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Quelli che non so dove mettere

Simboli orgogliosi

Sabato 7 settembre ero a Lucca a fare foto al “Toscana Pride”. Più che le facce mi piace fotografare striscioni, cartelli, bandiere e simboli vari. Di seguito qualcuna delle foto e qualche riga di commento.
striscione Lo striscione dell’Unione deli Atei e degli Agnostici Razionalisti non lascia adito a dubbi, forse qualcun* non sa o non si ricorda che “Il paradiso può attendere” (Heaven Can Wait) è il titolo di un film del 1978 quando molt* dei partecipanti al Pride non erano ancora nati. Il messaggio comunque è chiaro e forte.

cartello

 

Forse il cartello più stravagante che ho visto è quello con su scritto “Casa Proud”. La provocazione è evidente anche se il ragionamento non è proprio chiaro. Credo che anche per questo sia stata aggiunta una coppia di bandiere “Antifa” e una casetta con una bandiera arcobaleno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

striscioneContinuo ad avere problemi con questo slogan per la sua estrema ambiguità e per il fatto che è usato sia da sostenitori dello Stato di Israere che da sostenitori della causa palestinese. Come ho già scritto su questo blog preferisco di gran lunga “From the river to the sea all people must be free” che sicuramente è un pessimo inglese ma altrettanto sicuramente non si presta ad ambiguità. Pazienza.

bandiera

 

Non mi sembra di aver visto uno striscione “ufficiale” ma c’era questa bandiera solitaria dell’Ordine degli Psicologi. E le psicologhe? Sarebbe pretendere troppo?

Dimenticare è impossibile

Il 1974 è, come quasi tutti gli altri anni di quel decennio, segnato da avvenimenti destinati a restare a lungo nella memoria personale di chi ha vissuto quei momenti e in quella collettiva di chi invece li conosce solo attraverso la mediazione del racconto storico.

Ricordiamo velocemente e disordinatamente solo pochi dei fatti che segnarono quell’anno collocato quasi a metà di un periodo che da alcune persone è stato bollato come famigerato mentre per altre è rimasto indimenticabile. E probabilmente sono vere entrambe le cose.

In Italia nel corso di dodici mesi si diedero il cambio quattro formazioni di Governo: Rumor IV, Rumor V, Rumor V.bis e Moro IV; un Referendum popolare confermò la Legge sul divorzio messa in discussione dai cattolici e dalle forze di destra; le “Brigate Rosse” rapirono e poi liberarono il giudice Mario Sossi, i “Nuclei Armati Proletari” sequestrarono l’industriale Giuseppe Moccia che fu rilasciato dietro il pagamento di un riscatto di un miliardo di lire. A Brescia una bomba uccise 8 persone e ne ferì più di un centinaio; a San Benedetto Val di Sambro (BO) una bomba collocata su un treno uccise 12 persone e ne ferì più di una cinquantina. E qui ci fermiamo perché l’elenco degli avvenimenti di quell’anno potrebbe riempire diverse pagine mentre il nostro scopo è quello di soffermarci solo su uno di essi.

La mattina del 28 maggio del 1974 in Piazza della Loggia a Brescia era in corso una manifestazione indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista locale per protestare contro la dilagante violenza fascista e non a caso: solo pochi giorni prima (il 19 maggio) il giovane fascista Silvio Ferrari era rimasto ucciso nell’esplosione della bomba che trasportava sullo scooter con l’obiettivo di compiere un attentato contro una sede sindacale.

L’ordigno fu messo in un cestino dei rifiuti e scoppiò mentre si stava svolgendo il comizio, provocando la morte di cinque insegnanti e di tre pensionati che stavano partecipando all’iniziativa. Del fatto resta, oltre alle foto dei corpi a terra, la registrazione del rumore dell’esplosione e di quella voce che subito dopo invitava alla calma le persone ancora in piazza.

Per quell’attentato ci sono stati, nel corso dei successivi 50 anni, diversi procedimenti istruttori e processi che non sono mai riusciti a mettere la parola fine a quella strage, vale a dire individuarne con certezza i mandanti e gli esecutori. Rinvii a giudizio, condanne, assoluzioni sono arrivate incredibilmente fino a oggi e non per modo di dire. Risale infatti all’anno scorso un ennesimo rinvio a giudizio per strage di un fascista che nel 1974 era ancora minorenne. In questo la storia giudiziaria della Strage di Brescia ha seguito una sorte quasi identica a quelle delle altre stragi che hanno insanguinato quel decennio, anche loro destinate a seguire percorsi investigativi e giudiziari contraddittori e interminabili, senza mai raggiungere una verità definitiva e senza ombre, cosa che forse non era nemmeno possibile.

C’è però un’importante differenza che distingue quanto accaduto il 28 maggio del 1974 dagli altri attentati dello stesso genere avvenuti in quegli anni, in quanto in quel caso si è trattato di un’azione esplicitamente diretta contro una determinata e precisa parte sociale. Quella di Brescia non è stata una bomba “lanciata nel mucchio”, di quelle che colpiscono in modo indiscriminato chi ha la sventura di trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato, ma è stata l’espressione di una esplicita volontà di uccidere il maggior numero possibile di nemici politici, di lavoratori, di sindacalisti, di attivisti e simpatizzanti di sinistra, di antifascisti. In altre parole le persone che quella mattina erano in piazza a Brescia e di riflesso tutte quelle che in quegli anni in Italia si opponevano al rigurgito neo-fascista fatto di spedizioni punitive ma anche di attentati. L’attentato in Piazza della Loggia non può avere che un “unico” colpevole, un’unica firma, quella fascista. Un avvenimento per il quale è infatti stato quasi impossibile costruire teorie, più o meno fantasiose, come spesso si è provato a fare nel corso degli anni a proposito di altre stragi altrettanto o anche più note.

Oggi i politici al governo e i loro sostenitori non perdono occasione per affannarsi a sostenere che il fascismo è finito nel 1945 e che gli attuali esponenti dei partiti di destra non hanno niente a che fare con quella ideologia e che parallelamente non avrebbe più ragione di esistere nemmeno l’antifascismo. Per diffondere queste bugie sono costretti a rimuovere tutto quello che gli eredi del Ventennio hanno fatto dopo Piazzale Loreto, o a trasformarlo in un semplicistico “scontro” tra estremisti di destra e di sinistra, qualcosa giustificato da motivazioni ideologiche, facendo finta di non sapere che in quegli anni gli “scontri” avevano come sfondo delle stragi. Anni caratterizzati dai movimenti dalle lotte dei lavoratori, delle donne, degli studenti, dei disoccupati. Movimenti che i fascisti eredi di quelli sconfitti dall’antifascismo hanno provato a colpire con le stragi e con la complicità e la copertura di organismi istituzionali. La storia della Strage di Brescia ce lo ricorda ormai da mezzo secolo.

