Archivi categoria: Stampati

Articoli pubblicati da qualche parte su carta

Pisa. Manganelli in primo piano

La piazza rubata

Pisa. Striscione alla testa del corteo del 2 marzo 2024.

Pisa. Striscione alla testa del corteo del 2 marzo 2024.

Otto giorni dopo le manganellate del 23 febbraio, un corteo di 6-7 mila persone ha percorso le strade di Pisa circondato dalle telecamere delle principali televisioni locali e italiane. Una manifestazione arrivata dopo una settimana nella quale si sono sprecate, nel vero senso del termine, un’enorme quantità di parole su quanto era accaduto pochi giorni prima in una stretta stradina nel centro. Era più che prevedibile che, soprattutto dopo l’intervento del Presidente della Repubblica, quell’episodio assumesse una importanza e un significato molto superiore alla sua reale consistenza.
Illustri costituzionalisti hanno spiegato che, stante le leggi vigenti, non c’è l’obbligo di chiedere l’autorizzazione per svolegere una manifestazione e quindi non ha senso etichettare un corteo come “manifestazione non autorizzata” (cosa che hanno continuato a fare in molti) mentre segretari di sindacati di polizia hanno espresso pareri non propriamente consonanti. Persino la neo eletta Presidentessa della Regione Sardegna ha citato fin dalle prime interviste quanto accaduto a Pisa, accodandosi alla lunga serie di esponenti politici – più o meno noti/importanti – che hanno ritenuto opportuno far conoscere a tutti la loro opinione. Impossibile elencare le trasmissioni televisive, su tutti i canali e di tutti i generi che hanno mostrato le immagini delle manganellate e commentato il fatto. Per non dire dei giornali di carta stampata (persino quelli specializzati nel “gossip”) e dei siti web.
Addirittura una associazione ha lamentato che i figli di alcuni agenti di polizia stavano subendo episodi di “bullismo” a Scuola da parte dei loro coetanei in quanto colpevoli di essere “figli di sbirri o di manganellatori”. Sembrava quasi un tentativo di pareggiare, in un certo senso, il conto rispetto ai genitori che si sono lamentati perché sono stati picchiati dei minori.
In altre parole la politica, quella che si pretende con la “p” maiuscola, si è appropriata dell’episodio di cronaca, cosa che accade spesso, più per motivi di interesse partitico che perché realmente preoccupata per la violenza delle manganellate piovute sulla testa degli studenti e delle studentesse.
Di conseguenza in qualche occasione è passato in secondo piano il fatto che gli adolescenti picchiati stessero protestando contro il massacro in atto da cinque mesi nella Striscia di Gaza.
Per questo la manifestazione di sabato 2 marzo a Pisa aveva due temi portanti: la protesta contro le cariche della polizia e la solidarietà ai palestinesi, come si poteva capire dalla varietà degli striscioni, delle bandiere sventolate e degli slogan. Il corteo è sostanzialmente riuscito anche se, dal nostro punto di vista, la risposta data a Pisa immediatamente dopo i fatti è stato un segnale molto più interessante e significativo. Perché, contrariamente a quello che la narrazione dei mezzi di comunicazione ufficiali ha provato a far credere nel corso della settimana le manganellate di Pisa non sono un fatto eccezionale ma costituiscono piuttosto la regola.
Come di solito accade, dopo qualche giorno di enorme esposizione mediatica, il fatto avendo esaurito la sua carica di interesse generale ritornerà confinato delle pagine della cronaca locale. I politici di professione non avranno più necessità di fare riferimento alla violenza della polizia e passeranno ad altro.
Questo lascerà fondamentalmente immutato il modo di operare delle forze dell’ordine che nel caso di Pisa sono state appena “bacchettate” dalle cosiddette opposizioni e “carezzate”, come da collaudato copione, dalle forze di destra.

Pisa. Striscione al corteo del 2 marzo 2024

Pisa. Striscione al corteo del 2 marzo 2024.

