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Pagella vintage

A scanso di fraintendimenti, l’immagine che segue non significa che siamo in una situazione come quella del “ventennio” o che lo saremo da qui a poco. La situazione è molto più complicata e comunque non è l’oggetto di questo post.

Ho semplicemente ritrovato una pagella vintage (Anno scolastico 1938-1939) e mi ha molto incuriosito l’elenco delle materie di studio delle quali attualmente non restano che minime tracce, almeno nominalmente. Il nome di alcune di quelle materie raccontano la storia d’Italia meglio di un libro.

Devo confessare anche che alcune delle materie non sembrano poi tanto male, almeno in teoria, soprattutto rispetto a quelle che ho conosciuto a scuola.

Pagella vintage

L’astensionismo si addice agli anarchici

Nel 2003, in occasione del Referendum sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori fu pubblicato su “Umanità Nova” l’articolo che segue, non ricordo il numero preciso del settimanale e non ho voglia di cercarlo ma, visto che la penso ancora allo stesso modo, risparmio di riscrivere le stesse cose con altre parole.

L’astensionismo si addice agli anarchici

“L’astensione per noi è una questione di tattica; ma è tanto importante che, quando vi si rinunzia, si finisce col rinunziare anche ai principi. E ciò per la naturale connessione dei mezzi col fine.”
(E. Malatesta, Società autoritaria e società anarchica, L’Agitazione, 28 marzo 1897)

Uno dei luoghi comuni più abusati a proposito degli anarchici è quello che li presenta come degli inguaribili romantici legati a teorie e prassi antiquate. Tra i “segni” di questa attitudine viene spesso menzionato l’astensionismo, ritenuto dai critici una sorta di “sacro principio” verso il quale gli anarchici avrebbero una sorta di venerazione.

Fino a non molti anni fa tutti i partiti politici indicavano l’astensionismo come un comportamento da biasimare e, in diverse occasioni, non sono mancate anche delle vere e proprie campagne mediatiche contro la diserzione dalle urne. Da qualche anno a questa parte nessuno dei partiti demonizza più l’astensionismo che viene visto invece come una delle possibili opzioni disponibili nel quadro di una visione più pragmatica dell’agire politico.

L’astensionismo quindi non caratterizza più, o almeno non più come un tempo, esclusivamente l’antistatalismo anarchico.

Ma gli anarchici, contrariamente ai luoghi comuni, non rifiutano lo strumento del voto “in sé”, il nostro astensionismo infatti non è un immutabile principio, ma una precisa scelta tattica che riguarda principalmente il contesto all’interno del quale lo strumento del voto svolge la sua funzione.

Così l’astensionismo alle elezioni politiche è legato al rifiuto completo e definitivo del gioco partitico, del principio della delega in bianco e di una classe privilegiata quale è quella dei parlamentari e dei loro più stretti fiancheggiatori. Tale posizione ha sempre contraddistinto il movimento anarchico che ha continuamente rivendicato la propria estraneità alle tattiche machiavelliche del “fine che giustifica i mezzi”.

Stesso genere di approccio vale per i referendum che, solo apparentemente, sembrano diversi dalle altre consultazioni popolari. Anche in questo caso, infatti, non è tanto il meccanismo decisionale che viene rifiutato dagli anarchici, ma il fatto che si tratti di votazioni che si svolgono invariabilmente in un contesto statale, all’interno del quale anche tale strumento perde il suo valore potenzialmente “libertario” per acquistarne un altro esclusivamente funzionale al mantenimento dello status quo.

Del resto nelle riunioni anarchiche si ricorre normalmente alla votazione per esprimere un parere e nessuno si è mai scandalizzato di questa prassi proprio perché, a differenza di quanto accade nella società prigioniera, chiunque vinca non può poi costringere chi perde a sottomettersi alla decisione scaturita dal voto. Esattamente il contrario di quanto avviene in qualsiasi genere di consultazione, referendum compresi, nella quale la minoranza perdente è costretta a subire il risultato del voto.

Periodicamente, all’interno del movimento anarchico, vengono diffusi appelli al voto e, in diverse occasioni, il dibattito fra coloro che ritengono necessario recarsi alle urne e coloro che rivendicano l’astensionismo, si fa incandescente.

Così è stato nel 1972 quando “il manifesto” (allora un partito) presentò la candidatura di Pietro Valpreda e diversi compagni proposero un elettoralismo “tattico” per liberare dalla galera il compagno accusato di essere il responsabile della Strage di Stato di Piazza Fontana. Lo stesso è avvenuto, in seguito, in occasione di alcuni referendum particolarmente sentiti, come quello sul divorzio, sull’aborto, quello contro la caccia, quello per la depenalizzazione delle “droghe leggere”. Lo stesso accade oggi con il referendum sull’articolo 18.

