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Recensioni di cadaveri dell’informazione

Elogio della paranoia e bilanciamento del danno

Recentemente è stato messa a disposizione in Rete la traduzione italiana del “Manuale per smascherare un poliziotto infiltrato”, il lavoro curato e adattato a cura del “progettometi.org” è liberamente scaricabile dal loro sito. Il documento originale è stato scritto in seguito alla scoperta in Spagna della presenza di un certo numero di persone infiltrate all’interno di alcuni gruppi di base impegnati nelle lotte sociali. La cosa ha fatto molto rumore all’interno dei movimenti spagnoli anche per le somiglianze con i precedenti simili avvenuti nel Regno Unito, alcuni dei quali risalgono molto indietro nel tempo. In Italia, alla fine del mese di maggio, “Potere al Popolo” ha pubblicamente denunciato l’infiltrazione nel Partito di un poliziotto durata 10 mesi e scoperta quasi per caso.

Non c’è bisogno di essere un esperto per ricordare che da sempre gli apparati dello Stato sono soliti infiltrare partiti, gruppi, collettivi, movimenti sia per acquisire informazioni sul loro funzionamento e sulle loro attività sia per imbastire qualche provocazione. La storia italiana degli ultimi 50-60 anni contiene un buon numero di esempi e non a caso la legge da poco approvata in Parlamento prevede una serie di modifiche alle norme in vigore (art.31″Disposizioni per il potenziamento dell’attività di informazione per la sicurezza”, Decreto 11 Aprile 2025, n. 48) che riguardano specificamente le attività in questione. In pratica vengono resi non punibili un certo numero di reati commessi dalle persone infiltrate. Superfluo ricordare che non esistono elenchi o statistiche (pubbliche) a proposito del numero di persone infiltrate (e dove) per cui non è possibile sapere se queste siano decine o centinaia e qualsiasi ipotesi si faccia in proposito è sicuramente campata in aria. Sicuramente però si tratta di una attività che oggi viene affiancata a quella del controllo fatto attraverso i software spia installati sui cellulari, come chiaramente dimostrato recentemente dalla scoperta che il programma “Graphite” (prodotto dalla società “Paragon”) è stato usato per controllare alcune persone le cui comunicazioni vengono evidentemente ritenute interessanti dagli apparati repressivi.

Premesso quindi che il problema delle infiltrazioni esiste e che non è il frutto di una banale teoria complottista, sorgono spontanee almeno tre domande: 1. è possibile scoprire una infiltrazione? Come? 2. se vengono scoperti è opportuno denunciare pubblicamente questi casi? 3. è possibile prevenire una infiltrazione? Come?

Il “Manuale” citato all’inizio prova a rispondere soprattutto alle prime due domande ma fa sorgere alcune perplessità riguardanti la risposta alla terza domanda. Di seguito proviamo a riassumere il contenuto del documento e rimandiamo al testo completo le persone maggiormente interessate. Le citazioni letterali, messe tra virgolette, saranno seguite dal numero di pagina (racchiuso tra parentesi quadre) dalle quali provengono.

La prima cosa che viene chiarita è che il testo è stato scritto da persone che hanno direttamente subito l’attività di infiltrazione e che gli scopi del documento sono: “Trasmettere l’esperienza e le conoscenze” [3] acquisite; “Aumentare la cultura della tutela nelle organizzazioni e nei collettivi.” [4] e mettere in evidenza le crepe del sistema delle infiltrazioni e il fatto che polizia e Stato non sono infallibili. In definitiva viene ritenuto che sia “indispensabile rendere pubbliche tutte le informazioni e gli elementi ottenuti” [4] e che sia necessario che determinate informazioni vengano condivise in quanto “sarebbe pericoloso e poco incoraggiante lasciare questa possibilità solo alla nostra discrezione e arbitrio, in quanto questo potrebbe produrre gerarchie e disequilibri di potere.” [5]. Di seguito viene motivata la decisione di rendere pubbliche certe informazioni; si tratta probabilmente della sintesi di un dibattito nel quale sono stati valutati i pro e i contro di questa decisione.

Viene quindi risposto alla domanda: “Perché è importante che ci sia un gruppo che controlla il processo?” [8] alla quale seguono risposte che riguardano la “discrezione”, la necessità di evitare inutili allarmismi ma anche quella di evitare che la persona infiltrata venga a conoscenza che è nel mirino di un “gruppo di indagine iniziale.” [9].

Nel corso del testo si farà continuamente riferimento all’attività di questo “gruppo” formato da un insieme di persone che hanno tra loro forti legami di fiducia, che si sono trovati a condividere alcuni “sospetti” e che hanno deciso di approfondirli. Il fine è quello di fornire “informazioni, modelli comuni, linee guida e raccomandazioni sui possibili problemi che si possono incontrare quando si avvia un’indagine, nonché sulle possibili misure di sicurezza per prevenire le infiltrazioni.” [10]

E proprio dedicata ai “sospetti” è dedicata la parte principale del documento. Secondo chi scrive “La maggior parte dei sospetti può nascere osservando l’abbigliamento [sic!], le idee politiche, le reti sociali, la mancanza di radici, qualcosa che non torna in una storia di vita o semplicemente il fatto che ci sono persone che mal si adattano al contesto.”[11] a questi va aggiunto “l’allontanamento brusco, inaspettato e inspiegabile del/la compagna/o (infiltrato) dalla militanza” [12] un fatto avvenuto in non pochi casi e anche nel contesto delle infiltrazioni avvenute nel Regno Unito.

Se i “sospetti” sono solo un punto di partenza bisogna sempre tener presente che questi, da soli, non costituiscono una prova e che, verrà ripetuto in più occasioni, è molto meglio sbagliare che seguire un qualche tipo di pregiudizio. A partire da questi “sospetti “collettivi” che possiamo formare un gruppo di affinità per portare avanti l’indagine.” [14] questo deve comprendere anche una persona della quale ci si fida ma che non ha legami con la persona sospettata. Questo al fine di avere un punto di vista non direttamente coinvolto nel problema che possa servire ad evitare errori di valutazione e/o giudizio e che possa funzionare come una sorta di “supporto psicologico”.

Nel “Manuale” si consiglia di tenere fin dall’inizio una traccia scritta di quello che viene in mente e delle informazioni raccolte e di valutare la persona sospetta secondo una serie di domande di base che verranno poi elencate più avanti nel testo. Arrivati a un certo punto si potrebbe avere la necessità di acquisire informazioni contattando altre persone e nel documento viene consigliato in che modo comportarsi in casi del genere.

Alla fine, in un modo o in un altro, si arriverà alla chiusura delle “indagini”.

