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Vecchi complotti

Periodicamente spuntano fuori cose vecchie spesso scritte lo scorso millennio che a rileggerle fanno quasi vergognare ma che sono comunque indizio di determinati interessi (probabilmente confinanti con ossessioni) che resistono ancora. Ripubblico qui sotto una roba che, a mio avviso, contiene ancora cose non completamente marcite. Lo spunto, la suggestione, la scusa sono collegate alla recente saga sulle disavventure di un noto condduttore televisivo.
Il testo che segue non è stato corretto e quindi contiene tutti gli errori e le stupidaggini dell’originale, la tabella finale è stata ridisegnata per inserirla nella pagina.

 

Controinformazione, dietrologia e teoria del complotto

1. Teoria Generale del Complotto
Dietro la facile ironia che può suscitare, la Teoria del Complotto ha delle caratteristiche che, a differenza della Controinformazione e della Dietrologia, le hanno permesso di superare brillantemente la rivoluzione informatica e di adeguarsi comodamente al Villaggio Globale.

Definiamo Teoria Generale del Complotto (TGC) una teoria che parta da questi presupposti minimi:
1) Il governo “reale” del pianeta Terra non è quello che siede nei parlamenti dei vari Stati ma è altrove.
2) Questo governo invisibile è formato da persone (sconosciute ai più) di diversa provenienza.
3) Questo governo invisibile utilizza anche strumenti “sporchi” per raggiungere i propri scopi.
4) Lo scopo principale è quello di mantenere il controllo del pianeta e di perpetuare il potere del governo invisibile.
5) Qualsiasi avvenimento di una certa importanza (o che è ad esso collegato) è provocato, direttamente o indirettamente, da questo governo invisibile.
6) Su tutto ciò è possibile fare delle ipotesi di ricerca basandosi sull’analisi comparata degli avvenimenti correnti (e/o storici).
Per fare un esempio, una delle ipotesi di ricerca in voga attualmente tra i “complottisti” sostiene che “Gli Organismi pubblici e nascosti del Vaticano e dell’Impero Britannico sono impegnati in una lotta mortale per il controllo del mondo”.
Ma, in pratica, una teoria così come l’abbiamo descritta non la troverete da nessuna parte, esistono infatti una serie pressochè infinita di sotto-teorie, e sono quelle che qui ci interessano, che si basano sui meccanismi descritti sopra e su altri presupposti, derivati logicamente dai precedenti, ad esempio:
1) C’è un avvenimento sospetto.
2) Molto probabilmente dietro di esso c’è qualcuno che, nascosto nell’ombra, trama.
A queste va aggiunto, per completezza, una ulteriore divisione in sotto-sotto-teorie che servono a distinguere l’origine dei complotti, ne elenchiamo alcune:
1) Complotti razziali (Bianchi, Neri, Cinesi…)
2) Complotti religiosi (Ebrei, Gesuiti, Islamici…)
3) Complotti economici (FMI, Trilateral,…)
4) Complotti politico sociali (Comunisti, Nazisti, Gladio, Massoneria, KGB, CIA, TREVI…)
Ognuna di queste sotto-sotto-teorie si basa sui meccanismi identificati nella TGC.

2. È accaduto qualcosa di sospetto…
Vediamo di descrivere, concretamente, come funziona un tipico complotto.
Per prima cosa ci deve essere un avvenimento che deve coinvolgere (anche marginalmente) una persona nota o una persona ad essa “collegata” in qualche modo; l’effetto massimo si ha con il decesso della persona in questione. Questo effetto, che si potrebbe chiamare “Effetto JFK”, è spesso la causa prima che scatena il complottista.
Ma come si fa ad identificare, con certezza, un avvenimento del genere, come distinguerlo da qualsiasi altro? Basta che si presenti, in primo luogo, anche una sola di queste eventualità:
-L’avvenimento non ha avuto testimoni, o quelli esistenti si contraddicono a vicenda.
-Le istituzioni coinvolte sono reticenti se non addirittura impegnate ad ostacolare le indagini.
-Gli esperti del caso non riescono a dare una spiegazione univoca dell’accaduto.
In secondo luogo ci deve essere un collegamento (anche minimo) tra l’avvenimento odierno e qualche altro del passato, recente o remoto che sia, già collegato alla TGC.
Come avviene il collegamento? Basta anche una sola di queste eventualità:
-Tramite l’appartenenza di almeno uno dei protagonisti dell’avvenimento a particolari gruppi sociali.
-Tramite la presenza di almeno uno di questi gruppi sociali in qualche avvenimento precedente collegato alla TGC.
Facciamo un esempio.
L’8 dicembre 1972, un United Boeing 737 (volo 553) ebbe un incidente durante l’atterraggio a Chicago, tutti i passeggeri restarono uccisi.
Vediamo come questa storia rientra nelle nostre categorie:
-L’avvenimento non ha avuto testimoni (vero, non si è salvato nessuno).
-Il personaggio coinvolto era collegato ad un pezzo grosso: a bordo del velivolo c’era Dorothy Hunt, moglie di Edward E. Hunt, implicato nello scandalo Watergate, essa – si dice – portava con sè documenti riguardanti l’implicazione del Presidente Nixon nella corruzione dei testimoni al processo.
-Almeno uno dei protagonisti di tale avvenimento apparteneva a particolari gruppi sociali: i primi ad arrivare sul luogo della sciagura sono stati una dozzina di agenti dell’FBI che successivamente hanno ostacolato le indagini; almeno una dozzina di altre persone presenti sull’aereo avevano qualcosa a che fare con il Watergate o con il Dipartimento di Giustizia.
-Almeno uno di questi gruppi rimandava a qualche avvenimento precedente collegato alla TGC: gli agenti dell’FBI rientrano, per definizione, in questa categoria.
Un Comitato di Cittadini è convinto che l’incidente sia stato provocato da agenti del Dipartimento di Giustizia.
Volendolo classificare l’esempio ricade nella categoria delle sotto-sotto-teorie dei Complotti politico sociali (vedi sopra).

3. Teoria Generale del Complotto e Dietrologia
Un osservatore disattento potrebbe confondere TGC e Dietrologia in quanto hanno come loro oggetto di interesse avvenimenti molto simili, vediamo allora le differenze esistenti fra loro.
a) mentre la TGC scava a fondo anche sul più piccolo indizio, per quanto lontano o insignificante sia, la dietrologia si occupa – prevalentemente – di fatti eclatanti;
b) la dietrologia, a differenza della TGC, si basa maggiormente sulla stretta attualità, si alimenta con gli avvenimenti di tutti i giorni che vengono letti con una particolare angolazione;
c) per i dietrologi i colpevoli sono facilmente individuabili, ma sono di solito solo degli “utili idioti”, dietro di loro si nascondono invece i cosiddetti “poteri occulti”, che però (a differenza della TGC) sono comunque identificabili seppure genericamente;
d) spesso una dietrologia può diventare, nel tempo, un complotto.
Ancora un esempio.
L’esistenza della loggia P2 era nota alle cronache, almeno dall’inizio degli anni ’70, soprattutto ai lettori dei settimanali tipo “L’Espresso” già molto prima della scoperta degli elenchi dei suoi aderenti (1981) e del gran polverone sollevato in seguito alla diffusione del nome e delle avventure di Licio Gelli.
All’inizio l’affaire P2 ha interessato soprattutto la dietrologia politica, l’esistenza di una rete di personaggi (più o meno noti) iscritti al club ha fatto da sfondo a molte ipotesi riguardanti gli avvenimenti più misteriosi della recente politica italiana che venivano riletti con la lente della loggia coperta. Solo negli ultimi tempi si è cercato, soprattutto con il parallelo tra il “piano di rinascita nazionale” di Gelli e le vicende italiane degli ultimissimi anni, di collegare il tutto in una teoria complottista che funziona, più o meno in questo modo:
-la P2 esiste ancora;
-tutti gli avvenimenti nella quale compare la P2 sono funzionali ai suoi scopi;
-il suo piano è quello di giungere al potere tramite i suoi aderenti;
-il regime Berlusconiano è la realizzazione piena di questo progetto.
Anche questo esempio ricade nella categoria dei complotti politico-sociali.
Volendo riassumere in uno slogan le differenze potremo dire che alla domanda (della TGC): “chi complotta?” viene data la risposta “a chi giova?” propria della più vieta dietrologia riformista. Nel primo caso viene data per scontata l’esistenza di un qualche complotto, ma si è consapevoli che è difficile scoprirne gli autori, nel secondo, invece, la stupidità arriva al punto di porre la fatidica richiesta “sia fatta luce!” rivolgendosi proprio a chi la luce l’ha mantenuta spenta, come quando si continua a chiedere la verità su Ustica all’Aeronautica Militare.

