Perché i computer non domineranno (ancora) il mondo

Anche il prossimo governo farà dichiarazioni, più o meno roboanti, sulla necessità di digitalizzare il digitalizzabile e anche di più. Sull’importanza delle reti veloci, sulla diffusione delle tecnologie informatiche e, soprattutto, sulla transizione delle Amministrazioni Pubbliche verso… indovinala un po’? Il digitale, sempre quello.

Come tutti quelli che lo hanno preceduto il nuovo governo probabilmente lascerà intatto tutto il caos normativo sull’amministrazione digitale che nemmeno le ripetute e sempre più cervellotiche versioni del famigerato “CAD” (che non sta per ComputerAided Design/Drafting) ma per “Codice dell’Amministrazione Digitale” è mai riuscito a sbrogliare.

E, ci scommettiamo, che anche la prossima piattaforma on-line verrà presa d’assalto e crasherà senza che nessuno abbia lanciato un attacco DOS (“Denial-of-service” attack). Ma anche questa non è una notizia.

Il fatto è che, nonostante pochi lo facciano notare, le carenze che spesso vengono attribuite esclusivamente alle Amministrazioni Pubbliche sono invece una situazione molto più diffusa e che riguarda anche le società private e non solo quelle che hanno bilanci annuali da circolo ricreativo.

Un esempio, tratto da una esperienza personale.

Il mio SPID, la mitica identità elettronica, una delle tante identità elettroniche che è possibile avere visto che le norme lo prevedono (ho scritto già che sono caotiche?) è gestito da una società privata che – ovviamente – persegue fini di lucro.

Di passaggio noto che è alquanto bizzarro che la mia identità, che viene certificata dallo Stato, venga poi gestita da un soggetto privato, ma questo fa parte di quelle insondabili decisioni che sono invariabilmente generatrici di ulteriore, come dire… caos.

Il gestore dello SPID che uso (*) recentemente mi ha gentilmente avvisato che devo aggiornare i miei documenti perché la Carta di Identità che avevo usato per la registrazione è scaduta.

Se non lo avessi fatto già prima noterei che se a gestire la mia identità digitale fosse una struttura pubblica piuttosto che un privato non ci sarebbe bisgogno di nessun avvertimento in quanto chi gestirebbe lo SPID avrebbe direttamente accesso al mio documento di identità aggiornato, visto che viene rilasciato addirittura tramite un Ente Pubblico.

Mi preparo ad aggiornare il mio documento scansionando (sic!) una CIE, che sta per “Carta di Identità Elettronica” e non per “Centro di identificazione ed espulsione”, con tanto di CHIP, PIN, Codice a Barre e magari anche qualche altra cosa segreta della quale non sono a conoscenza.

Carico il file, in formato jpg, sul sito del gestore dello SPID e il giorno dopo ricevo questo e-mail.

Qualche giorno dopo, ricevo una seconda e-mail.

Peccato che non vengono fornite informazioni su cosa abbia causato gli “errori” in questione, rendendo difficile cercare una soluzione soprattutto per quelli come me che si sono persi il corso di telepatia e non hanno mai frequentato quello preveggenza.

Per la cronaca, ho provato (altre due volte) a completare la procedura di aggiornamento e il risultato è stato sempre lo stesso. Ho provato anche quella che sul sito di assistenza chiamano “chat”, che in realtà è un “bot” – no, non sono i “Buoni Ordinari del Tesoro” – di quelli che sanno rispondere solo ad una certa serie di domande pre-definite e che al loro confronto Eliza (Weizenbaum, 1966) è una AI che ha superato in scioltezza il Test di Turing.

Questa situazione però, invece che gettarmi nello sconforto mi crea invece un senso di contentezza in quanto, almeno per un altro bel po’ di tempo, i computer non domineranno il mondo e la digitalizzazione delle nostre esistenze provocherà più casino che altro e scusate se mi contento di così poco.

I computer non domineranno il mondo e la transizione al digitale non avverrà a breve, ma romperanno comunque le scatole, temo.

La prossima puntata sarà dedicata a un altro fornitore di identità, anche in questo caso (attenzione, spoiler!) non sono riuscito a venirne a capo…

 

 

(*) In realtà ho più di una identità SPID, ma questo è un altro discorso.

 

 

Aaron Swartz. La conoscenza per tutti

La scorsa settimana in molti hanno ricordato il suicidio di Aaron Swartz avvenuto l’11 gennaio 2013, due giorni dopo che era stata respinta una istanza presentata dai suoi legali per evitargli una condanna che poteva arrivare fino a 35 anni di carcere e 1 milione di dollari di multa.

La sua biografia sembra proprio quella del piccolo genio informatico che a 13 anni vince un premio di mille dollari per un progetto di una biblioteca collaborativa on-line, frequenta Atenei prestigiosi come Harward e la Stanford University, è coinvolto nella creazione di strumenti di programmazione usati ancora oggi e nello sviluppo di start-up commerciali. A leggerla sembra essere la classica storia di una persona destinata a mettere in piedi un progetto che lo renderà ricco e famoso prima dei trenta anni. Ma la vita di Swartz ha un finale diverso, probabilmente anche a causa della sua sensibilità ai problemi sociali, una caratteristica che non sempre si associa alle menti brillanti.

Nel 2007, chiamato a tenere una conferenza presso il NIT di Calcutta, aveva intitolato il suo intervento “Come fare a trovare un lavoro come il mio” e così rispondeva alla sua stessa domanda:
“E allora, in che modo sono arrivato a una occupazione simile? Indubbiamente, il primo passo è dotarsi dei geni giusti: sono nato bianco, di sesso maschile, statunitense. La mia famiglia era benestante e mio padre era già coinvolto nell’industria informatica. Sfortunatamente, non conosco nessun modo per poter scegliere queste cose, quindi non è di grande aiuto.” [1]

La coscienza di essere un privilegiato invece che spingerlo verso lo sfruttamento egoistico del suo status lo ha portato, fin dall’inizio, a indirizzare il suo agire verso la condivisione della conoscenza una attitudine che ha segnato anche l’episodio all’origine della sua drammatica fine. A partire dal 2008 si è sempre impegnato in qualche iniziativa a favore della libertà di informazione e della condivisione della conoscenza. Impegno non solo teorico ma concreto, partecipando direttamente o con altri alla creazione di numerosi progetti legati all’attivismo digitale.

Dai documenti relativi al suo processo risulta che Aaron Swartz aveva collocato un computer all’interno di un ripostiglio del “Massachusetts Institute of Technology” (MIT) e lo aveva connesso alla rete dell’Istituto. Aveva programmato quel computer in modo che scaricasse automaticamente dalla Biblioteca digitale “JSTOR” [2] i file di articoli scientifici disponibili solo agli utenti interni. I proprietari della Biblioteca dichiararono che, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, vennero scaricati circa 3 milioni e mezzo di file prima che Aaron venisse arrestato e il computer spento.

Una delle ragioni dell’accanimento giudiziario contro l’autore di questo “reato” è dovuto sicuramente alle leggi che proteggono l’enorme giro di affari che sta dietro, ieri come oggi, al mercato delle pubblicazioni scientifiche in formato elettronico. Una fonte di profitto quasi invisibile ai non addetti ai lavori.

Nel 2021, una qualsiasi istituzione (Università, Biblioteca, Laboratorio) che voglia dare la possibilità di accesso ai propri utenti a libri o riviste scientifiche in formato elettronico deve firmare contratti per abbonamenti che costano anche centinaia di migliaia di euro all’anno. Gli editori che pubblicano in formato digitale sono più di uno e quindi le cifre che vengono spese in questo settore arrivano anche a milioni di euro all’anno e non tutte le istituzioni, soprattutto quelle dei paesi più poveri, possono permettersi di sostenerle.

Aaron Swartz sapeva bene che “l’informazione è potere” [3] e nella sua breve e intensa vita si è sempre adoperato per contrastare la “privatizzazione” del sapere che, in campo scientifico, significa anche costringere nell’ignoranza chi, impegnato nella ricerca della conoscenza, non ha le risorse economiche per accedere ai risultati delle ricerche internazionali. Non a caso Swartz ha collaborato alla creazione delle specifiche dell’RSS [4] e alla creazione delle “Creative Commons Licenses” [5], due risorse importanti per coloro che lottano per la condivisione della conoscenza senza fini di lucro.
Anche grazie al suo impegno e alla sua lotta, insieme a quella di altri e altre meno noti, oggi anche le più tradizionali istituzioni hanno iniziato a occuparsi – in modo più o meno serio – di “accesso aperto” e questa tendenza si è talmente estesa che i padroni del “copyright” hanno persino inventato dei meschini sotterfugi per continuare a mantenere le loro posizioni di potere economico. Per fare un esempio negli ultimi anni i grossi editori di pubblicazioni elettroniche hanno iniziato a proporre ai loro clienti i cosiddetti “contratti trasformativi” che avrebbero lo scopo di permettere la transizione del sistema di comunicazione scientifica da “chiuso” ad “aperto” (sic). Questo genere di contratti però si applicano solo ad alcune categorie di riviste. Questo ha provocato (non ne dubitavamo) un aumento dei guadagni per gli editori: se una Università è abbonata a una rivista che prevede l’accesso libero ad alcuni degli articoli disponibili dovrà pagare, oltre che il costo dell’abbonamento, anche una cifra (non simbolica) per ognuno degli articoli che deciderà di rendere disponibili a tutti. In altre parole pagherà due volte per lo stesso articolo. Molte, se non forse tutte sicuramente la maggior parte delle Biblioteche delle Università italiane sono cascate in questa trappola.

L’ALA (“American Library Association”) quattro mesi dopo la morte, assegnò a Swartz il premio “James Madison” un inutile riconoscimento alla memoria di un giovane che aveva avuto il coraggio di praticare quello che altri, ma solo a parole, ritengono un diritto di tutti.

Aaron Swartz ha lasciato una eredità, che pesa come un macigno soprattutto su coloro che oggi si riempiono la bocca blaterando di “accesso libero” alla conoscenza, sperando di continuare a mantenere le proprie quote di fatturato.

A noi ha lasciato il compito di continuare la sua lotta.

Pepsy

 

Riferimenti

[1] Il link http://aaronsw.jottit.com/howtoget dove era archiviato il discorso citato al momento (11 gennaio 2021) sembra off-line, una copia la si può comunque trovare cercandolo sull’Internet archive.