Qui sotto l’articolo, scritto a caldo la scorsa settimana e pubblicato sul n.8 di “Umanità Nova”

Alla fine si è scomodata persino la più alta carica dello Stato per commentare quello che è successo a Pisa venerdì 23 febbraio scorso. Protagonista un corteo di meno di un centinaio di studenti e studentesse delle scuole superiori intenzionati a esprimere la loro solidarietà alla causa palestinese. Dopo aver percorso poche centinaia di metri dal punto di partenza il gruppo è stato bloccato (in testa e in coda) da agenti di polizia in assetto antisommossa. Il tutto è avvenuto in una zona a traffico limitato, una di quelle percorse più da turisti che da residenti. Dopo un breve fronteggiamento è partita una prima carica, la polizia è avanzata di qualche metro e sono volate molte manganellate. Qualche persona è stata ferita e qualche altra si è ritrovata stesa al suolo e sovrastata da uno o più agenti in borghese. Il piccolo gruppo di adolescenti non si è disperso e a questo punto sono partite altre due piccole cariche, ancora condite con manganellate come se grandinasse.
Un episodio del genere poteva semplicemente essere destinato a riempire solo una pagina di cronaca cittadina ma bisogna considerare che quanto accaduto non aveva precedenti nella città di Pisa, nonostante le sue storiche tradizioni di lotte studentesche. Alcuni compagni in piazza da decenni ricordano che mai era stato attaccato un corteo composto esclusivamente da “studenti medi”, nemmeno negli anni ’70 quando i minorenni erano decisamente più minacciosi. E bisogna tener conto che in città si ricorda ancora la storia di Franco Serantini, il nostro compagno assassinato proprio a colpi di manganello da un gruppo di poliziotti.
Già pochi minuti dopo il fatto sono iniziati a circolare i filmati di quello che era accaduto, immagini nelle quali si vedeva senza ombra di fake che la violenza esercitata dagli agenti contro un gruppo di persone indifese era stata davvero fuori misura. La risposta non si è fatta attendere che poche ore.
Nel pomeriggio i luoghi di concentramento per protestare erano due: davanti alla Prefettura, dove si sono radunate almeno sei-settecento persone che hanno gridato più volte “vergogna” all’indirizzo dell’edifico sede dell’autorità. Una iniziativa alla quale hanno partecipato anche molti politici (di centro-sinistra) locali e dove spiccava persino il gonfalone di un comune limitrofo e la presenza di una delegazione della Cgil.
Contemporaneamente altri e altre hanno iniziato a concentrarsi davanti al palazzo comunale; in questo caso la partecipazione era prevalentemente giovanile e studentesca. La folla è cresciuta tanto da non poter essere più contenuta nella piazza e quindi è partito un corteo di quasi duemila persone che si è ulteriormente ingrossato durante il percorso e che si è fermato in Piazza dei Cavalieri, il luogo dove avevano intenzione di arrivare i ragazzi e le ragazze manganellati in mattinata.
Alla fine davanti al Palazzo della Carovana, c’erano più di tremila persone. È inutile segnalare che durante lo svolgimento di questi avvenimenti non si è visto un agente (in divisa) in strada, cosa abbastanza usuale quando il comportamento delle forze dell’ordine sorpassa il sopportabile.
In definitiva, per quasi tutto il pomeriggio, il centro della città è rimasto bloccato a causa a quello che avevano combinato al mattino un gruppo di agenti di polizia.
Intanto la notizia, insieme a quella delle manganellate distribuite a Firenze, era già arrivata ovunque. Per tutto il giorno si sono inseguite sui social cosi le dichiarazioni di tutte le autorità (non solo) locali, la maggior parte delle quali indignate – a diversi livello – per il comportamento dei manganellatori, persino il Sindaco leghista di Pisa ha dichiarato di essere “amareggiato” (sic!) per quanto accaduto. Immancabili gli interventi di una coppia di esponenti della tradizione umoristica pisana (onorevoli in palazzi romani ed europei) che hanno dimostrato ancora una volta di non essere in grado di separare la realtà concreta dalla loro miserrima fantasia. Nel fine settimana ci sono state in città ancora iniziative di protesta e altre sono state annunciate per i giorni successivi.
Questi, più o meno, i fatti ai quali aggiungiamo brevi considerazioni. Si può ritenere che le manganellate siano collegate direttamente alle numerose iniziative (più di mille dal 7 ottobre scorso) di solidarietà con la Palestina, ovvero che l’obiettivo sia stato quello di reprimere in modo violento proprio queste proteste. Mentre probabilmente si tratta solo dell’ennesimo segnale dello spirito dei tempi che viviamo e che ha visto, nell’ultimo anno, un continuo crescendo di piccoli episodi di intimidazione (le identificazioni) e di repressione violenta indirizzata contro coloro che dissentono dalla politica governativa, a prescindere dalle ragioni e dalle modalità con il quale viene espresso questo dissenso.
L’ampio riscontro mediatico, i fatti sono stati commentati da quasi tutti i leader politici italiani, avuto da un relativamente piccolo episodio è dovuto alle caratteristiche di funzionamento del sistema della comunicazione e agli interessi della politica. Ma, sicuramente, la forte e immediata risposta di migliaia di persone ha contribuito in modo determinante a portare all’attenzione generale un problema che hanno dovuto affrontare tutti i governi e particolarmente quello attuale, per il quale le questioni dell’ordine pubblico rappresentano un punto sensibile.