4. Controinformazione e paranoia
Veniamo, infine, alla Controinformazione, la parolina magica che tante assemblee ha salvato e tanti compagni ha illuso negli ultimi venti anni.
Lo scopo principale dell’attività di contro-informazione è stato quello di fornire delle notizie, su avvenimenti circoscritti, “altre” rispetto a quelle fatte circolare dagli apparati di potere e dai loro mass-media. L’esempio della controinchiesta sulla strage di Piazza Fontana alla base dello storico libro “La Strage di Stato” (1971) è ancora valido: in una situazione nella quale molti compagni della “sinistra rivoluzionaria” venivano arrestati ed accusati di ogni sorta di attività criminali, si riuscì a ribaltare la situazione con una inchiesta di tipo giornalistico che mostrava il vero volto di alcuni dei protagonisti delle vicende di quegli anni, molto prima che tutto il resto del sistema dell’informazione si arrendesse all’evidenza che le accuse mosse agli anarchici erano delle grossolane montature giudiziario-poliziesche.
Fortunatamente la Controinformazione sfiora appena la Dietrologia e la TGC, in quanto è ancora più settoriale della prima e non si lascia distrarre dalla seconda; dopotutto lo scopo “concreto” di lavorare per la liberazione e/o l’assoluzione di compagni nei guai non dovrebbe favorire distrazioni ludiche.
Per questa ragione la Controinformazione ha avuto un andamento discontinuo, collegato più al volontarismo dei compagni che ad una effettiva necessità.
Tra gli ultimi esempi di Controinformazione “corretta”, secondo la nostra definizione, potremmo ricordare quella collegata all’omicidio del compagno Pietro Greco “Pedro” (1985), giustiziato in stile nazista da agenti dell’ordine e che si voleva far passare per un pistolero sanguinario. A questo va aggiunto il lavoro raccolto nel libro-inchiesta “625” (1990) che mostra senza dubbio di smentita possibile l’utilizzo che viene fatto della famigerata legge Reale (1975) che da agli agenti dello Stato la licenza di uccidere.
L’unica pecca che possiamo ricordare a questo proposito è la tendenza, di alcuni, a trasformare la Controinformazione in Paranoia, quella per intenderci dei compagni che hanno sempre “il telefono sotto controllo” o che vedono sbirri in borghese dappertutto, ma in questi casi spesso si sconfina in tratti caratteriali legati alle personalità dei singoli che non ci interessava trattare in questa sede.

5. Gli Anarchici
Nel movimento anarchico sono presenti fautori di tutte le tesi che abbiamo cercato di descrivere finora anche se difficilmente qualcuno ammetterà di essere un “complottista” o un “dietrologo” e tutti rivendicheranno la priorità della controinformazione nella loro analisi e nella loro prassi.
Eppure spesso ci si fa prendere la mano e si tende a giudicare prassi diverse dalla nostra come frutto di un lavoro da infiltrati, si tende a giudicare iniziative ed avvenimenti con l’idea preconcetta che possano essere parte di un più grande e complesso piano che il Potere (quello con la “P” maiuscola) ordisce contro gli Anarchici, suoi irriducibili oppositori.
Un esempio.
Il movimento anarchico reagì in modo variegato alla bomba che Gianfranco Bertoli lanciò nel cortile della Questura di Milano (1973). La maggior parte di esso (stando almeno a quello che si può leggere nei giornali dell’epoca) sposò la tesi della provocazione ordita dal Potere per rendere inutili tutti i successi della controinformazione legata alla Strage di Stato, una tesi che potremmo definire Dietrologica. Un’altra si limitò a dire che l’azione di Bertoli non rientrava nella propria prassi politica ed una ultima fetta “rivendicò” l’avvenimento come atto di rivolta individuale.
Col passare degli anni si può dire che la maggioranza dei compagni (sempre in base a quello che si può leggere sulla nostra stampa) è convinta che Bertoli sia un “compagno che ha sbagliato”. Quelli che tendevano alla dietrologia invece adesso sono più orientati verso una classica tesi da TGC “il Bertoli utile idiota del Potere”.
Dall’altra parte invece, paradossalmente, sia il Potere che i media sono concordi nell’affermare che Bertoli non può essere anarchico, anzi i sostenitori più accaniti della TGC continuano ad inserire il suo nome nell’elenco dei sospetti gladiatori, degli infiltrati e dei provocatori al servizio dei soliti poteri occulti.
Lo stesso tipo di schieramento si ripropone all’interno del movimento anarchico ogniqualvolta vengono arrestati compagni per reati cosiddetti “comuni”.
D’altro canto anche il Potere sembra soffrire di una simile sindrome ritenendo che qualsiasi avvenimento legato, in qualche modo al movimento anarchico, faccia parte di un grandissimo piano messo in piedi dalle nostre segrete strutture nazionali (ed internazionali) per abbatterlo.

6. Schemino
Abbiamo provato a riassumere in uno schema alcune delle cose che abbiamo descritto sopra relativamente agli avvenimenti degli ultimi 25 anni.
Come tutti gli schemi che si rispettano anche questo è una semplificazione; con “epoca di inizio” intendiamo solo sottolineare che sia la TGC che la Paranoia erano già ben conosciute negli anni ’70. Con “sostenitori” indichiamo i principali fautori delle ipotesi in questione; con “tesi e scopo” cerchiamo di riassumere le nostre idee in proposito e con “parola d’ordine” proponiamo un sistema per individuare a colpo d’occhio le tesi di fondo che possiamo trovare leggendo qualcosa su questi argomenti.

7. Continua?
Da quanto abbiamo scritto si potrebbe pensare che siamo dei decisi oppositori della TGC e della Dietrologia (per non dire della Paranoia) e, citando l’intervista al “complottista” presentata in questo numero di rAn, qualcuno potrebbe avanzare l’ipotesi che anche tutto questo articolo sia frutto di un “complotto”. Poco male. Partiamo dal presupposto che esista un complotto, di grandezza mondiale, dei padroni della terra (palesi od occulti che siano) per mantenere il loro potere e per tenere soggiogata la maggior parte dell’umanità, un complotto che funziona anche grazie alla complicità che il Potere riesce a trovare nei propri “sudditi”. Questo complotto non ha bisogno di trame segrete o di agenti nascosti, si può servire delle stragi ma non dipende necessariamente da esse, continua ad esistere nonostante tutto perchè la forza della ribellione non riesce ad esprimersi che a sprazzi.
Il Complotto è sotto gli occhi di tutti gli sfruttati ed il nostro problema è, più che cercarne le cause o descriverne con precisione i meccanismi, trovarne le vie di uscita.

Pepsy

(Tratto da “rAn”, n.8, Maggio 1995)

