucina cinese, monsieur.
– E questo arrosto?
– Cane giovane, señor.
– Che cosa? – Cane giovane.
– Corpo d’una spingarda! E tu vuoi che io mangi del cane? E questo
stufato?
– È gatto, señor.
– Tuoni e fulmini! Un gatto!
– Un boccone da mandarino, sir.
– E questa frittura?
– Topi fritti nel burro.
– Cane d’un cinese! Tu vuoi farmi crepare!
– Cucina cinese, señor.
– Cucina infernale, vuoi dire. Corpo d’un cannone! Gamberi ubriachi,
frittura di topi, cane arrosto e gatto in stufato per pranzo! Se mio fratello
fosse qui riderebbe tanto da scoppiare. Orsù, non bisogna essere schifiltosi.
Se i cinesi mangiano questa roba, può mangiarla anche un bianco. Animo,
portoghese mio!

(da “I Pirati della Malesia”)

Vieni, c’è una casa nel bosco…

Recensione non richiesta e in ritardo

Potrebbe sembrare, ma non è, il titolo di una vecchia canzonetta che invece è “Vieni, c’è una strada nel bosco” ma visto che nel testo della canzone c’è una specie di casa va bene lo stesso.

Anche se il primo spunto è arrivato da una nota vicenda di cronaca, non sarà l’ennesimo parere su quel caso ma sicuramente si noteranno facilmente numerosi punti di contatto con esso.

Si tratta invece di una R’n’R (Recensione Non Richiesta) di un film fatta con grande ritardo e quello è stato il secondo spunto. Avviso: di seguito ci saranno numerosi spoiler.

Iniziamo con un riassunto della storia raccontata.

Il film “Capitain fantastic” del 2016, soggetto e regia di Matt Ross, ha per protagonista una famiglia anomala composta da un padre e da 6 figli (4 femmine e due maschi) che vive in una zona selvaggia, anche se non troppo isolata, nello Stato di Washington negli USA. La madre dei 6 figli è ricoverata in una clinica con una diagnosi di “disturbo bipolare” e si suicida all’inizio della storia. Il padre, saputo che la famiglia di lei vuole seppellirla con un rito cristiano, decide di partire per recuperare il corpo e cremarlo per onorare le ultime volontà della moglie. Il film è la storia del viaggio dalla casa nel bosco alla villa nel New Mexico nel quale risiedono i suoceri del protagonista.

I sei figli, di età compresa tra i 6/7 e i 18/19, sono cresciuti in un ambiente selvaggio e hanno acquisito delle capacità di sopravvivenza anche superiori a quelle dei loro coetanei. Ma oltre a queste il padre ha anche provveduto alla loro educazione intellettuale insegnandogli e facendoli studiare materie “classiche”: letteratura, scienza, geografia, storia, politica, ecc… Per cui ognuno di loro, anche quelli più piccoli, è capace sia di scuoiare un animale con un coltellaccio sia leggere un classico della letteratura internazionale. L’area nella quale hanno meno capacità è quella dei rapporti sociali con le persone che non fanno parte della loro famiglia in quanto non vanno a scuola.

Durante il corso del film i figli dimostreranno le loro ottime capacità intellettuali e fisiche e le loro deficienze nei rapporti sociali. La storia termina con una “mediazione”, più o meno prevedibile conseguenza diretta degli avvenimenti che accadono: il più grande dei figli parte per la Namibia e gli altri e le altre inizieranno a frequentare una Scuola pubblica anche se continueranno a vivere lontani dalla “civiltà”.

Il film è più che guardabile, ha chiaramente un intento educativo, soprattutto per i genitori ma non solo ed è pieno di buoni sentimenti, anche politicamente corretti ma non troppo stucchevoli.

La “morale” del film non è certo originale. Ricorda in modo semplice e diretto alcune cose che dovrebbero essere scontate come (per esempio) che le persone sono degli animali sociali e che, anche se possono vivere isolati dal mondo, senza cellulari o elettricità, non possono pretendere di imporre anche ad altre persone le loro scelte. A meno di non violentare la loro personalità.

Fa capire che allevare dei figli è un problema complicato che non si impara sui libri, che i bambini e le bambine sono delle persone che vengono spesso sopravvalutate e altrettanto spesso sottovalutate dagli adulti, in primo luogo dai genitori. Uno dei problemi più grossi è proprio quello di riuscire a capire quando si sopravvalutano e quando si sottovalutano.

Fa capire che un conto è vivere in una famiglia isolata in un bosco e altro vivere in una comunità, qualunque sia il tipo di “famiglia” e il tipo di società nella quale è inserita. Fa capire che per lo sviluppo decente di una persona la creazione di rapporti interpersonali e sociali è altrettanto essenziali di quelli che si instaurano e si sviluppano con quelli che si prendono cura di loro dalla nascita e fino a quando sono in gradi di farlo da soli.