In tutti i casi i compagni favorevoli al voto hanno usato argomentazioni simili: il referendum sarebbe diverso dalle elezioni politiche e la nostra partecipazione sarebbe esclusivamente una “tattica” che non inficia la nostra strategia antiparlamentare. Altra motivazione è quella della “centralità” della scadenza, come se tale ragione non potesse essere adoperata in quasi tutte le altre occasioni di voto. In alcuni casi si è sottolineato come un voto “tattico” sia necessario per mantenersi in relazione con determinati settori sociali ma ci si è dimenticati che quella scelta potrebbe provocare, contemporaneamente, la rottura delle relazioni con altri settori della società.

L’errore di chi propone il voto sta proprio in questa pretesa di indirizzare il movimento verso una prassi che considera centrale il fatto di “esserci”, di “partecipare” per non restare esclusi da un gioco che non è certamente il nostro. A queste motivazioni spesso si aggiunge quella di scegliere il “male minore”, come se – passando dalla padella alla brace – cambiasse il risultato finale.

Gli anarchici astensionisti e quelli favorevoli al voto sono accomunati dalla convinzione di considerare le loro rispettive posizioni delle “tattiche” che però – per ovvie ragioni – difficilmente possono convivere all’interno dello stesso movimento in quanto puntano verso strade completamente divergenti.

Fino a quando la società non sarà liberata, quasiasi occasione di voto, referendum compresi, non sarà altro che uno degli strumenti usati dal capitalismo e dallo stato per consolidare il proprio potere. Anche per questa ragione la scelta della tattica astensionista è quella che, ancora oggi, maggiormente si addice agli anarchici.

Madamina il catalogo è questo

L’articolo pubblicato il 5 giugno 2022 sul “Corriere della Sera” e tutto quello che poi è seguito meriterebbe una attenta e seria analisi in quanto presenta molti spunti interessanti per chi si interessa di informazione, comunicazione e libertà di parola.

Quello che segue è invece solo il frutto di una mezza idea post-prandiale.

Le azioni degli esseri umani hanno sempre una motivazione, se si escludono i riflessi automatici anche comportamenti apparentemente inspiegabili possono essere spiegati, magari ricorrendo a particolari categorie: un gesto dettato dalla follia, dall’ignoranza, dalla vendetta, eccetera.

Visto che una motivazione ci deve essere ci si chiede perché qualcuno abbia fornito alle giornaliste del CdS quel testo. Partiamo ovviamente dal presupposto, che riteniamo ragionevolmente vero, che qualcuno abbia fornito un testo e non che questo sia stato inventato di sana pianta da chi ha firmato l’articolo.

Alcune premesse necessarie:

– per “testo” si intende lo scritto che è stato utilizzato per scrivere l’articolo sul “Corriere della Sera” e NON l’articolo stesso.

– le varie motivazioni elencate sono state scritte di seguito ma poi sono state numerate e sottoposte a un “sorteggio” che ha definito l’ordine con il quale compaiono. Questo per dire che non c’è una particolare ragione, a parte il caso, per cui una motivazione compaia prima o dopo un’altra.

– ribadiamo che la veridicità delle affermazioni contenute nel testo, il ruolo delle persone citate e tutto il resto non ci interessano.

– questa lista non ha la pretesa di essere esaustiva per cui potrebbero esservi aggiunte altre motivazioni.

– dovrebbe essere ovvio (ma non si sa mai…) che alcune delle motivazioni elencate potrebbero combinarsi tra di loro in quanto ci può essere più di una ragione per fare una cosa.

– si potrebbe seguire lo stesso esercizio per provare a elencare le motivazioni che in seguito hanno portato alla desecretazione del testo.

– non abbiamo (ancora) letto il testo desecretato.

Ecco quindi “la lista”:

Il testo l’ha fornito uno o una al fine di lanciare un avvertimento alle persone elencate nella lista: state attente, vi teniamo d’occhio!

Il testo l’ha fornito uno o una che in cambio ha avuto un corrispettivo economico o che se ne aspetta uno in futuro.

Il testo l’ha fornito uno o una per uno studio sul funzionamento della comunicazione in Italia in tempo di guerra.

Il testo l’ha fornito uno o una che aveva un particolare interesse a far diventar famoso una delle persone elencate nella lista.

Il testo l’ha fornito uno o una che non approvava il contenuto e/o le motivazioni del testo, al fine di rendere pubblico un documento segreto.

Il testo l’ha fornito uno o una al fine di lanciare un avvertimento alle persone elencate nella lista e a tutti quelli che hanno espresso o potrebbero esprimere posizioni simili: state attente, vi teniamo d’occhio!

Il testo l’ha fornito uno o una che voleva far colpo su una o tutte e due le giornaliste.

Il testo l’ha fornito uno o una a fini di disinformazione: costruire una copertura per un* agente doppi*.

Il testo l’ha fornito uno o una per mettere in imbarazzo i servizi, il Governo e/o qualche partito o esponente politico.

Il testo l’ha fornito uno o una per qualche non meglio conosciuta ragione sentimentale. Ah, l’amour!

Il testo l’ha fornito uno o una nell’ambito delle iniziative di propaganda di guerra delle autorità italiane.

Il testo l’ha fornito uno o una a fini di disinformazione: far credere ad altri servizi segreti che sia questo il livello di quelli italiani.

Il testo l’ha fornito uno o una nell’ambito di una faida interna ai servizi segreti.