A proposito della libertà di espressione

Contestare un* politic* che parla è sicuramente un atto contro la sua libertà di espressione ma è contemporaneamente spesso l’unico modo per protestare contro chi rappresenta concretamente la discriminazione esistente nella società tra coloro che detengono anche il potere legato alla diffusione delle proprie idee e coloro che non hanno voce per fare la stessa cosa.
Le due cose sono strettamente collegate, limitarsi a prendere in considerazione esclusivamente una parte è, ancora una volta, la dimostrazione che esiste una diseguaglianza tra chi può permettersi di esprimere il proprio pensiero e chi invece ha difficoltà a farlo.
Viviamo in una società nella quale la libertà di parola è tanto più ampia quanto più soldi hai, tanto più ampia quanto più sei in una posizione di potere.
Una società dove esiste una diseguaglianza anche per un diritto fondamentale come la libertà di espressione.
E le diseguaglianze vanno combattute.

Ridurre la libertà, aumentare la censura

Il Sindaco di New York City ha recentemente dichiarato che i famigerati “social” sono un “pericolo per la salute pubblica” paragonabile addirittura a un “veleno ambientale” e che “i giovani devono essere protetti” da questa minaccia. La notizia è una di quelle che possono potenzialmente innescare (anche in Italia) infiniti dibattiti, polemiche, prese di posizione e via dicendo. L’origine dell’allarme lanciato è stata la pubblicazione di un documento presentato alla “Commissione per la Salute e l’igiene mentale” della città americana nel quale, partendo dalla constatazione che la salute mentale dei giovani abitanti di quella metropoli è andata peggiorando nel corso degli ultimi dieci anni, si addita come responsabile di questa preoccupante tendenza il massiccio uso dei “social” fatto dagli studenti delle scuole superiori.
Come accade spesso, la lettura diretta della fonte rimette le cose in una corretta prospettiva separandole dall’annuncio mediatico fatto da un politico probabilmente in cerca di facili consensi.

avviso contro l'uso dei social mediaIl documento in questione (liberamente scaricabile) presenta alcuni dati: tra il 2011 e il 2021 le idee suicide dei giovani sarebbero aumentate di più del 34% e la mancanza di speranza nel futuro di più del 42%, tanto che nel 2021 il 38% degli adolescenti avrebbero smesso di svolgere le loro abituali attività. La situazione sarebbe anche più grave per gli afro-americani e i latini, per le donne e per chi si riconosce nella comunità LGBTQ+. Contemporaneamente, nel 2021, il 77% degli studenti delle scuole superiori avrebbe passato 3 o più ore al giorno davanti a uno schermo e questo in aggiunta alle ore dedicate allo studio.
In precedenza anche altre istituzioni, come l’American Academy of Pediatrics e l’American Psychological Association avevano lanciato degli allarmi che andavano nella medesima direzione.

In realtà nel documento c’è però anche chiaramente scritto che “l’attuale insieme di prove indica che, sebbene i social media possano avere benefici per alcuni bambini e adolescenti, vi sono molti indicatori che i social media possono anche comportare un profondo rischio di causare un danno alla salute mentale e al benessere di bambini e adolescenti. Al momento non disponiamo ancora di prove sufficienti per determinare se i social media siano sufficientemente sicuri per bambini e adolescenti.” Affermazione che ridimensiona, e non certo di poco, l’allarmismo che è stato diffuso da chi si è concentrato (per varie motivazioni) esclusivamente sulle dichiarazioni a effetto del Sindaco.

Non è certo la prima volta che la politica sostiene di preoccuparsi per la salute mentale delle giovani generazioni e, proprio negli USA, c’è stato in passato almeno un caso che – per la sua ampiezza – ha fatto scuola e che coinvolgeva anch’esso mezzi di comunicazione di massa e salute mentale di bambini e ragazzi. Vale la pena di ricordarlo anche solo brevemente.
Esattamente 70 anni fa venne pubblicato “Seduction of the Innocent”, un libro scritto da uno psichiatra che riteneva i fumetti la causa della delinquenza giovanile e di quelli che venivano chiamati “disordini mentali”. Il libro, seguito da un enorme dibattito, allarmò talmente l’opinione pubblica da costringere l’industria del fumetto (preoccupata per i suoi profitti) a creare una “Comics Code Authority” che funzionò come un organo di autocensura di editori, autori e disegnatori: la maggior parte degli editori di fumetti prodotti negli Stati Uniti presentavano volontariamente, prima di andare in stampa, i loro prodotti a quella “Autorità” per l’approvazione. A partire dal 1954 sulle copertine dei giornali a fumetti iniziò a comparire un riquadro a forma di francobollo che segnalava tale “approvazione” a garanzia del fatto che quel fumetto poteva essere letto, senza pericolo, da bambini e ragazzi. Questa sorta di “imprimatur” ha resistito fino all’inizio del 2000 ma poi nel corso degli anni seguenti si è sostanzialmente estinto. Forse è meno noto che un sistema simile fu, per un breve periodo, applicato anche in Italia dove sulle copertine di alcuni fumetti comparve una sorta di “scudetto” all’interno del quale compariva la sigla “GM” che stava per “garanzia morale” (sic!). Questo perché anche nella penisola era arrivata una lontanissima eco del clamore prodotto dall’altra parte del mondo; il bollino nostrano durò davvero poco, comparso nel 1962 sparì, non certo per un caso, nel 1967 tra l’indifferenza generale.

Ritornando alla notizia di partenza ci sono alcune cose da sottolineare limitandosi a osservazioni dettate dal buonsenso più che da ricerche scientifiche o statistiche.
La comunicazione tramite computer è quasi sempre un’esperienza di tipo individuale, nel senso che ogni persona si relaziona a quel tipo di strumenti e alle persone con le quali interagisce basandosi sulle proprie conoscenze e sulle esperienze personali precedenti. Per cui chi ha alle spalle esperienze traumatiche o negative potrebbe (ma non è una certezza) peggiorare la sua condizione quando usa la comunicazione elettronica. E questo vale per le persone di qualsiasi età e non solo per i minorenni.

Per esempio un rischio maggiore, quando si abusa della comunicazione tramite computer, lo potrebbero correre persone che non hanno ancora, per ragioni di età o per altre cause, avuto un significativo numero di esperienze di relazioni dirette con altri esseri umani. Questo perché le relazioni interpersonali che si producono attraverso la comunicazione elettronica sono, sempre e in ogni caso, completamente diverse da quelle che avvengono nella vita reale. I problemi potrebbero sorgere soprattutto quando le relazioni virtuali si sostituiscono a quelle reali. La comunicazione mediata da computer potrebbe risultare quindi utile in alcuni casi e dannosa in altri, ma le variabili in campo sono molto numerose e questo non permette di essere scientificamente sicuri dell’esistenza di automatismi che comportino danni o benefici a livello individuale.