Fa capire che determinate situazioni sociali e ambientali possono causare dei danni alle persone ma che ci sono anche persone in grado di resistere alle condizioni più avverse, a sopravvivere, a migliorare, a cambiare, il che non significa necessariamente “migliorare”.

Fa capire che si possono avere delle credenze stupide, come (nel film) festeggiare il compleanno di Noam Chomsky, ma si possono affrontare anche i temi considerati più “delicati” con una semplicità rispettosa e disarmante, come quando nel corso del viaggio si prova a spiegare alla figlia più piccola che cosa è uno stupro.

Il film è di quelli destinati a suscitare discussioni, il suo finale può essere letto come la descrizione della sconfitta delle utopie degli anni ’60 o come la storia di un cambiamento di secondo tipo, ma non si può certamente negare che la trama affronta, magari in modo superficiale (dopotutto è un film…) tutta una serie di argomenti di enorme importanza sociale, politica, culturale, morale e lo fa in modo estremamente comprensibile.

Sicuramente il film presenta innumerevoli spunti di dibattito, che vanno molto oltre il suo valore come prodotto dell’industria dell’intrattenimento e che meriterebbero di essere approfonditi in quanto gli argomenti trattati non sono di quelli che durano giusto un paio di giorni nei social o sui mass-media.

Ma, a giudicare da quello che è stato detto e scritto a proposito della storia di cronaca citata all’inizio sembra proprio che il film lo abbiano visto decisamente in pochi e/o quelli che lo hanno visto lo hanno dimenticato o non lo hanno capito. Poi ci sono i politici e le politiche che però fanno parte di una categoria di brutte persone a prescindere da dove, da chi e da come siano state allevate.

Nel film ci sono un bel po’ di battute e di situazioni, alcune anche molto divertenti, che contribuiscono a rendere più leggeri anche argomenti che non lo sono. Ultimo avviso: in una scena c’è un nudo frontale integrale di un noto attore.

Pepsy

L’IA è una bolla? Allora butta la pasta!

Tra i miei attuali divertimenti, quelli da poco, ci sono le interazioni con i programmi di cosiddetta IA. In questo momento sto usando una IA “made in RPC” ma solo perché così mi è capitato.
Ho già, sempre su questo blog, segnalato le per me demenziali censure che incontro nelle mie ricerche e questa qui sotto è una delle ultime
schermata da una IA
la cosa che continua e rendermi perplesso è che io ho visto il film del quale chiedevo il titolo, che non ricordavo, e il film era girato e prodotto in Cina. Ma, evidentemente, qualche genio ha deciso che questa è una informazione che non posso avere.

Mentre invece posso sapere che l’IA che sfrutto copia molto male le sue risposte. Se lo facesse a scuola verrebbe bocciata subito.

La mia innocua domanda era di sapere se fosse possibile fare una ricerca sulle interazioni avute in precedenza, quelle che l’IA chiama “chat” e la risposta è stata questa

schermata da una IAper chi è completamente digiun di inglese l’IA mi ha detto che non può accedere alle mie conversazioni precedenti e poi mi ha consigliato di usare le feature di un’altra IA…

Mi conviene andare a leggere un libro, possibilmente di carta.

Immagini, emozioni, corpi

Si dice che una immagine valga più di mille parole e questo è particolarmente vero in una società nella quale siamo quotidianamente sommersi da foto e video. Sappiamo che queste e questi sono in grado di ispirarci sentimenti ed emozioni che si distribuiscono in uno spettro che va dal disgusto al piacere e comprendono tutto quello che c’è nel mezzo. I sentimenti e le emozioni sono naturalmente legati principalmente alle diverse sensibilità individuali per cui un’immagine che a una persone può causare una sensazione di disagio può risultare completamente indifferente a un’altra. Ma anche quando un’immagine non provoca reazioni questa è a sua volta comunque una reazione. In alcuni casi i sentimenti e le emozioni provocate dalle immagini possono portare le persone a compiere azioni concrete come ben sanno i pubblicitari che cercano sempre di scegliere quelle immagini che siano capaci di orientare le persone verso l’acquisto di un determinato prodotto.

Chiunque abbia seguito, non in modo episodico, le iniziative politiche degli ultimi due anni che chiedevano la fine del massacro a Gaza deve aver notato necessariamente almeno due cose: che, con il passare dei mesi, la partecipazione è aumentata e che all’interno delle manifestazioni si notava una consistente presenza di persone giovani e molto giovani.

