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IA sta per Ironica Allegria

A tempo perso gioco con le cosiddette IA che mi capitano a tiro, soprattutto a scopo brainstorming ma anche perché certe volte mi fanno sorridere.
Come mi accade quando, dopo aver digitato l’URL mi compare questo

Finestra di avviso che chiede un click per continuare

Che domande!

Questa volta ho provato a chiedere la trama del film “The beginning of the Great Revival” (2011)

Risposta di una chat di IA

Parliamo d’altro

Solo per scrupolo ho provato a riproporre la domanda usando un titolo diverso usato per lo stesso film

Risposta a una domanda fatta ad una IA

Lascia perdere

Insomma l’IA non ne voleva sapere proprio, sulla pagina iniziavano a comparire le prime parole di una risposta ma poi, dopo tre-quattro righe spariva tutto quanto scritto e compariva quella frase che viene comunemente interpretata come una sorta di avviso che la risposta è stata censurata.

La cosa che mi ha fatto pensare è che avevo chiesto la trama di un film che, per quanto conosco, è stato prodotto da un ente di stato cinese (fonte wikipedia) e che ha come soggetto la storia della nascita del Partito Comunista Cinese. Non sono un esperto sinologo ma il film (che ho visto) mi è sembrato una classica operazione propagandistica e infatti è uscito nel 2011 in occasione del centenario della fondazione del PCC.

La risposta è la stessa se si interroga l’IA a proposito del film “The Founding of a Republic” (2009) altro film propagandistico uscito per il 60mo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

A questo punto mi è sorta spontanea la domanda: perché l’IA censura le risposte a queste domande?

Alcune delle ipotesi che ho fatto:

  1. i burocrati che hanno promosso la produzione dei film sono poi caduti in disgrazia;
  2. il film è stato stroncato dai critici e quindi è meglio far finta di niente;
  3. la IA, per andare sul sicuto, evita di rispondere su qualunque argomento riguardi il PCC.

Altre idee…?

Piacevoli ricordi

La scorsa settimana ci ha lasciato Tom Robbins, appena letta la notizia volevo scrivere qualcosa ma, per farlo, dovevo cercare qualcosa. Poi, finalmente, sono riuscito a ripescare nel caos totale nel quale riposano i miei files quello che cercavo.

Tom Robbins è, lo scriverò sempre al presente, uno dei miei scrittori preferiti in assoluto e probabilmente per sempre. Anche se l’ho scoperto da grande, quasi 20 anni dopo la pubblicazione del suo primo libro e dietro suggerimento di un amico e quindi i suoi libri non hanno accompagnato la mia formazione ma l’hanno sicuramente arricchita.

Ci sono molte ragioni per le quali apprezzo quello che ha scritto, alcune tra le prime che mi vengono in mente: i suoi libri (anche quelli meno belli) mi hanno sempre regalato bei momenti mentre li leggevo e spesso sono tornato a prenderli in mano per sfogliarli e leggerne qualche pagina. Le sue storie sono sempre imprevedibili oltre che incredibili ma se ti lasci andare alla sua scrittura riesce a farti credere possibile anche l’impossibile. Non è palloso anche se scrive di argomenti che altr* hanno trattato e trattano in modo palloso, non è melenso anche se scrive di sentimenti, non cerca di convincerti che ha ragione anche quando (con tutta evidenza) ha ragione. In un certo senso è come quell’amic* che ti racconta una storia e che riesce a tenerti incollato alla sedia anche per un’ora.

Per questo e anche per altro continuerò a consigliare la lettura dei suoi libri alle persone libere che forse sono quelle che possono apprezzare meglio le sue mitologie felici. Per chi non avesse mai letto qualcosa di Tom Robbins qui sotto ricopio l’elenco dei suo romanzi secondo il mio personale ordine di gradimento. Non ci metto le raccolte di scritti o i singoli racconti pubblicati, ci metto invece la sua autobiografia perché anche quella e quasi meglio di un romanzo.

Skinny Legs and All (1990), trad. Bernardo Draghi, Coscine di pollo, Leonardo, 1992; Baldini e Castoldi, 1998

Still Life with Woodpecker (1980), trad. Francesco Franconeri, Natura morta con picchio, Mondadori, 1981; Baldini e Castoldi, 1998

Jitterbug Perfume (1984), trad. Francesco Franconeri, Profumo di Jitterbug, Mondadori, 1985; Baldini e Castoldi, 1999

Even Cowgirls Get the Blues (1976), trad. Hilia Brinis, Il nuovo sesso: Cowgirl, Baldini e Castoldi, 1994

Another Roadside Attraction (1971), trad. Hilia Brinis, Uno zoo lungo la strada, Baldini e Castoldi, 1997

Tibetan Peach Pie: A True Account of an Imaginative Life (2014), trad. Michele Trionfera, Tibetan Peach Pie, cronache di una vita immaginifica, Edizioni Tlon, 2017

Half Asleep in Frog Pajamas (1994), trad. Hilia Brinis, Beati come rane su una foglia di ninfea, Baldini e Castoldi, 1995

Fierce Invalids Home from Hot Climates (2000), trad. Hilia Brinis, Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi, Baldini e Castoldi, 2001

Villa Incognito (2003), trad. Hilia Brinis, Villa Incognito, Baldini Castoldi e Dalai, 2004

Illustrazione di Aubrey Beardsley per la Salomé di Oscar Wilde

Aubrey Beardsley, The Climax

Attenzione, spoiler ma piccolo-piccolo

Di seguito ho ricopiato alcuni pezzi tratti da “Coscine di pollo”, il libro che preferisco. Il riferimento ai veli è quello della danza di Salomé. Per sapere come finisce la storia dovrete leggervi il libro 😉

