Recensioni in ritardo

Sono passati più di 30 anni (1977) dalla prima edizione di questo libro e 17 (1992) dalla seconda, ma trattandosi di un volume “fuori commercio”, l’ho trovato per caso in uno scaffale dell’usato.
Si tratta (forse) di uno dei primi e pochi libri sulle scritte murali e riproduce in alcune centinaia di foto graffiti murali dal 1968 al 1976. La raccolta non è centrata sulle scritte politiche ma basta vedere la loro quantità per avere una pallida idea di quanto si scriveva sui muri prima dell’Internet.
Anche se la raccolta di foto è relativa solo a Milano, Roma, Torino, Bologna e Firenze, il volume ha alcuni pregi: non ci sono le solite scritte, quelle che continuano a circolare (su web) anche oggi e il libro raccoglie solo il testo (senza immagini) di moltissime altre scritte il che lo rende decisamente una raccolta notevole.
Il testo di accompagnamento lascia un po’ a desiderare come contenuti, ma sono divertenti le citazioni di numerose scritte in latino per dimostrare che anche gli antenati imbrattavano i muri.
Insomma un bell’acquisto anche solo per la copertina (qui sotto) con una scritta modificata in un modo assolutamente e definitivamente geniale.

alt

Babau ai padroni

Si, vabbè è una traduzione automatica, ma io il francese non lo conosco mica, però ho capito lo stesso quello che c’è scritto 🙂

“Secondo una fonte sindacale, dopo una notte inquieta, i dipendenti di Tonneins JLG (Lot-et-Garonne) ha avuto un aumento della quantità di loro retribuzione. “Abbiamo ricevuto una compensazione gestione sovra-legale 30 000 per le 53 persone che si perdono posti di lavoro, dicono i sindacati. Ma ci dispiace per la lentezza delle decisioni del management, che ha perso tutto il tempo ha contribuito ad aumentare la tensione. “Ieri, gestione del personale aveva minacciato di saltare aerei ascensori da bombole di gas, bottiglie vuote dai gendarmi. dipendenti, che hanno ratificato l’accordo di questa mattina a quasi all’unanimità prevede di riprendere il lavoro Lunedi.”

17/07/2009

L’ultima novità (si fa per dire…)

Scampato il pericolo contenuto nel “pacchetto schifezza” e rimandato a settembre quello che ci aspetta nel decreto intercettazioni, con l’estate arriva l’ultima novità, il Parlamento si preoccupa (finalmente) dei poveri pregiudicati.

Il 23 giugno scorso è stata assegnata alla Seconda Commissione permanente (Giustizia) della Camera la proposta di legge n.2455 “Nuove disposizioni per la tutela del diritto all’oblio su internet in favore delle persone già sottoposte a indagini o imputate in un processo penale”. La prima firmataria è una parlamentare leghista ma la proposta è stata sottoscritta anche da onorevoli del PD, dell’UDC e del Gruppo Misto.

Il progetto di legge ha lo scopo di “riconoscere ai cittadini, già sottoposti a processo penale, il cosiddetto ‘diritto all’oblio’ su internet, cioè la garanzia che – decorso un certo lasso temporale – le informazioni (immagini e dati) riguardanti i propri trascorsi giudiziari non siano più direttamente attingibili da chiunque.”

Senza entrare nello specifico degli articoli della proposta di legge, bisogna ricordare almeno un episodio, relativamente recente, per provare a capire da quale cappello salta fuori un coniglio del genere.

Si tratta del processo intentato nel 2000 da Giulio Caradonna contro “Isole nella Rete” e il CS “La Strada”, colpevoli di aver ospitato e gestito un sito nel quale veniva citato un ex parlamentare del M.S.I., ben conosciuto negli anni ’60/’70 come picchiatore fascista. La
richiesta si basava proprio su quel “diritto all’oblio” secondo il quale, dopo 30/40 anni non dovrebbe essere più possibile ricordare fatti e persone ma bisognerebbe invece lasciarli riposare in pace. Il processo, durato fino al 2004, aveva visto (stranamente) la vittoria di chi pretendeva difendere il diritto alla memoria contro chi voleva negarla e così l’ex missino fu condannato a pagare 3000 euri di spese.
Se fosse stata in vigore la norma in questione le cose sarebbero andate ben diversamente.