La cosa non è passata inosservata in quanto si è verificata in tutta la penisola, nelle grandi città e nei piccoli centri sono ricomparsi in piazza anche minorenni, cosa che non si vedeva dai tempi dei “Friday For Future”. Il fatto è stato variamente commentato sui mezzi di comunicazione di massa, web compreso, da personaggi famosi oltre che dai tuttologi di professione.

I pessimisti hanno fatto notare che questi giovani, quando interpellati, spesso si lanciano in dichiarazioni azzardate o esprimono posizioni contraddittorie. Gli ottimisti ricordano che, storicamente, tutti i movimenti di massa sono sempre stati composti da una maggioranza che si è mossa principalmente sull’onda dell’emozione e dell’emulazione e da una minoranza più politicizzata.

aerei che sganciano bombe

Aerei che sganciano bombe

C’è però un fattore che potrebbe aver avuto una certa influenza nel determinare l’aumento visibile della partecipazione giovanile (e non solo) alle migliaia di cortei che hanno attraversato tutte le strade e le piazze italiane, soprattutto negli ultimi sei mesi. Un fattore non certamente nuovo.

Nella storia della sociologia delle comunicazioni di massa c’è un precedente che può venire in mente a chi cerca di spiegarsi questo fenomeno in un paese nel quale erano molti anni che non si vedevano manifestazioni nelle quali la componente giovanile era quella predominante. Un precedente molto vecchio.

C’era una volta un villaggio un po’ meno globale

Quando il mondo era rigidamente diviso in blocchi ideologicamente contrapposti lo scontro tra le Potenze avveniva anche sul campo di battaglia anche in modo indiretto. La Guerra scoppiata in Vietnam, tra i Nord legato alla URSS e il Sud legato agli USA, ebbe per una ventina d’anni il monopolio quasi assoluto della scena politica e informativa internazionale. In quella occasione gli USA intervennero direttamente nel conflitto con il loro esercito, lasciando sul campo circa 58 mila morti. Alla fine il Vietnam del Sud fu sconfitto e l’immagine di quella disfatta fu immortalata per sempre nella foto di un elicottero sul tetto di un edificio.

Da tempo gli studi di psicologia della percezione avevano provato che le immagini possono avere un impatto profondo sull’opinione pubblica, generando indignazione, empatia e, spesso, spingendo le persone ad agire concretamente. Questo perché anche un’immagine è in grado di suscitare emozioni immediate e intense.

In quegli anni molti studiosi giunsero alla conclusione che gli USA avevano perso in Vietnam non tanto sul campo quanto nei salotti dove le famiglie guardavano la televisione. Intendevano dire che le immagini diffuse dal piccolo schermo ebbero un ruolo molto importante nello sviluppo, nell’opinione pubblica americana, di sentimenti ostili alla guerra e, di conseguenza, ai governi che si ostinavano a portarla avanti. Iperboli a parte la sconfitta fu causata anche dal fatto che il Vietnam diventò un simbolo di resistenza, quella di una piccola popolazione che osava sfidare l’esercito più potente del Mondo. Persino fuori dagli USA, in paesi dove la quantità di immagini che passavano nelle televisioni era decisamente minore, alcune di esse diventarono, come si direbbe oggi, “virali” e lo restano ancora. Come la clip filmata nel quale un prigioniero Viet Cong viene ucciso con un colpo di pistola alla tempia o la foto di una bambina nuda che corre per allontanarsi da una zona incendiata dalle bombe al Napalm.

Viene a questo punto in mente che ci potrebbe essere qualcosa che accomuna il ruolo che hanno giocato le immagini e i mass-media durante la guerra in Vietnam e quello che hanno giocato nel corso dell’assedio di Gaza. Vediamo allora, senza alcuna pretesa di scientificità o di esaustività, alcuni dei punti principali che avvicinano o separano i due avvenimenti da questo punto di vista.

Tra gli anni ’50 e gli anni ’60 del secolo scorso la televisione aveva iniziato ad assumere una posizione nella costruzione del racconto della realtà più importante di quello della carta stampata, non a caso quella del Vietnam è stata definita “la prima guerra in televisione” anche se allora i giornali avevano ancora una autorevolezza capace di influenzare il pubblico molto più di un telegiornale. In Vietnam si recarono moltissimi giornalisti, italiani compresi, che nella stragrande maggioranza dei casi erano aggregati alle truppe statunitensi. Nonostante questo i reportage che arrivavano dal fronte non erano tutti allineati con le politiche predominanti al Pentagono e alla Casa Bianca. Le trasmissioni televisive che diffondevano le immagini nelle case di chi non erano comunque controllate dai principali Network (privati) che potevano selezionare i filmati che arrivavano in redazione. In altre parole il paradigma era quello classico dei mezzi di comunicazione di massa: fatti-giornalista-redazione-media-pubblico.