Infine non va mai dimenticato che, quando si tratta di trovare una scusa per mettere in atto delle politiche di controllo e repressione, vengono sempre utilizzate in modo strumentale delle argomentazioni sulle quali la sensibilità sociale è molto alta. Così come, da quando esiste Internet, viene continuamente tirato in ballo l’argomento pedofili e pedofilia quando ci sono di mezzo minorenni; una argomentazione di tipo allarmistico che ha l’enorme vantaggio di mettere d’accordo tutti e che spesso porta alla messa in atto di politiche di controllo e repressione generalizzate.

L’ultimo esempio concreto lo abbiamo avuto in Italia alla fine del 2023, quando è stato reso obbligatorio installare dei filtri censori sui cellulari che hanno schede telefoniche intestate a minorenni, un intervento di dubbia efficacia che ha però lasciato ancora fuori una parte dei “social”. In questo contesto dichiarazioni come quella del Sindaco di NYC potrebbero facilmente essere usate come un comodo pretesto per stringere ancora di più le maglie del controllo e allargare l’area della censura.

FROM THE RIVER TO THE SEA ALL PEOPLE MUST BE FREE

Quasi subito dopo l’inizio del macello e ben sapendo che poi la quantità di parole si sarebbe sprecata ho provato a dire la mia sottoponendomi a un limite esterno, per cui ho pubblicato su https://mastodon.bida.im un post di 840 caratteri che è il massimo consentito dal software:

“Sarò bre
Su israele-palestina si può scrivere molto. Chi ha colpa del conflitto? L’UK che ha gestito quelle terre per un tempo sufficiente – avendo la volontà – per tentare di prevenire il seguito. Poi, in solido, la comunità internazionale e le sue posizioni contraddittorie, volte a difendere i propri interessi. Colpevoli al 50%-50% le élite locali che, dall’inizio, non hanno riconosciuto all’altra il diritto all’esistenza. Colpevoli le favole religiose. Inutile stare col bilancino ad attribuire il giusto peso ai colpevoli o alle vittime che si sono trovate in mezzo alle guerre dal 1948 a oggi, ai trattati inutili, alle risoluzioni di carta straccia dell’ONU. Unica soluzione è che le due parti si accordino su come dividere il territorio e convivere in pace. Le altre soluzioni saranno solo l’intervallo tra un massacro e l’altro.”

Ben cosciente che un testo così breve sarebbe stato pieno di omissioni e semplificazioni e quindi anche a rischio di incomprensioni ho poi pubblicato sul settimanale anarchico “Umanità Nova” un testo più lungo che però partiva ancora da quel “toot”.

Il testo è questo:

Un passato senza fine

A quasi tre mesi da quando tutto è iniziato e dopo aver riletto quei due testi oltre a solo una piccolissima parte (nessun essere umano avrebbe potuto leggere tutto) di tutto quello che è stato scritto sull’argomento mi sono convinto che forse sarebbe stato meglio precisare qualcosa che, probabilmente, non era immediatamente evidente in quello già scritto. In particolare qualcun* avrebbe potuto associarmi a chi sostiene una posizione equidistante tra le due principali parti in causa, una per intenderci del tipo “né-né”.

Ritornando con la memoria ad altri anni e altre storie mi sono ricordato del dibattito sollevato da coloro che si schierarono “né con lo Stato, né con le BR” ma soprattutto dello scarso interesse, almeno a livello dei mezzi di comunicazione ufficiali, verso coloro che invece si dichiararono “contro lo Stato e contro le BR”, una posizione che raccoglieva un’area politica numericamente piccola ma comunque esistente. Contrariamente a quello che si può pensare le due posizioni non sono affatto simili, ieri come oggi.

CONTRO HAMAS – CONTRO LO STATO ISRAELIANO – PALESTINA LIBERA

Perché contro HAMAS
Il “Movimento di resistenza islamico” conosciuto come “Hamas” è una organizzazione politico-militare fondata nel 1987 il cui obiettivo è la creazione di uno Stato islamico, cioè una società fondata su credenze religiose che vogliono le persone sottomesse alle regole di una entità sovrannaturale e allo sfruttamento di un sistema capitalista reale. Approfittando della disperazione presente da decenni tra la popolazione palestinese ha trasformato uomini, donne e bambini in marionette da mandare al martirio e da bersagli da sacrificare quando sia necessario.

Perché contro lo Stato Israeliano
Lo Stato Israeliano ha portato avanti, a partire dalla sua fondazione, una politica tesa ad aumentare, in tutti i modi, l’estensione del suo territorio. Parallelamente ha costruito nel corso degli anni una struttura sociale basata sulla discriminazione e sulla segregazione ai danni dei più deboli e indifesi, sfruttando il loro lavoro e reprimendo duramente qualsiasi protesta. Grazie agli aiuti interessati delle grandi potenze ha potuto assumere a livello internazionale un ruolo centrale in quell’area ritenuta strategicamente importante.

In mezzo, la popolazione
Come avvenuto già più volte, la popolazione palestinese si è trovata presa in mezzo all’ennesimo scontro tra gli interessi di due entità che hanno molte cose in comune, tra le quali l’assoluta mancanza di rispetto per la vita umana. Come dimostrano senza ombra di dubbio l’azione di Hamas del 7 ottobre e la fin troppo prevedibile risposta dello Stato Israeliano.
La popolazione palestinese continua a essere oggi facile vittima e quella israeliana, per la maggior parte, silenziosa complice del massacro in corso, che continua quelli che lo hanno preceduto e quelli che rischiano di seguirlo negli anni a venire.

Noi, a distanza
Il massimo che si può fare a distanza è chiedere con forza la fine dell’inutile massacro in atto, di uno spreco di vite umane (come in tutte le guerre) nel quale gli unici a perdere saranno sempre gli stessi: i più deboli, i più poveri, i più sfruttati, quelli collocati agli ultimi gradini nella scala sociale.
Possiamo solo sperare in una prossima generazione, di israeliani e palestinesi, che decida di farla davvero finita con una sottomissione che ha portato solo morte e distruzione, una generazione che trovi la forza per liberarsi, una volta per tutte, dal peso dell’eredità di una vendetta infinita. Possiamo solo sperare che la resistenza e la forza sprecate fino a oggi perseguendo politiche che non hanno portato alcun beneficio collettivo vengano indirizzate verso una lotta per la costruzione di una società finalmente libera, per tutti e tutte.