La proposta non è ancora stata discussa e sarebbe quindi prematuro criticare nel particolare i vari articoli, per il momento ci limitiamo solo ad invitare a pensare a cosa accadrebbe se i giornali risalenti a 30 o 50 anni fa non potessero essere più liberamente consultati da tutti, in quanto contengono anche notizie su persone che hanno “diritto all’oblio”. Non siamo ancora all’assunzione di un triste impiegato che lavori di bianchetto per cancellare le informazioni che non possono
essere lette (a termini di legge) ma ci siamo molto, anche troppo vicini.

Recensioni in ritardo

L’avvento della meritocrazia

Gli angolofoni le chiamano buzz-words (parole panciute), sono quei termini – spesso neologismi, che in un certo momento diventano di moda e che spesso hanno un significato non chiaro o non univocamente accettato. Di solito vengono usate per impressionare chi ascolta o legge e rendono alcune affermazioni talmente banali da essere difficilmente contestabili. Sicuramente il termine “meritocrazia” e tutti quelli collegati (merito e meritocratico in primo luogo) è una di queste parole che da tempo imperversa anche sui mezzi di comunicazione nostrani.

Per portare un piccolo esempio ecco alcuni titoli, nei quali compare la famigerata parola, comparsi sui quotidiani dall’inizio del mese di aprile del 2008:

“Lotta a sprechi e più meritocrazia: l’appello dei city manager riciclati” [1];
“Come far vincere il merito” [2]; “La mia provincia più sicura, pulita e meritocratica” [3]; “Largo al merito e al genio italiano” [4]; “Al nostro paese serve più meritocrazia e cultura di impresa” [5]; “Sanità malata, merito e competenza sono la cura” [6].

Impossibile invece anche solo contare il numero esorbitante di articoli e di servizi tv nei quali il termine viene utilizzato, più o meno a sproposito. Una citazione per tutte: “i lavoratori percepiscono che i vecchi schemi d’azione del sindacato frenano l’innovazione necessaria per valorizzare meglio il loro lavoro, oppure impediscono di valorizzarne il merito, appiattendo i trattamenti.” [7]

In generale i contesti nel quale attualmente viene utilizzato il termine sono essenzialmente due: quando si deve criticare il sistema di reclutamento del personale docente universitario (che viene assunto non per merito ma per cooptazione o nepotismo) e quando si devono criticare i danni di un preteso egualitarismo vigente nel mondo del lavoro che porterebbe ad un ingiusto livellamento salariale. Quest’anno poi la muta si è lanciata in una vera e propria crociata contro le idee del ’68 che sarebbero state le principali avversarie della meritocrazia, con alcuni interventi decisamente esilaranti: “La scarsa valorizzazione del merito è una delle cause principali della crisi del Paese. E’ ora di superare la cultura sessantottina del diciotto politico.” [8]

Probabilmente tutti coloro che oggi sprecano questa parola non sanno che la sua nascita è relativamente recente, sono infatti passati esattamente 50 anni da quanto fu usata per la prima volta dal sociologo inglese Michael Young.

Il termine compare nel saggio “L’avvento della meritocrazia” [9], un pamphlet socio-politico sulla scia delle distopie di Swift, Orwell e Huxley. In questo libro, un sociologo del 2034 racconta come nel Regno Unito si sia affermata una forma di governo chiamata “meritocrazia” e basata esclusivamente sul Quoziente di Intelligenza (Q.I.) delle persone. Mischiando citazioni da testi reali e inventati l’autore descrive le diverse forme di potere che si sono susseguite nei secoli: dall’aristocrazia, che si basava sul principio di eredità dei beni e del potere alla plutocrazia, nella quale il governo era nelle mani dei più ricchi, per arrivare infine all’abolizione di privilegi del sangue e del denaro a favore di quelli dell’intelligenza.

La maggior parte del testo si sofferma nella minuziosa descrizione del sistema educativo, alla base del sistema, e degli strumenti “scientifici”, in pratica dei test per misurare il Q.I., che mettono in grado di selezionare – fin dall’infanzia la classe dirigente da una parte e quella dei “tecnici” dall’altra. Basandosi sull’assioma che gli uomini non sono tutti uguali ne viene fatto discendere un “precetto morale” che implica, per il benessere della società, di scegliere i più adatti attraverso dei sistemi che non siano legati al nepotismo, al denaro o al caso ma esclusivamente alle reali capacità dei singoli individui.