Primo Velo
Perché i veli dell’ignoranza, della disinformazione e dell’illusione ci separano da qualcosa che è assolutamente essenziale per la comprensione del nostro viaggio evolutivo, ci dividono dal Mistero che sta al centro dell’essere.
Il primo di questi veli cela la rimozione della Dea, maschera la sessualità presente sul volto del pianeta, avvolge l’antico fondamento del terrore erotico che sorregge la religione dell’uomo contemporaneo. (p.61)

Secondo Velo
L’inerzia degli oggetti è ingannevole. Agli esseri umani il mondo inanimato appare statico, “morto”, a causa del nostro sciovinismo neuromuscolare. Siamo talmente accecati dal nostro spettro di attività da non renderci conto che la maggior parte delle azioni dell’universo si svolgono al di fuori di tale spettro, a velocità tanto superiori o inferiori alla nostra da restare nascoste ai nostri occhi come dietro un … velo. (p.79)

Terzo Velo
In un futuro non troppo distante, in un qualche improvviso movimento della danza, il terzo velo, il velo che permetteva agli espedienti della politica (di solito transitori, spesso stupidi, regolarmente originati dalla corruzione) di mascherarsi da espressione universale ed eterna di libertà, virtù e buonsenso, avrebbe presumibilmente potuto cadere. I giovani, da quel momento in poi, avrebbero potuto essere più esigenti riguardo alle “libertà” da difendere, preservando così la propria anima e – purchè abbastanza lesti d’ingegno e di piede – anche il proprio corpo.
Nel frattempo ogni individuo doveva dare dei gran strattoni a quel travestimento; tirare, lacerare e sbirciare, e finalmente, dopo averlo penetrato a sufficienza, prendere in mano le redini della propria vita. Assumersi la responsabilità della propria esistenza non era esattamente un sonnellino sulla spiaggia. (p.145)

Quarto Velo
La religione è uno dei principali responsabili della sofferenza umana. Non è semplicemente l’oppio dei popoli, ma il loro cianuro.
La politica è la scienza del dominio, e la persona che ha imboccato la via dell’espansione e dell’illuminazione è notoriamente difficile da controllare. (p.203)
Qualcuno ha osservato che la guerra è la logica continuazione della politica. Una volta che la religione è divenuta tutt’uno con la politica, si potrebbe affermare che anche il suo esercizio prima o poi sfocia nella guerra. “La guerra è un inferno” Ne consegue che le credenze religiose ci spediscono diritti verso la guerra.
La religione non è altro che misticismo istituzionalizzato. Il problema è che il misticismo non si presta all’istituzionalizzazione. Nel momento stesso in cui si cerca di organizzarlo se ne distrugge l’essenza. La religione, dunque, è misticismo in cui l’essenza mistica è stata uccisa. O perlomeno anestetizzata.
Coloro che assisteranno alla caduta del quarto velo potranno scorgere chiaramente che la religione non conduce soltanto alla divisione e all’oppressione, ma anche alla negazione di tutto ciò che l’uomo ha di divino; al soffocamento dell’anima. (p.204)

Quinto Velo
Quando il quinto velo cade e con esso l’illusione del valore monetario, l’individuo può forse riuscire a riconoscere nuovamente se stesso, può forse ritrovarsi ritto e per così dire ignudo tra gli antichi valori in un paesaggio da lungo tempo perduto. (p.276)
Perciò, anche per coloro tra noi che non possono assistere personalmente alla danza di Salomé, il quinto velo sicuramente cadrà. Cadrà nel momento della nostra morte. Quando saremo lì distesi, impotenti, al di là di ogni certezza, mentre l’elettricità abbandona furtivamente il nostro cervello come un truffatore che se la svigna dal quartiere di colui che ha infinocchiato, a più d’uno di noi capiterà di pensare che tutto ciò che ha fatto, l’ha fatto per soldi. E in quel momento, un istante prima che le stelle smettano di ammiccare, a seconda di quant’altro abbiamo appreso nel corso della nostra vita, ci sentiremo bruciare da un insopportabile rammarico… o ci faremo una bella risata silenziosa alle nostre stesse spalle. (p.278-279)

Sesto Velo
La verità evidente è che nessuno, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dal livello di illuminazione personale, nessuno sa se vi sia davvero una vita oltremondana. (p.363)
Di contro a questa totale mancanza di prove, tuttavia, persiste in genere una fiducia incrollabile nella fine dei tempi, e nelle orchidee o nelle cipolle che verranno distribuite in occasione del gran finale; e questa fede, questa pia – o timorosa – illusione, costituisce un velo così spesso, così resistente, che c’è da stupirsi se la mattina riusciamo a vederci abbastanza da scendere dal letto. Se non altro, il sesto velo è un ottimo riparo contro i raggi solari. Può essere anche una pastoia o un sudario.
Finché si può indurre un popolo a credere in un aldilà soprannaturale, quel popolo può essere oppresso e controllato. Chi è convinto che alla fine lo attenda una sorta di villaggio turistico celeste in cui la piscina è sempre aperta e i bagnini sono superflui, sarà disposto a sopportare prepotenze, privazioni e maltrattamenti di ogni genere. In più, il fedele è pronto a rischiare la pelle in qualsiasi avventura militare il suo governo voglia promuovere. Quando cadrà il sesto velo, verrà indubbiamente a mancare la carne da cannone. (p.363-364)

[da Tom Robbins, Coscine di pollo]

 

 

 

 

Al peggio…

Visto che l’ho taggato come ossessione ci ritorno sopra; prima di leggere quello che segue consiglio di leggere quello che lo precede.