FROM THE RIVER TO THE SEA ALL PEOPLE MUST BE FREE

 

 

Lo spettacolo della guerra

Una delle tante bugie che continuano a raccontare in molti è che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale non ci sono stati più conflitti a livello globale ma solo guerre locali, in aree geografiche più o meno circoscritte e che hanno coinvolto pochi paesi. La bugia è tanto più grande perché ci vuole poco, per chi abbia voglia di approfondire l’argomento, per scoprire che una qualsiasi guerra non coinvolge esclusivamente i diretti contendenti. Un paese impegnato in un confronto armato necessita di una quantità di aiuti, di ogni genere, che non potrebbero mai provenire tutti e solo dalle sue risorse interne. Sostegni finanziari, militari, logistici, industriali, tecnologici, sanitari e quanto altro serve a portare avanti un qualsiasi conflitto arrivano quindi – in piccola o grande parte – da altri paesi. Solo degli ipocriti possono sostenere che questi paesi non partecipano a una guerra solo perché non hanno dei morti da piangere o delle città da ricostruire. E questo coinvolgimento non è mai disinteressato, direttamente tramite transazioni finanziarie o indirettamente tramite i vantaggi che possono derivare da un conflitto. La guerra è il più grande degli affari in assoluto, un affare che produce ricchezza per i ricchi e povertà per tutti gli altri. I conflitti a livello globale quindi non sono mai terminati, anche se oggi i teatri di battaglia sono geograficamente più circoscritti ma, alla fine, i risultati sono comunque distruttivi e mortali.

La bugia che continuano a raccontare ha però un difetto, può essere usata con sicuro successo principalmente nei paesi i cui territori non sono direttamente coinvolti in una guerra. Qualche problema può sorgere in quelli che, pur non avendo una minaccia territoriale, inviano truppe sui campi di battaglia dove, come è noto, qualcuno ci resta per sempre. In questo secondo caso a sostenere chi racconta bugie ci pensano gli addetti alla propaganda capaci di inventare fantasiosi giri di parole per definire la stessa identica cosa: persone che si ammazzano tra di loro. Questi giochi di parole contribuiscono a rendere meno cruda la realtà dei fatti per la popolazione, cosa che riesce almeno fino a quando a morire non è qualcun* che si conosce direttamente o indirettamente.

Ma, soprattutto nelle democrazie dei paesi più potenti, ci sono anche altri sistemi ben collaudati nel corso degli anni per distrarre le persone da una guerra, anche la più sanguinosa. Basta farla diventare una sorta di “incontro sportivo” assistendo al quale si può liberamente parteggiare per una delle due parti in campo. Come in una partita di un qualunque sport di squadra si formeranno (quasi) naturalmente due “tifoserie” opposte che prontamente prenderanno le parti per una delle due compagini. E, come accade nelle competizioni sportive, ci sarà spazio sia per un tifo a carattere familiare sia per gli eccessi degli “ultras”, per i commenti degli esperti seri in giacca e cravatta e per le invettive dei meno educati al civile dibattito.

In questi ultimi anni si può verificare il funzionamento di questo sistema in tempo reale, quotidianamente sui cosiddetti “social” dove si scontrano, 24 ore su 24, i sostenitori delle fazioni contrapposte in una qualsiasi guerra. Il sistema mediatico tradizionale e la Rete forniscono senza sosta una quantità di materiale informativo e disinformativo di qualsiasi genere in grado di alimentare le ragioni di tutti. Ovunque ci sia un conflitto e qualsiasi siano le sue cause, quello che cambia sono solo le dimensioni del pubblico coinvolto: grandi numeri per le guerre che hanno un grande risalto mediatico, piccoli numeri per quelle snobbate dal mainstream. Esattamente come se fossimo davanti a due partite, la prima che raccoglie una maggiore audience in quanto in campo ci sono due super-squadre nelle quali giocano campioni milionari e la seconda con uno share più basso perché sul terreno di gioco ci sono due squadre di dilettanti. Le democrazie fanno in modo che ci sia spazio, naturalmente direttamente proporzionale, per entrambi. Non si tratta di paragonare quello che accade su un campo di battaglia con quello che avviene su un campo di gioco ma, solo di far notare quanto – a debita distanza – anche una strage può essere trasformata in uno spettacolo interrotto dai “consigli per gli acquisti” e dove l’orrore è comunque a disposizione solo di chi lo desidera.

Spesso, soprattutto quando si tratta di conflitti ritenuti (a torto o a ragione) molto importanti, scattano inevitabilmente meccanismi di pressione sociale diretti a costringere tutte le persone a schierarsi sull’uno o l’altro fronte. Chiunque decida di non farlo viene automaticamente arruolato tra le file del nemico di turno: è importante scegliere un campo, non si può restare neutrali. Negli stadi non ci sono settori riservati al pubblico dei non tifosi.

Fino a non moltissimi anni fa esistevano in tutto il mondo movimenti contro la guerra, si trattava di gruppi compositi formati da persone che avevano anche idee molto diverse: dal pacifisti non violenti ai black-bloc anarchici, dai seguaci di molte religioni agli atei, da persone appartenenti a classi sociali diverse. Questi movimenti riuscivano a portare in piazza, in tutti i paesi, centinaia di migliaia di persone allo scopo di esercitare una pressione politica sui governi per costringerli a politiche di pace. Nessuno di quei movimenti è mai riuscito a fermare una guerra ma non è questa la sola ragione per la quale oggi le strade e le piazze sono praticamente deserte nonostante le ragioni per riempirle sono davanti agli occhi di tutti.

Questa situazione è legata, almeno in parte, proprio a quanto descritto prima. Oggi è molto più difficile assumere una posizione “altra” davanti a un conflitto armato, la forza della propaganda, della disinformazione e la pressione sociale spingono molte persone a schierarsi da una parte o dall’altra. Anche perché è molto più semplice e sicuramente meno faticoso trovare all’interno del diluvio informativo una o più ragioni per fare una scelta di campo. Non stiamo sostenendo che non ci siano anche altre ragioni che hanno portato alla sparizione dei movimenti pacifisti ma solo che quest’ultimo aspetto ha assunto oggi una certa importanza.

Per questo è diventato sempre più complicato e difficile per chi da sempre ha sostenuto l’antimilitarismo propagandare posizioni e portare avanti iniziative di lotta che vanno in una direzione diversa da quella di chi si limita ad assistere, più o meno passivamente, allo spettacolo della guerra. Complicato e difficile, ma necessario.

Un governo vecchio

Internet vive di immagini, per cui alle principali notizie viene sempre collegata una foto o un piccolo clip video, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Così, contestualmente all’elezione del Presidente del Senato è rimbalzata su tutto il web la sequenza iniziale del film “Sbatti il mostro in prima pagina” (regia di Marco Bellocchio, 1972). La pellicola si apre con delle immagini di repertorio dove si vede l’attuale seconda carica della Repubblica che arringa dal palco una piccola folla durante un comizio. È interessante, oltre alle immagini, ascoltare l’audio che ha registrato un piccolo brano del discorso, probabilmente quello finale:

“… italiani che non hanno rinunciato all’appellativo di uomini che si uniscano al di sopra delle fazioni, al di sopra dei partiti, al di sopra delle divisioni interessate e volute, al di sopra dell’ormai superato, in disuso e troppo a lungo sfruttato fascismo e antifascismo. Si uniscano per dire sì alla libertà nell’ordine… questa dimostrazione, questa manifestazione vuole dimostrare che è possibile battere il comunismo, che è possibile battere i nemici dell’Italia e insieme lo faremo. Viva l’Italia.”