Nel caso dell’assedio di Gaza la situazione è stata, in gran parte, alquanto diversa. Il Governo israeliano ha impedito l’ingresso nell’area a qualsiasi giornalista o troupe televisiva. Per cui la quasi totalità delle immagini diffuse provenivano – direttamente o indirettamente – dal Network di “AlJazeera”. Come è noto si tratta di una Azienda del Qatar in parte privata ma che ha goduto anche di finanziamenti pubblici. La linea politica espressa dal Network è molto chiaramente schierata a favore dei palestinesi.

Foto protesta

Protesta a Wichita (Kansas)

A questa sorta di “monopolio involontario” si sono aggiunte le informazioni prodotte e diffuse, grazie alle moderne tecnologie, direttamente dagli abitanti di Gaza quando era possibile accedere alla Rete.
In ogni caso però il “racconto” è stato necessariamente a senso unico e chiunque abbia un minimo di memoria avrà notato che il flusso continuo di immagini ha proposto sempre i medesimi contenuti: esplosioni, edifici distrutti, persone di ogni età in condizioni miserevoli, ospedali pieni di feriti e moribondi, vecchi e vecchie, uomini e donne che piangono o pregano, folle in attesa della distribuzione del cibo, funerali, corpi e corpi avvolti in sudari bianchi, molto spesso in piccoli sudari.
Una parte di questo flusso era costituito dalle autoproduzioni di blog, diari e racconti personali su quello che stavano vivendo gli abitanti di Gaza. Erano le stesse vittime a raccontare la loro tragedia.
Come è ovvio, in questo caso, il paradigma classico citato sopra a proposito del Vietnam è quasi completamente saltato o, comunque, è cambiato in modo significativo. Qualcuno o qualcuna deve aver già scritto che “Gaza è la prima guerra raccontata tramite i social media”.

Immagini che suscitano emozioni e muovono corpi

Durante la Guerra del Vietnam, con il passare degli anni diventò sempre più evidente il divario esistente tra la realtà veicolata delle immagini e da alcuni resoconti comparsi sulla stampa e le dichiarazioni ufficiali di politici e militari. Ogni notte le famiglie che avevano un figlio o un parente in guerra ascoltavano con il dovuto orrore la trasmissione dell’elenco dei caduti in combattimento. Il sostegno popolare alla guerra iniziò a declinare, non solo tra i giovani in età di leva e le manifestazioni e le proteste invasero tutti gli USA. Ma anche in Europa iniziarono a vedersi cortei e sit-in e tra i principali protagonisti c’erano giovani che non rischiavano certo di essere arruolati per combattere in Vietnam. Probabilmente a spingere le persone a protestare contro la guerra furono anche, in modo minore o maggiore, le immagini trasmesse in televisione. Il conflitto Vietnamita diede in quegli anni un contributo essenziale alla costruzione di un diffuso immaginario collettivo a livello internazionale che resisterà (almeno) fino alla metà degli anni ’70, che fu condiviso da tutti i movimenti di protesta giovanile che si svilupparono in quegli anni, come il ’68, ma questa è un’altra storia.

Per Gaza si è, almeno in parte, verificato qualcosa di simile che però ha avuto un impatto più profondo perché il flusso di immagini è spesso stato diffuso in tempo reale e senza filtri a qualsiasi ora del giorno o della notte. Sarebbe davvero strano se quell’orrore quotidiano non avesse toccato, almeno un minimo, la sensibilità di una persona portandola a provare un moto di empatia (se non proprio di simpatia) per la disgraziata sorte degli abitanti della Striscia. All’empatia per le sofferenze altrui, specialmente quando si tratta di persone indifese, si associa spesso una sorta di “senso di colpa” e in un bisogno urgente di fare qualcosa contro le ingiustizie che si vedono.

Alle proteste contro l’assedio di Gaza si sono aggiunte, giustamente, le proteste contro i Governi che, colpevolmente, per due anni non hanno mosso un dito per far cessare lo sterminio dei palestinesi e la distruzione in corso. In questo caso, come durante la guerra in Vietnam, le proteste hanno coinvolto persone in tutto il Mondo come è stato mostrato, oltre ogni dubbio, anche in modo simbolico, dalle due “flotillas”, una sorta di “Internazionale” via mare, che hanno provato a forzare il blocco navale israeliano per arrivare a Gaza.
Per non dimenticare poi che, proprio come nella storia del Vietnam, anche in questo caso il racconto è quello di una piccola popolazione che combatte contro un complesso tecnico-militare tra i più potenti del Mondo e anche in Italia, come allora negli USA, tutte e tutti hanno potuto toccare con mano la differenza esistente tra le inutili, vergognose e complici dichiarazioni dei politici, soprattutto di quelli al Governo, e la realtà dei fatti.