Se ci capissi qualcosa di musica definirei “Il Conte di Montecristo” un vero e proprio “standard” sul quale si sono cimentati in molti e con risultati alquanto diversi. In questo caso scrivo alcune osservazioni sulla serie tv, terminata questa settimana e ancora disponibile su “Raiplay”.

L’ho già scritto ma lo faccio di nuovo perché lo ritengo importante: il romanzo in questione è bello lungo, una delle ultime versioni italiane conta circa 1500 pagine, è anche un racconto abbastanza intricato con decine di personaggi ognuno dei quali ha un proprio ruolo, più o meno importante, nell’economia globale della storia. Mi rendo quindi benissimo conto che il compito di ridurre quella mole di pagine in meno di 8 ore di video non sia certo facile e non sarebbe un lavoro che sarei in grado di fare.

Premetto anche che non mi disturba eccessivamente quando, trasponendo un romanzo dalla scrittura a un altro mezzo (un fumetto, un film, una serie tv, un musical), gli sceneggiatori apportano delle modifiche alla trama originale. A questo aggiungo anche che non resto sconvolto nemmeno quando i cambiamenti fatti stravolgono tutto o quasi tutto, talvolta il risultato mi sembra apprezzabile ma altre volte decisamente meno o molto meno.

Nel caso in questione la serie mi sembra abbia alcuni elementi che la rendono tra le peggiori trasposizioni del libro di Dumas. Non mi riferisco alla quantità e qualità delle modifiche fatte alla trama e non mi sembra nemmeno il caso di farne un elenco completo. Ma, a mio modesto avviso alcune di queste hanno rovinato un prodotto che – almeno visivamente – era accettabile e che poteva risultare migliore.

Temo che molte delle modifiche fatte siano state dettate da motivazioni che hanno poco a che vedere con la necessità di sintetizzare una storia lunga e molto più a che vedere con le idee degli sceneggiatori o con le pretese della produzione. Di seguito ne citerò, in ordine sparso, solo alcune.

Il momento che più mi ha disturbato è stato quando Edmond lancia dalla sua carrozza il contenitore metallico che contiene la droga che usa durante tutta la storia per gestire l’ansia. Una sostanza liquida che non viene mai identificata o nominata. Nella storia originale in un paio di occasioni si capisce che il Conte fa uso di Hashish, la sostanza nell’economia della vicenda ha una scarsissima importanza (per non dire nessuna) ma serve evidentemente ad aggiungere un tocco di “fascino orientale” al protagonista. Nella versione televisiva a dieci minuti dalla fine il Conte getta via dalla carrozza la sostanza e questo fa sospettare qualcosa a proposito delle intenzioni degli sceneggiatori riguardo alle cose che hanno scelto di lasciare, di aggiungere o di modificare.

Per restare, in parte, in argomento ci sono stati dei cambiamenti in molti personaggi che fanno di contorno al Conte. Quello più evidente e anche quello del quale non sono riuscito a capire una giustificazione è stato che Haydée, che nel libro è di origine greca, nella trasposizione diventa algerina (sic!). Il personaggio viene comunque massacrato, viene cancellata la storia d’amore con il Conte e persino la sua capacità di prendere decisioni autonome, per arrivare poi all’insulto finale.

Continuando sulla falsariga, il personaggio del nubiano muto di nome Alì, viene sostituito da un servo italiano muto. E, ancora una volta non si capisce la ragione per questa sostituzione in quanto si tratta di un personaggi tra quelli più sacrificabili. Capisco che far comparire uno schiavo muto possa sembrare qualcosa di politicamene scorretto ma, e il discorso vale in generale, credo che se si voglia trasmettere anche una atmosfera oltre che solo una trama così come i personaggi vengono rivestiti con abiti d’epoca e le scenografie adeguate si debba anche completare l’ambientazione.

Una eccezione, che però conferma la regola, viene riservata ai due personaggi femminili la cui omosessualità descritta da Dumas con il pudore necessario nell’800, tenendo presente che la storia è stata pubblicata a puntate su un giornale, viene mostrata con un bacio. Oggi, salvo che per alcune persone, non ci sono molti problemi a mostrare in video donne che si scambiano tenerezze.

Altra modifica più che sospetta: a un personaggio che ha anche una discreta importanza nell’originale viene cambiato il nome e chi non ha letto o non ricorda il libro non sa che il suo nome originale è “Benedetto”, un nome comune per gli orfani ma forse ritenuto oggi poco consono alle sue cattive azioni. Certe volte si esagera davvero.

Lo sviluppo della storia è stato dilatato all’inizio, diciamo la prima metà, e compresso nella seconda. Alcune cose sono state fatte sparire perché avrebbero causato dei problemi per alcuni personaggi che avevano subito dei cambiamenti di ruolo, come il bandido Vampa, altri perché non funzionali all’insulto finale. E, puntuale come l’influenza stagionale, la fine della serie ha stravolto completamente il finale del libro.

Inutile entrare nei dettagli, non lo meritano, mi basta dire che non è certo la prima volta che avviene una offesa del genere, l’anno scorso una riduzione del “Conte di Montecristo” in due puntate aveva fatto lo stesso e anche in passato in qualche film gli sceneggiatori avevano deciso che il finale originale non andava bene.

Il mio inutile giudizio complessivo sulla serie è negativo.

Per cui, al momento, ritengo che il vecchissimo sceneggiato televisivo in bianco e nero trasmesso dalla RAI nel 1966 sia ancora tra le trasposizioni più oneste che ho visto e, per fortuna, è disponibile a gratis on-line. Ma persino la parodia musicale fatta sempre in quegli anni nella “Biblioteca di Studio Uno” che dura circa un’ora è più simpatica, per la sua visione però consiglio la presenza di una persona che abbia almeno 60 anni e una discreta conoscenza della musica italiana d’epoca.