[2] “JSTOR è una biblioteca digitale fondata nel 1995 a New York. In origine conteneva copie digitalizzate di vecchie annate di riviste accademiche. Oggi contiene anche libri e pubblicazioni correnti. A questo archivio accedono migliaia di istituzioni da più di 160 paese, nella maggior parte dei casi pagando un abbonamento, esiste anche una parte dell’archivio ad accesso libero. Nel 2015 le entrate della biblioteca sono state di 86 milioni di dollari” (vedi https://en.wikipedia.org/wiki/JSTOR)

[3] La frase è all’inizio del suo “Guerrilla Open Access Manifesto” leggibile qui https://aubreymcfato.com/2013/01/14/guerrilla-open-access-manifesto-aaron-swartz/

[4] RSS (sigla di RDF Site Summary) è uno dei più popolari formati per la distribuzione di contenuti Web (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/RSS).

[5] Le “Licenze Creative Commons” sono delle licenze riguardanti il “diritto d’autore” indirizzate in senso contrario all’esclusiva monetarizzazione (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Licenze_Creative_Commons).

 

Pubblicato su “Umanità Nova“, n.2 del 31/01/2021

Comunicazione decente e indecente 3

Nella puntata precedente…

Intanto che scrivevo le due puntate precedenti (da leggere prima di questa, non dite poi che non vi hanno avvertito) una persona mi ha fatto giustamente notare che quanto avevo scritto non si poteva riferire solo all’istanza mastodon.bida.im (come potrebbe sembrare) ma anche alle altre. Cosa sicuramente vera, avevo promesso di scriverlo e mantengo (anche se in ritardo) la promessa.

E quindi aggiungo a quanto scritto in precedenza che, sebbene la maggior parte degli spunti mi sono arrivati da quello che succede sull’istanza mastodon.bida.im molte, probabilmente quasi tutte, le dinamiche che ho provato a descrivere e criticare compaiono spesso non solo nelle altre istanze di mastodon ma anche in altri “luoghi virtuali” (diversi dal Fediverso) dove le persone discutono o provano a farlo.

Intanto, continuando a riflettere su quanto avevo già scritto mi sono accorto che alle tendenze che avevo elencato ne mancava una e quindi rimedio subito.

 

La tendenza: “Facite ammuina”

Per l’origine del nome vedi la solita wikipedia. Questa è la posizione delle persone che hanno una cosciente o incosciente attitudine volta ad aumentare il grado di confusione della e nella comunicazione. Potrebbero sembrare solo comportamenti da troll ma non sempre lo sono. Si distinguono da altre persone che sembra abbiano le stesse modalità comunicative in quanto i loro “bersagli” sono collocati a 360 gradi e non concentrati in angoli più piccoli o addirittura indirizzati verso singole persone.

Questa posizione ha, secondo me, solo un punto criticabile: è facile banalizzare tutto, basta saper usare un minimo di ironia e avere un discreto senso dell’umorismo. Ma banalizzando tutto il contributo che viene dato alla collettività è monodimensionale, magari divertente ma ha la stessa scarsa utilità collettiva di chi pubblica esclusivamente monologhi intimistici.

 

Un anno dopo…

Avevo lasciato questa puntata in sospeso a fine 2020 ma l’altro giorno (21/01/21) un thread su mastodon.bida.im mi ha spinto a riprendere la bozza e concludere, almeno per il momento, la spassionata disamina delle tendenze comunicative con una seminuova.

 

La tendenza: “Sasso nella piccionaia”

Questa è la posizione delle persone che assumono spesso una modalità comunicativa di questo genere:

  1. si accusano tutte le persone di qualcosa di particolarmente sgradevole;
  2. sicuramente almeno una persona reagirà comportandosi in modo sgradevole;
  3. a questo punto chi ha lanciato l’accusa può dimostrare che era fondata [12].

Questa posizione, tra quelle elencate in precedenza, probabilmente è un po’ più complessa in quanto sfrutta una ben nota caratteristica delle discussioni, quella per cui – dopo un lasso di tempo più o meno lungo dal loro inizio – alla fine nessuno si ricorda più chi l’ha cominciata e come. E sfrutta anche il fatto che se si lancia un sasso dentro una piccionaia, ci sono moltissime probabilità di colpire un piccione [13].

La posizione è anche abbastanza “furba” in quanto lanciare accuse indiscriminate, per esempio rivolte a tutte le persone che sono iscritte a una istanza, per esempio mastodon.bida.im, permette di evitare l’accusa di offendere direttamente e personalmente tizia, caia o semproniu e quindi di far rientrare il proprio tra i comportamenti comunicativi che violano la policy. In pratica sfrutta una “debolezza”, una delle tante, che qualsiasi policy ha.

Questa tendenza è criticabile proprio perché non è facilmente attaccabile se non tramite la “meta comunicazione” che però nella comunicazione mediata da computer non funziona molto bene. Anche in questo caso, come nei precedenti, questo genere di tendenza ha un effetto negativo sulla comunicazione interpersonale in quanto invece che muovere critiche indicando direttamente le cose scritte da Tizia, Caio o Semproniu, accomuna tutte le persone in un unico calderone offendendole in blocco.

A questa tendenza si potrebbe anche muovere la critica di obsolescenza, perché questo genere di meccanismi comunicativi non sono nuovi ma riprendono vecchie tecniche delle flame wars dei tempi passati. I vecchi professionisti del litigio su Usenet spesso mettevano un sorriso 🙂 alla fine dei loro post più pesanti allo scopo di avere (nel caso servisse) la giustificazione pronta. Anche nel nostro caso, a volte, compaiono segnali del genere che fanno un po’ a cazzotti con la pesantezza delle critiche lanciate.

A proposito di questa tendenza avevo scritto anche qualcosa di molto più specifico, ricopiando molti dei “toot” che ritengo indicativi ma poi ho pensato che lo scopo di queste righe non è quello di criticare una (o più) persone in particolare e tantomeno globalmente tutte ma di descrivere quelle che ritengo delle modalità di comunicazione indecente.

 

Probabilmente finisce qui, salvo che non noti l’emergere di qualche nuova tendenza.

Critiche & insulti sono sempre benvenuti. Correzioni sintattiche e grammaticali un po’ meno.

 

NOTE

[12] Ogni riferimento alla “profezia che si autoavvera” è puramente casuale. Come si può facilmente constatare leggendosi i primi 7 libri (in ordine di pubblicazione) scritti dagli esponenti della Scuola di Palo Alto (CA) su questo interessante argomento.

[12] Si che lo so cosa significa “lanciare un sasso in una piccionaia” ma qui uso l’espressione in un altro senso perché, mentre scrivevo, ho immaginato la scena di una che lancia un sasso in una piccionaia ben sapendo che beccherà sicuramante un piccione.

Comunicazione decente e indecente 2

Nella puntata precedente…

Semplificando abbastanza ma non troppo ecco di seguito alcune di quelle che ritengo posizioni ricorrenti, forse sarebbe meglio dire tendenze, che si presentano in queste “discussioni tipo”. Preciso (per evitare inutili fraintendimenti) che ritengo più che legittime tutte le posizioni descritte, le critiche che faccio hanno il solo scopo di stimolare una discussione al fine di provare a migliorare la comunicazione interpersonale all’interno di mastodon.bida.im

 

La tendenza: “Non sono critiche ma sono offese”

La posizione di chi, anche non essendo coinvolto in prima persona, ritiene non giustificabile un determinato tipo di repliche in quanto sarebbero delle offese travestite da sfottò [6]. La gravità di questo genere di accuse rivolte verso i “replicanti” [7] varia dalla “censura” all’uso di giudizi e termini offensivi (questi sicuramente a livello personale) del tipo “comportamento da branco”, “bullismo”, “maschilismo”, e chi più ne ha più ne metta. In altre parole si accusa qualche persona (o un gruppo di persone) di attacchi personali attaccandole a livello personale senza nemmeno citarle.

Questi, secondo me, sono i punti criticabili di questa posizione:

  1. non si fa alcuna differenza fra i commenti chiaramente offensivi a livello personale e quelli che replicano al contenuto di un toot e non contengono attacchi di tipo personale diretti a chi quel contenuto ha pubblicato;
  2. si presuppone, sempre, che al nick Caio corrisponda una persona di genere maschile e al nick Tizia una di genere femminile, il nick Semproniu viene quasi sempre considerato corrispondere a quello che torna più comodo [8];
  3. si collegano fra di loro commenti provenienti da utenti (forse) differenti e si etichettano (spesso in modo molto offensivo a livello personale) in blocco come se fossero stati scritti per qualche secondo fine non meglio specificato. Questo probabilmente in quanto manca una conoscenza di base dei meccanismi di funzionamento della CMC e questa mancanza è la principale causa del ricorso a teorie simil complottiste.
  4. non si tiene conto del contesto nel quale la comunicazione avviene, un contesto che ha una limitata possibilità di discussione, per le ragioni scritte all’inizio di questo testo.

 

La tendenza: “Noli me tangere”

La posizione è espressa principalmente dalle persone direttamente “prese di mira” [9], ma anche da quelle che, magari senza esserlo si sentono coinvolte per cui anche se Semproniu replica a Tizia, può venir fuori Caio che reagisce come se Semproniu avesse replicato direttamente a lui.

I punti criticabili di questa posizione sono:

  1. tutti quelli elencati nei punti della tendenza precedente;
  2. la tendenza favorisce una modalità nell’uso di un “social coso” caratterizzata dall’apparire piuttosto che dal confrontarsi e comunicare;
  3. il rinforzo della teoria delle “zone sicure” anche quando i contesti non lo richiederebbero: l’unico luogo “sicuro” in Rete è un “ambiente virtuale” popolato da poche persone che si conoscono e che non ha alcuna interazione con l’esterno;
  4. a volte, le persone che sostengono questa posizione, rifiutano il confronto e il dialogo a meno che non provenga da persone che la pensano esattamente allo stesso modo.

 

La tendenza: “Ma che @#$%!! scrive?”