Internet. Attacco all’anonimato

John Perry Barlow (1947-2018), saggista e poeta, autore di molti dei testi delle canzoni dei mitici “Grateful Dead” è stato uno dei primi “cyber-attivisti” e l’autore della “Declaration of the Independence of Cyberspace” (Davos, 8 febbraio 1996). Chi la legga oggi per la prima volta potrebbe rimanere davvero sorpres*. Sia perché descrive un’Internet molto diversa da quella che conosciamo sia perché – ingenuità politiche a parte – l’autore di quel documento aveva già compreso le potenzialità della comunicazione mediata da computer e la sua inevitabile diffusione. Nella “Dichiarazione” veniva chiesto agli Stati e ai Governi di non interferire nel “Cyberspazio”, definito come un mondo virtuale nel quale si stava costruendo una sorta di utopia sociale che non prevedeva frontiere e discriminazioni, una nuova società basata su regole condivise invece che imposte.
In quegli anni le limitazioni e i controlli relativi all’utenza si limitavano esclusivamente a proteggere le risorse militari e poche altre. Uno dei più diffusi protocolli di comunicazione usato per trasferire i file era chiamato “anonymous ftp” perché il server non chiedeva alcun dato a chi si collegava per caricare o scaricare un file.
Anche negli ambiti della comunicazione collettiva interpersonale, che già esisteva anche se non si chiamava “social”, nessuno faceva caso al fatto che usavi un “nickname” (soprannome) al posto di un nome e cognome.
In particolare un passaggio nella “Dichiarazione” sembra davvero scritto ieri sera: “Siete terrorizzati dai vostri figli, poiché sono nativi di un mondo nel quale voi sarete sempre immigrati. Poiché li temete, affidate alle vostre burocrazie le responsabilità genitoriali con le quali siete troppo codardi per confrontarvi.”
Dopo trenta anni, l’ipocrita ossessione che dovrebbe proteggere i minori dai pericoli di Internet è qualcosa che è aumentata a dismisura e ha colpito a tutti i livelli e in tutti i paesi del mondo e rischia di mettere fine all’anonimato, uno dei principi fondanti della libertà di comunicazione in Rete.
Come spesso accade, quando si tratta di questioni del genere, gli Stati Uniti occupano una posizione di avanguardia che farà da modello per gli altri paesi. Anche se, per il momento, ci sono solo due stati che hanno approvato delle leggi che dovrebbero impedire l’accesso dei minori a programmi e a contenuti ritenuti non appropriati per la loro età.
A partire dal 2027 i computer venduti in California dovranno essere modificati in modo che al momento della creazione della prima utenza sarà necessario inserire, oltre al nome e alla password, anche una data di nascita. In questo modo le applicazioni installate sul computer potranno impedire o limitare l’uso di determinati programmi. In Colorado una legge analoga entrerà in vigore nel 2028. Le aziende responsabili dello sviluppo dei Sistemi Operativi dovranno farsi carico della creazione di questo sistema. Anche in altri stati sono state presentate norme simili e a livello federale è in discussione da tempo una legge che, se approvata, verrebbe applicata in tutti gli USA.
La cosa che farà sobbalzare qualche politic* nostran*, se leggerà queste notizie, è il funzionamento del sistema che verrà applicato: in California verrà richiesta l’età ma non ci sarà alcuna verifica sull’informazione fornita. In pratica si è usata quel minimo di ragionevolezza (difficilmente un* dodicenne può permettersi l’acquisto di un computer) per cui saranno i genitori a decidere che data di nascita verrà inserita sul computer che useranno i figli e le figlie. Altre proposte che circolano invece prevedono che venga archiviata sul computer un qualche tipo di prova che certifichi l’età. Si va dalla classica patente di guida, alla carta di credito, ad una foto del viso.
Come è evidente anche a chi non ha competenze informatiche specifiche, le due soluzioni in campo sono alquanto diverse. La prima si basa sulla ragionevolezza e sulla responsabilizzazione di chi dovrebbe prendersi cura dei minori, la seconda porta solo a una serie di effetti collaterali.
Lo scorso mese di febbraio, un noto sito che pubblica contenuti etichettati come pornografici aveva bloccato la maggioranza delle connessioni provenienti dal Regno Unito in quanto non si era dotato degli strumenti per verificare la maggiore età di chi si collegava. Nelle isole inglesi, il recentemente approvato “Online Safety Act” aveva colpito, come sempre succede in questi casi, anche siti completamente privi di contenuti ritenuti osceni. In “soccorso” delle persone che frequentano certi siti è arrivata una delle maggiori aziende che produce smartphone, che da marzo ha implementato un controllo obbligatorio dell’età direttamente nel suo Sistema Operativo. Per cui adesso i possessori di quei telefonini possono collegarsi senza problemi al sito proibito. Questo sistema, oltre che per l’UK, è stato (per il momento) attivato per la Corea del Sud e per Singapore.
Il Governo di Sua Maestà ritiene che bloccare, per i minori di 16 anni, l’uso delle più diffuse piattaforme social sia un modo per costruire “una nuova normalità per le generazioni future, dare il via a un cambiamento culturale e guidare la lotta del governo per fornire a ogni bambino il modo migliore per iniziare la propria vita”.
Come se non bastasse, è stata ventilata la possibilità di impedire l’accesso anche ai siti che trasmettono video in diretta e alle applicazioni che permettono videochiamate con estranei. Per finire, si pensa anche di attivare una sorta di “coprifuoco” durante il quale i minori di 18 anni non possono usare determinati programmi.
Chi si oppone al varo di questo tipo di norme solleva due critiche fondamentali: la prima è che la proibizione funziona (quando funziona…) solo costringendo tutte le persone a identificarsi e quindi aprendo la strada al definitivo controllo di massa di Internet. La seconda mette in guardia dal concreto pericolo insito nella proliferazione della registrazione in formato digitale dei nostri dati personali che rende sempre più pericolosa ogni violazione degli archivi. Alla metà di giugno, un noto gruppo di “estorsori digitali” ha dichiarato di aver violato un computer gestito dal Consiglio Europeo e ha messo in vendita i 429 mila file copiati. Fino a questo momento, i responsabili di quell’archivio hanno risposto a chi chiedeva conto di questo attacco con il tradizionale “no comment”.
Alle due critiche citate ne andrebbe aggiunta almeno una terza. Una legge che proibisce l’uso di una piattaforma social e non di un’altra significa, in concreto, che favorisce una determinata azienda al posto di un’altra. E stiamo parlando di interessi milionari.
Una delle principali fonti di confusione per chi crede sia possibile risolvere facilmente i problemi in questo ambito è la varietà di norme che limitano l’accesso a determinate risorse di Internet. Solo per citare alcuni esempi all’interno dell’Unione Europea, la creazione di un account social è vietata ai minori di 14 anni in Austria, Italia e Spagna; ai minori di 15 in Francia e Grecia; ai minori di 16 in Germania, Ungheria e Lussemburgo. A livello internazionale, i divieti variano da paese a paese, con un’età minima compresa tra i 13 e i 18 anni. In Australia, dove dal dicembre 2025 l’accesso ai social è consentito solo ai maggiori di 16 anni, una recente ricerca commissionata dal Governo sembra aver rilevato che circa l’85% dei minori ha, in qualche modo, aggirato la norma.
Negli ultimi due anni si è intensificato il dibattito sulla realizzazione di un’applicazione dedicata alla verifica dell’età. Esiste già una versione di prova di tale programma, che gode del pieno sostegno delle autorità dell’Unione Europea. Nonostante le numerose comunicazioni ufficiali, la data di rilascio definitivo rimane ancora incerta. Si può notare però che si sovrappone, parzialmente, a quel “porta documenti digitale” del quale dovrebbero dotarsi tutti gli europei entro la fine del 2026, salvo proroghe. Il garbuglio delle normative riguardanti la sfera digitale tra quelle locali e quelle comunitarie non ha ormai limiti e, probabilmente, è anche a prova di Intelligenza Artificiale.
In Italia sono arenate in Parlamento diverse proposte di legge simili a quella inglese, ovviamente per tutelare i minori, in modo ancora più “stretto” di quanto già non siano. Proposte che arrivano da tutti i partiti politici, ma con una certa prevalenza di quelli di “sinistra”, e qui ci vorrebbero più di una coppia di virgolette.
Dietro la tanto sbandierata attenzione per la protezione dei minori si nasconde, senza troppo successo, un altro obiettivo molto più ambizioso, quello di controllare le persone e le idee che esprimono quando comunicano con altre persone sulla rete. Per raggiungere questo risultato c’è solo un modo, quello di identificare le persone o, in altre parole, vietare l’anonimato su Internet.
Tra le ultimissime iniziative che spingono in questa direzione si può segnalare l’annuncio dell’apertura di un ennesimo social che al momento è ancora in “rodaggio” e al quale è possibile iscriversi solo tramite invito. Ecco la sua sintetica presentazione: “Stiamo costruendo W – una piattaforma di social media realizzata in Europa, per il mondo. Regolata dal diritto europeo, con i dati ospitati sulle infrastrutture europee e progettata per le conversazioni tra gli esseri umani in tutto il mondo.”
La principale caratteristica di questo social è che per partecipare alle discussioni bisogna essere identificati, cosa che si può fare tramite un’apposita applicazione per cellulari. Inutile dire che questa è diversa da quella che abbiamo citato più sopra… Va anche notato che l’iniziativa è di un’azienda svedese e quindi rientra nell’ambito delle attività commerciali che notoriamente sono a scopo di lucro e ben poco hanno a che vedere con la libertà di comunicazione.
Perché poi, gira e rigira, il motore principale è sempre il sistema del profitto che non ha certo remore a usare i minori come bersaglio della pubblicità sui social, inventando sempre nuovi sistemi per catturare la loro attenzione. Ancora meno remore a supportare norme che limitino la libertà di comunicazione a prescindere dall’età.