Il filmato è stato girato a Milano, probabilmente nel 1972, nel corso di una manifestazione indetta da quella che allora si autodefiniva “maggioranza silenziosa”, un estemporaneo raggruppamento che metteva insieme forze provenienti da aree politiche diverse che coprivano uno spettro molto ampio: dagli iscritti al “Movimento Sociale Italiano” (MSI) a quelli del “Partito Socialista” (PSI), incluso ovviamente l’area della “Democrazia Cristiana” (DC) e degli altri partiti più piccoli. Un agglomerato del genere, che oggi verrebbe definito un movimento trasversale, aveva come suo principale collante un comune nemico il “comunismo” che in quegli anni era identificato nel “Partito Comunista Italiano” (PCI) ma anche nei tanti gruppi della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”. L’anticomunismo rappresentava la paura degli strati privilegiati della società riguardo alla possibilità che in Italia ci potesse essere una rivoluzione comunista. Un primo tentativo di organizzare quella paura fu fatto nel 1970 da Edgardo Sogno, partigiano “bianco” e medaglia d’oro per il suo contributo alla resistenza, che aveva provato a fondare un movimento anticomunista, non caratterizzato esplicitamente da una ideologia fascista, che auspicava la trasformazione dell’Italia in una Repubblica presidenziale, ristabilendo i “valori di una democrazia occidentale e nazionale”.

L’anno successivo, il 1 di febbraio, fu invece costituita ufficialmente a Milano una associazione denominata proprio “maggioranza silenziosa”, nel corso di una riunione tenuta nella sede del “Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica” (PDIUM”).

Questa “maggioranza silenziosa” fece parlare di sé per poco meno di un paio di anni, soprattutto perché le sue iniziative pubbliche, che si tennero principalmente in alcune città del nord Italia, vennero quasi sempre contestate da gruppi della sinistra extraparlamentare.

Intanto l’espressione “maggioranza silenziosa” era entrata nel gergo giornalistico e fu usata molto frequentemente negli anni ’70 e solo sporadicamente in quelli successivi. Un fugace ritorno alla ribalta dei mezzi di comunicazione di massa di quella espressione avvenne in occasione della cosiddetta “marcia dei 40000”, la manifestazione tenuta a Torino il 14 ottobre del 1980 dai quadri della FIAT.

Tornando al giorno d’oggi e leggendo anche il discorso di insediamento fatto dal Presidente del Senato potrebbe sembrare che le elezioni del 25 settembre 2022 abbiano portato al governo una versione moderna di quella “maggioranza silenziosa” che scendeva in piazza 50 anni fa. Ma non è proprio così.

La Storia non si ripete esattamente allo stesso modo ma ci sono comunque molte somiglianze tra l’area sociale alla quale si rivolgeva il giovane capellone e barbuto del film di Marco Bellocchio e quella rappresentata oggi dai partiti al governo. Non c’è bisogno di dimostrare che “FdI” è un partito che ha raccolto l’eredità del “MSI” e che sia “FI” che “Lega” sono l’attuale incarnazione dei vecchi partiti di centro e di sinistra che hanno governato l’Italia per tutta la cosiddetta “prima repubblica”. Il superamento della discriminante antifascista, auspicata nel comizio del 1972, è ormai avvenuto da tempo e le componenti politiche di una sorta di “maggioranza silenziosa” sono nuovamente insieme al governo. Di nuovo perché l’attuale non è certo il primo governo formato da quel tipo di maggioranza. Dal 1994 al 2011 si sono succeduti in continuità, salvo un breve intervallo i governi: Berlusconi I (1994), Berlusconi II (2001-2005), Berlusconi III (2005-2006) e Berlusconi IV (2008-2011) che hanno visto riuniti insieme sempre gli stessi partiti. Volendo trovare una differenza quelli precedenti si potrebbero definire governi di “centro-destra” e l’attuale potrebbe essere definito di “destra-centro”, solo per sottolineare che gli equilibri di quella coalizione si sono spostati a favore di un partito erede del fascismo storico.

Ma nel recente passato molti dei provvedimenti legislativi che hanno peggiorato le condizioni di vita dei più poveri non sono stati sempre adottati da governi di “centro-destra” ma piuttosto da quelli che si definivano di “centro-sinistra”: la deregolamentazione dei contratti di lavoro è iniziata con il cosiddetto “pacchetto Treu” preparato durante il Governo Dini (1995-1996) e portato a compimento dal Governo Prodi I (1996-1998). La riduzione delle tutele dei lavoratori, previste dall’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, è stata ottenuta attraverso il cosiddetto “Jobs Act” approvato durante il Governo Renzi (2014-2016). Solo per citare i due esempi più eclatanti.

Il peggio di sé questo governo non lo potrà dare nella politica estera, visto che si dovrà allineare (volente o nolente) al carro della NATO e nemmeno in quello economico, dove a comandare sono le solite istituzioni sovranazionali alle quali, chiunque sia al governo, deve obbedire. Andrà probabilmente peggio sul campo interno, dove potranno essere prese delle decisioni che hanno globalmente uno scarso impatto economico ma che possono provocare grossi danni sociali.

Il logoro e lugubre terzetto “Dio, Patria e Famiglia” (tutto con la maiuscola) verrà declinato in tutte le sue varianti, e ci sarà sicuramente un aumento della demagogia che fa comunque parte di ogni compagine governativa. Ma anche questo inossidabile terzetto verrà rivisitato in senso moderno e sarà quasi irriconoscibile rispetto a quello tradizionale per cui verrà fatto di tutto per rendere più difficile la scelta di interrompere una gravidanza ma difficilmente verrà abrogata la Legge 194. E probabilmente nemmeno il più accanito nostalgico del fascismo proporrà di eliminare la legge sul Divorzio che, alle origini, era uno dei principali obiettivi della battaglia della destra, in quanto minava la famiglia e andava contro l’indissolubilità del sacramento religioso del matrimonio.

Demagogia che già si è vista in azione a partire dalle nuove denominazioni dei Ministeri, come se bastasse cambiarne il nome per modificare qualcosa. Demagogia nei primi provvedimenti annunciati il cui impatto sarà molto più mediatico che concreto. In alcuni casi le differenze tra l’esecutivo in carica e quelli precedenti non sarà apprezzabile, proprio in questi giorni si legge della decisione di mantenere l’ergastolo “ostativo” (la legge secondo la quale un ergastolano non pentito non può accedere ad alcun beneficio) introdotta dal precedente governo e questo nonostante sia stata già definita la sua incostituzionalità. In altre parole probabilmente verranno confermate e/o peggiorate tutte le scelte già fatte da governi “antifascisti”.