Il testo l’ha fornito uno o una che approvava il contenuto e/o le motivazioni del testo, al fine di renderlo pubblico per dargli maggior risonanza.

Il testo l’ha fornito uno o una a fini di disinformazione: far sapere ai servizi segreti russi che le loro “spie” sono state scoperte.

Il testo l’ha fornito uno o una per far venire allo scoperto altre persone che la pensano come quelle inserite nella lista.

Il testo l’ha fornito uno o una per mettere in imbarazzo il “Corriere della Sera” e/o una o tutte e due le giornaliste.

[segue?]

 

 

 

 

Propaganda anti-anarchica

Due sono le cose che infestano la comunicazione elettronica in Rete: le foto dei gattini e i “meme” a questi va aggiunta, in tempi di guerra, la comunicazione delle parti in causa nel confitto che, in ogni caso, è sempre propaganda di guerra.

Se sui gattini non c’è bisogno di spendere molte altre parole cosa siano i “meme” forse va spiegato ai pochi che ancora non lo sanno. In generale viene definito “meme” un qualcosa che si diffonde da persona a persona all’interno di un determinato ambito, per cui in alcuni casi la diffusione può essere ristretta ad una piccola cerchia di persone e in altri allargata a dismisura.

Su Internet i “meme” hanno – di solito – la forma di immagini (foto, filmati o disegni) che nella maggior parte dei casi sono riprese da qualcosa di pre-esistente mentre in altri sono create ex-novo. A queste immagini vengono a volte aggiunti testi che dovrebbero dargli uno specifico significato. Molto spesso un “meme” originale viene modificato, magari più e più volte, facendogli assumere anche significati diversi da quello iniziale.

Quelli che oggi sono conosciuti come “meme” non sono una invenzione originale, basti ricordare i “ready-made” dei surrealisti che sono vecchi più di un secolo o in tempi relativamente più recenti, i “detournement” dei situazionisti. In entrambi i casi i personal computer e la Rete non esistevano e quindi forse l’unica differenza sta nella veloce ed enorme diffusione che oggi ha questo tipo di comunicazione. Proprio per quest’ultima ragione non sorprende che la propaganda di guerra la utilizzi ampiamente.

Tra i tanti “meme” che circolano da quando l’esercito russo ha invaso l’Ucraina, ne abbiamo incontrato uno dedicato esplicitamente agli anarchici. Si tratta, in questo caso, di una immagine pre-esistente; i programmi che cercano su Internet le immagini simili fanno risalire la sua prima apparizione almeno al 2017.

L’originale è composto da 4 vignette, senza parole, che raccontano una storia caratterizzata da quello che si potrebbe definire “umorismo nero”, ovvero il tentativo di far ridere raccontando storie che affrontano argomenti seri.

Nella prima vignetta c’è una mano aperta che emerge dall’acqua, nella seconda si vede una seconda mano che si avvicina alla prima, nella terza la mano che si stava avvicinando “batte il cinque” con quella che emerge dall’acqua e nella vignetta finale compaiono solo le dita della mano immersa nell’acqua.

Non c’è bisogno di un dottorato in semiologia per comprenderne il significato: davanti a una persona in pericolo (probabilmente sta affogando) invece che salvarla (afferrandole la mano) si preferisce un gesto inutile (“battere il cinque”) e questo causa la morte della persona.
Fa ridere? Non fa ridere? Ognuno decida per conto proprio perché, in questo contesto, non interessa il “meme” originale ma una sua versione modificata che sta circolando da qualche tempo anche su siti in lingua italiana.

L’immagine originale è stata modificata apponendo delle scritte in inglese: nella prima vignetta sulla mano che emerge dall’acqua c’è scritto “UKRAINIAN ANARCHIST” (anarchici ucraini), nella seconda sulla mano che si avvicina c’è scritto “WESTERN ANARCHISTS” (anarchici occidentali), nella terza sulle mani che “battono il cinque” c’è la scritta “NOT WAR BUT CLASS WAR COMRADE LOL” (no guerra ma guerra di classe compagno LOL), sulla vignetta conclusiva non compaiono scritte. Forse conviene ricordare che “LOL” è un acronimo usato da sempre su Internet che significa “laughing out loud” (ridendo a crepapelle).

Anche in questo caso il significato del “meme” è alquanto chiaro. Si tratta di una accusa, molto pesante, agli “anarchici occidentali” che, davanti alla tragedia della guerra in Ucraina, si limiterebbero a riproporre uno slogan (“no guerra ma guerra di classe”) causando la morte degli “anarchici ucraini”.

Anche se piacerebbe saperlo, nessuno ha firmato questo “meme” ma chiunque sia stat* ha realizzato qualcosa che si può definire come “propaganda anti-anarchica” e questo perché NON esiste una posizione comune di tutti gli anarchici  e tantomeno di quelli “occidentali” a proposito della guerra in Ucraina. Ci sono infatti, all’interno del movimento anarchico, posizioni che sono più vicine a quelle degli “anarchici ucraini” e posizioni che sono più lontane dalle scelte che hanno fatto. Basta un minimo di onestà intellettuale e la lettura di quello che è stato pubblicato sui siti anarchici negli ultimi tre mesi per verificarlo.