Pepsy

[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.22 del 05/07/2026]

Contro guida TV 1993

copertina Contro Guida TVNel secolo scorso perdevo troppo tempo a guardare le trasmissioni televisive. Una delle scuse era che mi hanno sempre interessato le tematiche legate alla comunicazione. Per provare a disintossicarmi da quella brutta abitudine ho anche scritto una piccola cosa nella quale parlo molto male della TV in generale.

Il piccolo opuscolo, stampato anonimo nel 1993, in 300-400 copie l’ho visto in vendita a 10 euro (sic!) su una storica piattaforma commerciale sul Web e quindi probabilmente giunto il momento (visto che la carta ha iniziato a ingiallire) di caricare un file qui sopra per chi fosse interessato a questo genere di “archeologia”.

Per fortuna tutti i difetti che ci sono nel testo sono andati, credo, in prescrizione ma – nel caso qualcun* legga questo testo – sarei davvero interessato a sapere cosa ne pensa.

Adesso guardo molto, ma molto meno televisione a causa di Internet…

Scarica ControGuidaTV_1993 in formato .pdf, il file e il suo contenuto non hanno copyright per gli usi non commerciali e a patto che si citi la fonte.

Numeri e opinioni

Il Ministero degli Interni, che pubblica le statistiche ufficiali riguardanti il numero e il tipo dei reati denunciati nel corso dell’anno precedente, ha anticipato questi dati fornendoli in esclusiva a un quotidiano.
Come sempre accade in questi casi la lettura dei numeri diventa immediatamente politica e quanto più sono dettagliate le tabelle tanto più è possibile privilegiare le interpretazioni a seconda delle idee che si hanno rispetto al fenomeno della “criminalità”. Un termine che
comprende al suo interno comportamenti che vanno dal triplice omicidio all’imbrattamento di un edificio pubblico, fatti diversi che vengono messi nello stesso calderone contribuendo al totale generale.
In attesa che vengano resi disponibili i dati ufficiali vediamo alcuni di quelli diffusi nelle anticipazioni.
I delitti denunciati nel corso del 2024 dalle forze dell’ordine all’Autorità Giudiziaria sono stati complessivamente 2.380.653. Nel corso di (quasi) venti anni il numero è passato da 2.771.490 del 2006 per poi aumentare fino a 2.892.155 (2013) e poi iniziare a diminuire fino a 1.900.624 (2019).
Osservando il suo andamento complessivo si può affermare che c’è stata una tendenziale diminuzione, anche tenendo conto dell’anomalia dei due anni di COVID. Bisogna sempre tener presente che questo numero è il totale delle denunce e non quello delle condanne che, per ovvie ragioni, è minore. Per cui anche se nel 2024 ci sono state l’1,7% di denunce in più rispetto al 2023 questo non è particolarmente significativo.
Anche senza prendere in considerazione questi numeri, è fin troppo facile constatare che la politica, e tutti i partiti, ritengono la “criminalità” un problema centrale se non addirittura quello principale.
Questo è dovuto, in alcuni casi, alla propensione storica di alcune formazioni politiche a propagandare e perseguire una linea basata su “legge e ordine” che costituisce una parte essenziale del loro patrimonio ideologico identitario. In altri casi ci sono partiti, convinti che occuparsi delle questioni della microcriminalità invece che del problema degli affitti sempre più cari paghi maggiormente in termini elettorali.
In soccorso a entrambe queste posizioni ci sono i dati disaggregati delle statistiche. Vale a dire i numeri che si riferiscono alle diverse fattispecie di reati oggetto di denuncia.
Ma, anche in questo caso, la lettura dei dati può essere fatta con diversi tipi di “occhiali”. Facciamo un esempio: nel 2024 le denunce per furto (tutti i tipi) sono aumentate del 3% rispetto al 2023 e hanno costituito il 44% sul totale delle denunce. Guardando però gli stessi dati con degli “occhiali” diversi si scopre che i furti (tutti i tipi) sono diminuiti nel 2024 del 33% rispetto al 2014. Lo stesso discorso vale anche per altri reati; numeri che possono assumere un aspetto preoccupante se guardati da troppo vicino e uno decisamente meno se osservati da lontano.
Un altro esempio lampante è il grande spazio che danno i mezzi di comunicazione di massa ad alcuni fatti di cronaca riguardante gli omicidi volontari, andando a ripescare anche avvenimenti molto distanti nel tempo. I dati confermano, da anni, che l’Italia è uno dei paesi con il numero minore di omicidi volontari in Europa (penultimo posto), un dato che diminuisce di anno in anno: nel decennio 2015-2024 gli omicidi sono passati da 475 a 319. Anche se si analizza il dato
distinguendo tra vittime di genere maschile e di genere femminile il risultato non cambia: nel primo caso si è passati da 330 a 206 e nel secondo da 145 a 113.
Ci sono naturalmente anche numeri che mostrano delle chiare tendenze all’aumento. Questo è il caso dell’incremento delle denunce a carico di persone in giovane età, anche minorenni e di stranieri, in entrambi i casi per reati “di strada” o connessi alle sostanze stupefacenti. E su questo ci sarebbe molto da ragionare e da scrivere.
La raccolta e l’elaborazione di questo genere di dati è sicuramente utile a chi vuole studiare il fenomeno della criminalità dal punto di vista sociologico e potrebbe anche servire, in una società che vorrebbe fare a meno del carcere, per provare a capire le motivazioni di chi commette un reato al fine di mettere in atto delle politiche di prevenzione. Invece viviamo in un sistema sociale nel quale questi dati servono quasi esclusivamente alla propaganda, a proporre
l’aumento del numero di agenti delle varie forze di polizia, la costruzione di nuove carceri e la richiesta di pene più severe. Ma si può fare anche di peggio, l’attuale Governo ha già introdotto, con il cosiddetto “Decreto Sicurezza” (DL 20/2025) 14 nuovi reati che, inevitabilmente, porteranno nei prossimi anni a un incremento delle denunce che finiranno poi per alimentare campagne di allarme sociale.
Da notare infine un piccolo rischio di “corto circuito”: da una parte i partiti al Governo hanno da sempre la tendenza a straparlare di aumento dei reati mentre dall’altra potrebbero, visto che sono al potere da tre anni, intestare alla propria politica nel settore della sicurezza i numeri complessivi che non sono poi così tragici. Siamo convinti che faranno entrambe le cose.
Non abbiamo dubbi.

Pubblicato su “Umanità Nova”, n.34 del 30/11/2025.

Vecchi errori

Ricopio qui sotto un articolo pubblicato sul settimanale anarchico Umanità Nova, n.2 del 22 gennaio 2006, Anno 86. Lo faccio per due ragioni: perché, contrariamente a quello che avevo scritto alla fine dell’articolo, anche se dopo anni, si è arrivati a conoscere la verità ma anche perché sono orgoglioso di aver partecipato, anche se con un piccolissimo contributo, a raccontare una storia che non andava dimenticata.

Morte “accidentale” di un ragazzo
Chi ha ucciso Federico?

Federico – un diciottenne di Ferrara – è morto la notte del 25 settembre 2005 ammanettato e circondato da poliziotti e carabinieri. Una fine classificata come “morte per droga”, nonostante sul suo corpo siano stati riscontrati diversi traumi che, sempre secondo la relazione degli agenti, sarebbero il risultato di atti di autolesionismo.

Una morte apparentemente come tante altre, corpi che cedono a sostanze avvelenate, vite che si concludono quasi sempre in solitudine e senza tanto rumore mediatico. Una storia che, solo all’inizio di quest’anno, è uscita dal silenzio grazie alla caparbietà di una madre che ha trovato la forza di raccontare su Internet i suoi dubbi sulla morte del figlio. La vicenda ha trovato uno spazio su Indymedia ed è diventata definitivamente “pubblica” la scorsa settimana quando, anche su diversi quotidiani, è riapparsa la notizia troppo frettolosamente “dimenticata” dai media.

Immediatamente vengono fuori le prime contraddizioni tra la versione “ufficiale” e quella di altri testimoni, come i sanitari che hanno constatato il decesso del ragazzo, e prontamente arrivano le dichiarazioni del PM che si occupa del caso, il quale ha affermato che le prime risultanze delle perizie portano ad “escludere la natura traumatica del decesso” (Adnkronos, 13/1/06), “che le contusioni e le ecchimosi rilevate sul corpo del giovane, così come la ferita lacero-contusa al cuoio capelluto, quale che ne fosse l’origine, non potevano avere di per sé cagionato la morte del ragazzo” (ibidem) e che “allo scroto è stata rilevata un’area di acchimotica di modestissime dimensioni” (ibidem).
Come dire che, anche se Federico fosse stato pestato a sangue dalla polizia, non è stata questa la causa determinante della sua morte e che tanto meno poteva morire per un “modesto” colpo ai testicoli.