A dimostrazione che si può fare di meglio, anche riscrivendo pesantemente la storia, si veda ammesso che la RAI lo dissequestri, “Il Conto Montecristo” (1997), dove Edmond viene infamato con l’accusa di essere un fiancheggiatore delle “Brigate Rosse” e viene rinchiuso nel carcere speciale dell’Asinara e il brigante Vampa diventa il capo di una banda di sequestratori sardi e avido lettore dei classici del Marxismo-Leninismo. La miniserie di sei episodi di circa un’ora ognuno è una visione consigliata a un pubblico diverso da quello che di solito guarda la televisione e che ha il rispetto che merita il libro di Dumas.

 

PS Quanto sopra potrebbe, in seguito, subire modifiche che saranno opportunamente segnalate.

“Questo non è”

Leggo che l’anno prossimo andrà in TV una serie tratta da un romanzo che in Italia probabilmente ha avuto più edizioni della Bibblia ma che quando è stato portato sul piccolo o grande schermo è stato spesso massacrato da sceneggiature oltraggiose. E non mi riferisco ai tagli necessari a ridurre le centinaia di pagine del libro alla durata di un film o di una serie.

Ultimo esempio il film in due parti presentato a Cannes quest’anno e andato in tv subito dopo il Santo Natale scorso. Mi riferisco a “Il Conte di Montecristo”, dove le modifiche nella trama originale sono talmente numerose che non vale la pena elencarle. Basti dire che che nell’occasione Edmond Dantes usa le maschere come Diabolik e alla fine della storia parte senza Haydée.

Non sono di quelli che si scandalizzano se un’opera dell’ngegno umano viene modificata, se un testo viene stravolto anche pesantemente ma ritengo che il linguaggio serva a comunicare e che per farlo correttamente, cioè in modo che altr* comprendano cosa stiamo dicendo è necessario chiamare le cose col proprio nome o evitare i fraintendimenti anche usando qualche stratagemma.

Per cui mi va benissimo se nella prossima versione (e in tutte quelle che seguiranno fino alla fine dei tempi…) la storia del Conte di Montecristo subirà qualsiasi modifica ma mi piacerebbe che, come fanno nell’industria dei video porno statunitensi quando producono parodie di titoli famosi, diventasse consuetudine aggiungere le tre parole – “questo non è” – prima del titolo in modo che sia chiaro alla persona con la quale si sta comunicando che non si sta parlando dell’originale ma di qualcosa d’altro. Questo principalmente perché quella persona potrebbe anche non aver mai letto il libro in questione e finire per credere che alla fine della storia Edmond e Mercedes vissero poi felici e contenti. Che, per essere chiari, potrebbe essere anche un finale migliore o semplicemente piacere di più ma che non è quello de “Il Conte di Montecristo”.

Lo so che è una speranza vana, in un contesto dove quando si parla di spaghetti alla carbonara qualcun* può fare riferimento anche a un condimento senza guanciale e/o senza uova e/o senza pecorino e forse anche senza spaghetti…

Poi però ci si lamenta della difficoltà di comunicazione.

Uno dei peggiori effetti del periodo pandemico è stato quello di iniziare a guardare serie TV in modo smodato. Ricopio qui sotto alcune delle “Recensioni non richieste” mandate nel corso del 2024 in una chat per poch* intim*. Chi legge lo fa a proprio rischio e pericolo e non si rimborsa il biglietto. Spoiler quasi nessuno.

“La casa de papel – Berlin”
Spin-off di “La casa di papel” che ha come protagonista Berlin, quello che viene ammazzato dalla polizia sulle note di “Bella ciao”, lo ricordo per quell* che hanno poca memoria.
Senza farla troppo lunga si tratta della storia di un un colpo da 44 milioni di euro ai danni di una casa d’aste parigina. A capo della banda c’è appunto Berlin e la sua banda formata da altre cinque persone. La definizione migliore per il colpo può essere presa da una espressione (spero) alquanto nota: “è una bojata pazzesca” che va letta cercando di imitare la voce di Paolo Villaggio.
Si tratta, molto più banalmente, di una serie romantico-sentimentale dove tutti i personaggi della banda (a partire dal capo) si imbarcano nella costruzione e nella gestione di legami sentimentali con soggetti interni e/o esterni alla banda. Ci manca davvero poco che la serie finisca con sei matrimoni, il che forse sarebbe stato davvero un finale a sorpresa. Attori, montaggio, fotografia, ecc… confezionati in modo appena decente. I dialoghi sono farciti di massime e consigli a carattere romantico, amoroso e sentimentale davvero imbarazzanti.
Non ho idea se la serie avrà mai una seconda stagione, quello che dimostrano progetti del genere è quanto sia sempre più difficile trovare soggetti decenti nelle produzioni seriali. Ma, anche, quanto sia dannoso il successo di una prima serie decente (mi riferisco a “La casa de papel”) e poi cercare di ripetere il suo successo. Voto: 5/10.

“The swarm”
Una serie di fantascienza con ambientazione “marina”… la recensione manca in quanto l’autore si è assopito un numero di volte abnorme durante la visione. In sostituzione comunichiamo che “The calculating stars” uscito il mese scorso è davvero un bel libro di fantascienza.

La scena si svolge su un lussuoso yacht durante una festa. Lei e lui si appartano verso prua. Lei a lui: “Titanic me”. (non ricordo in che film ho visto la scena ma la ritengo la migliore battuta -in senso cinematografico- del 2024)

“Fallout”
Tratto da un gioco conosciuto, non da me, genere fantascienza post-apocalisse. Prodotto tipicamente made-in-usa tra il pop e il trash, inevitabili contaminazioni western. Poche sorprese, guardabile se vi piace il genere. Voto: 5,9/10.