Nel migliore dei casi non vengono trovate prove sulla persona sospetta e questa informazione deve essere condivisa con tutte le persone che erano al corrente delle “indagini” al fine di evitare “che le voci continuino a circolare.” [21] Si pone, in questo caso, il problema se la persona sospetta debba essere tra quelle informate, decisione che è ovviamente alquanto delicata. Su questo non viene data un’indicazione precisa mentre viene esplicitamente scritto che “Alcuni gruppi hanno deciso semplicemente di non menzionare l’indagine, il che può avere però lo svantaggio di non chiudere mai definitivamente la vicenda.” [21]

Nel caso invece sebbene ci siano dei “sospetti” e delle “prove” queste non vengono considerate sufficienti o incontrovertibili viene consigliato di essere prudenti e di “non pubblicare nulla fino a quando non saranno disponibili prove definitive.” [23]

Nel peggiore dei casi, quando non ci sono dubbi sull’infiltrazione, viene suggerito che è “quasi sempre una buona idea rendere pubblica la notizia” [23] preoccupandosi di avvisare in anticipo le persone che hanno avuto maggiori contatti con quella infiltrata assicurandosi di avere a disposizione “strumenti di sostegno per coloro che saranno maggiormente colpiti dalle conseguenze.” [25]

Nel “Manuale” si accenna appena al problema che potrebbe sorgere quando una persona infiltrata stringe una relazione con una o un attivista il che complica di non poco tutta la faccenda. La questione viene ripresa, in parte, in un documentario (sulla stessa vicenda) prodotto da una piattaforma digitale catalana e visibile qui https://www.3cat.cat/3cat/infiltrats/video/6319194/

Nel “Manuale” vengono poi elencate le “lezioni” imparate dalle persone coinvolte in nove casi di infiltrazione che sono stati resi pubblici, più avanti nel testo verranno forniti i link alle pagine web dove sono pubblicate le storie di questi soggetti. Gli insegnamenti non riguardano solo le tecniche di infiltrazione ma anche gli effetti che scoperte del genere hanno a livello delle persone che fanno parte di gruppi, collettivi, movimenti. Effetti che sono sopratutto negativi e che potrebbero, se non ben gestiti, portare a danneggiare sia le persone che le loro relazioni: “Siate consapevoli che qualsiasi indagine, indipendentemente dal suo esito, può danneggiare le reti di fiducia all’interno del gruppo.” [26] Ai danni di tipo psicologico e relazionale vengono dedicate alcune pagine del “Manuale” e viene consigliato di scegliere dei “protocolli di sicurezza” adeguati e che facciano sentire le persone a proprio agio.

Vengono quindi elencate le 17 “domande” sulle quali dovrebbero basarsi le “indagini” e che dovrebbero costituire una sorta di griglia di lavoro utile per smascherare una infiltrazione. Ognuna di queste domande è corredata da spiegazioni e da esempi tratti da casi reali.
Ecco l’elenco: 1. Storia passata e mancanza di radici; 2. Le loro idee politiche sono quasi inesistenti o poco sviluppate?; 3. Qualcuno ha conosciuto la loro famiglia?; 4. La loro vita lavorativa o “personale” li porta ad assentarsi per lunghi periodi di tempo o per molti brevi periodi?; 5. Casa loro sembra poco vissuta?; 6. Come è arrivato alla militanza?; 7. Hanno capacità di guida fuori dal comune o hanno una patente di guida per quasi tutte le categorie di veicoli?; 8. Qual è il loro atteggiamento o personalità?; 9. Hanno problemi di denaro?; 10. Le relazioni si concentrano sulle persone chiave o su quelle che le circondano?; 11. Stranezze e contraddizioni; 12. Ci sono stati strani casi giudiziari o scarso interesse da parte della polizia?; 13. Sono improvvisamente scomparsi e hanno evitato qualsiasi contatto?; 14. Social; 15. Foto; 16. COVID; 17. Telefoni cellulari. [33-]

Sarebbe troppo lungo analizzare nei minimi particolari ognuno di questi che potremmo chiamare “indizi” e che dovrebbero aiutare a scoprire una persona infiltrata. Ma anche solo scorrendo l’elenco si vede che si tratta di modelli e/o schemi di comportamento di quelli che non hanno alcun tipo di specificità e che quindi possono significare tutto ma anche il contrario di tutto. Questo vale, in misura maggiore o minore per quasi tutti i punti elencati, cosa del resto che viene notata (per fortuna!) anche in alcune delle note redatte da chi ha scritto il testo.

Verso la fine del documento viene scritto: “dobbiamo avere sempre chiaro però che la conoscenza di nuove persone dovrebbe essere finalizzata alla socializzazione di base e non tanto (o non solo) alla sicurezza” [51-52]. Per cui chi ha scritto il testo sembra non escludere la necessità che vengano fatte delle “indagini” su una qualunque nuova persona entri in contatto con un gruppo, un collettivo, un movimento. La cosa sembra confermata dal fatto che il paragrafo immediatamente successivo ha questo titolo: “Possibili precauzioni utili (ma non infallibili) per integrare le persone nel gruppo” [52] e viene seguito da una serie di suggerimenti per ottenere alcune informazioni di base su una persona. Non viene però precisato chi dovrebbe raccogliere queste “informazioni” e da che “sospetti” sarebbe giustificata la raccolta.

Nelle “Conclusioni” [55] vengono ribadite molte delle avvertenze scritte in più occasioni nelle pagine precedenti del “Manuale” allo scopo di evitare i “falsi positivi” e gli effetti collaterali negativi per le comunità in lotta, peccato che poi si finisca per scrivere anche: “Il fatto che qualcuno non rientri negli schemi non significa che ogni sospetto debba essere scartato.” [57]

Nel complesso si può ritenere che, a parte qualche ingenuità non voluta, il documento affronta un tema che, come abbiamo ricordato all’inizio, è ancora attuale e non solo in Spagna. Dal punto di vista politico il fatto che siano stati infiltrati gruppi, collettivi, movimenti che agiscono alla luce del sole la dice lunga sul fatto che questo genere di pratiche non servano certo a contrastare il terrorismo internazionale ma piuttosto la lotta sociale di base. Quello che però salta agli occhi è che in molti casi a far scoprire l’infiltrazione è stato uno o più errori, alcuni davvero marchiani, commessi dalla persona infiltrata.

