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Recensioni di cadaveri dell’informazione

Rassegnarsi alla stampa?

Ore 02:36 (GMT) interno notte, solstizio d’inverno, 10,6 gradi all’esterno, praticamente se non fosse notte e se non piovesse si potrebbe uscire in camicia. Anche no. Meglio tenersi informati, comodamente seduti, su quello che succede intorno sfruttando la potenza della Rete.

Si dice che il governo bicolore abbia ri-messo mano alle norme sulle intercettazioni, tema spinoso e secolare incalzato sempre di più negli ultimi anni dalla tecnologia. Sembra che abbiano affrontato anche la rogna dei cosiddetti “trojan”, una parolina breve perché scrivere “programmi installati a tua insaputa sul tuo cellulare allo scopo di spiarti” è troppo lungo. Vediamo di capire cosa hanno combinato, visto che il testo ufficiale del Decreto non è ancora disponibile.

Passiamo velocemente in rassegna, in ordine casuale, i siti web di alcuni noti quotidiani:

Il Trojan
il Trojan, il software spia inserito a distanza nei cellulari, potrà essere usato per i delitti puniti oltre cinque anni e solo commessi dai pubblici ufficiali. Resta invariata la possibilità di utilizzarlo con le stesse regole che oggi valgono per le intercettazioni ambientali.”

Prima viene scritto che “il trojan” potrà essere usato per un certo tipo di delitti e solo se commessi da una particolare categoria di persone e poi che comunque potrà essere usato per tutto il resto seguendo le regole di una qualsiasi intercettazione ambientale.

“Il decreto disciplina inoltre in modo rigoroso l’uso del captatore elettronico, il cosiddetto Trojan: «la riforma Orlando – spiega ancora Giorgis – ha equiparato la disciplina dell’uso del trojan in luoghi pubblici a quella delle intercettazioni ambientali».”

“captatore elettronico” è decisamente una espressione molto più descrittiva rispetto al termine “trojan” che ha pure un suono decisamente volgare. Su questo articolo c’è un piccolo elemento in più, il governo avrebbe disciplinato “in modo rigoroso” l’uso dei programmi per spiare, anche se non viene detto in cosa consista questa disciplina rigorosa. Attendiamo ansiosi di leggere il Decreto. A saperlo prima non perdevamo tempo con la stampa.

“Con un decreto a parte il consiglio dei ministri ha rinviato a marzo l’entrata in vigore delle nuove regole sulle intercettazioni, cambiando però diverse cose. La più importante riguarda l’utilizzo del trojan, il virus spia che potrà essere utilizzato nei luoghi di privata dimora per indagini sulla corruzione ma solo per reati commessi dai pubblici ufficiali. Il privato cittadino, quindi, non potrà essere intercettato con questo strumento.”

 

Finalmente una serie di buone notizie. Le nuove regole entraranno in vigore a marzo. Il malefico software potrà essere usato solo contro i cattivi e solo contro i cattivi dipendenti pubblici e solo a casa loro. Tutti gli altri non potranno essere spiati con questo strumento. Evviva! Basterà evitare le dimore private dei dipendenti pubblci. Mi sembra una cosa piuttosto facile.

I trojan – Sui trojan invece è stato raggiunto un compromesso: l’applicazione dei captatori informatici è stata slegata dalla normativa sulle intercettazioni ambientali ampliandone di fatto la possibilità di uso. La riforma Orlando invece li considerava microspie ambientali. Con il decreto legge approvato oggi, dunque, il trojan si potrà usare per perseguire i reati associativi, quelli con finalità di terrorismo e quelli dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione con una .” [Il testo dell’articolo finisce improvvisamente e non sapremo mai cosa c’era scritto dopo.]

Abbiamo imparato un nuovo termine “captatori informatici”, il che ci confonde un po’ le idee: ma non si chiamavano “captatori elettronici”? Qui però – al contrario di quanto letto prima – scrivono che l’uso di questo strumento per spiare la popolazione diventa “di fatto” più ampio. Poi sembra che oltre ai cattivi dipendenti pubblici verranno spiati anche i cattivi terroristi e i cattivi (generici) che si associano insieme.

Ore 03:00 (GMT) interno notte, solstizio d’inverno, 10,9 gradi all’esterno. Tutte le volte che leggiamo la stampa ufficiale dopo ci chiediamo sempre perché lo facciamo. Ripensandoci forse era meglio uscire a farsi un giro anche se piove, lasciando (naturalmente) il cellulare a casa.