[Pubblicato su “Umanità Nova” n.08 del 03/03/2024]

Internet. Minori, censura e famiglia

L’Autorità per la Garanzia nelle Comunicazioni (AGCOM) è “un’autorità amministrativa indipendente italiana di regolazione e garanzia, con sede principale a Napoli e sede secondaria operativa a Roma. Istituita con la legge Maccanico (1997), alla quale è affidato il duplice compito di assicurare la corretta concorrenza degli operatori sul mercato e di tutelare il pluralismo e le libertà fondamentali dei cittadini nel settore delle telecomunicazioni, dell’editoria, dei mezzi di comunicazione di massa e delle poste…” (vedi la relativa voce su Wikipedia).
Tra i suoi maggiori successi si ricordano: il tentativo fallito di costringere Mediaset a spostare “Rete 4” sul satellite; l’emanazione di un Regolamento sul “diritto d’autore” immediatamente fatto oggetto di un ricorso alla Corte Costituzionale; il fallimentare controllo che, in periodo elettorale, tutti i contendenti abbiano un accesso paritario agli organi di informazione.
A parziale discolpa dell’AGCOM va considerato che il suo campo di attività spesso si sovrappone a quello di altri organismi, alle pasticciate normative italiane e al fatto che il settore delle telecomunicazioni è uno di quelli in continua trasformazione.

Con premesse di questo genere è lecito preoccuparsi quando si legge la Delibera approvata nel gennaio di quest’anno: “Adozione delle linee guida finalizzate all’attuazione dell’articolo 7-bis del Decreto-Legge 30 aprile 2020, n. 28 in materia di “Sistemi di protezione dei minori dai rischi del cyberspazio”” (Delibera n.9/23/Cons). Provvedimento che andrà in vigore dal prossimo 21 novembre e che riguarda soprattutto i telefonini che hanno una SIM intestata a un minore, sui quali dovrebbe essere attivato obbligatoriamente un sistema di controllo disattivabile solo dietro richiesta dei genitori.
Per prima cosa ricordiamo che le “linee guida” sono una sorta di galateo rinforzato, nel senso che forniscono, allo stesso tempo, sia indicazioni dettagliate che di carattere più generale e che prevedono sanzioni per chiunque le violi. Proviamo a riassumere i principali contenuti del documento facendo finta di non aver letto la parola “cyberspazio” inserita nel titolo.