Ancora più categorica la rappresentanza sindacale degli agenti: “Noi sappiamo già, avendone gli elementi, che la vicenda si concluderà con esito positivo e che l’inchiesta della magistratura metterà in luce che il decesso è avvenuto non per cause ricollegabili all’operato dei nostri colleghi.” (dichiarazione di un sindacalista del “Sindacato Autonomo di Polizia”, “Il Resto del Carlino, 13/1/06).
Come dire che, anche se Federico fosse stato pestato a morte dalla polizia, il risultato delle indagini scagionerà sicuramente i suoi assassini.

Questa storia è venuta fuori, quando si dicono le coincidenze, proprio mentre si stava scrivendo una nuova puntata della vicenda di Marcello Lonzi, il detenuto “trovato morto” nel carcere di Livorno nel luglio 2003. Anche in questo caso è stato principalmente grazie alla tenacia della madre (ma anche di gruppi di compagni) che si è arrivati davanti al tribunale di Genova con una controperizia medica che ribalta quella precedente, che archiviava la morte del giovane come dovuta ad un “malore” cardiaco.

Per il momento, le uniche certezze sono il fatto che il ragazzo aveva assunto qualche sostanza psicotropa e che è incappato, tornando a casa, in una pattuglia.

Difficilmente si saprà la verità su quanto accaduto, ma di una cosa siamo più che sicuri: se quella maledetta notte Federico avesse incontrato degli esseri umani capaci di gestire una situazione “difficile”, piuttosto che degli uomini in divisa, forse oggi sarebbe ancora vivo.

Pepsy

Nostra patria è il mondo intero… ancora

Quella della “cittadinanza” è una questione che risale davvero alla notte dei tempi. Basti pensare che solo nel 49 avanti cristo gli abitanti delle regioni nel nord della penisola italiana ebbero riconosciuto per legge il diritto di considerarsi “cittadini romani”. E nel corso di questi duemila anni le leggi sulla cittadinanza sono cambiate secondo gli interessi delle élites al potere in quanto si tratta di un diritto di tipo politico. Come dimostrato dal fatto che le leggi che lo regolamentano non sono uguali in tutti i paesi del mondo anche se, nella maggior parte dei casi, fanno riferimento allo “ius soli” o allo “ius sanguinis”.

Questa premessa minima è per contestualizzare uno dei cinque referendum previsti per la prima settimana del prossimo mese di giugno. Il quesito, illeggibile come nella maggior parte dei casi, chiede a chi vota se vuole che vengano abrogate alcune parti della Legge 5 febbraio 1992, n. 91 “Nuove norme sulla cittadinanza”. In pratica chi ha proposto il Referendum vuole che il tempo di residenza legale necessario per richiedere la cittadinanza passi da 10 a 5 anni. Una delle tante cose che mostra l’estrema strumentalità del concetto di “cittadinanza” è che durante il ventennio fascista bastavano solo 5 anni di residenza, periodo che è raddoppiato nel 1992 durante il Governo Andreotti (VII) formato da DC, PSI, PSDI e PLI.

Le questioni legate alla cittadinanza continuano a essere estremamente attuali, basti pensare che nello scorso mese di marzo un Decreto Legge ha apportato alcune modifiche restrittive alle richieste che arrivano dai discendenti, nati e residenti all’estero, di emigrati italiani.

Le posizioni dei partiti parlamentari vedono da una parte PD e AVS, che sono a favore della riduzione, ai quali si aggiungono +Europa, IdV e Azione mentre invece il M5S ha scelto di lasciare “libertà di voto” al proprio elettorato. Ennesima dimostrazione delle contraddizioni e ambiguità che costituiscono da sempre le posizioni politiche di questa formazione. Gli altri, vale a dire quelli che sostengono l’attuale governo, hanno assunto più o meno apertamente una posizione a favore dell’astensione allo scopo di impedire il raggiungimento del quorum e quindi rendere inutile la consultazione. Una mossa dettata chiaramente dal razzismo che costituisce una parte importante della loro ideologia. Da notare che sembra sia difficile organizzare i classici dibattiti televisivi, tra i sostenitori del “SI” e del “NO”, in quanto è quasi impossibile trovare qualcuno che sostenga le ragioni dei secondi.

Prendendo per buoni i continui sondaggi e basandosi sugli ultimi risultati elettorali è facile fare due conti: la coalizione a favore dell’abrogazione ha poche speranze di vincere. Si tratta quindi di un referendum probabilmente perso in partenza. Qualcuno si potrebbe chiedere che vantaggi ne trarrebbe il PD da una sconfitta annunciata e la risposta è evidente: dimostrare che “lotta” per i diritti civili, presentarsi come unica forza di opposizione attribuendosi tutti i voti che otterrà il “SÌ”, tenere a bada le correnti delle minoranze interne.

Non c’è bisogno di auspicare l’avvento di una società anarchica per ritenere tutte le leggi esistenti sulla cittadinanza una enorme vergogna, utili solo ad alimentare le discriminazioni e le dannose idee di “identità nazionali”, a favorire lo sfruttamento degli immigrati irregolari, a impedire che i più poveri si organizzino senza preoccuparsi del colore della pelle, della lingua che parlano o del paese dove sono nati. In altre parole sono norme funzionali allo Stato e al mantenimento del sistema di sfruttamento chiamato Capitalismo.

Certamente, davanti al dilagare di idee razziste, xenofobe e fasciste, l’impulso di recarsi a votare “SÌ” potrebbe essere forte. Un ragionamento del genere, quello del meno peggio, però si potrebbe fare anche in altri casi, come è stato fatto. Ma dovrebbe essere altrettanto forte la memoria della fine che hanno fatto altre consultazioni, anche quelle che sono state “vinte”, come quella contro il nucleare e contro la privatizzazione dell’acqua. Per non dimenticare poi i continui tentativi di annullare la “vittoria” del Referendum sull’interruzione volontaria della gravidanza. Oltretutto uno dei cavalli di battaglia dei fautori della “remigrazione” è quello di permettere la revoca della cittadinanza agli immigrati per cui, davanti a programmi del genere, 5 o 10 anni sarebbe lo stesso.

La lotta per la libertà di circolazione di tutte le persone è una lotta complementare a quella per l’abolizione di tutte le frontiere, di tutte le farse chiamate nazioni o patrie, tutti ostacoli che si frappongono alla costruzione di una società libera. Una lotta che appartiene, da sempre, alle anarchiche e agli anarchici: “Nostra patria è il mondo intero…”.

Pepsy

[Pubblicato su “Umanità Nova” n.x del yy/zz/2025]

Una storia antifascista

Chi legge queste pagine probabilmente conosce la storia di Franco Serantini e soprattutto la sua tragica morte avvenuta il 7 maggio del 1972 a Pisa. Un avvenimento che con il trascorrere del tempo può essere considerato emblematico di una stagione il cui racconto riemerge periodicamente nel dibattito politico italiano.

In quel periodo tra i partiti presenti in Parlamento ne esisteva uno, il “Movimento Sociale Italiano” (MSI), che nascondeva senza molto successo sotto la maschera di una destra “perbene” la sua ideologia di fondo che derivava da quella del fascismo storico. La politica di questo partito si sviluppava su due livelli: nelle aule parlamentari a favore di tutti i Governi conservatori e di tutte le leggi più reazionarie e repressive e fuori dal Palazzo con il sostegno, più o meno aperto, di azioni violente che avevano come obiettivo le forze della sinistra, sia quella moderata che quella cosiddetta rivoluzionaria. Una serie continua di provocazioni, pestaggi e attentati contro chiunque contestasse i partiti che allora detenevano il potere e le politiche dei Governi e dei padroni.

In quegli anni l’antifascismo storico, quello che aveva sostenuto la Resistenza, si era cristallizzato nel cosiddetto “arco costituzionale” e iniziava a trasformarsi in qualcosa di meramente celebrativo, buono giusto per le manifestazioni istituzionali del 25 aprile.