Venerdì, pesce

venerdì pescsNon ne sentivamo la mancanza ma era un po’ di tempo che non compariva sulla scena politica italiana un nuovo “popolo” a dimostrare che, come ci hanno insegnato a scuola, la storia ha la pessima abitudine di ripetersi.

Senza voler fare una ricerca scientica e andando solo a memoria (con un piccolo aiuto dagli archivi digitali) potremmo far risalire l’inizio della storia all’epoca di “tangentopoli”, quando sulle macerie lasciate dal crollo dei partiti istituzionali, tutti più o meno coinvolti in storie poco edificanti, fece la sua comparsa la “società civile”.

Con la immediata collaborazione dei rudimentali mezzi di comunicazione di massa esistenti in quegli anni gruppi di persone iniziarono a scendere in piazza chiedendo a gran voce la moralizzazione della politica, scelsero i loro santi protettori e protestarono in tutta la penisola, senza bandiere di partito. Una parte di questi finirono poi in un partito personale che ebbe anche un discreto successo elettorale per poi estinguersi, in modo non particolarmente brillante, dopo qualche anno.

A partire da questa “società civile” e nel corso degli ultimi 20-25 anni sono germogliati altri più o meno effimeri fenomeni sociali di piazza ai quali sono state affibbiate delle etichette (oggi #hashtag) che forse ricordano in pochi.

Chi si ricorda “il popolo dei fax” nato quando ormai quello strumento stava per estinguersi? Non lo ricordate? Magari allora ricordate i “girotodini”, un nome davvero ben trovato, anche se è difficile dire che fine abbiano fatto. Sicuramente non ricorderete “il popolo degli SMS” perché probabilmente sarà durato due settimane. E che dire del “popolo viola”? Mai sentito? Abbiamo sempre sospettato che l’idea sia venuta a qualcuno che aveva letto (capendoci poco) “Ammazza un bastardo!”.

Ne abbiamo dimenticato sicuramente qualcuno, forse, tipo il “BoBi”, ma qui non siamo sulla Wikipedia. Erano comunque tutti movimenti formati da gruppi di persone con un orientamento politico trasversale ai partiti tradizionali, tutti alla ricerca di qualcosa di diverso-ma-uguale-ma-diverso.

Poi sono arrivati loro, a volte (soprattutto agli inizi) chiamati anche “popolo di Grillo” e dopo “grillini” che, almeno in parte, hanno raccolto e messo a frutto l’eredità della ormai mitica “società civile” iniziale. Grazie al loro programma politico tipo supermercato sono gli unici ad aver avuto davvero un grande successo. Almeno fino a ieri.

Oggi le “sardine” continuano questa ormai vecchia tradizione, comparendo in un panorama sociale preoccupante e alla vigilia di una serie di scadenze elettorali ravvicinate che potrebbero segnare un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico. Cosa ne sarà di loro non lo sappiamo ma intanto teniamo aggiornato il nostro elenco.

Il 5 novembre è passato

Il 5 novembre è passato da poco ma è ancora on-line un articolo pubblicato sul sito web di un noto quotidiano italiano a proposito dell’ultima incursione di LulzSecITA.

Dopo un riassunto di quello che sarebbe successo l’autore dell’articolo, del quale non facciamo il nome perché Natale è vicino e siamo tutti più buoni, riesce a mettere in fila due svarioni in cinque righe.

parte finale di un articoloDimostrando, ancora una volta, quanto male faccia Internet alla stampa.

 

 

“Se non posso pubblicare gif di gattini non è il mio social”

Su “il manifesto” del 23/10/2019 sono stati pubblicati, sotto l’etichetta “SocialnetWar”, 5 pezzi sul tema “social”. Di seguito delle micro recensioni al volo, con tutto quello che ne consegue.

Attenzione spoiler 😉

1. “Chi vuole oscurare le pagine pro-curdi” (G. Merli)
Un breve riassunto della censura operata nelle ultime settimane da FB nei riguardi di pagine e account dedicati o che hanno pubblicato cose relative alla questione curda. Viene citata di passaggio la discreta confusione esistente sulla presenza (almeno fino al 2018) del PKK nell’elenco europeo delle organizzazioni terroristiche e alla fine il pezzo si colora di un banale complottismo.