La Delibera descrive come i fornitori di servizi Internet (ISP) debbano prevedere un sistema di controllo al fine di proteggere i minori dal contatto con contenuti ritenuti non adatti alla loro età, tale sistema dovrebbe essere gratuito, pre-attivato e gestito dai genitori. La prima cosa preoccupante è leggere la lista dalla quale pescare i contenuti che possono essere oggetto del controllo, si tratta di un elenco di 23 voci che, in pratica, contiene tutta Internet: dalla posta elettronica ai social network, dal gioco d’azzardo alla pornografia. Accanto a queste si trovano voci che definire “ridicole” è un complimento: Contenuti ritenuti inquietanti (sic!), Pubblicità, Contenuti su nudità non pornografica, lingerie, ecc…

Gli operatori del settore hanno ridotto (bontà loro) il campo del controllo parentale a soli otto elementi: Contenuti per adulti, Gioco d’azzardo/scommesse, Armi, Violenza, Odio e discriminazione, Promozione di pratiche che possono danneggiare la salute alla luce di consolidate conoscenze mediche, Anonymizer, Sette. Ognuno di questi contenuti meriterebbe un approfondimento a parte, ma in questa sede ci limiteremo solo ad alcune considerazioni di carattere più generale.

Da quando esiste Internet si è provato in vari modi a catalogare i contenuti a disposizione degli utenti; prima che inventassero i motori di ricerca esistevano una infinità di siti che pubblicavano lunghi elenchi di collegamenti (link) ad altri siti inseriti in un qualche tipo di classificazione, più o meno dettagliata, per aiutare i primi esploratori della Rete a scoprire risorse di loro interesse. Con l’avvento dei motori di ricerca questo genere di liste, che aveva comunque molte pecche, è praticamente sparito anche se sono ancora moltissimi i siti che contengono elenchi a tema, ad esempio un sito anarchico che pubblica una lista con i link ad altri siti anarchici.

L’elenco delle “categorie” sulle quali si dovrebbe esercitare il controllo parentale presenta tutti gli svantaggi che avevano le lunghe liste della Internet degli inizi e il numero dei siti tra i quali ricercare quelli pericolosi non è certo gestibile da uno o più genitori. Per questo il provvedimento solleva i genitori da questa missione impossibile delegando agli ISP il compito di decidere cosa i minori possono o non possono vedere. A loro volta i provider dovranno però necessariamente affidarsi al lavoro di terzi che dovrebbero catalogare il contenuto di tutti i siti esistenti in Rete al posto loro. Per cui il cosiddetto “controllo parentale” è in realtà una doppia delega in bianco che firmano i genitori a società più o meno sconosciute e più o meno capaci.
Di passaggio ricordiamo che, da molto tempo, le richieste di chi accede alla Rete tramite un ISP italiano sono sottoposte a un “filtro di Stato” che impedisce (più o meno) di accedere a una lunga lista di indirizzi web compilati su scelte trasparenti come una giornata di nebbia.

Prendiamo come esempio due delle categorie indicate come “dannose”.
La categoria “Anonymizer”, un termine in lingua inglese usato in modo poco appropriato, viene così descritta: “Siti che forniscono strumenti e modalità per rendere l’attività online irrintracciabile.” In altri termini i minori non dovrebbero accedere a siti che permettono di rendere anonima (per quanto possibile) la propria attività in Rete. Per cui un* minore che volesse denunciare una violenza, una minaccia, una prevaricazione senza correre il rischio di una ritorsione non potrebbe più farlo senza doversi esporre in prima persona, con tutti i rischi che questo comporta in determinati contesti. Decisamente un passo avanti nella protezione dei minori.
Passiamo a qualcosa di più ameno, vale a dire la descrizione della categoria “Sette”: “Siti che promuovono o che offrono metodi, mezzi di istruzione o altre risorse per influire su eventi reali attraverso l’uso di incantesimi, maledizioni, poteri magici o essere soprannaturali.” Confessiamo che ignoravamo che fosse possibile influire su eventi reali tramite pratiche esoteriche o con l’aiuto di esseri “soprannaturali”. Ci dispiace davvero per i minori che dovranno fare a meno, oltre che ai siti di genere “Fantasy” (pieni di magia) anche dei siti dedicati ai super-eroi che, notoriamente, hanno (al pari delle divinità religiose) poteri “soprannaturali”.