Chi ha creato il “meme” in questione ha invece esplicitamente mosso una accusa collettiva, una accusa rivolta a tutto il movimento anarchico o almeno a quello definito “occidentale”. E quindi si tratta di “propaganda anti-anarchica”, qualsiasi fossero le intenzioni di chi ha creato il “meme”. A meno di credersi depositari* unic* dell’idea anarchica o della “giusta linea” da seguire e questo sarebbe anche peggio.

Si tratta, con ogni evidenza, oltre che di “propaganda anti-anarchica” anche di propaganda di guerra, una comunicazione che si caratterizza sempre per la sua “binarietà”: con noi o contro di noi, amici-nemici, alleati-avversari, buoni-cattivi, ecc… e che viene da sempre utilizzata ampiamente da tutte le parti coinvolte in un conflitto armato.

L’immagine non viene pubblicata in quanto, proprio perché si tratta di “propaganda anti-anarchica”, sarebbe un controsenso aumentarne la visibilità.

Conversioni pericolose

Fino a questo momento, al tempo del C-19, quello sotto è il cartello che preferisco; suppongo sia diffuso anche in altre città e qui fa bella mostra nella vetrina di un bar in centro:

Conversioni sbagliate

Il cartello è interessante, oltre che leggermente ridicolo, e fa venire in mente alcune pigre riflessioni:

1. che anche ai tempi di Internet le persone non sanno convertire una unità di misura in un’altra, 6 piedi (“feet”) equivalgono a circa 1,8288 metri;

2. che le misure di sicurezza prese durante la pandemia non avevano/hanno sempre delle solide basi scientifiche;

3. che noi italiani ci vogliamo più bene degli statunitensi;

4. che qualcuno potrebbe pensare che in quel bar bisogna tenere una distanza interpersonale diversa a seconda della nazionalità di appartenenza;

5. che il cartello non è proprio il massimo, sia dal punto di vista dell’utilità che della comunicazione;

6. mi fa notare Nicolas Laney (via mastodon) che si potrebbe anche vederci una divisione di genere, ma solo se le persone sono vestite in modo tradizionale.

Il rumore del tempo di lavoro

Dalle pagine di una rivista degli anni ’70, di quelle non con una grande diffusione, un articolo sull’interminabile problema degli omicidi sui posti di lavoro. Sono passati quasi 50 anni ma nessuno leggerà mai il suo testo a un concerto del Primo Maggio.

da “L’erba voglio” (1976)

da “L’erba voglio” (1976)

da “L’erba voglio” (1976)

Maledetta memoria

Ho incontrato Valerio Evangelisti solo una volta, molto tempo fa, probabilmente 15 anni o più, non ricordo la data, maledetta memoria.
Ricordo invece altre cose, che eravamo al Next Emerson di Firenze e che veniva presentato il sito Carmilla (o era la rivista di carta?), maledetta memoria.
Mentre si mangiava qualcosa in attesa che iniziasse la presentazione ci siamo messi a parlare, non ricordo chi di noi due avesse attaccato bottone, ma ricordo che chiacchierammo di Bologna, di movimenti sociali, di Internet e di Indymedia… era la prima volta che mi trovavo a parlare con uno scrittore del quale avevo letto (quasi) tutto e che avrei continuato a leggere anche dopo.
Sapevo con chi stavo parlando ma quei 10-15 minuti me lo fecero apprezzare anche come persona e come compagno oltre che come scrittore.
Non ricordo altro, maledetta memoria, ma  so che non potrò più avere la possibilità di ringraziarlo per le storie che ha raccontato.