2. “Un altro modello c’è e si chiama «Fediverso” (Collettivo Bida)
Una presentazione del progetto e del perché può essere una valida alternativa ai “social di stato”. Dopo averlo letto meglio andare e vedere di persona 🙂

3. “Internet, mon amour, per sottrarci alla nostra condizione di ingranaggi della MegaMacchina” (circex.org)
Presentazione del “Centro Internazionale di Ricerca per la Convivialità Elettrica”.

4. “La conversione di Facebook al sovranismo digitale” (B. Vecchi)
Ho qualche dubbio sul fatto che quanto accade in Siria e dintorni abbia qualche influenza sulla “intera” (sic!) policy di FB. Mentre invece sono convinto che una impresa commerciale della grandezza di FB debba necessariamente adattarsi, se vuole continuare a generare profitti, alle politiche locali. Questo, secondo Vecchi, è ciò che implicitamente si muove dietro l’oscuramento temporaneo di pagine Facebook dall’inizio delle ostilità militari di Erdogan contro i curdi.” L’apparente contraddizione tra il mio dubbio e la mia convinzione viene risolta dalla considerazione che – allo stato attuale – un colosso economico come FB può ancora tranquillamente agire al di sopra delle leggi degli stati e anche del senso del ridicolo (come quando vengono oscurati quadri famosi) in quanto è uno strumento completamente sotto il controllo dei suoi proprietari e deve rendere conto solo ai propri azionisti dei risultati di bilancio. Per cui non deve necessariamente essere coerente nemmeno con la sua policy.

Il quinto pezzo “La tecnica da sola è inadeguata se non è preceduta dalla politica” (M. Liberatore, Gruppo Ippolita) è quello che secondo me ha bisogno di un commento un po’ più lungo.

Nell’articolo viene correttamente preso in giro chi protesta per la censura di FB ma allo stesso tempo viene portata una critica contro i “social alternativi” e “Mastodon” in particolare che però manca spesso il bersaglio.

Per esempio quando viene scritto che “alcune istanze sono popolate dai nazisti dell’Illinois”, come se un qualsiasi strumento della comunicazione in genere e quindi anche della Rete possa essere immune da una possibilità del genere. Più che una critica o un inutile truismo questa affermazione potrebbe sembrare una – sottile – denigrazione.

La “Comunicazione Mediata da Computer”, sebbene abbia delle caratteristiche sue peculiari non è esente da tutti i pregi e i difetti della comunicazione interpersonale e di massa. Gli strumenti di comunicazione ci servono per entrare in contatto con una persona, con un gruppo specifico di persone, con un numero indeterminato di persone. Usiamo questi strumenti per ragioni di lavoro, per divertimento, per informarci, per fare propaganda, per fare informazione, per creare-mantenere-sviluppare rapporti interpersonali. Alcuni strumenti di comunicazione sono più o meno adatti a ognuno di questi compiti e FB e “Mastodon” non costituiscono certo una eccezione a queste banali regole generali. Li differenziano però tanti piccoli particolari, ne ricordiamo solo uno: il primo è nato per generare profitti e il secondo no.

Chi ha lanciato la prima istanza di movimento in lingua italiana di “Mastodon” ha espresso con chiarezza il suo pensiero anche in modo abbastanza diretto, come in questa parte:

Cosa vogliamo nel nostro social network

  • Poter accedere a notizie nel modo più anonimizzato possibile.
  • Poter avere un aggregatore, in cui ricercare facilmente le notizie che ci interessano.
  • Poter controllare facilmente i nostri contenuti e distruggerli con un semplice click.
  • Poterci esprimere senza il timore che altri li cancellino senza averci prima almeno interpellate.
  • Poter parlare e dialogare con gli/le admins del server su cui postiamo i nostri contenuti.
  • Poter generare kaos, avere tantissime identita’ diverse.
  • Poterci trovare in una comunità con cui dialogare anche dal vivo e non solo attraverso un computer.

e mi sembra abbastanza chiaro, leggendo anche gli altri documenti disponibili, che chi gestisce l’istanza mastodon.bida.im ha tenuto in debito conto i limiti dello strumento.

Non esiste un automatismo che porti nelle strade le persone che interagiscono su “Mastodon”, ma questo ovviamente vale per qualsiasi strumento di CMC, vale a dire anche per quelli che invece vengono considerati positivamente (ma solo perché hanno un funzionamento ridotto all’essenziale) come lapunta.org e gancio.cisti.org

Nessuna può credere che da un “social” nasca una rivoluzione. Sarebbe un po’ come credere che, una volta eliminati i gattini e il porno, poi tutto andrà per il verso giusto.