Si potrebbe ritenere che una delle principali differenze, a livello dei mass-media, tra le due storie sia che oggi la guerra viene combattuta anche sul web magari a colpi di “hashtag” contrapposti e che l’enorme volume di contenuti generati dalle singole persone, rende praticamente impossibile la verifica delle notizie facilitando la diffusione di disinformazione, misinformazione e fake. A questo va aggiunto il fatto che gli algoritmi che gestiscono i social media sono progettati per massimizzare l’attrazione spesso rendendo maggiormente visibili i contenuti più estremi e quelli emotivamente più carichi a prescindere dalla loro attendibilità. Il rischio di farsi manipolare esiste ma, per tornare alla storia passata, si potrebbe ricordare che l’entrata in guerra degli USA in Vietnam fu giustificata da un incidente bellico (quello del “Golfo del Tonchino”) inventato di sana pianta. Allora sicuramente esisteva già la disinformazione e i falsi erano prodotti direttamente dagli apparati segreti dei Governi.

marine che arresta un vietnamita

Marine che arresta un sospetto Viet Cong

Di passaggio, perché non rientra nell’ambito di queste riflessioni, va ricordato che anche in Israele, sebbene esista una ampia pluralità di fonti di informazione (cosa assente a Gaza) si è comunque sviluppata una narrazione dei fatti nella quale però prevale la negazione della realtà. Favorita in primo luogo dalla propaganda governativa e che arriva fino al complottismo estremo di chi ha coniato e usa il termine “Gazawood” per definire le immagini provenienti dalla Striscia e diffuse in Rete. Questa narrazione però può funzionare, quando funziona, esclusivamente a livello interno come si è visto nel caso del noto episodio nel quale sono stati coinvolti dei cosiddetti “influencer”, ingaggiati per raccontare una storia poco credibile, che è durata poco più di uno stacco pubblicitario tra un massacro e l’altro.

Una vittoriosa sconfitta

Il Governo israeliano sa bene che più passa il tempo, più continua la diffusione di immagini che lo additano, ormai non c’è nemmeno bisogno di dirlo, come stragista, assassino, massacratore e sa anche che, nonostante tutta la potenza tecnologica che ha a disposizione, non riuscirà a contrastare in alcun modo questa verità. Non certo tramite i filmati prodotti dall’Esercito in azione o i video di aerei o droni che colpiscono i loro obiettivi. In questi casi le immagini saranno viste come una conferma e una rivendicazione di colpevolezza di chi ha portato la morte e la distruzione a Gaza.

La cosa più paradossale, ma non troppo, è che a dare ad “AlJazeera” il monopolio dell’informazione è stata proprio la politica del Governo israeliano guidato dall’ossessione militarista che ha imposto la chiusura totale dei confini della Striscia anche ai media mainstream. Un vero e proprio “autogòl”.

Perdere la battaglia dell’informazione non è come perderne una combattuta con le armi ma è altrettanto importante, tenuto conto del ruolo che ha l’informazione nel modellare i sentimenti delle persone, ancora di più di quanto avveniva ai tempi del Vietnam. Questa situazione non può essere più ribaltata e può solo peggiorare ulteriormente. Tutti sono concordi nel ritenere che il Governo israeliano si è inimicato l’opinione pubblica mondiale e la “simpatia” di molti Governi, ma in quest’ultimo caso quasi sempre solo a parole. Più il massacro è andato avanti più danni di immagine ci sono stati per Israele e l’enorme quantità di immagini prodotte in questi due anni sarà, nei prossimi decenni, un’eredità difficile da gestire per i governi di Tel Aviv.

Non si pretende di sostenere, semplicisticamente, che coloro che stanno protestando (in particolare le persone più giovani) lo facciano solo perché sono influenzate dalle immagini e dai video. Ma, piuttosto, che questo enorme flusso di informazioni proprio perché “a senso unico” ha contribuito e contribuisce alla formazione delle opinioni delle persone e quindi concorre di conseguenza, in misura minore o maggiore, a determinare il loro agire. Questo spiega perché la mobilitazione è andata progressivamente aumentando, in termini numerici, nel corso di questi due anni.

corteo a Yale

Yale, Marcia della Resistenza

Una ulteriore prova è data dal fatto che difficilmente si sono viste e si vedono in tutto il Mondo mobilitazioni della stessa portata per qualcuno degli altri conflitti in corso che hanno avuto oggettivamente avuto una copertura mediatica infinitamente minore rispetto all’assedio e al massacro di Gaza.