Nel mondo reale le cose invece erano alquanto diverse. A partire dagli anni ’60, per difendersi dalle violenze che arrivavano dagli iscritti al MSI e da altre formazioni fasciste più piccole, si era sviluppato un movimento largamente diffuso in tutta la penisola del quale facevano parte migliaia di persone. Un movimento che non aveva paura di rispondere in modo adeguato a quello che allora veniva chiamato “neofascismo”.

La città di Pisa non faceva eccezione e per questo non bisogna meravigliarsi se il giovane anarchico Franco Serantini, studente e lavoratore, il 5 maggio del 1972 era sceso in piazza, insieme ad altre centinaia di persone, per contestare il comizio elettorale di un noto esponente locale del MSI. Come spesso accadeva in occasioni del genere la manifestazione di protesta fu attaccata dalle forze dell’ordine, arrivata in forze anche da altre città, e il centro di Pisa si riempì per ore del fumo dei lacrimogeni. Le cariche degli agenti furono molto pesanti, vista la resistenza opposta da chi protestava e Franco Serantini venne picchiato e arrestato durante una di quelle tante cariche. Restò in cella, praticamente senza ricevere cure, per due giorni e solo nel corso dell’autopsia si scoprì che era stato letteralmente massacrato dalle percosse ricevute dai poliziotti.

Nonostante lo scalpore suscitato dal fatto, che arrivò anche in Parlamento, e nonostante gli assassini avessero firmato il delitto non vennero mai individuati i colpevoli. Il nome di Franco Serantini si aggiunse al triste elenco delle vittime delle stragi fasciste che contiene anche i nomi degli altri compagni e delle altre compagne uccise dalle forze dell’ordine. Ma la sua è diventata Storia, sicuramente a Pisa dove viene ricordato ogni anno, con le più diverse iniziative, ma anche altrove grazie alla memoria degli anarchici e delle anarchiche, una memoria destinata a durare per sempre.

Con il passare del tempo sono aumentati i tentativi di riscrivere l’antifascismo di quegli anni presentandolo come una sorta di “guerra fra bande”, tra militanti di destra e di sinistra. L’antifascismo militante è stato circoscritto a singoli episodi nel tentativo di farlo apparire come una insensata esplosione di violenza gratuita. Nella realtà l’opposizione decisa alle attività dei fascisti era stato un generoso tentativo, messo in campo da un forte movimento di opposizione sociale, di contrastare una precisa politica che si sarebbe concretizzata nel corso degli anni attraverso la lunga sequenza di attentati e di stragi nelle quali, in un modo o nell’altro, furono coinvolti militanti di destra. Il partito maggioritario dell’alleanza oggi al Governo mantiene – non certo a caso – nel suo simbolo quello del vecchio MSI e quindi si richiama direttamente ed esplicitamente a esso ereditandone, di conseguenza, le pesanti responsabilità accumulate. Nonostante i continui e patetici tentativi di nascondere, soprattutto attraverso la disinformazione, la propria ideologia di fondo.

Collocare la storia della vita e dell’omicidio di Franco Serantini nel contesto della lotta antifascista che ha caratterizzato quegli anni lontani è un modo non solo per ricordarlo degnamente e senza troppa retorica ma anche un’occasione per riflettere e per far riflettere su quegli avvenimenti, qualcosa che continua a essere utile anche dopo tanto tempo.

Pepsy

Pubblicato su “Umanità Nova”, n.13 del 2025.

Professionisti dello spettacolo

Politica e spettacolo hanno sicuramente dei punti in comune, ma una delle cose che distingue i due ambiti è il fatto che il primo dovrebbe occuparsi del reale e il secondo non solo di quello. Ci sono però dei confini che, quando vengono superati, potrebbero causare dei “cortocircuiti” a livello della comunicazione. Se a questo aggiungiamo la possibilità che personaggi dello spettacolo intervengano in modo significativo nell’ambito politico (e viceversa) e/o che vengano mischiati i linguaggi e le tecniche di comunicazione caratteristici dei due settori, i problemi iniziano a diventare seri.

Prendiamo, ad esempio, quello che è successo a fine febbraio scorso nello Studio Ovale della Casa Bianca e il prevedibile diluvio di commenti a seguire. In pochi hanno tenuto in debito conto che in quella occasione si sono trovati faccia a faccia, davanti a telecamere e giornalisti, due personaggi che hanno alle spalle una storia non occasionale nel settore dell’intrattenimento. Eppure non dovrebbe sorprendere il comportamento di una persona che, dopo aver frequentato per anni il mondo dello spettacolo, poi applichi quello che ha imparato anche quando fa un altro lavoro.

Fotogramma dal film "Two weeks notice" (2002)

Fotogramma dal film “Two weeks notice” (2002)

Trump è un personaggio mediatico da più di trent’anni e un politico da meno di dieci. Forse la sua prima apparizione sul grande schermo data a “I fantasmi non possono farlo” (1989), seguita da “Mamma ho riperso l’aereo” (1992), “Piccole canaglie” (1994), “Across the Sea of Time” (1995), “Zoolander” (2001), “Due settimane per innamorarsi” (2002) e “Wall Street – Il denaro non dorme mai” (2010). Comparsate in note serie televisive: “Il Principe di Bel-Air” (1994), “Sex and the City” (1999) e “Days of Our Lives” (2005). A queste si dovrebbero aggiungere le numerose apparizioni nel “Saturday Night Live”. E forse manca qualcosa in questo elenco. Ma significativo per la sua carriera è il 2004 quando inizia a condurre un reality show che è durato ben undici anni: “The Apprentice (2004-2015)” e “The Celebrity Apprentice” (2008-2015) che lo accompagneranno fino alla data della sua prima elezione.

Da parte sua anche Zelens’kyj ha passato più di vent’anni nel mondo dello spettacolo. Ha iniziato a fare il comico nel 1997, ha esperienza nella regia e nella produzione di prodotti di intrattenimento e ha raggiunto la vetta della popolarità quando è diventato protagonista di una serie chiamata “Servitore del popolo” (2015), nella quale interpretava un professore di liceo che diventa presidente dell’Ucraina (toh!). Una differenza con Trump è che gli spettacoli della televisione ucraina non hanno la stessa diffusione a livello mondiale di quelli statunitensi.

Carriere del genere sono qualcosa che mette in grado anche persone che non brillano per le loro capacità intellettuali o politiche di gestire in modo professionale determinati contesti pubblici, come ad esempio una discussione davanti a un pubblico e delle telecamere.

Eppure c’è ancora chi continua a stupirsi del comportamento del Presidente degli USA, sia quando ripubblica su Internet un video di pessimo gusto, sia quando scrive o dice cose che sono buone solo per ricavarci un titolo di giornale. Questa sorpresa può portare a interpretare in modo sbagliato quello che accade.

Tornando a quello che è avvenuto alla Casa Bianca, molti dei commenti a caldo suscitati dalla visione di quella chiacchierata sono stati di indignazione per il trattamento ricevuto dal Presidente ucraino e per la prepotenza e la violenza verbale del Presidente statunitense e del suo vice. L’accaduto è stato spesso riassunto così: “Trump e Vance hanno teso un’imboscata a Zelens’kyj e lo hanno maltrattato facendo i loro interessi e il gioco di Putin”. Ma questa narrazione se non completamente errata è sicuramente molto discutibile, soprattutto se fatta senza aver tenuto conto dell’intero video. Il filmato integrale (supponendo che lo sia) dura circa 50 minuti e mostra un classico talk-show paragonabile – nei suoi meccanismi di comunicazione – a uno dei tanti che infestano le TV di tutto il mondo. Una discussione portata avanti con uno stile di comunicazione che di politico aveva ben poco tra due personaggi del genere, e una presunta violenza del confronto che è stata, rispetto a quella che si è vista sul piccolo schermo italiano, davvero risibile. Molto più hanno detto, in alcuni momenti, le smorfie, i gesti e i movimenti del corpo dei protagonisti.

Una lettura diversa di quanto si è visto infatti potrebbe essere questa: “Trump ha detto a Zelens’kyj che, se vuol far finire la guerra, qualcosa deve cedere, sia agli USA che a Putin. Ma il Presidente ucraino ha mantenuto fermo il suo punto di vista.” Il che può essere considerato sia come un ricatto che come un consiglio pragmatico, o magari entrambe le cose. In pratica l’interpretazione dei contenuti in certi contesti e con certi protagonisti diventa davvero complicata. Specialmente se non si valuta nemmeno la battuta finale di Trump che segnalava a chi aveva seguito l’incontro che si era trattato di “un bel pezzo di televisione” (sic!).