La posizione delle persone che, provando fastidio (o altro) rispetto a particolari toot o agli argomenti trattati in quelli tende a replicare, in modo diretto e/o indiretto esprimendo in vario modo la propria disapprovazione. A volte questa replica è, a mio avviso diretta in modo chiaro al contenuto altre volte alla persone che quel contenuto ha scritto. Altre volte, soprattutto in repliche che solo per comodità definisco “ironiche” [10].

I punti criticabili di questa posizione sono:

  1. a volte chi replica non riesce a esercitare la virtù della pazienza quando legge un toot fastidioso o uno che ritiene addirittura offensivo;
  2. a volte chi replica non riesce a distinguere, quando scrive la replica, tra un toot offensivo a livello personale e uno invece che riguarda solo il contenuto;
  3. c’è sempre il rischio che, a causa del polverone provocato dai toot “ironici” e dalle (quasi) inevitabili discussioni che ne seguono, alla fine ne risenta tutto il resto della comunicazione su mastodon.bida.im;

 

La tendenza: “Agnostica”

La posizione di chi non partecipa, per un qualsiasi motivo, alla discussione.

Questa posizione, che raggruppa persone che non partecipano per motivazioni anche molto diverse e tutte più che rispettabili, ha un solo punto criticabile: le persone che non esprimono pubblicamente la loro opinione riguardo ad alcuni temi e non partecipano alle relative discussioni non contribuiscono che in misura minima alla alla costruzione di un altro tipo di “social coso”.

Le discussioni che avvengono “in altre sedi” (virtuali o meno) che non siano l’istanza e/o la lista di gestione, sebbene possano avere qualche utilità, non cambiano la sostanza delle cose.

 

La mia tendenza preferita

Credo che quanto scritto sopra renda chiara la mia posizione ma, per renderla ancora più esplicita, provo a chiarire ulteriormente alcuni punti.

Come ho già scritto ritengo preoccupante, per la comunicazione su mastodon.bida.im che in molti interventi non venga fatta una distinzione che ritengo fondamentale tra un toot che attacchi chiaramente e spesso gratuitamente una persona:

Tizia: mi sono lavata i capelli con lo shampoo all’erba cipollina.
Caio: secondo me hai i pidocchi.

o quello invece quello che una persona ha scritto:

Caio: mi sono lavato i capelli con lo shampo all’erba cipollina.
Semproniu: lo shampo all’erba cipollina è pericoloso per la salute dei capelli.

Se non viene rilevata la differenza tra le due interazioni, ma anzi se le due interazioni si considerano praticamente equivalenti vuol dire che non è possibile alcun tipo di conversazione che non sia del tipo:

Semproniu: mi son lavat i capelli con lo shampo all’erba cipollina.
Tizia: wow!
Caio: sei bellissimu!

Una modalità di interazione che è praticamente sovrapponibile a quella prevalente su un qualsiasi “social coso” commerciale, cosa che a me non sembra particolarmente interessante.

Come ho già scritto in un altro post su questo blog, sempre a proposito del tema, consiglio la pazienza e per coerenza la esercito per primo, infatti non partecipo, anche se sono sempre tentato, a tutte le “discussioni tipo” che periodicamente si sviluppano su mastodon.bida.im e solo occasionalmente replico (direttamente o indirettamente) a qualche toot perché “ogni limite ha la sua pazienza” [11]. Questo non vuole dire che non abbia notato determinati comportamenti comunicativi continuamente ripetuti, soprattutto provenienti da parte delle persone che si lamentano, che ritengo spesso più fastidiosi di un insulto o una discussione inutile.

Soprattutto continuo a ritenere che una discussione collettiva decente, che però non può essere fatta sull’istanza per i motivi più volte ripetuti, sia sempre più salutare che scrivere e leggere quanto scritto fino a questo momento qui sopra.

Segue… ma forse anche no 🙂

 

NOTE

[6] Uso il termine “sfottò” ma potrei usare “dileggio”, “presa in giro”, “perculare” o altro in quanto questo non è un post scritto per distinguere i vari tipi di replica secondo il grado di maggiore o minore sarcasmo che contengono, cosa che secondo me può essere fatta solo con valutazioni soggettive.

[7] In questo caso “replicanti” sono coloro che replicano. Abbiate pazienza.

[8] Solo in nota svelo un segreto segretissimo. Chi usa il nick “LeonardoDaVinci” non è detto che sia il famoso inventore, non è detto che sia di genere maschile, femminile o altro. Perché, e qui svelo un segreto personale ancora più segreto, su Internet nessuno sa che io sono un cane [cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/On_the_Internet,_nobody_knows_you%27re_a_dog]

[9] Anche qui uso “prese di mira” ma avrei potuto usare anche “dileggiate”, “sfottute”, “perculate” o persino “bullizzate” (sic!) o altro in quanto questo non è un post scritto per distinguere i vari tipi di replica secondo un grado di maggiore o minore gravità.

[10] Come tutte le persone di mondo sanno è sconsigliabile raccontare una barzelletta a un carabiniere il venerdì perché poi riderà la domenica a messa. La vecchia battuta appena ricordata è un buon esempio per sostenere che ironia, sarcasmo, dileggio e quant’altro sono delle modalità della comunicazione interpersonale che possono essere valutate in modo esclusivamente soggettivo. Quello che per me è una “sottile ironia” per un’altra persona potrebbe essere valutatata come come “sarcasmo”, e viceversa. Per questo trovo molto difficile, per non dire impossibile, proporre discussioni volte ad analizzare ed etichettare il contenuto di un toot come se fosse un campione biologico in un laboratorio. Non funziona. Gli esempi fatti qui servono per provare a chiarire alcuni aspetti della comunicazione in generale e quindi vanno presi con le dovute cautele del caso.

[11] “Totò contro i quattro”, 1963.

Comunicazione decente e indecente 1

“Devi imparare a stare zitt* se vuoi discutere con me!” (Pseudo Anonimo)

Ancora a proposito delle dinamiche di comunicazione su mastodon.bida.im e per la solidale comprensione che ho verso chi amministra quell’istanza.

Uno dei motivi ricorrenti negli scambi problematici all’interno e all’intorno [1] dell’istanza in questione riguarda i thread [2] che si sviluppano periodicamente a proposito di toot ritenuti da alcun* offensivi, da altr* meno da altri ancora per nulla [3].

Quello che segue è un elucubrazione personale. Insulti e critiche, anche dirette, sono benvenute all’indirizzo e-mail.

Per prima cosa ritengo opportuno sottolineare che, per come funziona, una istanza mastodon non è lo strumento migliore per fare discussioni approfondite, ragionamenti lunghi e complessi o qualsiasi altro tipo di comunicazione che non sia più o meno quella estemporanea di un “social coso”. Questo è il principale motivo per il quale le cose che volevo scrivere le scrivo qui che ho più spazio a disposizione e non ho un avviso sonoro se qualcuno mi boosta il toot.

Sempre per come funziona mastodon, ognuna delle persone iscritte all’istanza “vede” una versione del flusso di comunicazione leggermente o pesantemente diversa da quella delle altre persone in base ad alcuni settaggi che chiunque può o meno attivare autonomamente. Il “blocco” di un altra persona e/o il suo “silenziamento” rendono la visualizzazione di Tizia diversa da quella di Caio e da quella di Semproniu [4]. Sei i blocchi e/o silenziamenti sono multipli, reciproci e/o incrociati le possibilità di visualizzazioni diverse diventano un fattore di distorsione che non si può ignorare.

A questa caratteristica va aggiunta quella, altrettanto importante, che chiunque può, quando vuole, cancellare un suo toot, facendo così magari sparire l’origine di un thread e aggiungendo al problema indicato sopra una ulteriore livello di distorsione che sconsiglia, come già scritto, di usare una istanza mastodon per discutere in modo appena decente.

Se non si tengono sempre ben presenti le due cose scritte sopra si è destinati a commettere errori di valutazione su quello che succede e, spesso, a intervenire in modo sbagliato in alcune discussioni e, in alcuni casi, persino non accorgersi che esistano (a volte magari è anche meglio) certe discussioni.

Di seguito ci occupiamo solo di una delle “discussioni tipo” ricorrenti, non perché altre non lo meritino ma solo per non rendere questo scritto ancora più lungo e noioso.

Il meccanismo comunicativo scatenante della “discussione tipo” alla quale faremo riferimento è, in linea di massima, di questo genere:

Tizia [5] scrive qualcosa.

Caio [5] replica direttamente con un “meme” o con qualcosa di scritto a quello che ha scritto Tizia. Oppure Caio pubblica un toot (non una replica diretta!) con qualcosa che, direttamente o indirettamente, fa riferimento o sembra fare riferimento al toot iniziale di Tizia.

Tizia, Caio e/o Semproniu commentano a favore o contro Tizia, a favore o contro Caio. Caio, eventualmente, replica, eccetera eccetera…

A questo seguono interventi vari sull’accaduto, qualcuno ragionato altri meno, che per le ragioni specificate sopra non è possibile seguire in modo decente a meno di non perderci una giornata.

Evitando di fare esempi perché è noto che spesso poi le repliche si spostano dal problema all’esempio, in queste “discussioni tipo” si cristallizzano alcune posizioni che tornano a riproporsi periodicamente in modo quasi sempre uguale ed è per questa ragione che le considero “discussioni tipo”.

Segue…

 

NOTE

[1] Va tenuto presente che, oltre all’istanza in questione, sono stati creati altri ambiti di comunicazione e discussione popolati da persone che sono iscritte a mastodon.bida.im in questo caso faremo però come se queste non esistessero in quanto ne conosciamo solo alcune e non possiamo essere sicuri che siano le uniche.

[2] Vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Thread_(comunicazione_online)

[3] Qui semplifico ma poi nel corso dell’elucubrazione sarò più specifico.

[4] Per amore di complicazione in questa elucubrazione “Tizia” è riferito a un qualsiasi nick che sembra indicare che la sua proprietaria sia di genere femminile, “Caio” è riferito a un qualsiasi nick che sembra indicare che il suo proprietario sia di genere maschile e “Semproniu” è riferito a un qualsiasi nick che sembra indicare una persona di qualsiasi altro genere.

[5] Leggi la nota 4 per favore!

Santa pazienza

“Lunico errore che faccio è che certe volte credo di sbagliare” (cit.)

Anche se le riflessioni che seguono sono dedicate in particolare a chi usa l’istanza mastodon.bida.im la maggior parte delle cose scritte valgono in generale anche per altri ambienti virtuali di comunicazione. Le scrivo sul blog perché pubblicarle a “toot” renderebbe il testo meno comprensibile.