I “capri espiatori” nel XXI Secolo

La campagna vaccinale è stata caratterizzata da una incessante e martellante campagna mediatica, apertamente sostenuta dalla maggioranza dei politici e dal Governo, rivolta contro chiunque abbia mostrato poco o alcun entusiasmo di obbedire all’alluvione di Decreti e disposizioni di questi ultimi due anni. Una parte della popolazione convenzionalmente definita “no-vax” è stata additata come uno dei problemi principali da risolvere e quindi, anche se non sempre in maniera esplicita, come concausa dei danni provocati dalla pandemia.
La storia del “capro espiatorio” è vecchia quanto la Bibbia (Levitico 16) e non è certo la prima volta che viene individuata all’interno del corpo sociale un determinato gruppo di persone alle quali addebitare delle colpe particolarmente infamanti e che danneggiano tutta la popolazione: dalla caccia agli untori nel ‘500 e ‘600, ritenuti la causa della diffusione della peste alle Pétroleuse che vennero accusate di aver messo a fuoco Parigi al tempo della Comune del 1871. Per non dire poi della caccia alle streghe e alle sue mille varianti basate su pregiudizi razziali, religiosi, sessuali o politici. In ogni caso lo scopo principale di questa tecnica di manipolazione della realtà è stato sempre quello di distogliere l’attenzione dai veri colpevoli per concentrarla sulle vittime designate. Oggi alcune differenze rendono il caso dei “no-vax” alquanto diverso ma altrettanto funzionante.
In passato i “capri espiatori” venivano scelti tra le classi sociali che avevano meno possibilità di difendersi e che sopratutto non avevano accesso ai principali mezzi di comunicazione di massa che sono da sempre tutti ordinatamente allineati e schierati al fianco dell’ordine costituito e gli individui e i gruppi diventati un bersaglio protestavano la loro innocenza negando sempre di essere responsabili delle nefandezze che gli venivano attribuite.
Oggi invece chi è stato etichettato come nemico della salute pubblica ha rivendicato, in alcuni casi anche rumorosamente, la propria devianza dalle norme imposte e la composizione sociale dei “capri espiatori” non è stata caratterizzata da una divisione di tipo orizzontale. A essere incluse tra i reprobi sono state infatti fasce della popolazione appartenenti a tutte le classi sociali. A questo va aggiunto che la diffusione dell’uso di strumenti di comunicazione come la Rete ha reso meno incisive alcune delle tecniche di manipolazione dell’informazione utilizzate in passato. Essendo diventato più difficile ricorrere alle rozze motivazioni che in precedenza avevano costituito il nucleo centrale della propaganda statale oggi si è preferito trasformare la scienza in un Totem intoccabile, cercando di trasformare lo scontro in una guerra tra oscurantismo e progresso, tra credenze primitive e moderne, tra esperti e ignoranti, tra stupidi e intelligenti. Facendo somigliare la “Scienza” a una religione più che a un metodo razionale che ha come scopo la conoscenza del mondo.
Per esempio, si continua a suggerire che coloro che non si vaccinano siano un potenziale pericolo di contagio per tutti gli altri, contraddicendosi due volte: la prima perché, come tutti sanno, anche un vaccinato può essere contagioso e la seconda perché persino chi guarisce potrebbe contagiarsi e contagiare di nuovo.
Come è sempre accaduto le idee dell’insieme dei “capri espiatori” sono state tutte condensate, semplificate e generalizzate ed è stata creata una etichetta attaccata indiscriminatamente addosso a persone che spesso hanno ben poche cose in comune. In pratica chiunque abbia contestato i provvedimenti delle autorità o abbia anche solo criticato le innumerevoli contraddizioni degli “esperti” è stato immediatamente classificato come “no-vax”, mentre all’interno di quell’area si trova di tutto: persone che hanno paura di vaccinarsi in generale o farlo con questi vaccini, altri che credono che vaccinandosi il loro corpo diventerà proprietà della multinazionale che detiene i diritti sul prodotto iniettato, altri convinti che sia tutto un complotto volto a instaurare una “dittatura sanitaria”. Ad aumentare la confusione nella schiera dei “nemici del popolo” sono stati arruolati – volenti o nolenti – anche coloro che hanno provato a opporsi al “Green Pass” come strumento di discriminazione e spesso questi ultimi non hanno fatto abbastanza per evitare questa coscrizione forzata o per marcare chiaramente ed esplicitamente una distanza dalle posizioni dei primi. Il successo di queste vere e proprie campagne di disinformazione è stato favorito dal fatto che, spesso, nelle iniziative pubbliche si sono trovati gomito a gomito persone e gruppi che avrebbero molte più ragioni per protestare in piazze diverse.
La martellante campagna contro chi si sottrae all’obbligo di fare il proprio dovere è andata in crescendo nel tempo utilizzando veri e propri metodi di terrorismo mediatico per cui non passa un giorno che i mezzi di comunicazione non riportino almeno un caso nel quale si segnala la morte di una persona, anche solo appena sfiorata dalla notorietà, sottolineando che “non era vaccinata” o peggio che aveva rifiutato di farlo. Per non dire dei casi di intere famiglie “sterminate” dalla loro irresponsabile scelta.
Avere a disposizione un nuovo tipo di “capro espiatorio”, che oltretutto rivendica anche pubblicamente il proprio status, significa facilitare alle istituzioni il compito di dover giustificare (come avveniva in passato) tutte le colpe, le deficienze e le contraddizioni che da sempre contraddistinguono l’azione governativa.
Per esempio alcune delle critiche rivolte al modo nel quale viene gestita l’emergenza hanno fondamenti concreti ma possono essere tranquillamente trascurate in quanto chi le rivolge viene accusato, spesso non a torto, di far parte di una categoria che è tra le più coinvolte nella diffusione e nel sostegno delle “fake news” e quindi, per definizione, inaffidabile. A questo va aggiunto che le forze politiche hanno utilizzato lo spauracchio “no-vax” come strumento di lotta interna alla compagine governativa e di propaganda ai fini elettorali.
Contrariamente a quanto accadeva prima, le vittime sacrificali odierne sono pienamente coscienti di essere dei “capri espiatori” come è facile rilevare anche con una semplice ricerca su Internet dove abbondano scritti che lamentano questa condizione e dove qualcuno ha anche lanciato un paradossale appello alla vaccinazione anche dei più recalcitranti per togliere al governo anche l’ultimo alibi sulla sua incompetenza. Incompetenza che conduce a situazioni ridicole come nelle Università dove tutto i lavoratori (docenti e non) hanno l’obbligo di essere vaccinati ma agli studenti basta un tampone negativo per la frequenza.
Questo stato di cose ha ancora poco respiro in quanto – pur se formalmente inesistente – ormai l’obbligo vaccinale è stato esteso a un numero di categorie tale da lasciare fuori solo una infima minoranza della popolazione e si avvicina il momento nel quale l’etichetta “no-vax”, almeno per come è stata usata fino a oggi, sarà diventata un’arma spuntata, non più inutilizzabile.
Ma nulla vieta anzi è più che probabile che a quel punto, nel caso sia ancora necessario, verrà individuata una nuova minaccia da additare all’odio popolare e il giochino continuerà.