Non ho più voglia di scrivere, magari poi.

 

Mi si è bruciato il neurone

Leggo il titolo. Mi interessa.

dal sito webNell’articolo non ci sono link al manuale. Mi salta agli occhi una frase, un po’ abusata ma sempre valida:

il collaboratore di Repubblica ci ricorda che ‘quando non paghi qualcosa il prodotto sei tu'”.

Sono d’accordo con l’affermazione e quindi provo a cercare questo manuale (quello pubblicizzato) da scaricare, gratis.

Il primo tentativo mi indirizza al sito dell’autore, dove trovo lo stesso articolo di prima e ancora nessun link al manuale (sempre quello di prima). Una vera disdetta!

Al secondo atterro sul sito dell’editore, leggo e c’è qualcosa che non mi torna, perché il suddetto, benedetto, manualetto (sempre lo stesso) lo vendono a 20 euri:scheda manuale

Il motore di ricerca si deve essere sbagliato.

Al terzo tentativo finisco su una pagina dove, finalmente trovo conferma che il manualetto (si, sempre quello di cui sopra) è gratis e ci sono anche le istruzioni per scaricarlo. Evviva!

Ma scopro che per entrare gratuitamente in possesso dell’agognato manuale (esattamente lo stesso di prima) dovrei fotografare un codice QR e inviarlo con “Whatsapp” a un account “business” (WOW!) che poi mi manderà il link per scaricarlo.

Noto anche che il banner in fondo alla pagina mi avverte che su quel sito usano cookie di profilazione di terze parti (urgh!). Mi chiedo cosa ci sia scritto a questo proposito sull’ormai mitico manuale e sono sempre più ansioso di leggerlo.

Che fare?

Per fortuna scorgo una farse che sembra promettere bene: oppure puoi scaricare il libro all’indirizzo” ci clicco sopra speranzoso e mi compare una roba del genere:

come scaricare un manualeA sinistra ci sono le stesse istruzioni della pagina dalla quale provengo, evidentemente hanno capito che ho solo un neurone. A destra, finalmente, la sospirata alternativa che consiste in un form da riempire con i miei dati.

I miei dati?

Per scaricare un manuale sulla difesa dai predatori dei dati personali devo fornire dati personali?

Il mio unico neurone va in loop, si surriscalda e dopo qualche secondo si brucia.
Adesso ormai sono troppo stupido per questo genere di cose e mi farò spedire il manuale (si, si, proprio quello) da Aldo B.

Nota Bene
La ricerca del manuale (si, si, sempre quello, il solito) è avvenuta tra il 13 e il 14 ottobre del 2019.

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Ho letto un terno secco

Le ferie forzate sono un buon momento per sessioni di lettura estrema, di quelle che coprono bene il tempo tra l’attività di binge-watching e qualche uscita serale strategica. Per caso o per fortuna ho appena finito di leggere una infilata di tre libri tre che meritano tutti una segnalazione, anche breve. Praticamente come prendere un terno secco al lotto. Non sono libri nuovissimi e nemmeno troppo vecchi ma il fatto che li abbia lenti in fila e che mi siano piaciuti, più o meno allo stesso modo, me li farà ricordare a lungo.

Jared Diamond, Armi acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi 2006
Come condensare 13 mila anni in poche centinaia di pagine. Storia ma soprattutto preistoria del mondo e dei suoi abitanti. Risponde a una serie di domande di base sul perché di certi avvenimenti suggerendo ipotesi interessanti e, talvolta, in contrasto con il senso comune. Agricoltura, allevamento, scrittura, guerra, migrazioni e malattie, tutto quello che c’è da sapere per una conoscenza di base del mondo. Una volta tanto il testo non è centrato sull’Europa o sull’Occidente. Scritto in modo comprensibile e con un ricco apparato bibliografico.

Alex Butterworth, Il mondo che non fu mai. Una storia vera di sognatori, cospiratori, anarchici e agenti segreti, Einaudi 2011
Si tratta di una ricostruzione letteraria del milieu politico europero dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione di ottobre. Protagonisti assoluti sono i cosiddetti populisti (nel senso originario e corretto del termine) le cui storie sono raccontate anche attraverso l’aiuto di documenti delle polizie politiche del tempo. Vi compaiono, nel ruolo di comprimari, anche gli anarchci protagonisti della stagione della “propaganda del fatto”. Scritto in modo da alleggerire in modo significativo la relativa pesantezza dell’argomento, Ha anche un minuscolo apparato iconografico.