Ed è proprio dai limiti di uno strumento come Mastodon che conviene iniziare il discorso.

La Comunicazione Mediata da Computer (CMC per gli amici) tra persone passa attraverso canali diversi: email, chat, mailing list, messaggi istantanei, ecc… ognuno di questi ha delle caratteristiche, di ordine tecnico, peculiari che lo differenziano dagli altri sotto molti aspetti.

Per esempio ci sono strumenti sincroni, tipo le chat, che consentono di interagire in tempo reale e strumenti asincroni, tipo le mailing list, dove a prevalere sono le interazioni più dilatate nel tempo. Anche se su una lista ci possono essere persone che sono sempre connesse e replicano a un email dopo mezzo secondo, ce ne saranno altre che la leggono una volta al giorno e quindi risponderanno in un altro momento.

Mastodon, sebbene permetta di rispondere immediatamente a un “toot” somiglia più a una sorta di blog “collettivo” e quindi può essere usato in diversi modi anche se per una discussione approfondita presenta molti più svantaggi che vantaggi rispetto a una serie di “toot” sullo stile di botta e risposta.

Questo perché non tutti gli strumenti della CMC possono essere usati (proficuamente) per le stesse cose: se devi coordinare una azione di strada in tempo reale difficilmente potrai farlo usando una lista di discussione ma piuttosto userai uno strumento di messaggistica istantanea o una chat. Se invece devi discutere più approfonditamente su un argomento probabilmente sarebbe meglio usare una mailing list che Mastodon.

E questa è la prima “regola” che andrebbe rispettata. Non tanto perché ci sia necessità di regole e di rispetto ma principalmente perché sarebbe poco furbo usare un martello da falegname per tentare di svitare i bulloni della ruota di una automobile.

Uno strumento come Mastodon è fatto, principalmente, per pubblicare brevi scritti e per condividere contenuti. Contenuti che possono essere molto vari: la foto-notizia di una iniziativa, un link interessante, una riflessione generale, una domanda, una richiesta ma anche un contenuto di tipo personale, nel senso che riguarda soprattutto chi scrive.

Ma, qualsiasi sia il contenuto del “toot”, ci si dovrebbe rendere conto che alla sua pubblicazione potrebbe seguire una “reazione” di qualche tipo.

Questo semplicemente perché se una persona si esprime in un “luogo pubblico” deve mettere in conto una possibile reazione e per reazione intendo anche un silenzio assordante. Sono infatti le reazioni che sono alla base di qualsiasi “social coso”, senza di queste ci sarebbe solo un flusso ininterrotto di contenuti senza nessun collegamento tra di loro.

Per cui la seconda “regola” da seguire prima di scrivere un “toot” è quella di riflettere sulle reazioni che quello che si sta per pubblicare potrebbe suscitare nelle altre persone. La frase precedente non vale per troll o per flamer.

Seguire la seconda “regola” è difficile perché si entra nel campo delle diversità individuali, il che apre un mondo infinito di possibilità praticamente uguale al numero di universi paralleli che esistono nelle serie TV.

Pubblicare il link a un concorso dove si vince una mascherina al profumo di bacon potrebbe offendere qualche persona? E ripescare la storia dei “bonsai kitten”?

Proseguendo sull’importanza di valutare preventivamente quello che si vorrebbe pubblicare si arriva a uno dei nodi più delicati, vale a dire ai “toot” che riguardano il proprio “personale”.

“oggi mi sento più psichedelico del solito”
“ho cucinato pasta e fagioli (con cotiche o senza)”
“il mio gatto ha detto MIAO”

Come scritto sopra le reazioni a quello che viene pubblicato sono l’elemento di base sul quale si fonda il funzionamento dei “social cosi”. Del resto se Mastodon fosse esclusivamente un susseguirsi di “toot” senza alcuna reazione la cosa potrebbe assumere anche aspetti preoccupanti, anche se discretamente interessanti dal punto di vista di chi analizza la comunicazione.

A questo punto la videocamera dovrebbe inquadrare chi legge un “toot” di tipo personale e reagisce con un commento.

Tralascio qui tutto quello che riguarda “stelline”, “condivisione” e annessi e connessi e mi riferisco solo ai commenti scritti, che abbiano o meno una immagine allegata o che consistano solo in una immagine allegata.

In questo caso la “regola” dovrebbe essere questa: nei commenti ai “toot” di tipo “personale” andrebbero evitati attacchi, insulti e squalifiche (nel senso psicologico del termine) indirizzati alla persona che ha scritto il “toot” che si commenta. A meno che non siano una reazione diretta, ovvero quando sono una risposta a una chiara provocazione di tipo personale alla quale si ha tutto il diritto di replicare a tono.

In casi di “toot” del genere:
“i nati sotto il segno dei pesci con ascendente acquario puzzano”
“il calcio non piace agli snob”
“sono allergico al pelo dei cani”

Seguire questa “regola” è molto semplice, in quanto basta ricordarsi che è sempre legittimo criticare, anche aspramente, il contenuto di quello che non ci piace senza bisogno di attaccare chi lo ha scritto. Questo perché bisogna sempre ricordarsi che per litigare è necessario essere (almeno) in due.

In altri casi seguire questa “regola” è molto più complicato dal fatto che a volte il contenuto pubblicato riguarda questioni che attengono alla sfera intima o emotiva sia personale che collettiva. Non entro nel merito delle ragioni che possono spingere le persone a raccontare in pubblico situazioni, storie, stati d’animo di carattere “intimo” delle quali probabilmente sarebbe meglio parlare con persone che si conoscono, piuttosto che con degli sconosciuti. Segnalo solo che questo genere di “toot” difficilmente producono qualcosa di buono.

Bisogna però evitare anche una sorta di autocensura, per cui si evita volutamente di affrontare certi argomenti perché si ritiene che possano essere offensivi per qualche persona. Visto che non è possibile conoscere e tener conto delle sensibilità di tutte le singole persone, che potenzialmente possono leggere quello che si scrive, si rischierebbe di creare un ambiente dove una presunta “sicurezza” sarebbe il risultato di una totale omologazione e dell’appiattimento delle differenze individuali. O della trasformazione di Mastodon in uno “sfogatoio” piuttosto che in un ambiente dove poter discutere e confrontarsi anche su argomenti “intimi”.

In altri termini sono fermamente convinto che, ogni tanto, un bel flame ci stia bene, basta che non diventi la modalità comunicativa prevalente e che sia sempre, per quanto umanamente possibile, un litigio rispettoso delle persone.

Sintetizzando, quella specie di “regole” indicate sopra, si potrebbero ridurre anche a una sola: avere pazienza, una virtù necessaria anche se so bene che i suoi limiti sono strettamente individuali. Avere pazienza con chi reagisce male a quello che pubblichiamo e avere pazienza con quello che pubblicano le altre persone.

Oltre ad una “santa pazienza” bisognerebbe – da parte di chiunque – ricordare che la comunicazione andrebbe *sempre* contestualizzata e quello che una persona potrebbe considerare offensivo per un’altra potrebbe essere considerato ironico. E se ogni persona ha tutto il diritto di trovare “insultante” quello che vuole dovrebbe concedera anche alle altre persone gli stessi diritti che reclama.

Nota Bene. La “santa pazienza” non si applica a contenuti sfacciatamente sessisti, razzisti, fascisti, ecc…

Pazienza perché l’unica alternativa sarebbe creare o tentare di creare ambienti di comunicazione sterilizzati nei quali tutte le persone la pensano più o meno allo stesso modo. Del resto l’ambiente di comunicazione più sicuro per tutti i suoi utenti è quello dove nessuno comunica con nessuno.

“Piano B”

Un opportuno “toot” su mastodon.bida.im mi fa venire in mente che il mio suggerimento può essere sostituito da una modalità che non presuppone particolari virtù. Autorizzato dall’autore, che ringrazio, copio e incollo di seguito un sistema alternativo per non essere disturbato oltre il necessario.


naivespeaker

Non proponiamo “La mossa del Fassino” perché è subdolamente oppressiva, ma possiamo consigliare una soluzione a chi soffre per l’ignoranza e la cattiveria che dominano l’istanza che l* ospita.

1. Bloccate tutti quell* che non sono dispost* a darvi sempre ragione

2. Sottoponete alla vostra accettazione le richieste di seguirvi

3. Accettate come follower solo quell* che sono dispost* a darvi sempre ragione

4. Impostate “Visibili solo dai Follower” per tutti i vostri toot

5. Interagite con chi vi dà sempre ragione

6. E così nessuno si farà male

In questo modo potrete continuare ad usufruire del servizio fornito dall’ignorante e cattiva istanza.

Volendo potrete contribuire economicamente a pagare i server che vi ospitano, e sentirvi in pari.


 

Sarchia: Hai letto la decisione del Parlamento Europeo?
Pone: Quale?

Sarchia: Quella su cosa si possa scrivere sulle etichette dei prodotti alimentari a base di vegetali.
Pone: Ah, si, la questione dell’hamburger vegano con annessi e connessi.

Sarchia: Si, quella. Cosa ne pensi?
Pone: Che le parole a volte somigliano agli esseri viventi. Nascono, crescono di più o di meno e poi, a volte, passano una vecchiaia solitaria, dimenticate da tutti e in alcuni casi poi arriva la loro definitiva scomparsa.

Sarchia: Si, ma alcune parole hanno anche un destino diverso, quello di cambiare significato nel corso del tempo.
Pone: A volte sono quelle più affascinanti.

Sarchia: Prendi, a esempio la parola “hamburger”, una parola relativamente recente (viene fatta risalire al 1884) e che deriva probabilmente dal nome di una nota città tedesca Amburgo (Hamburg). Negli corso degli anni la parola ha finito per essere comunemente associata a un panino con dentro una polpetta di carne, insalata e altre cose varie.
Pone: E non è finita. Oggi la parola è legata anche all’informatica dove esistono le “hamburger icon” che sono composte da tre linee orizzontali sovrapposte e che di solito richiamano un menù a discesa.

Sarchia: Si una parola, nel corso del tempo, può cambiare significato e, in alcuni casi, anche nel suo opposto.
Pone: Già.