La tragedia era che i protagonisti dello show avevano chiacchierato, comodamente seduti, di una guerra che va avanti da tre anni e che ha causato, secondo alcune fonti, quasi novecentomila morti e relative distruzioni.

Quanto scritto sopra non significa che lo spettacolo della politica cambia quando due attori scadenti usano il linguaggio che conoscono meglio, ma piuttosto che è più difficile comprenderne il reale contenuto. Il che è confermato dagli avvenimenti successivi: Trump che dichiara una cosa e il giorno dopo il contrario e Zelens’kyj che ha cambiato (forse) la ferma posizione che aveva tenuto a Washington.

Visto come vanno le cose dovremo abituarci non tanto a una massiccia invasione dei professionisti dello spettacolo nella politica attiva, ma piuttosto ai tentativi di quelli che hanno una formazione politica di imitare le abilità dei performer. Questa non è una novità assoluta. Si vedano ad esempio “le facce che fa” la Presidente del Consiglio italiana quando è a favore di telecamera, elemento che costituisce la sua personale forma di comunicazione diretta al grande pubblico.

Una volta, i confini che esistevano tra l’ambito e il linguaggio della comunicazione politica e quello dell’intrattenimento venivano superati solo occasionalmente, mentre oggi sembrano spariti del tutto, relegando le persone sempre più al ruolo di semplici spettatori che si limitano a trovare uno sfogo sui loro social preferiti piuttosto che con la protesta nel mondo reale.

Pepsy

Pubblicato sul n.7 di “Umanità Nova” (16/03/2025)

Peppe contro Beppe

Commedia in tre atti e un epilogo

Il “Movimento 5 Stelle” (M5S) sembra proprio essere giunto, alle fine di questo 2024, a un bivio, a un punto di non ritorno. Se fosse una commedia la si potrebbe dividere per comodità in tre atti.

Il primo inizierebbe portando in scena quei quei gruppi di persone che agli inizi degli anni 2000 si incontrarono in uno dei primi network sociali che usava una piattaforma chiamata “MeetUp”, creata negli USA nel 2002 e diffusa su tutta la Internet. Il servizio si strutturava a livello geografico permettendo agli utenti di creare gruppi di discussione locali centrati su un interesse comune di qualsiasi genere: dai giochi ai libri, dalla politica alla musica. Qualcosa che non rappresentava una novità e che aveva, in quegli anni, molteplici imitazioni alcune delle quali diventeranno molto più famose. Poco considerato, come al solito per distrazione o ignoranza, dai mezzi di comunicazione tradizionali questo social, farà da incubatore nel quale nasceranno esperienze come gli “Amici di Beppe Grillo” e le “Liste Civiche a 5 stelle” che diventeranno poi la struttura portante del “movimento”.

Facendo un passo indietro, in un vecchio articolo pubblicato su queste pagine si poteva leggere:
“il “popolo” di Grillo sembra essere composto da quegli strati sociali che negli ultimi 20 anni hanno dato vita a movimenti simili, come la cosiddetta “società civile”, “il popolo dei fax” o i “girotondini”. Gruppi trasversali ai partiti tradizionali, che per un po’ di tempo hanno anche avuto accesso alla ribalta mediatico, anche se le contraddizioni interne e la debolezza delle proposte li hanno poi portati ad una silenziosa estinzione. In questo caso il fenomeno potrebbe avere una durata ed un successo maggiore proprio grazie all’effetto supermercato: sul palco di Torino si sono alternati durante lo show un po’ tutti, dai Comitati “No Dal Molin” e “No TAV” agli operai impegnati contro le morti bianche, dai magistrati d’assalto, alle vittime della violenza di Stato, dagli assessori “virtuosi”, ai cantanti famosi. Tutti insieme a portare le loro proposte anche contraddittorie, ma che hanno dato al pubblico la possibilità di scegliere quella che più gli interessa. Salvo portarsi “a casa” anche le invettive contro l’indulto, contro l’invasione dei rom romeni, contro la “casta” o il paragone improponibile tra i partigiani che hanno combattuto contro i nazi-fascisti e i “nuovi partigiani” della democrazia telematica.” (vedi “Vaffaday 2. Al supermarket del grillo”, “Umanità Nova”, n.16 del 04/05/2008).

Il primo atto si chiuderebbe con la partecipazione (usando varie sigle) ad alcune elezioni a livello locale, con la fondazione nel 2012 dell’Associazione M5S, fondata nel 2012 e quindi con la decisione di presentarsi alle elezioni politiche del 2013.

Il secondo atto si aprirebbe con il risultato delle elezioni del 24/2/2013 nelle quali il M5S raccolse 9.923.600 voti alla Camera (il 29,28% dei voti), più del PD che ne prese 8.646.034 e di FI che ne prese 7.332.134.
Tra queste elezioni e quelle successive vennero formati tre esecutivi: il Governo presieduto da E. Letta (28/4/2013 – 22/2/2014) una “grande coalizione” con dentro tutti (salvo il M5S) seguito da quello di M. Renzi (22/2/2014 – 12/12/2016) una coalizione di centro-sinistra, e poi da quello di P. Gentiloni (12/12/2016 – 1/6/2018) a capo una coalizione fotocopia della precedente, tutti Governi rispetto ai quali il M5S restò sempre all’opposizione. Ma i colpi di scena erano in arrivo.
Nelle elezioni del 4 marzo 2018 i voti del M5S, sempre alla Camera, arrivarono a 10.732.066 (il 32,68% dei voti), ancora più del PD che ne prese 6.161.896 e dei 4.596.956 di FI.
Il M5S aveva stravinto le elezioni e, tra il 2018 e il 2021, vennero formati due Governi presieduti da G. Conte: il primo soprannominato “giallo verde” (1/6/2018 – 5/9/2019) che vedeva insieme il M5S e la “Lega per Salvini Premier” (LSP) e il secondo, detto “giallo-rosso” (5/9/2019 – 13/2/2021) nel quale al posto della LSP subentrò il PD.

Quello che sarebbe successo era fin troppo facilmente prevedibile anche molto prima:
“Paradossalmente, ma nemmeno tanto, un sistema per spiazzare il M5S sarebbe quello di chiedere direttamente a Beppe Grillo di formare il nuovo Governo. Un suo rifiuto mostrerebbe le contraddizioni esistenti nel “movimento” e una accettazione sarebbe un vero e proprio suicidio politico in quanto il M5S non avrebbe certamente la capacità e le forze per gestire la situazione, il che andrebbe a tutto vantaggio degli altri partiti.” (vedi “Il nemico marcia sempre alla tua testa”, “Umanità Nova”, n.12 del 31/03/2013).

In quelle due legislature il M5S operò delle scelte politiche che suscitarono forti critiche all’interno della stessa base del movimento, decisioni piene di contraddizioni, passi falsi, oscillanti tra una politica di “destra” e una di “sinistra”, il tutto venne aggravato – a partire dal 2020 – dalla crisi pandemica. In questo periodo si susseguirono le fuoriuscite di elett* al Parlamento, sia volontarie che a seguito di espulsioni formali, quest* approderanno a gruppi parlamentari diversi. La partecipazione al Governo di M. Draghi (13/02/2021 – 22/10/2022) e la scissione di “Insieme per il futuro” del 2022, sulla quale conviene lasciare il velo pietoso che la ricopre, aggravarono una situazione già fortemente compromessa.
Il progetto iniziale, quello di diventare una forza politica “altra” mostrò a tutti il suo fallimento e costituì sicuramente una delle cause più evidenti di quello che avverrà nelle successive elezioni. E qui si potrebbe chiudere il secondo atto di questa rappresentazione.

Il terzo atto si aprirebbe con le votazioni del 25 settembre del 2022 il M5S raccolse 4.335.494 (il 15,43% dei voti) perdendo più della metà dei voti ottenuti in precedenza. A questo punto diventò evidente anche ai più inesperti che il M5S aveva perso per strada non solo milioni di votanti e decine di parlamentari ma molte delle caratteristiche di “movimento” e degli obiettivi che lo avevano caratterizzato all’inizio e il dibattito interno si iniziò ad incagliare quasi esclusivamente su tematiche connesse alle regole di funzionamento.
Il confronto impietoso con il passato vedeva gli scaffali del “Mercatone 5 Stelle” desolatamente vuoti come quelli di un negozio ai tempi del socialismo reale e una drastica riduzione del numero dei frequentatori e dei voti.
In un certo senso però il M5S rappresentva ancora un nuovo tipo di partito ma non si era dimostrato alla prova dei fatti migliore di quelli esistenti o di quelli estinti, bastava vedere il comportamento dei suoi vari leader e il genere di discorsi pubblici che pronunciavano nei quali la percentuale di fuffa sul tutto era tendenzialmente molto alta.
Il terzo atto si chiuderebbe con i principali protagonisti che salgono alla ribalta di una commedia che somiglia sempre più a una farsa (con tutto il rispetto per il genere) che potrebbe avere come titolo “Peppe contro Beppe”, uno spettacolo che negli ultimi giorni ha saturato di commenti giornali, televisioni e web.