Paco Ignacio Taibo II, Que sean fuego las estrellas. Barcelona (1917-1923), una historia narrativa de sindicalistas y pistoleros, Planeta 2015
Non credo che esista ancora in traduzione italiana. Non è il primo libro che si occupa dell’argomento e non è un libro storico nel senso classico. Ma solo uno scrittore poteva raccontare gli avvenimenti, quasi quotidiani, di sei anni nei quali il conflitto sociale a Barcelona ha assunto caratteristiche che non si erano mai verificate prima e che non si sono mai più riscontrate nella storia. Leggendolo si riesca a inquadrare la storia della Guerra civile spagnola sotto un profilo che spesso si perde quando si leggono i libri dedicati principalmente a questo avvenimento. L’apparato di note, arricchito da illustrazioni, non è stato stampato nel testo ma è disponibile (gratis) sul sito dell’editore.

Giornalismo fantascientifico

I giornalisti leggono troppa fantascienza, anche quando traducono da altri giornali. Un proiettile può sicuramente entrare, uscire e rientrare (per esempio colpisce un arto, lo trapassa, esce e colpisce il corpo) ma che questo possa avvenire “più volte” è davvero poco credibile.

la repubblica 2014-08-19 at 01.39.43

Disinformazione al quadrato

A gennaio 2014 era stata pubblicata da tutti i media la storia del dittatore Nord Coreano che fa sbranare lo zio (e magari anche tutta la di lui famiglia) dai cani. Titoli, articoli commenti e poi… smentite. Si trattava di un “malinteso”, qualcuno che aveva preso per vero un articolo satirico. Cose che capitano? No.
Storie del genere sono frutto del costante lavoro degli uffici di disinformazione, un classico e neppure tanto originale, anzi piuttosto datato come metodo di guerra psicologica.
La cosa divertente, in questi casi, è che c’è sempre chi esagera.

A questo link, se ancora non lo hanno fatto sparire,

http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/20/foto/kim_jong-un_le_foto_sono_sempre_un_mistero-84071029/1/?ref=HRESS-1#1

un bell’esempio, proveniente da (afp) che, salvo errori, dovrebbe essere “Agence France-Presse”, agenzia di stampa francese.

L’autore della didascalia ci spiega come il dittatore coerano venga fotografato ma senza che alle immagini sia messa una qualsiasi didascalia che precisi data, luogo e occorrenza della foto.

Per far capire all’incolto lettore quanto cattivo sia il suddetto dittatore, il prode giornalista (?) scrive testualmente che il dittarore coreano “Alcuni mesi fa ha decretato la morte di uno zio facendolo divorare dai leoni.”

Quando un cialtrone al soldo della disinformazione, accusa un dittatore di fare disinformazione, si produce una disinformazione al quadrato.

Nel caso gli addetti alla disinformazione del web di “la Repubblica” abbiano modificato la didascalia, eccola qui sotto in tutto il suo splendore.

web_repubblica 20140420at13.51.37

 

 

Aggiornamento (21/04/2014): la didascalia è stata cambiata, adesso lo zio è stato fatto divorare dai cani. Evidentemente anche per gli addetti alla disiformazione i leoni erano davvero troppo.

La storia si riscrive anche con i necrologi

Inutile ripetere che da tempo i mass media stanno riscrivendo la storia degli anni ’70, la stanno riscrivendo ad uso e consumo di un pubblico troppo giovane per ricordare o troppo distratto per preoccuparsene. La stanno riscrivendo secondo un paio di canovacci, sempre gli stessi, che vengono adattati alla bisogna. Uno dei più ab-usati è quello che presenta gli anni tra la fine dei ’60 e la metà degli ’80 come “anni di piombo”, un periodo storico “buio”, una sorta di “nuovo medioevo”.