Sarchia: E cosa ne pensi della decisione del Parlamento Europeo?
Pone: Dal punto di vista linguistico o cosa?

Sarchia: Da quello che preferisci.
Pone: Tenderei a distinguere i piani. La decisione presa è chiaramente una decisione dettata da interessi esclusivamente economici e quindi legati al profitto. Da una parte l’industria della carne e dall’altra gli imprenditori che producono alimenti vegetali e che sono interessati ai miliardi di dollari di questo mercato. In mezzo qualche anima candida vegetariana o vegana che ha fatto proprio il nefasto detto: “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Sarchia: Quindi per te “hamburger vegano” non è un ossimoro?
Pone: Beh, certo che è un ossimoro. Ma gli ossimori non sono vietati dalle leggi, almeno ancora no. Se volessi esprimere il mio pensiero completo proverei con una fantasia.

Sarchia: Nemmeno queste sono vietate, almeno per il momento.
Pone: Fantastico di essere un imprenditore del settore dell’allevamento bovino e suino. Un grosso imprenditore, ma grosso assai. Chiederei ai miei veterinari e tecnici di incrociare due razze di bovini e di crearne una nuova. La chiamerei “soia” e commercializzerei la bistecca di soia. Poi farei lo stesso con due razze di suini e chiamerei “tofu” quella nuova, così potrei commercializzare la salsiccia di tofu.

Sarchia: Temo che sia una fantasia davvero impossibile. Le autorità te lo vieterebbero.
Pone: E come?

Sarchia: Ti vieterebbero di usare i termini “bistecca di soia” o “salsiccia di tofu” perché generano confusione con prodotti dai nomi simili ma che sono di origine vegetale.
Pone: Questo dimostra l’inutilità della nostra discussione. Sarebbe bastato rileggersi un classico. Prego.

“Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, “questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno”
“Bisogna vedere” disse Alice “se lei può dare tanti significati diversi alle parole”
“Bisogna vedere” disse Humpty Dumpty “chi è che comanda… è tutto qua”
(L. Carroll, Attraverso lo specchio)

Indymedia in Italia…

E adesso?

La pseudo biografia di italy.indymedia.org è (praticamente) finita.

Senza avere, come chiarito fin dall’inizio, la pretesa di essere minimamente esaustiva il suo scopo era, con la scusa del ventennale, quello di provare a fornire, a chi non conosce o conosceva poco di quella esperienza, un minimo di materiali per avere una vaga e incompleta idea di quella che è stata una molteplice storia che ha coinvolto, a diversi livelli e per non pochi anni, decine di migliaia di persone.

La voglia di raccontare quelle storie frulla in testa da quasi dieci anni, la voglia di scrivere qualcosa di più corposo di una pseudo biografia ma meno pretenzioso di una storia definitiva. Per fare questo, ammesso di averne la capacità, mancano alcuni pezzi.

2002 Firenze Indymeeting

2002 Firenze Indymeeting

Ci sono alcune lacune, tra le tante, che vanno segnalate non fosse altro perché sia chiaro che sono volute e non frutto di dimenticanze o di maldestri tentativi di occultamento o mistificazione.

La lacuna più grossa è sicuramente che manca anche solo un accenno alle questioni di genere e non certo perche queste sono diventate di moda in tempi più recenti ma esclusivamente per il semplice fatto che chi scrive non si ritiene in grado di poter affrontare l’argomento in modo soddisfacente e quindi ha preferito (forse vigliaccamente) saltarlo del tutto. E’ necessario comunque almeno ricordare che la storia di (((i))) non è stata sicuramente una storia esclusivamente maschile, anzi qualcunx potrebbe affermare esattamente il contrario. Un vuoto bello grosso che potrebbe essere riempito da altrx che abbiano voglia di ricordare la storia di una comunità che è stata sicuramente più includente che escludente.

2003IMCCampDarby

2003 IMC Camp Darby

La seconda mancanza riguarda la non menzione delle grosse polemiche interne che hanno attraversato, in diverse occasioni, (((i))) provocando litigi, incomprensioni e tutto il resto. In questo caso la scelta è stata dovuta al fatto che un singolo episodio, a volte anche piccolo, scatenava un diluvio di mail che spesso “contagiavano” anche due o tre liste di discussione diverse e poteva durare settimane. La fatica per ricostruire, in modo corretto, anche solo uno di questi episodi non avrebbe aggiunto molto a questo breve testo. Anche perché poi, dopo lo scannamento polemico, le cose riprendevano a funzionare (o non funzionare…) di nuovo.

Altra lacuna, anche questa voluta, riguarda l’annosa questione del rapporto tra i “tecnici” e i “politici” un rapporto che è sempre stato storicamente conflittuale e mai completamente risolto in modo soddisfacente. Spesso dentro (((i))) si è discusso di questo tipo di problemi e si è anche provato a mitigare l’impatto che aveva sul funzionmento del progetto nel suo complesso. La missione non è riuscita ma nessuno potrà mai dire che non ci si è provato.

2003 Livorno Presentazione Indymedia

2003 Livorno Presentazione Indymedia

Anche all’interno di (((i))) come di qualsiasi comunità la variabilità caratteriale è stata sia una forza che una debolezza ma la presenza di persone ottuse e/o in malafede si è mantenuta quasi sempre a livelli fisiologici. Stesso discorso vale per i troll e per quellx in cerca di notorietà. Anche se i più noiosi e patetici di tutti erano quellx che si capiva anche solo da dove mettevano le virgole che erano dentro al progetto esclusivamente per conto del loro partitino-gruppo-organizzazione-collettivo. Su tutte queste persone e sulle loro brutte figure si è steso, come suol dirsi, un velo pietoso.

Altra mancanza, già segnalata, riguarda l’attività fatta a livello locale dai vari gruppi di attivistx che “facevano indymedia”. Attività iniziata prima della nascita dei nodi geografici creati dopo il congelamento del sito nel 2006 e che è quasi sempre continuata ininterrottamente per più di dieci anni. Come però è stato scritto, queste sono storie che sarebbe meglio se le raccontassero i partecipanti ai vari gruppi sparsi per la penisola.

Da questa parte si potrebbe, e non è una minaccia, raccontare la storia di toscana.indymedia e non è detto che prima o poi non venga fatto 🙂

2004 Genova Indymeeting

2004 Genova Indymeeting

Come già scritto (in diverse occasioni) e ripetuto, se si volesse mettere su un piatto della bilancia le cose positive del progetto e sull’altro quelle negative il primo sarebbe sicuramente sempre quello più pesante. Del resto se un progetto, nato dal basso, indipendente e autogestito, durato nel suo complesso quasi 20 anni, è riuscito a confrontarsi e a volte a “vincere” contro un potere così forte come quello dell’informazione ufficiale vuol dire che quella lotta era possibile, oltre che necessaria.

Ricordare, anche con tutti i difetti delle rievocazioni e di questa in particolare, le tante vite di italy.indymedia.org è stato anche un modo per ribadire che il campo dell’informazione è ancora – accanto a quelli più “classici” – un terreno di lotta dove, oggi forse ancora più di ieri, è necessario impegnarsi.

Nelle puntate precedenti…

  1. Italy prima di italy
  2. Andare a Genova passando per Napoli
  3. Genova. Il battesimo del fuoco
  4. Il villaggio indyano
  5. Tutti vs italy.indymedia.org
  6. Signore e signori, si chiude
  7. La “balcanizzazione”

Indymedia in Italia 7

7. La “balcanizzazione”

Il termine “balcanizzazione” fu usato a proposito e sproposito quando molti iniziarono a prendere in considerazione la costruzione di nodi locali autonomi piuttosto che la riapertura di un nuovo sito “monolitico”.

Per molti, forse non del tutto a torto, la storia di (((i))) potrebbe dirsi conclusa il 30 novembre del 2006.

200612 splash chiusura italyindymedia.org

200612 splash chiusura italyindymedia.org

Ma, in realtà, quella fine segnava ancora una volta l’inizio di una nuova vita del progetto che, sebbene con aspetti diversi, era ancora abbastanza saldamente ancorato alle idee iniziali.

Contemporaneamente all’avvio delle discussioni sulla lista “Italy-process” (circa 300 iscritti a fine 2006), in diverse località i gruppi di mediattivistx che avevano gestito le varie “categorie” locali ragionavano collettivamente su cosa fare.

In alcuni casi avevano già in mente un progetto preciso.


Date: Tue, 12 Dec 2006 23:00:50 +0100
To: italy-process@lists.indymedia.org
From: [...]
Subject: Re: [Italy-process] Nuova lista cmi-toscana

[...]

Il percorso che stiamo cercando di fare in "toscana" e' proprio quello di
provare a ri-costruire un progetto ripartendo da zero, per questo abbiamo
richiesto al network di iniziare un process per un nuovo nodo.

Il nostro lavoro sicuramente terra' conto sia delle esperienze passate,
quasi tutti abbiamo fatto indymedia per diversi anni, sia quelle positive
che quelle negative.

Come abbiamo gia' chiarito questo percorso non esclude una dimensione piu'
larga di quella "regionale" anche se ancora non sappiamo come le due strade
si incontreranno. Oltretutto alcun* di noi seguono anche il lavoro di
questa lista.

[...]

La discussione su “Italy-process” procedeva con foga e venivano messi sul tavolo molti dei problemi “ereditati” dall’esperienza precedente.

Sulla lista si aprirono numerosi filoni di discussioni, nei quali si mischiarono questioni tecniche, politiche e comunicative che rendevano più difficile arrivare a dei punti fermi condivisi. A questo si aggiunsero le reazioni provocate dal “congelamento” di (((i))) e le dinamiche che esistono da sempre sulle liste di discussione, compresi gli inevitabili troll e le aspiranti “star”.

Intanto anche da Torino arrivò la decisione di aprire il nodo “piemunt”, come venne annunciato in un report dell’assemblea locale.


In contemporanea si e' sentita la necessita', visto l'andazzo di
italy-process e i percorsi che sia i toscani che i napoletani stanno
seguendo e che li sta portando alla creazione di nodi locali di
indymedia, di avviare un percorso di confronto con queste due realta' e
di avvio del process a livello internazionale per la creazione di
indymedia piemunt.

Da Napoli arrivò la proposta di far diventare (((i))) un aggregatore dei vari nodi locali, la prima e unica proposta organica complessiva che aveva un minimo di coerenza.