Pepsy

 

Green pass e controllo di massa

Uno dei tanti argomenti che in questi mesi poco felici viene ripreso nella comunicazione prodotta della composita galassia che si oppone alle misure prese dal Governo, in special modo da quella maggiormente appassionata di tesi complottiste, riguarda l’esistenza di un piano occulto di controllo della popolazione a livello globale che si servirebbe per raggiungere i suoi fini anche del “Green Pass” [1].
Come spesso accade quando si affrontano le teorie del complotto è possibile trovare all’interno della loro narrazione sia elementi sostanzialmente verificabili e reali, sia vere e proprie mitologie, sia una quasi inestricabile mescolanza tra i primi e le seconde. Quello che invece viene meno spesso sottolineato dai critici di questo genere di convinzioni è quanto concorrono ad alimentare questo tipo di credenze la confusione e la contraddittorietà che caratterizzano, oggi più che in passato, le decisioni prese dai legislatori.
Prendiamo, ad esempio, l’uso del “Green Pass” sui luoghi di lavoro.
Alla sua introduzione era stata vietata ai datori di lavoro la conservazione della certificazione che veniva richiesta ai lavoratori, prevedendo quindi un controllo quotidiano, con tutte le complicazioni che questo genere di obbligo comporta, sia per i lavoratori che per l’organizzazione del lavoro. In alcuni settori si sono usati altri sistemi: all’inizio dell’anno scolastico in corso, è stata messa in funzione dal Ministero dell’Istruzione una piattaforma on-line per automatizzare di questo genere di verifica. Il programma adottato permette di avere (in tempo reale) l’elenco del personale di una scuola e di verificare l’esistenza e la validità di un certificato o la segnalazione della sua mancanza. Anche in questo caso non è prevista la possibilità di conservare alcun tipo di dato in quanto il software prevede solo la generazione di liste nominative e la segnalazione dello status di ogni singola persona. La decisione di non permettere la conservazione di questo genere di informazioni deriva anche dal fatto che la stessa è vietata da un Regolamento vigente a livello europeo [2]. Come è evidente un sistema del genere non verifica la presenza o meno al lavoro di un dipendente ma esclusivamente il suo status.
La Legge 19 novembre 2021, n.165 [3] ha ribaltato completamente le regole precedenti disponendo che “Al fine di semplificare e razionalizzare le verifiche […] i lavoratori possono richiedere di consegnare al proprio datore di lavoro copia della propria certificazione verde COVID-19. I lavoratori che consegnano la predetta certificazione, per tutta la durata della relativa validità, sono esonerati dai controlli da parte dei rispettivi datori di lavoro”. Questo provvedimento però non ha abrogato ma si è andato ad aggiungere alle norme precedenti causando, al posto della “semplificazione”, una ulteriore complicazione in quanto i lavoratori non sono obbligati a consegnare la propria certificazione e i datori di lavoro non possono pretenderla. Per cui oggi sussistono entrambe le possibilità.
L’esempio della confusione e della contraddittorietà appena fatto è uno dei “carburanti” che alimentano la macchina pseudo-informativa tanto diffusa oggi, soprattutto on-line.
L’uso di un qualche genere di documento relativo alla vaccinazione è comunque qualcosa che non preoccupa solo chi vi si oppone, in quanto lo scorso mese di agosto l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) ha pubblicato un documento [4] nel quale ha indicato le linee guida che andrebbero seguite per mantenere al sicuro i dati personali contenuti nei “passaporti vaccinali”, soprattutto nei confronti di terze parti, come per esempio datori di lavoro, farmacie, ecc… e la necessità di evitare che l’introduzione di questi documenti causi svantaggi e ingiustizie.
Questo per sottolineare quanto sia importante valutare attentamente che tipo di informazioni e a chi vengano messe a disposizione e quanto queste siano al sicuro da usi che possono discriminare o danneggiare una persona. A questo proposito è stata segnalata già da tempo l’esistenza in Cina di una App usata dalle autorità per raccogliere e archiviare le informazioni relative allo stato di salute delle persone e alla loro localizzazione, il cui uso si presta anche a controlli che nulla hanno a che vedere con la pandemia e a Singapore i dati usati per il tracciamento relativo al contagio da virus sono stati adoperati dalla polizia a scopi investigativi [5].
D’altra parte non si può certo nascondere il fatto che uno strumento come il “Green Pass” è in grado di fornire a chi ne abbia le chiavi un sistema di controllo capillare della popolazione, specialmente quando viene usato non solo per certificare dati di tipo sanitario ma anche per consentire l’accesso in determinati luoghi, rendendo possibile creare una sorta di mappa che indichi “dove” sono le persone (al lavoro, al ristorante, su un mezzo di trasporto, a uno spettacolo) anche senza che vengano usati i dati già forniti dai telefoni cellulari che potrebbero essere non disponibili, in quanto basta anche un foglio di carta sul quale è stampato il “QRCode”.
Il controllo sempre più capillare della popolazione non è certo iniziato con la diffusione del virus e la maggior parte delle misure prese in questi mesi ha, almeno in parte, accelerato questo processo rendendo molto più complicato opporsi a tecnologie che possono avere un impatto positivo rispetto all’arginamento del contagio ma che comportano sicuramente degli effetti collaterali non desiderabili dal lato del controllo sociale. Va anche sottolineato che, spesso, sopravvalutare l’aspetto tecnologico di questioni del genere mette in secondo piano che poi, in realtà, vengono sempre rafforzati i sistemi tradizionali, come per esempio dovrebbe avvenire a partire dai primi del mese di dicembre quando sarebbero necessarie migliaia di unità delle forze dell’ordine (qualcuno ha già proposto l’uso dell’esercito) per controllare che vengano realmente applicate le nuove norme sul cosiddetto “Super Green Pass”.
La necessità di uscire dalla situazione attuale e quella di evitare un aumento del controllo sociale è una delle tante contraddizioni che ci troviamo davanti in questo momento storico, come dimostrano le divisioni – anche profonde – che tutta la questione relativa alle iniziative “no Green Pass” hanno provocato tra coloro che dovrebbero essere dalla stessa parte della barricata.