Quello che convince di meno delle proposte fatte nel “Manuale” è la necessità di creare una struttura segreta che “indaghi” sulle persone “sospette”, una entità che – per come viene presentata nel testo – nasce in base a un “istinto” e che alla fine risponde quasi solo a se stessa. Questo non significa certo che sarebbe preferibile avere una sorta di polizia interna istituzionalizzata ma piuttosto che del problema della sicurezza si debbano fare carico direttamente tutte le persone che fanno parte di un gruppo, collettivo, movimento. Se uno degli scopi che si dovrebbero perseguire è quello di buttar fuori (piuttosto che scoprire) le persone non gradite, una una discussione collettiva aperta su questi argomenti causerebbe non pochi problemi a una persona infiltrata.

In aggiunta sarebbe un bene che i rapporti umani all’interno di una comunità di lotta non si debbano basare sul controllo – anche a fin di bene – che un gruppo (più o meno piccolo) esercita nei confronti di tutta la comunità. La necessità di difendere le comunità è sicuramente qualcosa di importante ma questa dovrebbe essere attentamente bilanciata: anche chi ha scritto il “Manuale” ha sottolineato in più occasioni i danni collaterali provocati da una “indagine”, peccato che però si ha l’impressione che questi non siano stati adeguatamente valutati e sicuramente non sono stati messi a confronto con i danni che potrebbe causare una infiltrazione. E stiamo parlando di danni che si producono qualsiasi sia il risultato finale di una “indagine”. Ovviamente questo discorso vale (soprattutto) per gruppi, collettivi, movimenti che operano alla luce del sole e per i quali l’illegalità non è la principale o unica forma di lotta.

In definitiva un conto è convivere e gestire un pizzico di paranoia, soprattutto in certe occasioni, altro è farsi prendere la mano da meccanismi che potrebbero diventare delle prassi comunemente usate. Nella maggior parte dei casi probabilmente basta condividere anche solo un minimo di attenzione ai temi della sicurezza interna per provare ad affrontare il problema in modo collettivo piuttosto che delegarlo, oltretutto senza nemmeno esserne coscienti, a un piccolo gruppo.

Probabilmente questo sistema non sarà il massimo dell’efficienza dal punto di vista della sicurezza ma sicuramente permetterà di rendere partecipi tutte le persone di un certo tipo di problemi e questo diminuirà l’inevitabile impatto degli effetti negativi che sono causati da una infiltrazione.

Pepsy

11/06/2025

Cosa succede in città?

Guardo distrattamente interessato la manifestazione “europeista” trasmessa in diretta da una Piazza del Popolo mezza piena o mezza vuota, a seconda del grado di pessimismo di chi guarda. Non l’ho seguita tutta, ma ho sentito il Sindaco di Barcelona (Spagna) parlare in italiano, spagnolo e catalano; ho sentito Lella Costa citare più o meno a sproposito Pietro Gori e addirittura “nostra patria è il mondo intero…” e Roberto Vecchioni cantare.

L’interesse è dettato dal fatto che una iniziativa del genere ha il pregio dell’originalità e, almeno a mia memoria, di questi tempi è difficile trovarne. Facile dire che senza le intemperanze trumpiane questo assembramento non ci sarebbe stato, almeno in Italia, come non c’è stato quando si era trattato di segnare alcuni dei passaggi critici nel processo di costruzione dell’Unione Europea come l’introduzione della moneta unica, l’elezione del Parlamento europeo, la creazione dell’area di Schengen, e via dicendo. Oggi, improvvisamente, l’Europa sembra che debba diventare qualcosa di più che un enorme apparato burocratico sovranazionale che si occupa dei tappi delle bottiglie di plastica.

Peccato che a organizzare e sponsorizzare questa manifestazioni ci siano i “soliti noti”, che (ma sono un malpensante) vogliono provare a rientrare nel gioco della politica italiano dopo che le ondate della destra hanno colpito e stiano colpendo da anni tutti i paesi europei. Peccato che, basta scavare davvero poco, per rendersi conto che le posizioni politiche degli organizzatori e delle organizzatrici e dei partecipanti e delle partecipanti sono alquanto diverse su molti dei temi che quelli e quelle che intervengono richiamano. Peccato che proporre di aggiungere una nuova identità (quella europea) a quelle esistenti che già tanti danni hanno fatto e stanno facendo, non solo in Europa, non sia una soluzione ma una complicazione ulteriore. Peccato che alla fine questa manifestazione diventerà qualcosa buona per i dibattiti e anche le migliori intenzioni di quelli e quelle che hanno partecipato serviranno a lastricare le strade che portano agli inferi.

Questa piazza è stata, in un certo senso, anche una sorta di sostituto dagli enormi raduni pacifisti che da molti anni a questa parte sono spariti dal panorama, sostituiti non da iniziative antimilitariste, come sarebbe necessario, ma da meno numerose manifestazioni per la Palestina o per l’Ucraina nelle quali spesso si mescolano motivazioni anche incompatibili fra di loro.

Alla fine, come da tradizione, vengono dati i numeri: 50 mila persone tra le quali 119 sindaci e in coda vanno i contributi video che non sono passati durante la manifestazione.

Una volta si diceva: “grande la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”, ma erano altri tempi e oggi questo modo di dire è vero ancora, solo a metà.

NB Quanto sopra scritto a caldo con in sottofondo l’audio che arriva dalla diretta da Piazza del Popolo. Scrivendo in questo modo gli errori sono inevitabili, ma se ci fosse davvero uno sfondone del quale non mi sono accorto lo correggo dopo.

Analisi non ripetibili

Da molto tempo, quando devo provare a farmi un’idea di come sono andate le elezioni, prendo in considerazione solo i numeri dei voti e i risultati delle votazioni precedenti.

A me che il partito dei “nazisti dell’Illinois” abbia preso il 2,3% mi interessa poco, mi interessa molto di più sapere a quanti voti corrisponde quella percentuale. Questo mi permette un confronto reale con i risultati precedenti, in questo modo capisco subito se i voti dati a quel partito sono aumentati, diminuiti o restati più o meno gli stessi.

In termini meno rozzi mi interessano più le persone che le percentuali, i seggi, le alleanze e tutta la pantomina democratico parlamentare.

Premesso questo, provo a fare qualche riflessione sul risultato delle recenti elezioni per il Parlamento Europeo, facendo un confronto con il precedente del 2019. I dati [*] sono ripresi dal sito ufficiale del Ministero degli Interni.

Il partito che ha ottenuto il maggior numero di voti è stato FdI che ne ha presi 6.722.221. Nel 2019 ne aveva presi 1.726.189. Da dove saranno spuntate 5 milioni di persone? Certamente non dal nulla e sicuramente nemmeno dall’area dell’astensionismo che oltretutto, rispetto al 2019, è aumentata. Continuando a leggere i numeri si può avere una risposta, abbastanza fondata, alla domanda.