 

Perché no

A questo punto ci si potrebbe chiedere perché, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, in corso da più di tre anni non si siano viste in Italia, ma anche all’estero, manifestazioni anche minimamente comparabili con quelle contro la strage dei palestinesi. Eppure in questo caso non è mancata certo la copertura mediatica dei mezzi di comunicazione di massa a livello internazionale, anche in questo caso sono stati diffuse immagini e video che hanno fatto il giro del mondo e su Internet l’argomento è ampiamente dibattuto, anche in modo alquanto “vivace”. Anche in questo caso girano immagini prodotte direttamente da singole persone che raccontano quello che accade dal loro punto di vista che si vanno ad aggiungere a quelle dei professionisti dell’informazione. Oltretutto si tratta di un conflitto che, probabilmente, è anche più sanguinoso di quello di Gaza e, per richiamare elementi usati in precedenza, in questo caso sul campo ci sono da una parte l’esercito invasore di una super-potenza e dall’altra un esercito che resiste a questo attacco. Per ultimo ma non per ultimo, contrariamente alla situazione nella Striscia di Gaza, in Ucraina è aperto l’accesso a tutti i mass-media.

Eppure è innegabile che la differenza tra gli effetti provocati dai due avvenimento sull’opinione pubblica e a livello di mobilitazione è abissale.

Una riflessione sui perché di questa differenza può aggiungere qualche altro interessante elemento al nostro tema principale.

Per restare nell’ambito che abbiamo affrontato una differenza importante potrebbe essere data dal fatto che le immagini che arrivano dal fronte ucraino, che pure abbondano in Rete, sono principalmente quelle di una guerra di tipo “tradizionale”: immagini di armamenti militari di ogni genere in azione, eserciti in trincea o in movimento, un ridotto numero (rispetto a Gaza) di immagini di atrocità commesse contro la popolazione civile e di immagini che mostrano la distruzione di case ed edifici come scuole, ospedali e simili, mentre abbondano quelle di infrastrutture energetiche e di armamenti.

Un altro punto da tenere in considerazione è il fatto che la tragedia dei palestinesi dura da decine e decine di anni e che gli abitanti di Gaza vivevano, già da tempo, rinchiusi in una sorta di carcere a cielo aperto dal quale era impossibile fuggire. In Ucraina, anche se il conflitto in corso ha comunque (come tutti) delle radici storiche queste sono probabilmente meno conosciute e sebbene ci siano una serie di ostacoli, la popolazione civile ha avuto ed ha molte più possibilità di sottrarsi alla guerra, come hanno già fatto milioni di persone.

Volendo sintetizzare all’estremo si potrebbe notare che il racconto per immagini di quello che è accaduto e accade in Ucraina sebbene sia stato diffuso ampiamente tramite i mezzi di comunicazione di massa e amplificato dai social non ha provocato la stessa reazione emozionale che invece c’è stata per Gaza e quindi non ha stimolato lo sviluppo di una mobilitazione della stessa portata. Forse, per restare nell’ambito del racconto per immagini, si potrebbe supporre che questo sia dovuto al fatto che da una parte le immagini mostravano prevalentemente, se non esclusivamente, le sofferenze di esseri umani inermi e dall’altra lo scontro tra due eserciti. Sintetizzando brutalmente: è molto più probabile provare empatia per un bambino o una bambina morta piuttosto che per un soldato o una soldatessa morta.

Ovviamente ci sono stati sicuramente anche altri fattori in gioco che hanno influito sul fatto che sono state davvero poche le mobilitazioni a livello Italiano e internazionale riguardo la guerra in Ucraina e sul fatto che quelle che si sono svolte non sono minimamente paragonabili, come partecipazione, a quelle a favore dei palestinesi.

Qui non si trattava di fare una gara ma solo di riflettere sulle relazioni che sicuramente esistono tra le immagini che, con tutti i loro limiti, mostrano, descrivono, raccontano una determinata realtà e le emozioni e i sentimenti che esse generano nelle persone. Diamo per scontato che quando le immagini provocano effetti simili su un gran numero di persone questo favorisce inevitabilmente una mobilitazione delle coscienze che, in alcune situazioni, si può trasformare in qualcosa di più concreto di una semplice indignazione di tipo prevalentemente passiva, come se ne sono già viste in passato.

In molti e molte, sia a livello dei commentatori di professione che di persone qualsiasi sono convinte che l’enorme partecipazione alle iniziative contro il massacro dei palestinesi sia il segnale della nascita di un nuovo movimento di base che, partendo dalle specifiche tematiche politiche connesse a quell’avvenimento, allarghi il campo dei suoi interessi e dei suoi interventi.

Una cosa non scontata ma che rientra sicuramente nel campo delle possibilità.