Di seguito un estratto dal documento inviato in lista.


1) Progetto globale

1.1 è chiaro che Italy.indymedia.org non esiste più come progetto
monolitico, la sua gestione, mantenendo una policy comune, dovrebbe
esser divisa tra i vari nodi locali e per affinità. I nodi locali sono
naturalmente composti da persone della stessa area geografica, mentre le
categorie per argomento da attivisti che si riuniscono per affinità ed
interessi riguardo ad un determinato tema (guerre globali, ambiente
etc.). Ogni lista gestisce la propria sezione per quanto riguarda le
feature, l'amministrazione del newswire, la scelta dei feed.
[...] La lista Italy rimarrebbe come luogo di coordinamento dei vari nodi e per discutere di eventuali casi controversi riguardo alla gestione di un determinato nodo.

1.2 La pagina nazionale diventerebbe quindi un aggregatore di feed dai
nodi locali e per argomento mantenendo visivamente il classico newsire
complessivo (però quadripartito, vedi il punto 2.2) con la possibilità
di filtrare su richiesta i post provenienti da un locale, da un
argomento o da entrambi scegliendo di far comparire quello che un
determinato nodo locale ha prodotto su un determinato argomento [...]

1.3 Le feature sul nazionale dovrebbero apparire in vari riquadri
contenenti ciascuno l'ultima feature prodotta da un determinato nodo,

[...]

2) Il newswire

2.1 Pubblicazione con obbligo di selezione di una categoria o nodo locale

2.2 Newswire quadripartito diviso per: notizie, comunicati/volantini,
altri media/repost, e analisi. E' obbligatoria la selezione di uno dei 4
ed in caso di selezione incorretta l'admin interviene per spostare nella
giusta sezione. [...]

2.3 Il campo dell’autore resta obbligatorio, ma non viene visualizzato
sul newswire, ma solo all’interno della notizia, per mantenere un
importante parametro di ricerca evitando però personalismi. L’autore
potrebbe rimanere visibile anche dal newswire solo nella zona dei
comunicati dove è più importante

2.4 Possibilità per chi posta di inserire più tag e per chi legge di
votare la notizia oltre che di segnalare agli amministratori un post
fuori policy. [...]

2.5 Integrazioni e commenti: le possibilità di integrare la notizia e di
commentarla verranno divise in due zone separate ma collegate al post e
serviranno sempre a facilitare la ricerca di informazioni e a
risparmiare la letture dei commenti personali a chi non ne fosse
interessato [...]

2.6 Ogni nodo sceglierà un nw di default ma in seguito l'utente
attraverso i cookies potrà scegliere la sua visualizzazione del flusso
di notizie

2.7 L’Agenda rimane la stessa, la presenza del forum è da decidere, ma
tendiamo per il no.

3) inclusione di progetti strutturati che si occupano di comunicazione
indipendente all'interno di Indy

- Una parte della pagina verrà riservata a feed rss provenienti da siti
di informazione indipendente o blog inizialmente scelti dagli attivisti
dei vari nodi (locali o per argomento). [...]

4) Feature

- Un indymedia così strutturata da molto più spazio agli utenti e il
ruolo delle features risulta meno baricentrico all'interno della pagina.
le ftr non dovranno sempre essere scritte dagli amministratori, ma si
auspica siano semplicemente composte dalle notizie apparse sul newswire,
mantenendo la loro forma e linguaggio. In questo modo noi non ci
sarebbero “redattori” del sito vs utenti e daremmo spazio a linguaggi
che magari non sono i nostri, ma sono comunque quelli di chi fa indy.

[...]

A questo punto le discussioni sulla lista si focalizzarono in pro-e-contro la riapertura di nodi locali piuttosto che di un sito unico. Parallelamente iniziarono una serie di incontri in diverse città di gruppi che discutevano sul futuro del progetto. Nel febbraio 2007 gli iscritti alla lista erano arrivati a 550.

Il 19 aprile 2007 viene messo on-line “toscana.indymedia.org”, una data che si potrebbe considerare come l’inizio di una ennesima incarnazione del progetto (((i))). Il collettivo di gestione era quasi interamente composto da persone che avevano partecipato all’esperienza di (((i))) e infatti la veste grafica del sito e le sue modalità di gestione erano molto simili a quelle ben conosciute.

Questo il testo di presentazione.


Rieccoci on line!

Il 30 novembre 2006 italy.indymedia chiudeva per una pausa di riflessione, con il proposito di riaprire dopo aver ripensato e ridiscusso il progetto. La lunga discussione, ancora in corso, ha portato diversi gruppi ad attivare un processo di creazione di nuovi nodi che partono tutti dall’esperienza maturata nella “vecchia” italy.indymedia.
Il gruppo toscano, formato per la maggior parte da attivisti che curavano il nodo locale ha scelto fin da subito di lavorare ad un progetto che, partendo dal proprio territorio, puntasse alla creazione di un mezzo attraverso il quale continuare a fare informazione indipendente.
Dopo quattro mesi di discussioni su una lista, alcuni incontri ed un confronto con il network internazionale ce l’abbiamo fatta e rieccoci on line!
Alcune cose sono rimaste uguali alla “vecchia” indymedia perché le riteniamo ancora fondamentali ed attuali (l’autogestione, la pubblicazione aperta), altre sono invece cambiate (il software per gestire il sito e la struttura delle pagine). Una cosa che non poteva cambiare è il modo di partecipare al progetto: indymedia la fa chi legge il sito, chi pubblica notizie, chi partecipa alla sua gestione.
Abbiamo provato a spiegare tutto nella sezione Documenti del sito che trovate nella colonna di sinistra e che vi invitiamo a leggere.
Vogliamo che toscana.indymedia diventi uno strumento accessibile a tutti e gestito nel modo più condiviso possibile, un luogo, virtuale e non, di incontro, confronto e scambio di conoscenze, anche tecniche, ma non solo. Per questa ragione abbiamo in programma di organizzare diverse iniziative pubbliche in giro per la Toscana.
La lista sulla quale discutiamo è aperta all’iscrizione di chiunque si riconosca nel progetto ed è visibile da tutti via web.
Per il momento questo deve essere considerato ancora un sito in fase “sperimentale” e quindi nei prossimi mesi è probabile che ci siano alcuni cambiamenti. Come sempre, contributi, consigli e collaborazioni sono i benvenuti.

Indymedia Toscana sbucherà come per magia durante la Sagra del Precariato di Livorno. Accorrete numerosi!


 

2007 settembre toscana.indymedia.org

2007 settembre toscana.indymedia.org

Il 14 maggio comparve anche “napoli.indymedia.org”, anche questo gestito prevalentemente da mediattivistx che avevano curato la omonima “categoria” sul vecchio sito di (((i))).

Sulla lista “process” continuava però l’impasse, gli scazzi e le discussioni fumose. Qualcuno propose una riunione per fare il punto della situazione, incontro che si tenne a Roma alla fine di novembre. Dalla riunione venne fuori un progetto di riapertura di (((i))) principalmente come un “aggregatore” di informazioni provenienti dai nodi locali che ricalcava in gran parte la proposta fatta da Napoli. La riunione lasciò però ancora molti punti in sospeso riguardanti il funzionamento della futura (((i))).

Nel frattempo continuavano ad aprirsi altri nodi locali: Roma, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria, Calabria, Abruzzo…

20080430 Splash di italy.indymedia.org

20080430 Splash di italy.indymedia.org

Nonostante continuasse la discussione collettiva con l’obiettivo di riaprire finalmente il sito, a fine maggio del 2008 (((i))) non era ancora ricomparsa.

Venne indetto quindi un nuovo meeting per la fine di giugno a Bologna. Il principale risultato fu la decisione di riaprire il 4 di luglio, sempre nello stesso incontro venne deciso di non aggregare il sito di “lombardia.indymedia.org” a causa di alcuni aspetti non condivisi della sua “policy” e lasciando irrisolte alcune delle problematiche legate al funzionamento dell’aggregatore e della “nuova” entità che avrebbe dovuto gestirlo.

Questo il comunicato che annunciava la riapertura.


4 luglio - IndYpendence Day

E' ormai da più di un anno che i nodi italiani di Indymedia hanno
ricominciato a lavorare sui territori riportando in contesti locali le
pratiche e i principi che sostanziano/animano il lavoro del Network
Internazionale di Indymedia. La necessità di creare contesti e spazi in
cui chiunque potesse continuare a diventare il proprio media, attraverso
meccanismi di pubblicazione aperta e di tutela della privacy,
rappresentava infatti una realtà che doveva continuare a trovare spazi di
esistenza e che quindi non si concludeva con la chiusura di Indymedia
Italia.
Le limitazioni e i meccanismi dell informazione mainstream non sono
cambiati nel corso di questi anni e lo squilibrio di potere dei processi
di comunicazione si è mantenuto intatto, quando non rafforzato. Oggi il
compito della comunicazione indipendente non è solo più quello di offrire
uno spazio dove consentire la libera pubblicazione di contributi ed una
narrazione "altra" della realtà. Proprio per la rapida evoluzione del web
in questi ultimi anni e la sempre più diffusa accessibilità dello
strumento, oggi diventa fondamentale salvaguardare la peculiarità del
metodo di Indymedia e rendere più fruibile e sinergica l'enorme quantità
di informazioni che nella rete si distribuiscono, in modo da renderle
facilmente reperibili ed efficacemente utilizzabili.
E' per questo che i nodi italiani di Indymedia nati in questi anni hanno
deciso di aprirsi ad un progetto nazionale attraverso la costruzione di un
aggregatore. Un luogo nel quale convogliare e moltiplicare le energie e i
flussi di comunicazione provenienti da luoghi diversi, che si compone
delle diverse visioni e pratiche di mediattivismo determinate dai bisogni
contingenti e dalle necessità che ogni territorio esprime.
L aggregatore può generare una comunità diffusa, risultato della
collaborazione di molteplici reti di attivisti, centri sociali e realtà
che si occupano di comunicazione, che individuano in italy.indymedia.org
il catalizzatore della narrazione dal basso della realtà.
A tutt oggi, percepiamo ancora l'importanza di una piattaforma di
riferimento su cui far convergere le specificità dei progetti di
informazione indipendente locali in lingua italiana e di offrire
un'occasione di produzione, elaborazione e diffusione dei contributi da
essi prodotti, legati ad un modo orizzontale di gestione della
comunicazione, nel senso più estensivo di questo termine. Il lungo
processo di ridefinizione dei mezzi e degli scopi di Indymedia Italia si è
concluso in questa sua prima parte.
Se ne apre una nuova.