Nel 2019 il partito che aveva ottenuto il maggior numero di voti era stato “Lega Salvini Premier” che ne aveva raccolto 9.175.208, lo stesso partito nel 2024 ha avuto invece 2.098.659. Dove saranno finiti quei 7 milioni di elettori/elettrici? Qualcuno sicuramente nell’area dell’astensionismo ma, probabilmente, una buona parte (una gran parte?) avranno dirottato il proprio voto su FDI.

Se si provano a sommare (alla buona…) i voti dei due partiti precedenti si ha un totale di 8.700.000 voti nel 2024 e di 10.900.000 nel 2019. Lo so che non ha sempre senso sommare cachi e meloni ma, sta di fatto, che tra il 2019 e il 2024 ci sono state 2.200.000 persone che non hanno votato più uno di quei due partiti.

Continuando con l’area governativa, il partito chiamato “Forza Italia” ha raccolto 2.242.265 nel 2024 e ne aveva ottenuti 2.351.673 nel 2019. Ha perso quindi poco meno di un centinaio di migliaia di voti il che, dal mio punto di vista, si può considerare che è “andato in pari”, o quasi.

Passiamo a dare un’occhiata fuori dell’area governativa.

Nel 2019 il M5S aveva preso 4.569.089 voti. Nel 2024 i voti sono stati invece 2.332.078. A occhio direi che si sono dimezzati, fate voi i conti precisi. Dal mio punto di vista direi che il M5S non ha ottenuto un grande successo, per usare un vieto eufemismo.

Passando al PD, questo partito ha avuto 5.631.827 nel 2024 mentre ne aveva avuti 6.089.853, ci sono stati quindi circa 500.000 voti in meno. Non si può certo parlare di una sconfitta epocale ma nemmeno di un “quasi” pareggio. Direi che ha perso, ma non troppo.

Se si escludono i partiti elencati sopra, tutto il restante teatrino è composto da partiti e partitini che hanno una velocità di mutazione che non consente di produrre dei ragionamenti seri e ponderati sulla ragione della loro esistenza. Ancor meno sui voti che raccolgono.

Come riflessione iniziale sulle elezioni europee del 2024 direi che il dato più rilevante rispetto al 2019 è quello che riguarda il fatto che è cambiato il partito più votato, anche se si tratta di un partito della stessa area politica di quello che aveva vinto nel 2019. Area politica che però, nel suo complesso, ha perso voti. Non è andata certo meglio all’area politica di “opposizione”: il principale partito ha perso voti e il secondo ha quasi dimezzato la sua forza.

A me però, piuttosto che perdermi dietro le idee di chi vota i partiti mi piacerebbe sapere che idee hanno le persone che si astengono che poi sono quelle che, indirettamente, influenzano anche loro i risultati delle elezioni.

[*] Al momento in cui scrivo i dati ufficiali definitivi per le elezioni del 2024 non sono ancora disponibili, mancano ancora circa 300 sezioni ma questo non modifica le mie riflessioni in modo sostanziale.

Il mese della marmotta

Il 2 febbraio, tradizionalmente noto almeno dalle nostre parti come la “Candelora” [1] è diventato, nel corso del tempo anche il “giorno della marmotta” il titolo di un divertente film del 1993 [2] nel quale il protagonista si trova bloccato in una sorta di bolla temporale che gli fa rivivere in continuazione lo stesso giorno. Dopo un primo naturale momento di sbandamento, proprio grazie al fatto che già conosce in anticipo quello che lo attende, riuscirà a sfruttare questo vantaggio e a uscire fuori dal circolo vizioso nel quale era finito. Questo è un insegnamento di quelli che andrebbero tenuti presenti anche da chi non recita in un film: quando ci si trova “imprigionati” in una situazione uguale ad altre nelle quali ci si è trovati in passato probabilmente è inutile continuare a comportarsi allo stesso modo, specialmente se il comportamento precedente non ha avuto successo. Ripetere più volte, davanti a situazioni già vissute, gli stessi comportamenti è un errore grossolano che oltretutto non favorisce la ricerca di altre possibili soluzioni.

Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito ha avuto, tra i tanti effetti, anche quello di riportare l’anarchismo e gli anarchici sulle prime pagine, di tutti i mass media, vecchi e nuovi. Non è certo la prima volta che questo avviene ma probabilmente mai, almeno dai tempi della “Strage di Stato” del 1969, con l’ampiezza che si è vista tra la fine di gennaio e il febbraio del 2023.

Una semplice conferma alla portata di chiunque abbia accesso a Internet dovrebbe rendere meglio l’idea. Domenica 5 febbraio prendendo in considerazione esclusivamente 20 quotidiani [3] scelti semplicemente perché è stato molto facile trovare su web le prime pagine della relativa versione su carta si poteva rilevare che quelli dove non compariva la parola “Cospito” o “anarchici” (in tutte le sue declinazioni) erano solo tre.

È un po’ come se fossimo finiti sommersi sotto un diluvio di articoli, interviste, commenti che con la complicità della comunicazione elettronica hanno letteralmente assunto una portata, almeno dal punto di vista quantitativo, che non avevamo mai visto in precedenza. Questo anche grazie al fatto che la vicenda è stata strumentalmente usata dai politici per le loro scaramucce parlamentari, contribuendo in maniera decisiva all’aumento dell’interesse dei mezzi di comunicazione di massa.

Qui però è scattato una sorta di corto circuito in quanto l’informazione ufficiale ha provato ad affrontare un argomento, l’anarchismo e gli anarchici, del quale si è occupata sempre in modo superficiale e sempre di malavoglia mentre oggetto di questo improvviso interesse si è trovato a essere l’insieme formato dalle diverse componenti del movimento anarchico che – tradizionalmente – non hanno mai avuto grande simpatia (per usare un eufemismo) per giornali e giornalisti.

Il film ha seguito un copione prevedibile: in queste ultime settimane, anche limitandosi a leggere quello che è umanamente possibile, ne sono state scritte e dette davvero di tutti i colori. Anche prendendo in considerazione solo una piccola parte di quanto è stato pubblicato è facile dimostrare che nella quasi totalità dei casi le cose che sono state scritte sono una mescolanza frutto di ignoranza e malafede, di cialtroneria professionale e disinformazione, binomi che sembrano inscindibili quando si scrive dell’anarchismo e degli anarchici. Un miscuglio di notizie vere e inventate, di grossolani errori storici, di testi che sono frutto di “copia e incolla” dalle veline delle forze dell’ordine e, probabilmente, dei servizi segreti. Ma una cosa del genere era già avvenuta, anche se in misura molto minore, in più occasioni nel recente passato e quindi non dovrebbe destare troppa meraviglia.