“Devs”
Alquanto pretenziosa, visto che tratta temi come il contrasto tra determinismo e libero arbitrio, la fisica quantistica e il multiverso tutto. Fantscienza senza (troppi) effetti speciali. Recitazione passabile, fotografia noiosa, sceneggiatura, colonna sonora e montaggio da dimenticare. Colpi di scena telefonati. Se ne consiglia la visione in condizioni di stato alterato di coscienza. Voto: 4/10.

“Reina roja”
Tratta da omonimo romanzo che non ho letto. Serial (?) killer VS consulente con un QI di 242 e poliziotto “strano”. Fattura decente ma trama AAA (alquanto abbondantemente abusata). Citazioni a valanga. Consigliabile a nottambuli e amanti del genere. Voto: 5/10.

“Nobody want this”
Come da titolo. Voto: NC.

“Zorro”
Spoiler solo per boomer e fan: non c’è il Sergente Garcia. Maledetti. Voto: 4/10.

 

 

 

Peppe contro Beppe

Commedia in tre atti e un epilogo

Il “Movimento 5 Stelle” (M5S) sembra proprio essere giunto, alle fine di questo 2024, a un bivio, a un punto di non ritorno. Se fosse una commedia la si potrebbe dividere per comodità in tre atti.

Il primo inizierebbe portando in scena quei quei gruppi di persone che agli inizi degli anni 2000 si incontrarono in uno dei primi network sociali che usava una piattaforma chiamata “MeetUp”, creata negli USA nel 2002 e diffusa su tutta la Internet. Il servizio si strutturava a livello geografico permettendo agli utenti di creare gruppi di discussione locali centrati su un interesse comune di qualsiasi genere: dai giochi ai libri, dalla politica alla musica. Qualcosa che non rappresentava una novità e che aveva, in quegli anni, molteplici imitazioni alcune delle quali diventeranno molto più famose. Poco considerato, come al solito per distrazione o ignoranza, dai mezzi di comunicazione tradizionali questo social, farà da incubatore nel quale nasceranno esperienze come gli “Amici di Beppe Grillo” e le “Liste Civiche a 5 stelle” che diventeranno poi la struttura portante del “movimento”.

Facendo un passo indietro, in un vecchio articolo pubblicato su queste pagine si poteva leggere:
“il “popolo” di Grillo sembra essere composto da quegli strati sociali che negli ultimi 20 anni hanno dato vita a movimenti simili, come la cosiddetta “società civile”, “il popolo dei fax” o i “girotondini”. Gruppi trasversali ai partiti tradizionali, che per un po’ di tempo hanno anche avuto accesso alla ribalta mediatico, anche se le contraddizioni interne e la debolezza delle proposte li hanno poi portati ad una silenziosa estinzione. In questo caso il fenomeno potrebbe avere una durata ed un successo maggiore proprio grazie all’effetto supermercato: sul palco di Torino si sono alternati durante lo show un po’ tutti, dai Comitati “No Dal Molin” e “No TAV” agli operai impegnati contro le morti bianche, dai magistrati d’assalto, alle vittime della violenza di Stato, dagli assessori “virtuosi”, ai cantanti famosi. Tutti insieme a portare le loro proposte anche contraddittorie, ma che hanno dato al pubblico la possibilità di scegliere quella che più gli interessa. Salvo portarsi “a casa” anche le invettive contro l’indulto, contro l’invasione dei rom romeni, contro la “casta” o il paragone improponibile tra i partigiani che hanno combattuto contro i nazi-fascisti e i “nuovi partigiani” della democrazia telematica.” (vedi “Vaffaday 2. Al supermarket del grillo”, “Umanità Nova”, n.16 del 04/05/2008).

Il primo atto si chiuderebbe con la partecipazione (usando varie sigle) ad alcune elezioni a livello locale, con la fondazione nel 2012 dell’Associazione M5S, fondata nel 2012 e quindi con la decisione di presentarsi alle elezioni politiche del 2013.

Il secondo atto si aprirebbe con il risultato delle elezioni del 24/2/2013 nelle quali il M5S raccolse 9.923.600 voti alla Camera (il 29,28% dei voti), più del PD che ne prese 8.646.034 e di FI che ne prese 7.332.134.
Tra queste elezioni e quelle successive vennero formati tre esecutivi: il Governo presieduto da E. Letta (28/4/2013 – 22/2/2014) una “grande coalizione” con dentro tutti (salvo il M5S) seguito da quello di M. Renzi (22/2/2014 – 12/12/2016) una coalizione di centro-sinistra, e poi da quello di P. Gentiloni (12/12/2016 – 1/6/2018) a capo una coalizione fotocopia della precedente, tutti Governi rispetto ai quali il M5S restò sempre all’opposizione. Ma i colpi di scena erano in arrivo.
Nelle elezioni del 4 marzo 2018 i voti del M5S, sempre alla Camera, arrivarono a 10.732.066 (il 32,68% dei voti), ancora più del PD che ne prese 6.161.896 e dei 4.596.956 di FI.
Il M5S aveva stravinto le elezioni e, tra il 2018 e il 2021, vennero formati due Governi presieduti da G. Conte: il primo soprannominato “giallo verde” (1/6/2018 – 5/9/2019) che vedeva insieme il M5S e la “Lega per Salvini Premier” (LSP) e il secondo, detto “giallo-rosso” (5/9/2019 – 13/2/2021) nel quale al posto della LSP subentrò il PD.