Il 4 luglio 2008 Indymedia Italia torna online.

L'IndYpendence Day non è solo una data. E' un simbolo.
Nel 1054 per i cinesi, era l'esplosione della Supernova del Granchio.
Nel 1865 per gli inglesi era la pubblicazione di Alice nel paese delle
meraviglie.
Nel 1880 per i Pistoiesi era la nascita dell'anarchica scrittrice Leda
Rafanelli.
Ogni anno, per tutti, è l'afelio, il giorno in cui la Terra è alla sua
massima distanza dal Sole.

Per noi, nel 2008, significa il ritorno di un progetto collettivo e
indipendente di informazione.

4 luglio - IndYpendence Day
Voi fate i piani - noi la storia

http://italy.indymedia.org

A seguito delle decisioni prese nell’incontro di Bologna l’assemblea di “toscana.indymedia.org” inviò un documento critico sul progetto che stava dietro la riapertura di (((i))).

Di seguito alcuni stralci del documento inviato alla lista.


E fin dall'inizio ci siamo posti il problema dei collegamenti con altre
realta' dell'informazione indipendente e piu' in particolare con quelle
che sarebbero nate dalle ceneri di italy.indymedia.

Abbiamo, stringatamente, scritto sulle nostre pagine web che
toscana.indymedia "potrà in futuro essere integrato in un network
geografico italiano." (http://toscana.indymedia.org/about_us) e lo
abbiamo sempre inteso come riferimento ad una struttura basata su un
semplice "web-aggregatore" dei diversi nodi che prevedesse - solo in
casi limitati ed eccezionali - la produzione autonoma di contenuti. Il
tutto gestito da una lista aperta nella quale condividere esperienze,
collaborazioni e problemi legati al fare informazione indipendente.

Il risultato uscito dai due meeting (Roma e Bologna) e indirizzato alla
costruzione della nuova italy.indymedia ci sembra vada in una direzione
diversa da quella che ci interessa: la creazione delle due liste
nazionali che sembrano riproporre, per quanto in buona fede, la
struttura di indymedia 1.0, viene addirittura proposta una policy,
chiamata "principi di aggregazione", che ci sembra alquanto inutile, in
un contesto nel quale ad essere aggregati in maniera organica sono nodi
del network internazionale di indymedia che hanno gia' superato un
process e che hanno quindi una policy accettata dal network globale.

Per dirla in una sola frase, ci sembra che questo aggregatore nasca come
una struttura troppo "pesante" e che, nonostante tutte le migliori
intenzioni possibili, rischia di gravare sui singoli nodi esistenti e
che potrebbe riproporre, nel peggiore dei casi, alcuni dei meccanismi
esistenti nella "vecchia" italy.indymedia e da molti criticati.

Per queste ragioni non ci sentiamo in sintonia con questo progetto e
quindi chiediamo di non considerare il nodo di indymedia toscana tra
quelli partecipanti alla nuova italy.indymedia.

Ci piace pensare, pero', che ci siano comunque spazi di collaborazione e
confronto tipici dei nodi di uno stesso network. Come abbiamo gia'
dimostrato con i fatti di questi ultimi due anni, saremo sempre
disponibili alla collaborazione ed alla condivisione con tutti i nodi
che fanno parte del network indymedia di lingua italiana (e non solo) e
speriamo che lo stesso atteggiamento sia condiviso da essi.

L'Assemblea di CMI Toscana

A questo punto della storia la difficoltà di raccontare diventa davvero enorme. Tenuto conto che a fine 2008 c’erano almeno una decina di nodi locali e che ognuno di essi aveva almeno una lista di discussione alle quali andrebbero aggiunte almeno altre due liste (“itali-list” e “italy-content”) che gestivano il sito (((i))).

Il progetto nato nel 2000 anche se non più esistente nella forma più conosciuta si era moltiplicato, con alcune varianti in una serie di siti che – in modo a volte uguale e a volte diverso – continuavano comunque a portare avanti una determinata idea di informazione indipendente. E la storia di questi nodi la potrebbero e dovrebbero raccontare quelli che li hanno creati e mantenuti in funzione negli anni successivi.

Per fornire solo un’idea di massima dei risultati che furono raggiunti si può ricordare che nel giugno del 2008, vale a dire circa due anni dopo il “congelamento” di (((i))), il numero totale di contatti che raccoglievano tutti i nodi locali nati nel frattempo erano notevolmente inferiori a quelli del vecchio (((i))).

Visite per nodo giugno 2008

Visite per nodo giugno 2008

I nodi locali iniziarono a mostrare i primi segni di crisi già dopo qualche anno di funzionamento e, a partire dal 2010-2011, uno dopo l’altro chiusero tutti: il nodo toscano, il primo ad aprire, chiuse nel marzo 2012 pochi giorni prima che venisse resa pubblica una inchiesta giudiziaria che lo coinvolgeva.

L’ultimo a sparire, il nodo “piemonte” che sopravviverà a “singhiozzo” fino al 2017. Ed è proprio con la sua chiusura che si può considerare definitivamente chiusa la storia iniziata nel lontano giugno 2000.

Anche nel caso dei nodi locali le ragioni della chiusura vanno ricondotte a quel miscuglio di fattori ricordati più sopra ai quali va aggiunto il problema economico, maggiormente pesante per un sito gestito da un piccolo gruppo di persone, un aspetto che spesso era diventato determinante per la sopravvivenza.

Parallelamente alle storie dei nodi locali e non necessariamente in contrasto con essi furono portati avanti diversi tentativi per rilanciare un sito “unico”.

Quello aperto nel luglio del 2008, in versione “beta” restò on-line, con alcune interruzioni fino al 2012. E fino al 2014 ci furono tentativi più o meno concreti di rimetterlo di nuovo in piedi, anche se l’impegno profuso non è mai stato premiato da un interesse che si allargasse fuori da una cerchia di attivisti sempre più ristretta.

200811 beta_italy.indymedia.org

200811 beta_italy.indymedia.org

Ma questa è un’altra storia che non racconteremo e non perché non sia importante ma solo perché le informazioni su questa parte della vita di (((i))) sono davvero poche, e sia perché dovrebbe raccontarla chi la conosce meglio per averla vissuta direttamente.

Segue con… Indymedia in Italia…

Indymedia in Italia 6

6. Signore e signori, si chiude

Naturalmente non è stata una storia tutta amore e cioccolatini, proprio perché (((i))) era formata e sostenuta da una comunità plurale piuttosto che una singola entità strutturata e omogenea.

Nel meeting di Genova, che (solo per caso) fu tenuto subito dopo il sequestro, ci furono discussioni molto spesso caratterizzate da incomprensioni e da questioni più personali che politiche che alla fine portarono alcuni tra i più “vecchi” di (((i))) a fare, più o meno volontariamente, dei “passi indietro”. In altre parole, alla fine del 2004 una parte di quelli che avevano iniziato la storia decise di diminuire o cessare del tutto l’impegno nel progetto.

Alcuni brani di una e-mail rendono meglio l’idea del clima.


Date: Fri, 05 Nov 2004 23:36:22 +0100
Subject: Re: [imc-italy] passi indietro e passi avanti
From: [...]
To: italy list <italy-list@lists.indymedia.org>

ciao, ci ho pensato un po' su ma eccomi.

dopo la hit parade delle presenze nelle liste, e dopo un po' di anni che
faccio la zia di indy, ho sentito il bisogno di entrare in fase
zzzzzzzzz z z z z

significa che ho smesso di facilitare, riassumere, sollecitare.

non mi dis iscrivo dalle liste, ma intervengo solo se ci sono cose che
riguardano genova, o emergenze tecniche dove posso sciogliere qualcosa.
cerco di starmi un po' zitta eh ;P

[...]

condivido l'analisi che fa lui, dove dice

> E' vero che fuori c'e' grossa crisi, e' vero che non c'e' molto che si muove e
> che il deserto cerebrale e' sconfinato, pero' questo non mi pare un buon
> motivo per aggiungere l'implosione di indy all'elenco di sfighe.

mi piacerebbe che indy reagisse agli attacchi che sta subendo - mediatici,
legali e pure quelli della sfiga.

ma non sono riuscita ad esserci al miting di genova e neanche riesco a
capire i report, dunque penso sia ancora piu' giusto che ci siano persone -
nuove, oppure lurkers pentite - che facciano risorgere questo progetto.

non vuol dire che chi c'e' stato finora se ne deve andare.
mi sembra una stronzata e pure un po' infame, mollare in un momento
difficile per il network. ma mi sembra lecito e giusto che alcune persone
facciano un passo indietro e che altre si assumano le responsabilita' - nel
bene e nel male - che quelle hanno portato fino qua.
se queste fanno un passo indietro
voi fatevi avanti :)

[...]

scrivetemi in pvt se volete un corso rapido da admin, da owner o da zia :PPP

[...]

e mi sembra una cosa bella la nascita di imc calabria :)
cosi' come leggere in lista nuovi nick e nuovi nomi che prendono la parola

baci

Col passare del tempo, oltre ai problemi interni si vennero a cristallizzare contro (((i))) accuse incrociate: alcuni l’accusavano di essere un covo di “black-bloc” altri uno strumento controllato dai “disobbedienti”.

Chi ha vissuto quella storia dall’interno sa bene che entrambe le accuse erano ridicole, il caos creativo che vigeva all’interno difficilmente avrebbe potuto essere controllato da una qualsiasi fazione. Sicuramente molti dei mediattivisti erano legati, in modo più o meno organico, a gruppi, associazioni e collettivi politici ma, come spesso accade, il totale che ne veniva fuori però era diverso dalla semplice somma delle parti. E anche se, in alcuni casi, qualcuno o qualcuna ha usato strumentalmente (((i))) si è trattato di eccezioni e non di regola.

Nonostante tutto però il sito di (((i))) continuava a essere molto frequentato.