Questo non significa che non ci siano differenze tra avere al Governo degli (ex) fascisti piuttosto che degli (ex) democristiani o degli (ex) comunisti, ma che le differenze tra le politiche portate avanti dagli schieramenti politici in Parlamento sono davvero minime e comunque ci sono sempre più punti in comune che punti divergenti tra “centro, destra e sinistra”.

Nei prossimi mesi il gioco delle parti vedrà la cosiddetta “opposizione” lanciarsi in molto poco credibili campagne per i “diritti sociali”, saranno esattamente gli stessi che quando erano al Governo hanno colpevolmente ignorato per anni, lasciando nel dimenticatoio provvedimenti come lo “ius soli”, il diritto a un degno fine vita e la liberalizzazione del consumo e della coltivazione della cannabis, giusto per citare i primi tre esempi che vengono in mente.

Dalla parte sua l’esecutivo in carica ha oggi, oltre che una maggioranza parlamentare abbastanza solida, anche la fortuna di avere una donna come capo di governo, cosa impensabile nella “maggioranza silenziosa” degli anni ’70, il che ha provocato anche una sorta di piccolo corto circuito culturale. Oltre alla scontata constatazione che, nonostante tutte le belle parole spese negli ultimi 50 anni dai partiti e dai movimenti di sinistra, la prima donna Presidente del Consiglio è cresciuta nell’ambiente delle formazioni studentesche di estrema destra piuttosto che in qualche collettivo femminista.

Il paragone con la vecchia “maggioranza silenziosa” è servito solo per segnalare che l’ideologia che sta dietro al nuovo governo non è poi così nuova come vogliono farci credere, ignorando colpevolmente la storia recente che ha visto i politici di “FdI” al governo in più di una occasione, anche se sotto altro nome. Questo non vuol dire che l’antifascismo debba andare in pensione, in quanto la vittoria elettorale del 2022 sicuramente sarà di stimolo ai più nostalgici del 1922 per provare a sollevare la testa magari sperando in una benevolenza da parte dell’autorità costituita, benevolenza che non è certo mancata fino a ieri, visto che a Predappio manifestano da anni.

Una delle differenze più evidenti tra il 1972 e oggi è che allora era molto diffuso, in campo lavorativo, politico e sociale, un movimento di ribellione con il quale dovevano fare i conti tutti i partiti e i governi, che reclamava – con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti – più diritti per tutti e un radicale cambiamento sociale. Un movimento che oggi non c’è, nemmeno mettendo insieme tutte le varie e diverse esperienze di lotta che esistono. Un movimento che non può essere fatto rinascere basandosi esclusivamente sulla risposta emozionale agli allarmi antifascisti.

Maledetta memoria

Ho incontrato Valerio Evangelisti solo una volta, molto tempo fa, probabilmente 15 anni o più, non ricordo la data, maledetta memoria.
Ricordo invece altre cose, che eravamo al Next Emerson di Firenze e che veniva presentato il sito Carmilla (o era la rivista di carta?), maledetta memoria.
Mentre si mangiava qualcosa in attesa che iniziasse la presentazione ci siamo messi a parlare, non ricordo chi di noi due avesse attaccato bottone, ma ricordo che chiacchierammo di Bologna, di movimenti sociali, di Internet e di Indymedia… era la prima volta che mi trovavo a parlare con uno scrittore del quale avevo letto (quasi) tutto e che avrei continuato a leggere anche dopo.
Sapevo con chi stavo parlando ma quei 10-15 minuti me lo fecero apprezzare anche come persona e come compagno oltre che come scrittore.
Non ricordo altro, maledetta memoria, ma  so che non potrò più avere la possibilità di ringraziarlo per le storie che ha raccontato.

Genova 20 anni e dopo (4)

Altri quattro articoli tra quelli pubblicati sul settimanale anarchico “Umanità Nova” a proposito di quello che è successo dopo le tre giornate di Genova del luglio del 2001.

Gli articoli precedenti si trovano qui:
Genova 20 anni e dopo (1)
Genova 20 anni e dopo (2)
Genova 20 anni e dopo (3)


Umanità Nova n.35 del 4 novembre 2007

Genova 2001. Vendetta di Stato

“Subii una carica della polizia davanti alla Questura di Genova. Beccai una manganellata da un poliziotto per difendere un mio amico poliomelitico.” (Claudio Scajola)

Alla fine sono arrivate la richieste dei PM al processo in corso a Genova contro 25 persone accusate di “devastazione e saccheggio, più di due secoli di carcere (224 anni e sei mesi), con pene che vanno da 6 a 16 anni. Anche se era facilmente prevedibile la richiesta di condannare quelli che sono diventati, a tutti gli effetti, dei capri espiatori nessuno si aspettava richieste tanto pesanti per quanto avvenuto durante le proteste di piazza del luglio 2001.
A queste si aggiungono quelle dell’Avvocatura dello Stato che ha chiesto 2,5 milioni di danni che sono però principalmente “danni di immagine”. Evidentemente, ma già lo sapevamo, le foto ed i filmati degli agenti che pestano a sangue persone inermi fanno solo del bene all’immagine dello Stato.
Le premesse per questo finale c’erano davvero tutte: il reato contestato,che prevede dagli 8 ai 15 anni di reclusione e che permette un processo collettivo piuttosto che procedimenti separati, l’uso della “compartecipazione psichica” per cui chiunque si trova nei pressi di uno scontro ne diventa immediatamente corresponsabile, e, non ultimo, il clima attuale che pone al centro del dibattito politico la “tolleranza zero” contro lavavetri e imbrattamuri, figuriamoci contro chi osa lanciare un sanpietrino, rovesciare un cassonetto o rubare un prosciutto in un supermercato.
In un contesto del genere e favorita anche dal quasi completo disinteresse per tutti i processi riguardanti i fatti di Genova, nelle ottanta e passa udienze è stata fatta una ricostruzione di quanto avvenuto in quei giorni mirata esclusivamente ad incastrare i malcapitati in un teorema che li vede, insieme alle centinaia di migliaia di persone che arrivarono a Genova, come gli unici responsabili delle violenze. Una ben strana giustizia quella che chiede “pene severe ma non esemplari”, ma che vorrebbe punire chi ha rotto una vetrina con la stessa pena di chi ha ammazzato una persona.
Ma è la stessa giustizia che ha già, ripetutamente, condannato il Ministero degli Interni a risarcire le ferite che gli agenti hanno causato ad alcuni manifestanti. La stessa che sta processando decine di agenti e di funzionari per le violenze perpetrate alla Scuola Diaz ed a Bolzaneto contro persone inermi, ben sapendo che questi processi si risolveranno in un nulla di fatto. La stessa che ha mandato assolto l’assassino di Carlo Giuliani. La stessa che ha arrestato la settimana scorsa cinque persone a Spoleto, per “terrorismo”, senza trovargli in casa neppure una fionda.
Intanto, proprio negli stessi giorni, il Parlamento ha discusso le nuove misure repressive (il “pacchetto sicurezza”) contro chiunque osi disturbare il meraviglioso mondo che ci circonda, e la Commissione Giustizia ha dato parere favorevole alla costituzione di una inutile commissione di inchiesta sui fatti del luglio 2001.
Genova pesa ancora sulla coscienza di tutti quelli che, in quei giorni, pensavano fosse giusto far sentire la propria voce ai potenti della Terra, pesa ancora di più su quelli che hanno costruito su quel movimento le loro fortune politiche. Il processo non è ancora finito, le condanne proposte non sono ancora state eseguite, ma il segnale è arrivato chiaro e forte.
Si tratta di vedere adesso se esiste ancora la forza e la voglia di ritornare nelle strade.