Quello che sarebbe successo era fin troppo facilmente prevedibile anche molto prima:
“Paradossalmente, ma nemmeno tanto, un sistema per spiazzare il M5S sarebbe quello di chiedere direttamente a Beppe Grillo di formare il nuovo Governo. Un suo rifiuto mostrerebbe le contraddizioni esistenti nel “movimento” e una accettazione sarebbe un vero e proprio suicidio politico in quanto il M5S non avrebbe certamente la capacità e le forze per gestire la situazione, il che andrebbe a tutto vantaggio degli altri partiti.” (vedi “Il nemico marcia sempre alla tua testa”, “Umanità Nova”, n.12 del 31/03/2013).

In quelle due legislature il M5S operò delle scelte politiche che suscitarono forti critiche all’interno della stessa base del movimento, decisioni piene di contraddizioni, passi falsi, oscillanti tra una politica di “destra” e una di “sinistra”, il tutto venne aggravato – a partire dal 2020 – dalla crisi pandemica. In questo periodo si susseguirono le fuoriuscite di elett* al Parlamento, sia volontarie che a seguito di espulsioni formali, quest* approderanno a gruppi parlamentari diversi. La partecipazione al Governo di M. Draghi (13/02/2021 – 22/10/2022) e la scissione di “Insieme per il futuro” del 2022, sulla quale conviene lasciare il velo pietoso che la ricopre, aggravarono una situazione già fortemente compromessa.
Il progetto iniziale, quello di diventare una forza politica “altra” mostrò a tutti il suo fallimento e costituì sicuramente una delle cause più evidenti di quello che avverrà nelle successive elezioni. E qui si potrebbe chiudere il secondo atto di questa rappresentazione.

Il terzo atto si aprirebbe con le votazioni del 25 settembre del 2022 il M5S raccolse 4.335.494 (il 15,43% dei voti) perdendo più della metà dei voti ottenuti in precedenza. A questo punto diventò evidente anche ai più inesperti che il M5S aveva perso per strada non solo milioni di votanti e decine di parlamentari ma molte delle caratteristiche di “movimento” e degli obiettivi che lo avevano caratterizzato all’inizio e il dibattito interno si iniziò ad incagliare quasi esclusivamente su tematiche connesse alle regole di funzionamento.
Il confronto impietoso con il passato vedeva gli scaffali del “Mercatone 5 Stelle” desolatamente vuoti come quelli di un negozio ai tempi del socialismo reale e una drastica riduzione del numero dei frequentatori e dei voti.
In un certo senso però il M5S rappresentva ancora un nuovo tipo di partito ma non si era dimostrato alla prova dei fatti migliore di quelli esistenti o di quelli estinti, bastava vedere il comportamento dei suoi vari leader e il genere di discorsi pubblici che pronunciavano nei quali la percentuale di fuffa sul tutto era tendenzialmente molto alta.
Il terzo atto si chiuderebbe con i principali protagonisti che salgono alla ribalta di una commedia che somiglia sempre più a una farsa (con tutto il rispetto per il genere) che potrebbe avere come titolo “Peppe contro Beppe”, uno spettacolo che negli ultimi giorni ha saturato di commenti giornali, televisioni e web.

A questo punto mentre cala il sipario qualcun* potrebbe chiedersi: Come andrà a finire?
Basandosi sugli schemi classici si starebbero scontrando all’interno della classe politica del partito un’area “governativa” e una “movimentista” e, almeno in parte, ciò è vero. Difficile valutare la consistenza numerica delle due fazioni in causa e ancora più difficile valutare quant* tra coloro che negli scorsi anni hanno dato il loro voto al M5S saranno disposti a farlo anche in futuro. Probabilmente dal litigio in corso verranno fuori due raggruppamenti politici, entrambi in crisi, che avranno ancora due anni, a meno di impreviste catastrofi che colpiscano l’attuale Governo in carica, a disposizione per provare a rimettere insieme una qualche parvenza di progetto politico che riesca a dare agli attivisti e alle attiviste, alle elettrici e agli elettori un valido motivo per rinnovare le loro scelte passate.

Accanto a più o meno scontate riflessioni di carattere generale, la storia politica del M5S ha lasciato in eredità anche qualcosa sulla quale vale la pena di riflettere. Il movimento è nato e cresciuto, almeno nella sua prima fase, tramite un processo di auto-organizzazione dal basso che ha ampiamente utilizzato gli strumenti della comunicazione elettronica e Internet. Nonostante questo ha però subito, più o meno passivamente, il peso di un personaggio ingombrante come B. Grillo, esercitato fin dall’inizio attraverso il suo blog vale a dire di uno strumento funzionale a un controllo verticale dall’alto. I tentativi di creare una sorta di “democrazia digitale” con i gruppi su “meetup” sono sfociati in seguito in uno stretto legame con l’azienda di Casaleggio, soprattutto attraverso l’uso di una piattaforma digitale (Rosseau) sui cui meccanismi di funzionamento ci sarebbe molto da riflettere. In definitiva il primo “movimento politico digitale” del XXI Secolo ha coltivato l’ingenua idea che bastasse usare i computer e Internet per risolvere alcuni dei problemi che da sempre affliggono le attività dei movimenti che si muovono per il cambiamento sociale, cosa chiaramente non possibile. Così come non sarà mai possibile, attraverso una politica svolta all’interno di una istituzione parlamentare arrivare a un concreto cambiamento, anche partendo con le migliori intenzioni. Del resto bastava rifletterci fin da subito su quanto sia davvero difficile aprire una scatoletta di latta quando ci sei chiuso dentro.