Pepsy

 

Post Scriptum: se siete arrivati a leggere fino a qui vi ringrazio perché non sono completamente sicuro di essere riuscito a esprimere quello che volevo.

RNR. Jesus Christ Superchat

“If you’d come today you could have reached a whole nation.
Israel in 4 BC had no mass communication.”

Non riesco a dormire e non soffro di insonnia ma queste notti tropicali sono davvero insopportabili. E quindi sfogo il mio nervoso come mi riesce meglio.

Si tratta in questo caso di una recensione un po’ fake, nel senso che non posso verificare direttamente come funziona l’applicazione in questione perché non ho l’hardware sul quale gira. Ma ci sono un sacco di esempi di persone che recensiscono libri, film e serie tv senza averli mai visti o ministri che sono nelle giurie che assegnano i premi, quindi non vedo perché dovrei preoccuparmi.

Ho lasciato il testo in inglese perché sono pigro e scarso nella traduzione.

Non si tratta di una nuova App, visto che la sua prima versione risale all’aprile del 2024 ma il mese scorso è stata aggiornata con una importante novità che viene opportunamente segnalata: “Orthodox users can now experience conversations with Orthodox Christian saints and their timeless wisdom.”

Era ora!

Un importate passo avanti per una App che promette di mettere i devoti (e, si suppone, le devote) che la usano direttamente in contatto con la figura più iconica della Bibbia, mica con un qualsiasi Jehosheba o Tychicus.

Tra le funzioni principali c’è, ovviamente, la possibilità di chattare oltre che col figlio del Boss anche con la sua famiglia, gli apostoli e altri [*], tra i quali i Profeti e gli Eroi del Vecchio Testamento con i quali si potrebbe discutere, per esempio, se le “Trombe di Gerico” somigliavano al tipico rumore che facevano gli “Junkers Ju 87” (Stuka per le persone ignoranti) in picchiata o quello della solita incudine lasciata cadere sulla testa di W.E. Coyote.

Naturalmente queste sono solo alcune delle caratteristiche di questa chat potenziata da una IA della Madonna (per restare in tema…), almeno così afferma la pubblicità. Una esperienza che assicura che ogni conversazione sarà “personal, authentic [sic!], and guided by the wisdom of the Scriptures.”

L’App è disponibile in: English, French, German, Greek, Italian, Polish, Portuguese, Spanish e si scarica aggratis, salvo eventuali acquisti che possono andare da 2,99 a 99,99 [**] USD. Può essere usata da bambini e bambine a partire dai 4 anni (ma solo se hanno la carta di credito di uno dei genitori a portata di mano) e non c’è nemmeno bisogno di quelle tecnologie del tubo [***] che decidono quanti anni hanno i loro e le loro utenti.

Ma qui stiamo perdendo di vista la cosa più importante, vale a dire che questa App è essenziale per chi cerca una guida in questi “times of hardship or want to strengthen your understanding of the Christian faith”.

La lettura di alcuni dei “giudizi” [****] vale almeno mezz’ora della propria vita ma per non privare alcuna persona di questo possibile divertimento farò solo pochi, piccoli spoiler:

Uno, particolarmente duro, ha chiesto: “who am i speaking with?” and it replied “you are speaking with Jesus Christ” and they said this FIVE TIMES each time i asked”.

Un altro è molto lapidario: “I encourage you to not use this app as it is blasphemous and demonic”.

Lo scambio migliore è però tra chi si lamenta che, tra i personaggi importanti dell’Antico Testamento, ne manca uno: “I read an article online saying that for $2.50/mo we can text with Satan here. Much to my dismay that doesn’t seem to be the case.”

E la risposta dello sviluppatore: “Satan is indeed available, however it is turned off by default [sic!]. Since it is a controversial figure, each user needs to make the decision to enable it. You have to go to the settings to turn it on, and then it will be in the list of figures you can chat with. However, you will need a premium subscription for chats with this particular figure.”

E, con questo finale col diavolo disabilitato di default e disponibile solo a pagamento, chiudiamo questa RNR (che non sta per “Rock’n’Roll”) causata dal caldo e andiamo a farci la quinta doccia senza sapone.

Si tenga presente che questa non è l’unica App del genere ma solo quella sulla quale ho inciampato in questa notte ferragostana ma se un mecenate o una mecenate mi finanzia (bastano anche meno di 1k euri) io prometto di provarle anche tutte le App di questo genere.

Pepsy

Cose che non sono riuscito a inserire in modo decente nel testo qui sopra:

[*] Qualche perplessità è stata sollevata nello scorso mese di novembre 2024 quando tra le figure che comparivano come guest star con le quali chattare a Natale c’era anche Santa.

[**] Il pacchetto da 99,99 USD è convenientemente marcato come “Forever Premium”.