Una enorme quantità di infamie è stata riversata sull’anarchismo e gli anarchici, nonostante la situazione di Alfredo Cospito parli da sola ed è manipolabile solo in parte. L’attacco politico e mediatico è rivolto contro tutto l’anarchismo e tutte e tutti gli anarchici.

Davanti a una situazione del genere verrebbe naturalmente voglia di replicare, riga su riga, almeno alle baggianate più stupide, alle accuse più offensive. Ma non sarebbe realisticamente possibile rispondere a tutta la spazzatura pubblicata perché, lo ripetiamo, è talmente tanta che provare a contrastarla diventerebbe un lavoro quasi infinito, specialmente quando le forze andrebbero utilizzate per questioni altrettanto importanti e non necessariamente collegate a quella oggi predominante.

Questo non significa che bisogna far finta di nulla o sottovalutare lo tsunami che il sistema dell’informazione ufficiale ha scatenato ma significa non lasciarsi intrappolare, come nel “giorno della marmotta”, in un defatigante confronto a colpi di comunicati, smentite, precisazioni eccetera. Una semplice occhiata a quanto è accaduto nel recente passato quando si sono verificati casi del genere dovrebbe far capire che non è possibile vincere questo genere di scontri.

Questo non significa che bisogna rimanere in silenzio, non significa essere costretti a tacere. Significa piuttosto provare a comunicare in modo diverso rispetto a quanto fatto anche nel recente passato, in primo luogo iniziando a sfruttare nel modo migliore gli strumenti di comunicazione e informazione che gestiamo direttamente. Significa cercare di produrre una comunicazione spiazzante, meno prevedibile, che parli agli interlocutori che ci interessano piuttosto che al sistema dei media ufficiali. Significa ricordare in ogni occasione il ruolo giocato dall’informazione che è quello di complicità all’interno del sistema politico ed economico nel quale viviamo, significa attaccare piuttosto che continuare solo a difenderci.

In alcuni casi è molto facile prevedere il futuro. Prima o poi questa sorta di tempesta mediatica passerà, anche se non possiamo sapere quando. Il nostro obiettivo dovrebbe essere, oltre a quello (scontato) di uscirne non troppo malconci, anche quello di non ritrovarci – alla prossima occasione – intrappolati di nuovo nello stesso circolo vizioso.

Pepsy

[1] Per chi non sapesse di cosa si tratta https://it.wikipedia.org/wiki/Candelora
[2] Il titolo originale è “Groundhog Day“, quello italiano è invece “Ricomicio da capo“.
[3] I quotidiani sono questi: Corriere della Sera, Domani, Il Dubbio, Il Fatto Quotidiano, Il Foglio,, Il Giornale, Il Manifesto, Il Mattino, Il Messaggero, Il Resto del Carlino, Il Riformista, Il Tempo, La Notizia, La Ragione, La Repubblica, La Stampa, La Verità, Leggo, Libero Quotidiano, Metro.

Recensioni non richieste 2022

Fin da quando ho imparato mi è sempre piaciuto leggere e ho continuato a farlo sempre con piacere, in modo disordinato ma costante, fino al 2021 quando ho toccato il punto più basso nel numero di libri letti in un anno. Credo sia stato un effetto collaterale della situazione perché poi, l’anno dopo ho ripreso a leggere con i ritmi precedenti. Il 2022, appena finito, ha per me un significato cabalisticamente importante per cui – per festeggiarlo – ho stilato la lista dei libri letti e ci ho aggiunto qualche piccolo commento. I giudizi sono riferiti al libro stesso e non necessariamente all’intera produzione di chi l’ha scritto. L’elenco è ordinato alfabeticamente secondo il cognome di autore/autrice. Buona parte dei libri sono degli ultimi anni ma non mancano titoli vecchi o anche molto vecchi, recuperati su qualche bancarella o che si erano nascosti in qualche angolo buio della mia libreria.

Attenzione agli “spoiler”.

Foto di uno dei primi aerei che vola.

AA.VV., Le morti concentriche
AA.VV., Il convitato delle ultime feste
AA.VV., Il cardinale Napellius
AA.VV., Storie sgradevoli
AA.VV., L’avvoltoio
Cinque libri che fanno parte di una antologia di racconti di vari autori del settecento e dell’ottocento del secolo scorso. Raccolti in una collana (“La biblioteca di Babele”) curata da J.L. Borges, uscita un po’ di anni fa. La qualità e la piacevolezza dei testi è altalenante, quello che si nota è che sono storie che sono state, nel corso del tempo “saccheggiate” da altri autori, con più o meno successo.

AA.VV., Giusto, sbagliato, dipende, 2022
Gli esperti della Accademia della Crusca che spiegano cose a volte scontate altre meno. Divertente, pedante e istruttivo.

AA.VV., L’avventra maivista di Frigidaire, 2020
Storia corale attraverso le interviste fatte ad alcuni dei protagonisti della esperienza pluridecennale di una rivista che ha avuto, almeno nei primi anni di vita, una notevole importanza nel panorama culturale indipendente e alternativo italiano.

Byatt A.S., Possessione, 2016
Bello. L’autrice si inventa la storia e le opere di un famoso scrittore vittoriano e del suo amore per una donna, a sua volta poetessa, che non avrebbe mai potuto avere accanto. Dal libro un film omonimo (2002) che ne conserva solo in parte il fascino.

Campanile F., Tragedie in due battute, 1978
Bello. Se non ti piace l’umorismo di Campanile non fai parte della mia rivoluzione. “Il tenore fa le scale per le scale della Scala”. Vedi anche più avanti.

Costante S., Corto Maltese e la poetica dello straniero, 2022
Probabilmente una tesi di laurea sul noto personaggio dei fumetti. Non sono sicuro che Corto Maltese possa essere definito “straniero”, sarei più propenso a definirlo “cittadino del mondo” come si diceva un tempo. Ma forse questo è solo un altro modo per dire la stessa cosa.

De Giovanni M., L’equazione del cuore, 2022
De Giovanni M., Un volo per Sara, 2022
De Giovanni M., Caminito, 2022
L’autore scrive ottimi libri da spiaggia/treno [*]. Il primo non appartiene a una serie e ha uno “spessore” maggiore degli altri due. Il secondo è quello che mi è piaciuto di meno. Il terzo riporta in campo un personaggio che avrebbe potuto anche scomparire dopo l’ultima storia e forse sarebbe stato meglio in quanto il “giallo” raccontato è (secondo me) il più debole di tutta la serie.