Pepsy

[*] Dati ufficiali (esclusa Val d’Aosta e voti dall’Estero) ripresi dal sito web ufficiale https://elezionistorico.interno.gov.it

[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.39 del 15 dicembre 2024]

C’era, una volta

Ci sono ricorrenze di tutti i tipi, si ricordano, si celebrano, si festeggiano avvenimenti anche lontanissimi nel tempo, sia allegri che tristi, a volte anche dimenticati (o sconosciuti) dalla maggior parte delle persone e persino fatti che storicamente non hanno alcun fondamento. A volte queste occasioni possono essere un modo come un altro, per ricordare un passato conosciuto o per farlo conoscere ai più giovani. Quando va bene da queste storie si possono trarre utili insegnamenti, come nel nostro caso.

Alla fine del mese di novembre, in mezzo a chissà quante altre ricorrenze, saranno passati 25 anni dalla creazione di “Indymedia”, qualcosa che per ragioni anagrafiche non appartiene alla memoria personale di chi oggi ha tra i 20 e i 30 anni ma che davvero vale la pena di ricordare.

Tutto iniziò, non proprio casualmente, negli ultimi mesi dello scorso millennio o se preferite dello scorso secolo uno di quei momenti che ha il fascino della fine di un’epoca, un appuntamento che nella storia lontana veniva associato a eventi apocalittici, collegati spesso alla fine del mondo. E, in un certo senso, nel contesto aleggiava qualcosa di simile. Da qualche anno si aggirava per il globo un movimento transnazionale che aveva portato alla ribalta una generazione che protestava contro una globalizzazione che stava aggravando le disuguaglianze sociali e accelerando la distruzione dell’ecosistema. Questo movimento era palesemente connesso e in prosecuzione degli altri che, a partire dalla fine degli anni ’50 del 1900, avevano percorso chilometri nelle strade e nelle piazze di tutto il pianeta. Movimenti che erano nati, erano cresciuti e poi erano scomparsi più o meno velocemente dal palcoscenico della Storia, quella con la “S” maiuscola.

Nel novembre del 1999, in un contesto dove tra le novità principali erano comparse – con tutta la loro dirompente novità – la Rete Internet e soprattutto il Web fu proprio dalla miscela di questi due ingredienti, che prese le mosse il primo e fino a questo momento unico tentativo di mettere sottosopra il sistema tradizionale della comunicazione di massa.

Sarebbe troppo lungo e complicato raccontare la storia di “Indymedia”, per chi è interessat* rimandiamo a questo vecchio articolo e alle risorse (buone e meno buone) che sono facilmente rintracciabili sulla Rete, in questo caso ci limitiamo a segnalare alcuni dei motivi per i quali quella storia va ricordata ancora nel 2024 quando è passato già un quarto di secolo.

Allora come oggi il sistema delle comunicazioni di massa era in mano a poche centri economici, politici e di potere che erano gli unici ad avere le risorse necessarie per stampare un giornale, per gestire un network radiofonico o televisivo. Strumenti in grado di trasformare i fatti in notizie, di costruire una narrazione del presente (ma anche del passato) funzionale al sistema del capitalismo che in quegli anni celebrava la sua vittoria sul presunto “socialismo reale”.

La creazione di “Indymedia”, partita da un semplice sito web messo in piedi per documentare quella che fu chiamata la “Battaglia di Seattle” dimostrò, in modo inoppugnabile, che anche un piccolo gruppo di persone con risorse economiche ridicole rispetto a quelle a disposizione dei giganti dela comunicazione riuscì a mettere in piedi un progetto in grado di produrre e diffondere una informazione indipendente. L’idea iniziale nel giro di un paio d’anni si trasformò in una vera e propria Rete internazionale che arrivò ad avere più di un centinaio di nodi sparsi, anche se in maniera disomogenea, in tutti i continenti.

Al contrario di quello che era avvenuto in precedenza, in quel 1999 il movimento era riuscito a dotarsi di un sistema di comunicazione e informazione, veloce, moderno e che usava in modo assolutamente nuovo la telematica. Negli anni a seguire saranno numerose le iniziative commerciali e non che copieranno molte delle innovazioni tecniche usate per la prima volta da “Indymedia”.

Non sempre le belle storie hanno un lieto fine e così è stato anche per questa. Dopo una decina d’anni la Rete che aveva provato, spesso riuscendoci, a contrastare il potere dei mezzi di comunicazione di massa ufficiali perse forza, principalmente perché si indebolì, fin quasi a scomparire, il movimento che le aveva fornito linfa vitale. Ma le ragioni di questa scomparsa sono anche altre e rientrano, in gran parte, nelle caratteristiche proprie di tutti i movimenti sociali e che risentono in modo significativo delle trasformazioni dei diversi contesti storici nei quali hanno operato.

Il panorama attuale è caratterizzato, tra le altre cose, da una estrema frammentazione delle forze che operano per un cambiamento sociale e, all’interno di questa situazione, ci sono anche delle diversità che riguardano il modo di rapportarsi personalmente e collettivamente ai media digitali. Negli ultimi anni il sistema dei media ufficiali ha colonizzato, quasi completamente, la Rete Internet e molt* subiscono passivamente questa invasione non riuscendo ad immaginare alternative attraverso le quali si possa provare a sfuggire al controllo diffuso che caratterizza la società digitalizzata.

La storia di “Indymedia”, difetti compresi, anche se vecchia di 25 anni è un anniversario che vale le pena di ricordare e che ha ancora molto da insegnare a chi abbia la voglia di imparare.