“Dare a ciascuno una posizione sociale proporzionata alle sue capacità” è l’obiettivo di questa utopica società la cui stratificazione sociale si basa sul principio del merito e che riesce a mantenere la pace sociale attraverso un sistema di salari uguali per tutti, salvo che le persone collocate in posizioni di prestigio ricevono in più quelli che oggi chiameremmo “fringe benefit”, ovvero prestazioni non in denaro che compensano la forzata uguaglianza salariale. Nonostante tutto però, anche questa utopia inizia ad avere alcuni problemi non previsti dai fautori della meritocrazia: da una parte ci sono gruppi di persone, i “populisti”, che rifiutano di collocarsi nel posto indicato dal loro Q.I. e dall’altra soprattutto le donne che iniziano a trovare una contraddizione tra i principi della meritocrazia e il ruolo materno che viene loro richiesto dalla società. Il saggio termina, con un piccolo colpo di scena, alla vigilia del grande sciopero di protesta del maggio 2034.

La prima cosa che vale la pena di osservare è che oggi, nella maggior parte dei casi, il termine ha assunto una valenza diversa da quella originale e, sicuramente, la maggior parte [10] di coloro che lo usano non sanno che chi lo ha inventato intendeva criticare l’utopia di una società basata sul merito. In secondo luogo qualsiasi sistema che tenda ad attribuire dei “meriti” necessita di un processo di valutazione, quello che nel libro di Young viene riservato ai test psicologici che misurano il Q.I. Peccato che molti dei sostenitori dell’odierna “meritocrazia” omettano spesso di specificare il modo attraverso il quale debba essere applicata e le persone destinate ad applicarla. Oltretutto anche uno strumento come la valutazione dell’intelligenza attraverso un test si è dimostrato, nel corso del tempo, talmente inutile [11] che ormai ci vorrebbe un miracolo per resuscitarlo, almeno nella sua vecchia forma.

Anche se non si tratta certo di un capolavoro, il testo mostra, letto nell’attuale contesto socio-politico una discreta modernità e non solo per i suoi riferimenti ad un futuro che per noi è quasi un presente, ma soprattutto perché il gran parlare che si sta facendo in questi ultimi anni a favore del ripristino della “meritocrazia” lo rende tremendamente attuale.

Pepsy

Note

[1] il giornale, 01/04/08.
[2] corriere della sera, 08/04/08.
[3] il tempo, 11/04/08.
[4] il giornale della libertà, 11/04/08.
[5] il giornale, 16/04/08.
[6] il messaggero, 19/04/08.
[7] L’ineffabile P. Ichino a proposito delle dichiarazioni antisindacali di L.C. Montezemolo, la repubblica, 19/04/08.
[8] Intervista a M. Gelmini, il giornale, 01/04/08. La sapiente politica nel 1968 non era ancora nata.
[9] Titolo originale “The rise of meritocracy”, traduzione italiana pubblicata dalle Edizioni di Comunità, Milano 1962.
[10] Fa sicuramente eccezione il docente universitario di un “Collegio Superiore” (e non poteva essere altrimenti…) che quest’anno terrà le sue lezioni su “merito e meritocrazia” usando tra i testi proprio quello di Young.
[11] Molti ricercatori hanno criticato ferocemente l’idea che l’intelligenza possa essere misurata scientificamente e soprattutto l’uso che di tale misura si è fatto negli anni per definire inferiori gruppi sociali poveri, oppressi o svantaggiati.

Il bello del web

Una delle (poche) cose belle del web è che una volta pubblicata una pagina poi è troppo tardi per ripensarci.
Prendiamo ad esempio la recente farsa sui 300 psicologi da spedire a Napoli per collaborare con il Commissario per l’emergenza rifiuti…
Tutta la polemica nasce dalla pubblicazione di un appello che poi, magicamente, sparisce dal sito web originale.
Per chi se la fosse persa ecco qui sotto la pagina “incriminata”, ripescata dalla cache di un motore di ricerca:

pagina scomparsa dal sito

E qui sotto un ingrandimento del testo cha ha sollevato il vespaio:

pagina scomparsa dal sito (dettaglio)

Visto che ci siamo, contraddiciamo immediatamente l’affermazione iniziale: una volta che hai pubblicato una pagina, per esempio questa qui sotto:

chi siamo prima del caso (dettaglio)

poi, se qualcosa non torna, per esempio se ti criticano, puoi sempre cambiarla, per esempio con questa:

chi siamo dopo il caso (dettaglio)

A questo punto siamo confusi, non sappiamo più se il web sia immutabile o in continuo cambiamento, forse ci servirebbe proprio un aiutino psicologico.