Pepsy

Riferimenti

[1] Il “Green Pass” è una certificazione introdotta dal Decreto Legge 22 aprile 2021, n.52, il cosiddetto “Decreto Riaperture”.

[2] Si tratta del cosiddetto “GDPR” (General Data Protection Regulation), Regolamento UE 2016/679.

[3] La legge ha convertito, con modificazioni, il Decreto-legge n.127/2021.

[4] Vedi https://apps.who.int/iris/handle/10665/343361

[5] Vedi https://privacyinternational.org/examples/3417/china-alipay-health-code-app-controls-movement-china e https://www.reuters.com/article/us-singapore-tech-lawmaking/singapore-to-limit-police-access-to-covid-19-contact-tracing-data-idUSKBN2A20ZI

 

 

Didattica a distanza. Studenti come cavie

Il termine “proctoring” è probabilmente sconosciuto alla maggioranza delle persone ma basta davvero poco per capire di cosa si tratti. In lingua inglese viene chiamato “exam proctor” l’addetto al controllo nelle aule dove si tengono degli esami scritti, un personaggio ben noto a chiunque abbia partecipato a una prova di qualsiasi genere, per ragioni di studio o di lavoro.
Nel nostro caso il termine in questione è entrato a far parte del lungo elenco dei termini legati alle tecnologie informatiche a partire da quando, per cause ben note, la “didattica a distanza” (DaD) è diventata la principale (in alcuni casi l’unica) forma di interazione tra studenti e docenti, non solo per le lezioni ma anche per le interrogazioni che prima avvenivano con l’alunno presente in classe. In passato “imbrogliare” in situazioni del genere era alquanto complicato e chi ha frequentato, anche solo per poco tempo, una scuola non ha certo bisogno di ulteriori spiegazioni a riguardo.
La “DaD” ha sicuramente complicato, tra le tante cose, anche le classiche interrogazioni mettendo gli interrogandi in una posizione sicuramente più favorevole rispetto all’interrogante che in quel caso ha ridotte possibilità di controllo su quello che sta accadendo dall’altra parte dello schermo, soprattutto sulla parte che non rientra nel campo inquadrato dalla telecamera. Negli ultimi mesi sono stati registrati dalle cronache una serie di episodi limite riguardanti queste situazioni, tra i più sconcertanti quello degli studenti costretti a bendarsi per fare una interrogazione a distanza [1].
Questo genere di problemi non è nuovo e già da tempo gli addetti ai lavori hanno provato a porre rimedio a questo handicap dei docenti tramite una serie di strumenti tecnici, il “proctoring”, che nelle loro intenzioni dovrebbe ridurre al minimo o addirittura eliminare del tutto i possibili “trucchi” utilizzati dai discenti.
Si tratta in pratica di far gestire gli esami a distanza da software specializzati, che spesso però sono disponibili esclusivamente all’interno di una piattaforma gestita dalle aziende che li producono o li vendono. Programmi di questo genere erano in commercio già da tempo ma negli ultimi due anni hanno chiaramente avuto uno sviluppo inatteso e generato di conseguenza enormi profitti. Tra i principali produttori di questo tipo di applicativi c’è (guarda caso) la famigerata “Microsoft” che pubblicizza il suo “examus” [2] vantando anche il premio 2021 per la “migliore soluzione” nel settore del controllo degli esami a distanza. Sempre secondo la pubblicità il sistema sarebbe in grado di: controllare l’assenza della persone (sic!), riconoscerle e identificarle tramite la ricognizione facciale, riconoscere le emozioni, controllare il movimento degli occhi [3] e la voce. In aggiunta dovrebbe essere in grado di individuare se la persona oggetto del controllo stia usando un monitor secondario o se stia condividendo le immagini che compaiono sul quello che usa. Quasi sempre questi software sono anche in grado di individuare se sul computer dell’esaminando sono aperti altri programmi oltre a quello che serve per sostenere l’esame. Inutile sottolineare che l’uso di controlli del genere viene proposto anche al di fuori di una interrogazione a distanza in quanto possono essere utilizzati anche per verificare che gli studenti stiano attenti durante una lezione. La maggior parte degli altri produttori di “proctoring” pubblicizzano tutti – più o meno – le stesse caratteristiche.