Doctorow C., Radicalized, 2020
Bello. Quattro storie di fantascienza sociale scritte bene da uno di quelli che quando scrive di Reti, Internet e computer sa di cosa sta scrivendo. Al contrario di altr* che si ostinano a farlo senza saperne molto.

Enzensberger H.M., Hammerstein o dell’ostinazione, 2010
Bello, bello, bello. Se non sei espert* di storia del nazismo (come me) probabilmente non conosci il personaggio e la sua famiglia della quale vengono raccontate le vicende. Ma se hai almeno un po’ di conoscenze relative al periodo e alla storia tedesca e mondiale questa specie di “romanzo” si legge tutto di un fiato. La suspance e i colpi di scena, in certi momenti, sono superiori a quelli di molte storie completamente inventate.

Ferrante E., La vita bugiarda degli adulti, 2019
Bello. Come mi accade spesso se qualcosa che ho letto (l’Amica geniale) mi piace poi ho una sorta di blocco verso quell’autore/autrice temendo di restare deluso dalle altre cose che scrive. In questo libro ci sono, per forza di cose, molte (forse troppe?) delle cose presenti in l’Amica geniale e non solo l’ambientazione o il fatto che siano ancora storie di donne. L’avrei intitolato “Storia di un braccialetto”.

Fracassi C., Sotto la notizia niente, 1994
Bello. Libro sepolto tra i tanti comprati e mai letti. Una delle cose interessanti è che presenta un quadro, sull’informazione giornalistica, proprio all’alba dell’inizio dell’era di Internet. Il che torna utile per chi non ha idea di quale fosse in quei tempi lo stato dell’arte dell’informazione.

Francescato D., Ridere è una cosa seria, 2002
Bello. Informazioni su alcune ricerche psicologiche e sociologiche sull’umorismo e la risata. “Cosa diventa un formaggio dopo un mese? Un forgiugno.” Indispensabile, vedi anche sopra.

Foto di un vecchio aereo che vola.

Hand D.J., Il caso non esiste, 2014
Bello. Il caso, la probabilità che avvenga o meno un evento. Tutto spiegato senza formule difficili e in un linguaggio piacevolmente divulgativo. Sincronicità, caos, profezie. Un sacco di bella roba.

Leonhard Schäfer, Contro Hitler, 2015
Brevi cenni di storia dell’opposizione al nazismo degli anarchici e dei libertari tedeschi.

Levin I., Questo giorno perfetto, 1970
Romanzo distopico di un autore più noto per un altro suo libro dal quale è stato tratto un classico del cinema.

Lloyd J., Mitchinson J., Il libro dell’ignoranza sugli animali, 2015
Una delle mie debolezze, i libri di elenchi e di cazzatelle varie: enciclopedie, dizionari, liste ecc… Il libro è stato preceduto da “Il libro dell’ignoranza”.

Maggiani M., L’eterna gioventù, 2021
Di Maggiani ho amato (cosa scontata) Il coraggio del pettirosso e anche un paio dei suoi altri libri. Negli anni ho provato a leggerne ancora senza però ritrovarci le cose che mi erano piaciute. Questo libro si colloca in una via di mezzo.

Macchi L., La voce dei turchini, 2003
Libro da spiaggia/treno [*]. Letto soprattutto perché ambientato a Napoli.

Malvaldi M. e Bruzzone S., Chiusi fuori, 2022
Malvaldi M. e Bruzzone S., Chi si ferma è perduto, 2022
Libri da spiaggia/treno [*] nella versione per ragazz*.

Marilli G. e Ratti D., La cooperazione in Italia, 2018
Beve compendio per chi ha interesse a capire come è nato il movimento cooperativo, come si è evoluto nel corso del tempo e come è andato a finire.

Mazzocco D., Cronofagia, 2019
Mah, boh, per fortuna sono poche pagine che scorrono via senza lasciare segni. Forse non ne ho capito il senso.

Michel L., Presa di possesso, 2021
Bello. Nel mio personale pantheon politico Louise Michel ha un posto di primo piano, nonostante la scadente agiografia anarchica, soprattutto quella prodotta nel secolo scorso, non le abbia reso merito. Forse con questo piccolo libro si sta invertendo la tendenza. Speriamo.

Myrdal G., L’obiettività nelle scienze sociali, 1973
Un argomento classico in un libro che prova a rispondere alla domanda: “esistono degli strumenti logici che rendono più agevole una ricerca oggettiva?”. Le ricadute sulla società dei metodi di ricerca.

Foto di uno dei primi aerei che sorvola Stonehenge

Passavini G., Porno di carta, 2016
Bello. A parte l’argomento, comunque interessante, le storie raccontate hanno (spesso) dell’incredibile e ci si trova dentro tutto e tutti, anche alcuni personaggi adesso più famosi che a quel tempo. Un pezzo di storia e di cultura italiana poco conosciuta.

Perez-Reverte A., I cani di strada non ballano, 2019
Una storia “nera” dove il valore aggiunto è dato da fatto che ne sono protagonisti dei cani. Trasformate i cani in uomini e la storia perde un po’ del suo fascino.

Pessoa F., Il banchiere anarchico, 1992
L’anarchismo, inteso esclusivamente come mancanza di regole, di chi ha potere. Un tema un po’ scontato ma lo svolgimento è più che decente.

Robecchi A., Una piccola questione di cuore, 2022
Nuove avventure per Carlo Monterossi, l’autore di programmi televisivi trash e investigatore per hobby. I tanti riferimenti a fatti e persone di oggi presenti in questa serie sono ovviamente più che voluti.

Simenon G., Maigret e il signor Charles
Simenon G., Maigret e l’uomo solo
Simenon G., Maigret e le persone perbene
Scoprendo l’acqua calda bisogna dire che l’autore sa scrivere… la qualità delle storie di uno dei commissari più famosi della letteratura è altalenante. Libri da spiaggia/treno [*] per eccellenza.

Soncini G., L’era della suscettibilità, 2021
Bello. Odiato, soprattutto dagli appassionati e dalle appassionate del “politicamente corretto” il libro mette in luce alcune delle (tante) contraddizioni di un certo modo di pensare. Probabilmente si possono scrivere le stesse cose in modo meno provocatorio ma, come è noto, la pubblicità è l’anima del commercio e fare ammuina vende di più. Il limite del libro e delle tesi esposte è che viene preso molto poco in considerazione il punto di vista contrario.

Vagnarelli G., Fu il mio cuore a prendere il pugnale, 2013
Come e perché trasformare un omicidio chiaramente politico in un problema psichiatrico. Il caso esemplare di Sante Caserio.