Simboli orgogliosi

Sabato 7 settembre ero a Lucca a fare foto al “Toscana Pride”. Più che le facce mi piace fotografare striscioni, cartelli, bandiere e simboli vari. Di seguito qualcuna delle foto e qualche riga di commento.
striscione Lo striscione dell’Unione deli Atei e degli Agnostici Razionalisti non lascia adito a dubbi, forse qualcun* non sa o non si ricorda che “Il paradiso può attendere” (Heaven Can Wait) è il titolo di un film del 1978 quando molt* dei partecipanti al Pride non erano ancora nati. Il messaggio comunque è chiaro e forte.

cartello

 

Forse il cartello più stravagante che ho visto è quello con su scritto “Casa Proud”. La provocazione è evidente anche se il ragionamento non è proprio chiaro. Credo che anche per questo sia stata aggiunta una coppia di bandiere “Antifa” e una casetta con una bandiera arcobaleno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

striscioneContinuo ad avere problemi con questo slogan per la sua estrema ambiguità e per il fatto che è usato sia da sostenitori dello Stato di Israere che da sostenitori della causa palestinese. Come ho già scritto su questo blog preferisco di gran lunga “From the river to the sea all people must be free” che sicuramente è un pessimo inglese ma altrettanto sicuramente non si presta ad ambiguità. Pazienza.

bandiera

 

Non mi sembra di aver visto uno striscione “ufficiale” ma c’era questa bandiera solitaria dell’Ordine degli Psicologi. E le psicologhe? Sarebbe pretendere troppo?

Analisi non ripetibili

Da molto tempo, quando devo provare a farmi un’idea di come sono andate le elezioni, prendo in considerazione solo i numeri dei voti e i risultati delle votazioni precedenti.

A me che il partito dei “nazisti dell’Illinois” abbia preso il 2,3% mi interessa poco, mi interessa molto di più sapere a quanti voti corrisponde quella percentuale. Questo mi permette un confronto reale con i risultati precedenti, in questo modo capisco subito se i voti dati a quel partito sono aumentati, diminuiti o restati più o meno gli stessi.

In termini meno rozzi mi interessano più le persone che le percentuali, i seggi, le alleanze e tutta la pantomina democratico parlamentare.

Premesso questo, provo a fare qualche riflessione sul risultato delle recenti elezioni per il Parlamento Europeo, facendo un confronto con il precedente del 2019. I dati [*] sono ripresi dal sito ufficiale del Ministero degli Interni.

Il partito che ha ottenuto il maggior numero di voti è stato FdI che ne ha presi 6.722.221. Nel 2019 ne aveva presi 1.726.189. Da dove saranno spuntate 5 milioni di persone? Certamente non dal nulla e sicuramente nemmeno dall’area dell’astensionismo che oltretutto, rispetto al 2019, è aumentata. Continuando a leggere i numeri si può avere una risposta, abbastanza fondata, alla domanda.

Nel 2019 il partito che aveva ottenuto il maggior numero di voti era stato “Lega Salvini Premier” che ne aveva raccolto 9.175.208, lo stesso partito nel 2024 ha avuto invece 2.098.659. Dove saranno finiti quei 7 milioni di elettori/elettrici? Qualcuno sicuramente nell’area dell’astensionismo ma, probabilmente, una buona parte (una gran parte?) avranno dirottato il proprio voto su FDI.

Se si provano a sommare (alla buona…) i voti dei due partiti precedenti si ha un totale di 8.700.000 voti nel 2024 e di 10.900.000 nel 2019. Lo so che non ha sempre senso sommare cachi e meloni ma, sta di fatto, che tra il 2019 e il 2024 ci sono state 2.200.000 persone che non hanno votato più uno di quei due partiti.

Continuando con l’area governativa, il partito chiamato “Forza Italia” ha raccolto 2.242.265 nel 2024 e ne aveva ottenuti 2.351.673 nel 2019. Ha perso quindi poco meno di un centinaio di migliaia di voti il che, dal mio punto di vista, si può considerare che è “andato in pari”, o quasi.

Passiamo a dare un’occhiata fuori dell’area governativa.

Nel 2019 il M5S aveva preso 4.569.089 voti. Nel 2024 i voti sono stati invece 2.332.078. A occhio direi che si sono dimezzati, fate voi i conti precisi. Dal mio punto di vista direi che il M5S non ha ottenuto un grande successo, per usare un vieto eufemismo.

Passando al PD, questo partito ha avuto 5.631.827 nel 2024 mentre ne aveva avuti 6.089.853, ci sono stati quindi circa 500.000 voti in meno. Non si può certo parlare di una sconfitta epocale ma nemmeno di un “quasi” pareggio. Direi che ha perso, ma non troppo.

Se si escludono i partiti elencati sopra, tutto il restante teatrino è composto da partiti e partitini che hanno una velocità di mutazione che non consente di produrre dei ragionamenti seri e ponderati sulla ragione della loro esistenza. Ancor meno sui voti che raccolgono.

Come riflessione iniziale sulle elezioni europee del 2024 direi che il dato più rilevante rispetto al 2019 è quello che riguarda il fatto che è cambiato il partito più votato, anche se si tratta di un partito della stessa area politica di quello che aveva vinto nel 2019. Area politica che però, nel suo complesso, ha perso voti. Non è andata certo meglio all’area politica di “opposizione”: il principale partito ha perso voti e il secondo ha quasi dimezzato la sua forza.

A me però, piuttosto che perdermi dietro le idee di chi vota i partiti mi piacerebbe sapere che idee hanno le persone che si astengono che poi sono quelle che, indirettamente, influenzano anche loro i risultati delle elezioni.

[*] Al momento in cui scrivo i dati ufficiali definitivi per le elezioni del 2024 non sono ancora disponibili, mancano ancora circa 300 sezioni ma questo non modifica le mie riflessioni in modo sostanziale.