Pepsy


Umanità Nova n.36 dell’11 novembre 2007

A Genova. Non solo per ricordare

Nei giorni immediatamente seguenti ai fatti del luglio 2001 le città, italiane ma non solo, vennero attraversate da manifestazioni nel nome di Carlo Giuliani. Centinaia di migliaia di persone che avevano partecipato alle proteste contro il G8, una volta tornate a casa raccontarono a tutti quello che era successo a Genova. Molti descrissero gli inseguimenti ed i gas dei lacrimogeni, tanti mostrarono i segni che i manganelli avevano lasciato sulla loro pelle e tutti avevano ben impresso nella memoria il significato del termine “violenza di stato”.

Il 17 novembre prossimo è stata indetta una manifestazione a Genova per protestare contro le richieste di condanna formulate nel processo a 25 tra le centinaia di persone che furono arrestate in quei giorni di luglio. La pesantezza delle accuse e delle pene chieste (225 anni di carcere e milioni di euro di risarcimento) non riguardano solo un gruppo di violenti, come vorrebbe far credere chi sostiene le tesi colpevoliste. Ad essere processato è tutto un movimento che, a partire da quella esperienza, ha provato a lottare contro il capitalismo globale attraverso l’opposizione alla guerra ed alle politiche di sfruttamento e di oppressione che ne sono un inestricabile corollario.

La spinta iniziale di Genova si è però scontrata contro diversi ostacoli: da una parte, il tentativo di recupero (parzialmente riuscito) di quella forza all’interno del teatrino istituzionale. Dall’altra c’è stato, col passare del tempo, il disimpegno di tanti di quelli che 7 anni fa si erano impegnati in prima persona. A questo va aggiunto lo scarso sostegno dato durante tutti questi anni alla difesa di coloro che sono diventati gli agnelli sacrificali sull’altare dell’attuale politica che sta costruendo, giorno dopo giorno, la società futura a forma di carcere.

È anche per questo che si dovrebbe essere di nuovo in piazza a Genova, per gridare con determinazione la nostra opposizione alla deriva securitaria che in questi giorni sta mostrando tutta la propria barbarie, a forza di rappresaglie in stile nazifascista e di razzismo in doppiopetto. La caccia al diverso, che si svolga con gli strumenti della legge o con quelli delle squadracce, è parte della stessa politica messa in atto nel 2001.

Questa manifestazione rischia però di arrivare forse troppo tardi per dare la necessaria solidarietà e il sostegno dei quali c’era bisogno fin da subito e per riannodare il filo rosso che ha portato a Genova una intera generazione. E sarebbe anche un errore mobilitarsi in sostegno a quelli che si pongono come obiettivo una inutile commissione di inchiesta su Genova, visto che sono gli stessi che hanno fin dall’inizio scaricato la colpa di tutto sul blocco nero falsamente accusato di essere connivente con la polizia, gli stessi che in questi giorni in parlamento stanno sostenendo la caccia allo straniero.
Ma, cosa più importante di tutte, bisognerebbe riprendere ad interrogarsi collettivamente non solo sugli eventi di Genova, ma anche su tutto quanto è avvenuto fino ad oggi ad un movimento che sembrava avesse un futuro davanti a sé e che poi invece non è stato più capace di esprimere pienamente le potenzialità mostrate in quei mesi. Proprio oggi che ce ne sarebbe maggiormente bisogno.

Le diverse lotte in corso, dal “NO-TAV” al “NO Dal Molin” (solo per citare quelle più note), mostrano che non tutto è fermo, che una delle strade percorribili passa in questo momento attraverso il coinvolgimento delle popolazioni su tematiche concrete. Una sfida da raccogliere per tutti coloro che sono ancora convinti che un mondo diverso oltre che possibile e necessario è, visti i tempi che corrono, dannatamente urgente.

Pepsy


Umanità Nova n.38 del 25 novembre 2007

Genova punto a capo

Il corteo a Genova dello scorso 17 novembre è pienamente riuscito. Anche se le premesse per un flop c’erano tutte, a partire dalle polemiche sulla sua indizione, passando per il tentativo della sinistra di governo di farlo passare per un sostegno alla richiesta di una inutile commissione di inchiesta e finendo con le allarmistiche previsioni dei giornali locali che quel giorno strillavano dalle locandine di un aumento della richiesta di vigilantes. A tutto questo si potrebbero aggiungere anche le proteste di alcuni sindacatini di polizia che avevano chiesto tutte le principali piazze della città per un volantinaggio, che poi hanno (forse) fatto molto lontano dal corteo e l’attitudine vergognosa di Trenitalia che ha fatto del suo meglio per ostacolare l’arrivo dei manifestanti.

E invece no. Nonostante i media avessero ripiegato sulla discesa in massa degli ultrà, in mancanza della calata dei “black bloc”, sabato 17 novembre Genova ha visto sfilare circa 50 mila persone che hanno ricordato alla città ed a tutti che quanto accaduto nel 2001 non può essere archiviato con la condanna di 25 persone, che la violenza esercitata in quei tre giorni dalle forze della repressione è ancora ben viva nella memoria di chi c’era e di chi l’ha sentita raccontare.

Il corteo è partito in anticipo sul ritardo che di solito caratterizza le manifestazioni a causa del notevole afflusso di partecipanti e intanto sono iniziate ad arrivare le notizie dai treni. Il convoglio da Milano, per poco tempo, ma anche quello da Napoli hanno subito dei ritardi. Il peggio è toccato ai toscani, che sono stati costretti ad invadere i binari della stazione di Pisa per poter partire e poi, di nuovo, alla stazione di La Spezia, che è stata occupata per quasi due ore a causa dei responsabili delle Ferrovie che hanno preferito causare un danno (il blocco della circolazione ferroviaria) economico e di immagine alla propria azienda solo per incassare qualche centinaio di euri in più.