Valenti C., Storia del Living Theatre, 2008
Bello, bello. Una intervista lunga a Judith Malina co-fondatrice del Living Theatre. Una storia di lotte, di vittorie e di sconfitte, la storia di una epoca dove potevano accadere cose incredibili. I legami tra arte, amore, cultura e politica.

Valletti F., Storia della ginnastica, 1893) [Edizione fuori commercio]
Bello. Scoprire che la ginnastica deriva (in tutti i sensi) direttamente dall’addestramento militare fa capire molte più cose di quello che si possa credere.

Zizek S., Benvenuti in tempi interessanti, 2012
Piacevole da leggere. Comprendo che a volte sia necessario soffermarsi su verità banali, ma non bisognerebbe esagerare come fa l’autore.

 

Nota Bene
[*] Per evitare fraintendimenti preciso che etichetto come “libro da spiaggia/treno” un libro scritto in un italiano decente e che si può leggere senza problemi anche su una spiaggia affollata e rumorosa o in un treno dove tutt* parlano al telefonino. Ovviamente ce ne sono di qualità diversa, più o meno piacevoli da leggere. Sempre per evitare fraintendimenti un autore/autrice possono scrivere libri di qualità diversa e l’etichetta che uso si riferisce esclusivamente ai libri citati. Tenuto conto del numero di libri presenti in questo elenco che sono etichettati in questo modo si potrebbe pensare che io divido il mio tempo tra treno e spiaggia o che vado in treno in spiaggia (o in spiaggia in treno) anche di inverno. Non è così, anche se mi piacerebbe.

Propaganda anti-anarchica

Due sono le cose che infestano la comunicazione elettronica in Rete: le foto dei gattini e i “meme” a questi va aggiunta, in tempi di guerra, la comunicazione delle parti in causa nel confitto che, in ogni caso, è sempre propaganda di guerra.

Se sui gattini non c’è bisogno di spendere molte altre parole cosa siano i “meme” forse va spiegato ai pochi che ancora non lo sanno. In generale viene definito “meme” un qualcosa che si diffonde da persona a persona all’interno di un determinato ambito, per cui in alcuni casi la diffusione può essere ristretta ad una piccola cerchia di persone e in altri allargata a dismisura.

Su Internet i “meme” hanno – di solito – la forma di immagini (foto, filmati o disegni) che nella maggior parte dei casi sono riprese da qualcosa di pre-esistente mentre in altri sono create ex-novo. A queste immagini vengono a volte aggiunti testi che dovrebbero dargli uno specifico significato. Molto spesso un “meme” originale viene modificato, magari più e più volte, facendogli assumere anche significati diversi da quello iniziale.

Quelli che oggi sono conosciuti come “meme” non sono una invenzione originale, basti ricordare i “ready-made” dei surrealisti che sono vecchi più di un secolo o in tempi relativamente più recenti, i “detournement” dei situazionisti. In entrambi i casi i personal computer e la Rete non esistevano e quindi forse l’unica differenza sta nella veloce ed enorme diffusione che oggi ha questo tipo di comunicazione. Proprio per quest’ultima ragione non sorprende che la propaganda di guerra la utilizzi ampiamente.

Tra i tanti “meme” che circolano da quando l’esercito russo ha invaso l’Ucraina, ne abbiamo incontrato uno dedicato esplicitamente agli anarchici. Si tratta, in questo caso, di una immagine pre-esistente; i programmi che cercano su Internet le immagini simili fanno risalire la sua prima apparizione almeno al 2017.

L’originale è composto da 4 vignette, senza parole, che raccontano una storia caratterizzata da quello che si potrebbe definire “umorismo nero”, ovvero il tentativo di far ridere raccontando storie che affrontano argomenti seri.

Nella prima vignetta c’è una mano aperta che emerge dall’acqua, nella seconda si vede una seconda mano che si avvicina alla prima, nella terza la mano che si stava avvicinando “batte il cinque” con quella che emerge dall’acqua e nella vignetta finale compaiono solo le dita della mano immersa nell’acqua.

Non c’è bisogno di un dottorato in semiologia per comprenderne il significato: davanti a una persona in pericolo (probabilmente sta affogando) invece che salvarla (afferrandole la mano) si preferisce un gesto inutile (“battere il cinque”) e questo causa la morte della persona.
Fa ridere? Non fa ridere? Ognuno decida per conto proprio perché, in questo contesto, non interessa il “meme” originale ma una sua versione modificata che sta circolando da qualche tempo anche su siti in lingua italiana.

L’immagine originale è stata modificata apponendo delle scritte in inglese: nella prima vignetta sulla mano che emerge dall’acqua c’è scritto “UKRAINIAN ANARCHIST” (anarchici ucraini), nella seconda sulla mano che si avvicina c’è scritto “WESTERN ANARCHISTS” (anarchici occidentali), nella terza sulle mani che “battono il cinque” c’è la scritta “NOT WAR BUT CLASS WAR COMRADE LOL” (no guerra ma guerra di classe compagno LOL), sulla vignetta conclusiva non compaiono scritte. Forse conviene ricordare che “LOL” è un acronimo usato da sempre su Internet che significa “laughing out loud” (ridendo a crepapelle).

Anche in questo caso il significato del “meme” è alquanto chiaro. Si tratta di una accusa, molto pesante, agli “anarchici occidentali” che, davanti alla tragedia della guerra in Ucraina, si limiterebbero a riproporre uno slogan (“no guerra ma guerra di classe”) causando la morte degli “anarchici ucraini”.

Anche se piacerebbe saperlo, nessuno ha firmato questo “meme” ma chiunque sia stat* ha realizzato qualcosa che si può definire come “propaganda anti-anarchica” e questo perché NON esiste una posizione comune di tutti gli anarchici  e tantomeno di quelli “occidentali” a proposito della guerra in Ucraina. Ci sono infatti, all’interno del movimento anarchico, posizioni che sono più vicine a quelle degli “anarchici ucraini” e posizioni che sono più lontane dalle scelte che hanno fatto. Basta un minimo di onestà intellettuale e la lettura di quello che è stato pubblicato sui siti anarchici negli ultimi tre mesi per verificarlo.

Chi ha creato il “meme” in questione ha invece esplicitamente mosso una accusa collettiva, una accusa rivolta a tutto il movimento anarchico o almeno a quello definito “occidentale”. E quindi si tratta di “propaganda anti-anarchica”, qualsiasi fossero le intenzioni di chi ha creato il “meme”. A meno di credersi depositari* unic* dell’idea anarchica o della “giusta linea” da seguire e questo sarebbe anche peggio.