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Se Calabresi è innocente…

“Piazza Fontana. 12 dicembre 1969 ore 16,37. La verità esiste.” (da una pubblicità sul web)

E’ appena uscito nelle sale il film “Romanzo di una strage” del regista Marco Tullio Giordana, che già con “La meglio gioventù” (2003) aveva fornito una discutibile interpretazione della storia degli anni ’70.
Il film in questione inizia con la bomba di Piazza Fontana (12/12/1969) e termina con la morte del commissario Luigi Calabresi (17/05/1972) ed è incentrato principalmente sulla ricostruzione dei momenti immediatamente precedenti e successivi all’attentato di Milano. Sullo schermo passano praticamente tutte o quasi i protagonisti di quell’avvenimento: militanti, politici, giornalisti e poliziotti, tutti interpretati da attori che sono stati scelti anche in base ad una qualche somiglianza con le persone reali. A rendere più vero-simile il tutto ci sono poi i piccoli particolari, messi apposta per essere notati: le “Senior Service” di Gian Giacomo Feltrinelli, i foulard di Camilla Cederna, il questore Marcello Guida che fa un riferimento a Ventotene, giusto per citarne alcuni.
Il motivo conduttore del film, che sarà ribadito in più occasioni e da diversi personaggi, è che i gruppi di destra e di sinistra (nel nostro caso  anarchici) erano tutti infiltrati da agenti al servizio degli apparati dello Stato. Nonostante questo, la strage non è stata prevenuta e le indagini successive si sono sviluppate nella confusione più totale. Per spiegare questa incongruenza l’autore mette in bocca ai più importanti politici dell’epoca, soprattutto a quelli che non possono smentirlo in quanto defunti, una tesi sicuramente vecchia: la strage è stata organizzata e messa in atto da un ben assortito e nutrito gruppo di cospiratori. In questo gruppo ci sono un po’ tutti: anarchici (veri e presunti), fascisti, funzionari statali di vario livello e persino “la parte più oltranzista della NATO” (sic!).
Nulla di nuovo, fin dai primi momenti, la contro-informazione militante aveva già disegnato per sommi capi un quadro delle complicità e soprattutto dell’uso politico che si voleva fare della bomba. Non a caso l’espressione “Strage di Stato” fu coniata subito.
La novità, anche questa non proprio freschissima, è che accanto alla ricostruzione di fatti già consegnati alla storia, il film presenta anche la tesi delle “due bombe”. La prima, a basso potenziale, che doveva scoppiare durante la chiusura della Banca e la seconda, più potente, che invece venne fatta esplodere quando nell’edificio c’erano ancora dei clienti. Nemmeno a farlo apposta la prima potrebbe essere stata collocata dagli anarchici, forse proprio da Pietro Valpreda, e la seconda invece non si sa bene da chi, probabilmente da un fascista somigliante al “ballerino anarchico”.
Su questo scenario, nella prima metà del film, si sviluppa la vicenda di Giuseppe Pinelli e di Luigi Calabresi che vengono presentati come una sorta di Peppone e Don Camillo (absit injuria verbis…), ognuno cristallizzato nel suo ruolo ma, come si suggerisce nella scena in cui al commissario appare il fantasma di Pinelli, accomunati dallo stesso tragico destino. Raccontare in questo modo gli avvenimenti è una costante di un certo filone culturale impegnato da anni a riscrivere la storia degli anni ’70 ad uso e consumo delle generazioni presenti e future. Il quadro presentato è quello di un periodo oscuro e violento a causa degli “opposti estremismi” in campo e delle ideologie ottocentesche che li animavano.
Questo film ripropone una lettura pacificatrice delle coscienze, di chi ha paura di chiedere come mai fin dai tempi di Portella della Ginestra (per restringere il campo alla storia della Repubblica) dietro una strage si è sempre intravista l’ombra dello Stato, in una delle sue tante forme. Che si continui a chiamarli “servizi deviati”, “settori dei servizi”, “apparati riservati”, “forze oscure” o come si preferisce, si tratta sempre di strutture interne allo Stato. Da sempre e non solo dal 12 dicembre del 1969.
La “Strage di Stato” non ha significato, come molti scrivono la “perdita dell’innocenza”, ma solo l’inizio di una stagione politica che in quegli anni si esprimeva con le bombe nelle piazze, sui treni e nelle stazioni e che oggi plaude a chi riscrive quella storia.
Nel film c’e’ una scena nella quale il principe Valerio Borghese si lamenta della “strage di civili” e Stefano delle Chiaie che risponde “E’ la guerra, principe.” e lui di rimando “Taci. Non usare quella parola. I soldati possono dirla. I macellai no”. Questo scambio di battute fa sembrare Borghese una persona che in fondo voleva solo la “proclamazione dello stato di emergenza” dimenticandosi di ricordare che era stato il capo della famigerata “Decima Mas” che si è macchiata, durante la guerra di liberazione, anche di stragi di civili inermi. Il film è tutto su questa falsariga.
Buona visione… se vi regge lo stomaco.