[***] Recentemente i proprietari del Tubo hanno annunciato che stanno sperimentano con l’aiuto della immancabile IA un sistema per capire se chi sta guardano quei video strani sia maggiorenne o meno. Lo decideranno loro e la piattaforma si comporterà di conseguenza.

[****] Vengono citati quasi solo passaggi critici perché sono le 4 e mezza di notte e il termometro segna 28,2C. fuori e 30C. in casa.

Porno? Non ne parliamo!

In effetti in quanto scritto qui sotto non si parla di porno, nel senso che non si parla di cos’è, a chi e a cosa serve e nemmeno della sua storia, della sua evoluzione e del suo futuro.

Il contenuto di questo scritto riguarda la merce porno, la sua distribuzione via Rete e, soprattutto, i tentativi delle autorità costituite per controllare una produzione che vale, ma si tratta solo di stime, quasi 300 miliardi di dollari all’anno. Anche per questa ragione nello scritto che segue non verranno citati marchi, per evitare pubblicità gratuita.

Recentemente (metà luglio 2025) la Comunità Europea ha annunciato l’inizio della sperimentazione di un sistema per vietare ai minori di 18 anni l’accesso ai siti web che pubblicano contenuti ritenuti pornografici.

La soluzione trovata passa attraverso l’uso di una applicazione per cellulari che dovrebbe certificare l’età di una persona e fornire ai siti web la prova di questo stato.

Il comunicato stampa annuncia che la sperimentazione di questo sistema è iniziata coinvolgendo alcuni paesi (Italia, Francia, Danimarca, Spagna e Grecia) e alcuni siti web.

La prima cosa da notare è l’enorme contraddizione riguardante il fatto che l’applicazione funziona sui cellulari (attualmente solo su Android) che sono, già da tempo, considerati uno strumento poco adatto per gli adolescenti, per non dire dei bambini e delle bambine.

La seconda cosa da notare è che, nel frattempo però, come succede spesso, ci sono stati degli effetti collaterali a questo annuncio.

Dipinto di DelacroixLa principale società che gestisce siti porno ha deciso di bloccare l’accesso ai suoi siti in alcuni paesi europei, tipo la Francia. Per cui, quando si prova ad accedere da quel paese a una delle risorse bloccate appare “La Liberté guidant le peuple” (Eugène Delacroix, 1830) che, non a caso, presenta in primo piano una donna con il seno scoperto. Diciamo che avrebbero potuto far di meglio (o peggio, secondo i punti di vista) usando “L’Origine du monde” (Gustave Courbet, 1866) giusto per restare in argomento e in Francia.

La lettura di quello che scrivono sotto l’immagine del noto dipinto è alquanto interessante, come pure la versione più lunga di quell’avviso che annuncia agli utenti che si collegano dalla Francia la triste notizia che non possono accedere al sito porno. I proprietari del sito ritengono che i sistemi proposti a livello Europeo non funzionano, nel senso che non servono a tenere i minori lontano dalla pornografia; ritengono assurdo che chi vuole accedere al sito deve ogni volta certificare la sua maggiore età e segnalano che rendere così complicato l’accesso porterà le persone a collegarsi verso altre risorse ritenute più “pericolose”. Secondo la società che protesta la soluzione dovrebbe essere implementata a livello di dispositivo: “Per rendere Internet più sicuro per tutti, ogni telefono, tablet o computer dovrebbe iniziare con l’essere un dispositivo sicuro per i bambini. Solo gli adulti identificati dovrebbero essere autorizzati a sbloccare l’accesso a contenuti inappropriati per la loro età.

Sempre in contemporanea altri siti web, sempre dello stesso genere, ma di altre società si sono inventati una certificazione di identità più o meno “fai-da-te”, si noti nell’immagine sotto a sinistra, la necessità di tirare in ballo certe cose, sempre e comunque, condensata nella scritta “AI age estimation…”
Cliccando sul tasto di verifica si viene rimandati, per l’identificazione e l’accesso ai servizi di un notissimo fornitore che, a quanto risulta, fornisce indirizzi e-mail accontentandosi dell’autocertificazione dell’età.

Nota bene che, come scritto all’inizio, abbiamo cercato per quanto possibile di non fare pubblicità modificando le immagini.

schermata certificazione dell'età schermata certificazione dell'età

 

 

 

 

 

 

 

Ci sarebbe molto altro da scrivere ma, dal nostro punto di vista, il problema più grosso è che sistemi di controllo costruiti e diffusi con la scusa della “protezione dei più deboli” finiscono per essere solo i primi passi verso il controllo generalizzato della popolazione, a prescindere dall’età e dalle sue preferenze riguardo la pornografia on-line.

Probabilmente ne scriveremo ancora.