Negli USA, dove questo genere di tecnologia del controllo è già in uso da molti anni [4], ci sono state proteste, non tanto contro l’idea di usare la tecnologia per scoprire uno studente che imbroglia, ma contro l’enorme quantità di dati personali che vengono registrate a archiviate dalle aziende che vendono questi sistemi. Per esempio nel dicembre del 2020 l’EPIC (“Elecronic Privacy Information Center”) ha presentato una denuncia contro 5 programmi tra quelli maggiormente usati [5].
In Italia, dove di solito certi problemi arrivano sempre con un certo ritardo, è notizia recente che una delle Università private più (come si dice) “prestigiose” si è vista sanzionare dal Garante della Privacy (Provvedimento n. 317 del 21/09/2021) una multa non proprio leggera di 200 mila euro perché utilizzava un software [6] che violava le norme del GDPR [7] sulla riservatezza dei dati. Non ci sono dati ufficiali ma si potrebbe tranquillamente scommettere che anche altri Atenei italiani già usano o stanno per iniziare a utilizzare questo genere di sistemi.
Il fenomeno riguarda anche il resto dei paesi europei dove i problemi collegati all’uso di questi programmi sono stati affrontati in modo contraddittorio: lo scorso mese di maggio l’autorità di controllo portoghese ha vietato a una istituzione educativa l’uso di questo genere di applicazioni [8], mentre in Danimarca un provvedimento analogo ne ha consentito l’utilizzo all’Università di Copenhagen [9]. A ulteriore dimostrazione di quanto le norme riguardanti gli strumenti informatici molto spesso non siano in grado di gestirne la complessità in modo appropriato.
Ma, nel caso del “proctoring”, in gioco c’è più che uno strumento per scoprire a distanza gli studenti impreparati o imbroglioni. Sistemi del genere possono essere molto facilmente utilizzati anche per il controllo da remoto dei lavoratori e questo in una situazione nella quale il cosiddetto “smart working” sta diventando una modalità lavorativa che molto probabilmente sopravviverà anche all’emergenza. Un sistema di sorveglianza affidato ad algoritmi che si pretende siano infallibili, non a caso tutti i software di questo tipo fanno riferimento all’uso della mitica “Intelligenza Artificiale” come garanzia di funzionamento, quando in realtà molte delle tecnologie usate – a partire dal riconoscimento facciale – sono ancora molto criticate per il loro malfunzionamento.
Sicuramente l’applicazione su larga scala di questi sistemi nell’ambito dell’istruzione è un ottimo banco di prova utilissimo sia per poi estenderli ad altri settori della società che per abituare, a partire dalle scuole, le persone ad essere controllate tramite un computer.
Gli studenti sono in questo momento delle vere e proprie cavie.

Pepsy

 

Riferimenti

[1] Vedi, per esempio, https://www.ilriformista.it/studentessa-bendata-durante-interrogazione-la-prof-non-si-fida-cosi-vediamo-se-sei-preparata-210168/
[2] https://examus.com/
[3] Molte teorie ritengono che il movimento degli occhi sia in grado di fornire dettagliate informazioni a proposito dei processi mentali di una persona, per cui tracciando questo movimento (spesso involontario) sarebbe possibile scoprire anche qualcosa che la persona vorrebbe nascondere.
[4] Secondo l’elenco pubblicato su https://www.baneproctoring.com/ sarebbero una cinquantina le Università statunitensi che usano sistemi di “proctoring”.
[5] Vedi https://epic.org/privacy/dccppa/online-test-proctoring/index.html
[6] Notiamo che il programma in uso alla Bocconi è tra quelli denunciati da EPIC, vedi sopra.
[7] Il GDPR (“General Data Protection Regulation”) è un regolamento dell’Unione europea in materia di trattamento dei dati personali, in vigore dal 2018.
[8] Vedi https://www.cnpd.pt/umbraco/surface/cnpdDecision/download/121887
[9] Vedi https://www.datatilsynet.dk/tilsyn-og-afgoerelser/afgoerelser/2021/jan/universitets-brug-af-tilsynsprogram-ved-online-eksamen#_ftn2