A questo punto mentre cala il sipario qualcun* potrebbe chiedersi: Come andrà a finire?
Basandosi sugli schemi classici si starebbero scontrando all’interno della classe politica del partito un’area “governativa” e una “movimentista” e, almeno in parte, ciò è vero. Difficile valutare la consistenza numerica delle due fazioni in causa e ancora più difficile valutare quant* tra coloro che negli scorsi anni hanno dato il loro voto al M5S saranno disposti a farlo anche in futuro. Probabilmente dal litigio in corso verranno fuori due raggruppamenti politici, entrambi in crisi, che avranno ancora due anni, a meno di impreviste catastrofi che colpiscano l’attuale Governo in carica, a disposizione per provare a rimettere insieme una qualche parvenza di progetto politico che riesca a dare agli attivisti e alle attiviste, alle elettrici e agli elettori un valido motivo per rinnovare le loro scelte passate.

Accanto a più o meno scontate riflessioni di carattere generale, la storia politica del M5S ha lasciato in eredità anche qualcosa sulla quale vale la pena di riflettere. Il movimento è nato e cresciuto, almeno nella sua prima fase, tramite un processo di auto-organizzazione dal basso che ha ampiamente utilizzato gli strumenti della comunicazione elettronica e Internet. Nonostante questo ha però subito, più o meno passivamente, il peso di un personaggio ingombrante come B. Grillo, esercitato fin dall’inizio attraverso il suo blog vale a dire di uno strumento funzionale a un controllo verticale dall’alto. I tentativi di creare una sorta di “democrazia digitale” con i gruppi su “meetup” sono sfociati in seguito in uno stretto legame con l’azienda di Casaleggio, soprattutto attraverso l’uso di una piattaforma digitale (Rosseau) sui cui meccanismi di funzionamento ci sarebbe molto da riflettere. In definitiva il primo “movimento politico digitale” del XXI Secolo ha coltivato l’ingenua idea che bastasse usare i computer e Internet per risolvere alcuni dei problemi che da sempre affliggono le attività dei movimenti che si muovono per il cambiamento sociale, cosa chiaramente non possibile. Così come non sarà mai possibile, attraverso una politica svolta all’interno di una istituzione parlamentare arrivare a un concreto cambiamento, anche partendo con le migliori intenzioni. Del resto bastava rifletterci fin da subito su quanto sia davvero difficile aprire una scatoletta di latta quando ci sei chiuso dentro.

Pepsy

[*] Dati ufficiali (esclusa Val d’Aosta e voti dall’Estero) ripresi dal sito web ufficiale https://elezionistorico.interno.gov.it

[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.39 del 15 dicembre 2024]

Una risata non li seppellirà…

Con l’avvento del Governo attualmente in carica è continuata, nell’area dei movimenti ma non solo, una attitudine che si era già ampiamente diffusa a partire dall’epoca berlusconiana.

I quasi venti anni degli esecutivi guidati dal magnate ridens sono stati accompagnati da un incontenibile revival della satira politica e di costume dedicata quasi completamente ai continui exploit del Cavaliere, fonte inesauribile di spunti umoristici soprattutto per autori a corto di idee. Una intera generazione di comici e comiche hanno fatto la loro fortuna rincorrendo, sottolineando e giocando con le innumerevoli stupidaggini dette, coi comportamenti poco consoni, con le continue stravaganze diffuse e amplificate da tutti i mezzi di comunicazione di massa. Il pubblico, come quasi sempre accade con la satira a sfondo politico, ha riso della stupidità di chi era al potere sentendosi, spesso, parte di una minoranza numerosa ma più intelligente (e ci voleva davvero poco) e intanto i governi berlusconiani, tra una risata di scherno e l’altra, hanno portato avanti la loro agenda politica per quasi due decenni.

Oggi, dopo la parentesi dei governi multicolorati, abbiamo al comando un esecutivo schiettamente di destra e sembra sia ripartita la voglia di fare satira, cosa che è alquanto facile in quanto gli esponenti della maggioranza, a tutti i livelli, si prestano meravigliosamente a essere presi in giro. Vuoi per le loro notevoli lacune culturali, vuoi per i loro comportamenti, vuoi per le loro quotidiane esternazioni spesso ai limiti della decenza. Tutti i social e quindi di riflesso tutti i mass media sono pieni di dichiarazioni o situazioni ridicole e i commentatori, a tutti i livelli, hanno di che sbizzarrirsi a chiosare le affermazioni di tizio o di caia a propostito di tutto, le loro smentite e i loro pentimenti quando si rendono conto di averla fatta molto distante dal vaso. Del resto proprio per come sono fatti i social e la comunicazione digitale commentare un qualsiasi avvenimento di attualità, magari con un “meme” e/o condividerlo è diventato alla portata di tutti e nessuno (compreso chi scrive) di quelli e quelle che usano frequentemente certi servizi riesce mai del tutto a sottrarsi alla facile battuta, al gioco di parole, alla sferzante arguzia sarcastica.

In altri tempi la satira politica era appannaggio di poche pubblicazioni che hanno avuto sempre una vita grama in quanto facile bersaglio della censura dei potenti e spesso hanno circolato persino giornali che facevano una satira politica favorevole ai governi e il cui principale scopo era quello di attaccare i partiti dell’opposizione e i loro esponenti di spicco.

In tempi storici più recenti i movimenti hanno iniziato a utilizzare maggiormente l’armamentario della satira, principalmente attraverso la produzione di vignette e a partire dal 1977, tutta la saga degli “indiani metropolitani” e degli slogan stravolti sono abbastanza conosciute, come anche noto è il fenomeno costituito da un giornale come “Il Male”, che ebbe una vetta di popolarità mai più raggiunta negli anni successivi, nonostante gli innumerevoli tentativi.

In quei tempi, in mancanza dei “social-cosi”, quegli strumenti di comunicazione costituivano una boccata d’aria fresca in contrasto con gli intossicanti discorsi a base di “austerità” e “sacrifici” che la sinistra riformista e i sindacati chiedevano alla parte più povera della popolazione. In quegli anni una parte dei bersagli della satira erano anche gli esponenti e i partiti schierati a sinistra e persino, anche se in minima parte, persino gli stessi esponenti dei Movimenti. Quella attitudine “giocosa” entrò, anche se per un breve periodo, a far parte integrante degli strumenti di comunicazione di un movimento diffuso sui luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle piazze. Un movimento i cui resti oggi sarebbero difficili da individuare anche da parte degli archeologi più ottimisti.

Ma come è sempre accaduto la satira politica è riuscita appena a graffiare il potere costituito e anche l’enorme produzione comica dei professionisti nell’epoca dell’edonismo berlusconiano non ha avuto una grande efficacia nel contesto culturale e di costume. Oggi che la satira sembra essere diventata almeno su Internet una sorta di sport di massa, probabilmente non avrà effetti avvertibili sulla compagine governativa e sulle sue politiche. E questo a prescindere dalla quantità di materiali diffusi e/o della qualità più o meno alta del prodotto.

Quel vecchio slogan “sarà una risata che vi seppellirà” aveva anche una sua variante “sarà un risotto che vi seppellirà” che la dice lunga sia su quanto tempo sia passato da quegli tempi sia sui livelli che erano stati raggiunti per cui si ironizzava persino su uno slogan ironico.

Resta sempre il dubbio che sia possibile opporsi concretamente a certe scelte politiche ed economiche limitandosi a prendere in giro sulla Rete le ultime performance di un tizio o di una caia, piuttosto che organizzando delle lotte che provino a contrastarle nel concreto della vita reale.

In altre parole oggi sotto al “risotto” rischiamo di finirci noi piuttosto che quegli altri.

Pepsy

Pubblicato su “Umanità Nova” n.xx del xx/yy/2024