Statistiche di italy.indymedia.org 20061107

Statistiche di italy.indymedia.org al 20061107

Come è accaduto per il Network internazionale la crisi di (((i))) è stata il risultato finale di una serie di problemi concreti piuttosto che prodotta da un unica causa. Di seguito, in ordine sparso, alcuni dei principali motivi che hanno contribuito alla fine di quella esperienza.

La crisi del “movimento no-global”, dal quale il network era nato nel 1999 e (((i))) nel 2000, che aveva fornito l’humus favorevole per la sua crescita ma che aveva concluso il suo percorso.

Da sempre i problemi dei movimenti si riflettono inevitabilmente sulle persone che ne fanno parte, così come quelli delle persone si riflettono sui movimenti. La vita dei singoli, il passare degli anni, i problemi concreti del lavoro e delle relazioni personali si ripercuotono inevitabilmente sull’attivismo. Le singole storie personali di quelle e quelli che furono la spina dorsale del progetto sarebbero molto più esplicative di qualsiasi altra cosa si possa scrivere su questo argomento.

Gli strumenti tecnici, specialmente nel campo della comunicazione mediata da computer, cambiano velocemente e se (((i))) nel 2000 era sicuramente all’avanguardia nel campo della pubblicazione di contenuti in Rete lo stesso non si poteva più dire nel 2006. L’apparizione dei telefonini “intelligenti”, la nascita di mega piattaforme commerciali e dei “social media” hanno avuto il loro impatto su un progetto nato quando per pubblicare qualcosa sul web bisognava ancora conoscere il linguaggio HTML e il protocollo FTP.

Alcuni continuano a sostenere che uno dei motivi principali, se non addirittura quello più importante, che ha causato la fine di (((i))) sia stato il progressivo deterioramento della qualità dei contenuti pubblicati dagli utenti. Chi sostiene questo evidentemente non ha mai partecipato alle continue discussioni, in corso fin dall’inizio, su questi problemi che sono stati una costante che ha accompagnato fin dall’inizio il progetto.

La chiusura di (((i))) è un avvenimento che a volte è stato riscritto da memorie fallaci e in alcuni casi viziato da qualche bugia. La realtà è che poco prima dell’ultimo meeting chi aveva offerto gratis il server e la connessione invitò molti nodi, tra i quali (((i))) a trovarsi una nuova “casa”.


Date: Fri, 03 Nov 2006 23:39:51 -0300
From: [...]
Subject: [...]

I've been providing server space to indymedia for a few years now, [...].
This is ending.
[...]
At this point there is no exact timeline for moving sites but I would much
prefer sooner than later.
The main reason for this change is that I want to provide /tech services/ for
indymedia, not be caught up with process bullshit all the time. But with
indymedia, you inevitably have to do lots of process, which I have done. But I
will no longer. It surprises me that anarchists get bound down with so many
rules...
Thanks,

Al momento dello “sfratto”, il sito di (((i))) generava un traffico dati probabilmente tra i più alti del network, sicuramente il secondo tra i nodi ospitati sul server Ahimsa.

Traffico su Ahimsa, fine 2006

Traffico su Ahimsa, fine 2006

Un annuncio del genere colpì in pieno una comunità indebolita, che non si incontrava da quasi due anni e che aveva perso per strada – per vari motivi – molti dei suoi elementi propulsori iniziali. Il meeting del 2006 si annunciava problematico anche perché lo “sfratto” si andava ad aggiungere a tutte le altre criticità esistenti.

Un resoconto individuale, inviato in lista, può rendere un’idea di come si svolse l’incontro.


“[…] presenti tra le 20 e le 25 persone, si sta discutendo di come organizzare i lavori di sabato e domenica. Qualcuno mi dice che e’ previsto, per oggi, l’arrivo di 60 persone.

La discussione va avanti spedita, […] Si chiacchiera, abbastanza rilassati, di un po’ di tutto, dai massimi sistemi (l’informazione indipendente, il mediattivismo, il ruolo di indymedia,…) ai piccoli e grandi problemi venuti fuori in questi anni e che ci raccontiamo gia’ da tempo sulle liste (abuso del nw, ftr che fanno schifo, …).

Viene deciso che il meeting si aprira’ con una breve plenaria (non piu’ di un paio d’ore) prima di pranzo e poi, nel primo pomeriggio, si proseguira’ con i gruppi di lavoro su vari argomenti, per poi tornare nuovamente in plenaria. Questo genere di impostazione mi pare che trovi un larghissimo consenso ma non si riescono a fissare i temi da proporre ai vari gruppi di lavoro e si discute quindi su questo problema.

La cena interrompe l’assemblea senza che si sia trovata una soluzione. […]
Dei 60 previsti nemmeno l’ombra, anche se e’ arrivato un altro po’ di persone e adesso siamo sulla quarantina. L’assemblea si svolge, in linea di massima, nello stesso clima del giorno prima, si parla a ruota libera, saltando da un argomento ad un altro […] e si va avanti cosi’ per la maggior parte del tempo. Ma sono tutti discorsi, per quanto interessanti, che non vanno mai troppo a fondo dei problemi che toccano. Inizia comunque a farsi largo nei discorsi la proposta di “chiusura”. Anche in questo caso, come in altri, ognuno intende questo termine in modo molto personale: per alcuni la “chiusura” comporta l’annullamento di tutto l’esistente e l’inizio da zero del processo di creazione di un nuovo nodo del network, per altri significa il “congelamento” della parte “nazionale” del sito e il mantenimento in funzione dei nodi locali intanto che decidiamo cosa fare, per altri ancora significa “archiviare” il sito e discutere di come cambiarlo senza dover ripartire necessariamente da zero. […]

Ancora una volta, come nel giorno precedente, vengono fatte proposte ma sempre in modo talmente problematico da renderle anche di difficile comprensione, quello che e’ certo e’ che nessuno mette sul tappeto una proposta complessiva, chiara, articolata, concreta e argomentata.

Intanto, ancora una volta, saltano i gruppi di lavoro e si decide (?) di continuare con la plenaria. […]

L’attenzione collettiva inizia a spostarsi sul punto: ma su cosa siamo d’accordo? E su questo punto prosegue fino a quando arriva ora di cena. Si decide (?) di proporre alla comunita’ indyana italiana di bloccare la pubblicazione sul sito (e di archiviarlo) e contemporaneamente di rifondare italy.indymedia, si decide (?) di discutere domenica mattina il contenuto dell’e-mail da spedire alle liste dove viene esplicitata questa proposta come quella consensuata nel Meeting. […]

Domenica […] L’assemblea inizia alle 11:30. Viene rimessa in discussione la decisione presa (?) la sera precedente, ovvero la spedizione dell’e-mail alle liste, e il dibattito si fa un po’ piu’ acceso (ma neppure tanto) anche se adesso siamo rimasti in pochi, non piu’ di una ventina di persone, visto che sono iniziate le partenze.

La discussione riprende, per l’ennesima volta, alcuni dei problemi insoluti discussi venerdi’ e sabato e, contemporaneamente, il contenuto del messaggio da spedire (o non spedire) alle liste. […]”


I presenti concordarono (con qualche distinguo ma nessun veto) sulla necessità di far ripartire il progetto e per fare questo ritenevano necessario bloccare il sito web.

Quella che segue è una mail inviata alle liste subito dopo il Meeting.


Dal Meeting di Torino: Indymedia chiude
by indyan* Sunday, Nov. 19, 2006 at 8:01 PM
[italy-tech] chiudere per ricominciare

Dalla plenaria del meeting, cosi' come dalle discussioni delle ultime
settimane in lista, e' venuta fuori l'esigenza di modificare radicalmente
indymedia italia, nei metodi, nella strutturazione e negli strumenti.
Dopo una lunga discussione, la plenaria ha deciso di proporre alla lista:

- la chiusura del sito, che prevede la chiusura della pubblicazione e il
congelamento del sito allo stato attuale (mantenendo quindi solo la
possibilita' di consultarlo);

- la chiusura di tutte le liste di italy imc, sia nazionali che locali;

- l'avvio di un nuovo process (richiesta di apertura di imc italy alla
lista internazionale) con l'apertura di una nuova lista nella quale
discutere le proposte di strutturazione del sito e del progetto.

Si è ritenuta necessaria proporre la chiusura del sito attuale e
l'apertura di un nuovo process per segnare la conclusione di questa fase
del progetto Indymedia Italia e una discontinuita' con quella che sara' la
nuova indymedia.

E' una proposta molto sofferta che si rende necessaria perche' da diversi
anni indymedia e' bloccata su una lunga serie di problemi, mai affrontati
e/o risolti, fra cui:

- non funzionamento del metodo del consenso utilizzato nelle liste;

- dissolvimento di indymedia italia come comunita';

- crollo del livello di partecipazione e della consapevolezza dello
strumento;

- conseguente burocratizzazione, sentita a livello di italy list e editorial.

L'assemblea ha consensuato che chiudere questa fase di indymedia italia
sia un atto di responsabilita' che richiede coraggio, ma necessario per
aprire davvero uno spazio di discussione che porti a indymedia 2, nel
mantenimento dei principi base che il progetto indymedia ha e continua ad
avere.

La proposta viene fatta alla lista, con una dead line di 10 giorni per
discuterne.
Questa mail viene mandata a tutte le liste nazionali e locali ma l'intento
è quello di mantenere aperta un'unica discussione su italy-list, luogo
decisionale di Indymedia Italia.

Dopo un dibattito, a volte aspro ma nemmeno troppo, sulla lista di gestione che vide solo qualche opposizione a quella proposta il sito venne “congelato” il 30 novembre 2006. E subito dopo fu aperta la lista “italy process” sulla quale discutere della “rifondazione”.

La maggior parte degli attivisti che fino a quel momento avevano partecipato al progetto si iscrissero alla nuova lista, alcuni preferirono cercare altre strade per continuare a fare informazione indipendente, altri semplicemente sparirono. La discussione sulla lista proseguì per diversi mesi, ma sempre con più attriti, poca partecipazione, meno entusiasmo e intanto, un po’ alla volta, alcuni di quelli che avevano lavorato nelle “categorie locali” decisero di avviare dei progetti pensati come un contributo a una sorta di ricostruzione “dal basso” di (((i))).

Era finita la seconda delle vite di (((i))), quella cominciata nel 2001 a Genova.

Segue con … La “balcanizzazione”