Aperta dallo striscione “la storia siamo noi”, la manifestazione si è ingrossata durante il tragitto e gli ultimi spezzoni sono arrivati in piazza quando ormai era già buio, a concerto iniziato. C’erano davvero tutti: centri sociali e gruppi, soprattutto dal centro nord, sindacati di base e collettivi, le bandiere dei NO TAV e, in testa, lo striscione che ha ricordato il prossimo appuntamento di Vicenza contro la costruzione dell’aeroporto militare. Buona la partecipazione allo spezzone anarchico con diversi striscioni oltre a quello della Federazione Anarchica Italiana ed a quello (All’arrembaggio del futuro…) usato nel 2001, presente per marcare una continuità di impegno in una lotta che in molti vorrebbero far dimenticare. Ha chiuso la lunga sfilata, il settore dei partiti e dei movimenti della sinistra istituzionale con i loro leader intenti a farsi intervistare da chiunque, purché armato di microfono e telecamera.

Le forze del disordine hanno scelto una tattica di basso profilo, nascondendosi alla vista e lasciando a 700 agenti in borghese, coadiuvati dal servizio d’ordine dei metalmeccanici, la gestione del corteo. Qualche camionetta di poliziotti e gruppi di finanzieri in assetto antisommossa si è vista solo più tardi davanti alle stazioni.

Impossibile, quando si tratta di cortei di tali dimensioni, fare una cronaca puntuale, quello che si può dire è che l’atmosfera è stata sempre serena e rilassata, che hanno partecipato persone di ogni età, che le bandiere anarchiche hanno sventolato non solo nel nostro spezzone ma anche in altri settori del lungo serpentone e che i media hanno dovuto davvero fare i salti mortali per inventarsi (molto spesso con una certa fantasia) qualcosa di “piccante” per eccitare i loro lettori.

Adesso, però, viene la parte più difficile. Il progetto di una commissione di inchiesta, bocciato a livello di movimento, è stata riproposta dal ceto politico presente a Genova e questo non servirà, nè ad impedire una eventuale pesante condanna delle vittime designate nè tanto meno la prescrizione del reato per gli agenti che si sono resi responsabili delle torture di Bolzaneto e del massacro della Diaz. Davanti alla riproposizione di una via parlamentare alla verità, l’unica alternativa resta quella di mantenere alta l’attenzione e la mobilitazione sui processi in corso, a Genova come a Cosenza e, se ci saranno le condizioni, tornare ad invadere le strade.

Pepsy


Umanità Nova n.42 del 23 dicembre 2007

Processo Genova G8. La vendetta a metà

A sei anni dai fatti ed a quasi quattro dall’inizio del processo, è arrivata la sentenza di primo grado contro i 25 compagni accusati di devastazione e saccheggio per aver partecipato alle proteste del luglio 2001 a Genova. Una sentenza annunciata dalle pesanti richieste dei PM, che volevano seppellire con più di due secoli di galera chi aveva osato manifestare contro i padroni della terra. Il giudizio ha solo parzialmente accolto le richieste dell’accusa, comminando comunque più di un secolo di carcere ai 24 (una è stata assolta) imputati.

In particolare, quattordici sono stati condannati per danneggiamento, con pene da 5 mesi a 2 anni e 6 mesi (ma anche con una condanna a 5 anni), per questi il reato di devastazione e saccheggio è stato derubricato e ciò ha comportato pene meno pesanti di quelle richieste. Gli altri dieci invece sono stati condannati per devastazione e saccheggio, con pene che vanno vanno da 6 a 11 anni. Per alcuni di loro sono stati chiesti anche 3 anni di libertà vigilata e per dieci l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. I condannati dovranno pagare migliaia di euro di spese processuali e, dopo un altro processo civile, eventuali risarcimenti di danni milionari.

Senza entrare nello specifico dei singoli casi si può dire che questa è stata una sentenza squisitamente politica, come lo è stato del resto tutto il processo, che ha visto una ricostruzione degli avvenimenti del luglio 2001 finalizzata principalmente alla ricerca delle prove di un reato pesante come quello di “devastazione e saccheggio” a carico dei manifestanti e che ha ricostruito il contesto ed i fatti avvenuti in funzione di tale richiesta. A parziale contentino per i sostenitori della giustizia “giusta”, il tribunale ha disposto anche la trasmissione in Procura degli atti relativi a due dirigenti di polizia e due ufficiali dei carabinieri, ipotizzando per loro il reato di falsa testimonianza.

Non ci si poteva aspettare altro, visto che in questi sei anni, tutti i principali responsabili dell’ordine pubblico di Genova sono stati promossi (l’ultimo da poco più di un mese), sia dai governi di centro-destra che da quelli di centro-sinistra. Una sentenza annunciata che ha fatto la felicità (“Condannati (pochi) no global”, ha titolato un giornale) delle forze più reazionarie e che permette a quelle di “sinistra” di continuare a sventolare l’inutile foglia di fico della “commissione di inchiesta” che dovrebbe scoprire chissà quale verità che non sia già ben chiara. A Genova, in quei tre giorni, furono sospese le cosiddette “garanzie democratiche”, centinaia di persone vennero pestate a sangue senza che avessero fatto qualcosa, centinaia vennero massacrate nel sonno nella Scuola Diaz e centinaia vennero portate a Bolzaneto dove tra un inno fascista ed un ceffone impararono i rudimenti della democrazia e del rispetto per le persone che hanno le bande statali in servizio. Carlo Giuliani fu ucciso da un carabiniere, assolto perché le forze dell’ordine possono sparare anche a persone disarmate.

La sentenza è politica non solo perché è stato riconosciuto un reato come quello di “devastazione e saccheggio” che in passato raramente aveva trovato spazio nelle aule dei tribunali ma soprattutto perché, con la diversificazione delle pene, il tribunale ha sancito, con anni di carcere, la divisione tra manifestanti poco o molto “cattivi”. Da una parte coloro che avrebbero solo reagito alla violenza delle cariche delle forze dell’ordine contro un corteo autorizzato e dall’altra il famigerato “black bloc” che invece avrebbe pianificato la devastazione ed il saccheggio. Una sentenza che sposa, in fin dei conti, la tesi portata avanti da sempre, anche da una parte del ceto politico presente a Genova nelle file di chi manifestava.

Il primo dei processi per i fatti di Genova si è concluso e, per la prossima primavera, è prevista la sentenza dei procedimenti contro gli agenti imputati per il massacro della Scuola Diaz e per le torture di Bolzaneto. Vedremo, in quelle occasioni, se le violenze commesse contro delle persone inermi verranno considerate più o meno gravi dei danneggiamenti di vetrine ed auto.

Pepsy