Si tratta, con ogni evidenza, oltre che di “propaganda anti-anarchica” anche di propaganda di guerra, una comunicazione che si caratterizza sempre per la sua “binarietà”: con noi o contro di noi, amici-nemici, alleati-avversari, buoni-cattivi, ecc… e che viene da sempre utilizzata ampiamente da tutte le parti coinvolte in un conflitto armato.

L’immagine non viene pubblicata in quanto, proprio perché si tratta di “propaganda anti-anarchica”, sarebbe un controsenso aumentarne la visibilità.

Conversioni pericolose

Fino a questo momento, al tempo del C-19, quello sotto è il cartello che preferisco; suppongo sia diffuso anche in altre città e qui fa bella mostra nella vetrina di un bar in centro:

Conversioni sbagliate

Il cartello è interessante, oltre che leggermente ridicolo, e fa venire in mente alcune pigre riflessioni:

1. che anche ai tempi di Internet le persone non sanno convertire una unità di misura in un’altra, 6 piedi (“feet”) equivalgono a circa 1,8288 metri;

2. che le misure di sicurezza prese durante la pandemia non avevano/hanno sempre delle solide basi scientifiche;

3. che noi italiani ci vogliamo più bene degli statunitensi;

4. che qualcuno potrebbe pensare che in quel bar bisogna tenere una distanza interpersonale diversa a seconda della nazionalità di appartenenza;

5. che il cartello non è proprio il massimo, sia dal punto di vista dell’utilità che della comunicazione;

6. mi fa notare Nicolas Laney (via mastodon) che si potrebbe anche vederci una divisione di genere, ma solo se le persone sono vestite in modo tradizionale.

Cartellonistica moderna

Qualcuno dei cartelli fotografati oggi al corteo di FFF a Pisa.

Avviso: i commenti potrebbero non piacere.

C’è qualcosa che mi perplime nell’ordine delle priorità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vecchio cuore hippie non muore mai.

 

 

 

 

 

Se ci sono 40 gradi col cavolo che mi bevo un alcolico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E, infatti (vedi sopra) qualcuno giustamente si lamenta.

 

 

 

 

 

 

 

Bucolico.

Cartello: "Go touch some grass & take care of it"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho fatto le superiori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo non l’ho capito, giuro. Aggiornamento: mi fanno notare diverse persone che la scritta fa riferimento a una canzone, che non conosco, di un cantante, che non conosco e mi forniscono gentilmente un link per informarmi. Dopo 21 secondi di ascolto mi rendo conto di quanto ero più contento prima.

Perché i computer non domineranno (ancora) il mondo

Anche il prossimo governo farà dichiarazioni, più o meno roboanti, sulla necessità di digitalizzare il digitalizzabile e anche di più. Sull’importanza delle reti veloci, sulla diffusione delle tecnologie informatiche e, soprattutto, sulla transizione delle Amministrazioni Pubbliche verso… indovinala un po’? Il digitale, sempre quello.

Come tutti quelli che lo hanno preceduto il nuovo governo probabilmente lascerà intatto tutto il caos normativo sull’amministrazione digitale che nemmeno le ripetute e sempre più cervellotiche versioni del famigerato “CAD” (che non sta per ComputerAided Design/Drafting) ma per “Codice dell’Amministrazione Digitale” è mai riuscito a sbrogliare.

E, ci scommettiamo, che anche la prossima piattaforma on-line verrà presa d’assalto e crasherà senza che nessuno abbia lanciato un attacco DOS (“Denial-of-service” attack). Ma anche questa non è una notizia.

Il fatto è che, nonostante pochi lo facciano notare, le carenze che spesso vengono attribuite esclusivamente alle Amministrazioni Pubbliche sono invece una situazione molto più diffusa e che riguarda anche le società private e non solo quelle che hanno bilanci annuali da circolo ricreativo.

Un esempio, tratto da una esperienza personale.

Il mio SPID, la mitica identità elettronica, una delle tante identità elettroniche che è possibile avere visto che le norme lo prevedono (ho scritto già che sono caotiche?) è gestito da una società privata che – ovviamente – persegue fini di lucro.

Di passaggio noto che è alquanto bizzarro che la mia identità, che viene certificata dallo Stato, venga poi gestita da un soggetto privato, ma questo fa parte di quelle insondabili decisioni che sono invariabilmente generatrici di ulteriore, come dire… caos.

Il gestore dello SPID che uso (*) recentemente mi ha gentilmente avvisato che devo aggiornare i miei documenti perché la Carta di Identità che avevo usato per la registrazione è scaduta.

Se non lo avessi fatto già prima noterei che se a gestire la mia identità digitale fosse una struttura pubblica piuttosto che un privato non ci sarebbe bisgogno di nessun avvertimento in quanto chi gestirebbe lo SPID avrebbe direttamente accesso al mio documento di identità aggiornato, visto che viene rilasciato addirittura tramite un Ente Pubblico.

Mi preparo ad aggiornare il mio documento scansionando (sic!) una CIE, che sta per “Carta di Identità Elettronica” e non per “Centro di identificazione ed espulsione”, con tanto di CHIP, PIN, Codice a Barre e magari anche qualche altra cosa segreta della quale non sono a conoscenza.

Carico il file, in formato jpg, sul sito del gestore dello SPID e il giorno dopo ricevo questo e-mail.

Qualche giorno dopo, ricevo una seconda e-mail.

Peccato che non vengono fornite informazioni su cosa abbia causato gli “errori” in questione, rendendo difficile cercare una soluzione soprattutto per quelli come me che si sono persi il corso di telepatia e non hanno mai frequentato quello preveggenza.

Per la cronaca, ho provato (altre due volte) a completare la procedura di aggiornamento e il risultato è stato sempre lo stesso. Ho provato anche quella che sul sito di assistenza chiamano “chat”, che in realtà è un “bot” – no, non sono i “Buoni Ordinari del Tesoro” – di quelli che sanno rispondere solo ad una certa serie di domande pre-definite e che al loro confronto Eliza (Weizenbaum, 1966) è una AI che ha superato in scioltezza il Test di Turing.

Questa situazione però, invece che gettarmi nello sconforto mi crea invece un senso di contentezza in quanto, almeno per un altro bel po’ di tempo, i computer non domineranno il mondo e la digitalizzazione delle nostre esistenze provocherà più casino che altro e scusate se mi contento di così poco.

I computer non domineranno il mondo e la transizione al digitale non avverrà a breve, ma romperanno comunque le scatole, temo.

La prossima puntata sarà dedicata a un altro fornitore di identità, anche in questo caso (attenzione, spoiler!) non sono riuscito a venirne a capo…

 

 

(*) In realtà ho più di una identità SPID, ma questo è un altro discorso.