Questi sono solo due esempi di come sia molto difficile e complicato, a volte quasi impossibile, applicare le “linee guida” previste dal provvedimento, senza dimenticare che il termine “minore” comprende sia un* bambin* di 6 anni che un* adolescente di 17.

Il documento contiene anche una lunga serie di indicazioni tecniche (non sempre chiare) che mostrano, oltre alla difficoltà di mettere in atto controlli che non sfocino in una censura generalizzata, la distanza che passa tra i desideri propagandistici dei politici e le possibili soluzioni tecniche a disposizione di chi dovrebbe applicare concretamente la “protezione dei minori dai pericoli del web”. Un tema che da anni è un cavallo di battaglia demagogico che mette insieme appassionatamente destra e sinistra.
Inutile dire che sistemi a pagamento, simili a quelli previsti dalla Delibera, per controllare l’attività dei minori su Internet esistono, in tutto il mondo, da più di 20 anni, anche prima che venissero fuori inutili e sconclusionati provvedimenti. Quello che non sappiamo è quanto siano realmente utilizzati e se funzionino. Siamo invece abbastanza sicuri che molti dei genitori ansiosi di monitorare l’attività on-line dei propri figli* dovranno ricorrere a qualche aiutino almeno due volte: la prima per imparare a far funzionare i controlli e la seconda per capire come hanno fatto a superarli.

[Pubblicato su “Umanità Nova”, anno 103, numero 34 ­ del 19/11/23]

Un passato senza fine

La storia è piena di eventi, anche piccoli, che a volte si trasformano in una notizia molto più importante. Non è questo il caso di quanto accaduto il 27 ottobre scorso, quando alcune centinaia di manifestanti hanno invaso pacificamente la Grand Central Station di New York dove è stata bloccata la circolazione dei treni fino a quando la polizia ne ha portati via in manette a centinaia. Eppure il fatto aveva tutti gli elementi per diventare notizia in quanto i partecipanti al pacifico sit-in mostravano cartelli e striscioni contenenti scritte alquanto significative: “I palestinesi devono essere liberi”, “Piangere i morti e combattere come dannati per i vivi”, “Cessate il fuoco”. E, a beneficio di quelli molto distratti, i manifestanti indossavano anche magliette sulle quali era scritto: “non nel nostro nome” e “cessate il fuoco adesso”. Come se non bastasse il luogo dove si è svolto il sit-in è noto in tutto il mondo anche grazie al cinema e, per ultimo ma non ultimo, la maggior parte dei manifestanti erano ebrei. Come se tutto questo non bastasse la manifestazione era stata preceduta, il 18 ottobre, da una identica (partecipanti e slogan) che aveva occupato “US Capitol”, un altro noto edificio sempre nella stessa città. Anche in questa occasione erano stati fatti centinaia di arresti.

Eppure il 28 ottobre è stato difficile trovare la notizia sui mezzi di comunicazione italiani, nessun quotidiano di carta l’aveva in prima pagina e mancava (almeno nella mattinata) sulle Home Page dei siti web dei più noti organi di informazione. Nonostante tutti avessero in rilievo notizie e servizi su quanto stava accadendo a Gaza dove, proprio la notte prima, l’esercito israeliano aveva cominciato le operazioni di terra.

Una ragione di questa anomalia è sicuramente dovuta al fatto che i protagonisti delle proteste a New York sono degli ebrei, una cosa che contrasta con la narrazione corrente in quanto l’argomento “israele-palestina” è di quelli che producono immediatamente e automaticamente degli schieramenti, dietro i quali spesso si raccolgono persone la cui conoscenza del problema non va oltre le notizie diffuse (o non diffuse) dai mezzi di comunicazione ufficiali o, peggio, dalla “bolla digitale” nella quale sono rinchiuse o dalla disinformazione largamente presente su Internet. In altri casi le divisioni sono causate da prese di posizione puramente e astrattamente ideologiche che sono il risultato di vetuste interpretazioni socio-economico-politiche e molto spesso dalla perniciosa idea che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Eppure, forse mai come in questo caso e in questo momento storico, è a disposizione una enorme quantità di documentazione liberamente accessibile a chi voglia conoscere i fatti e sviluppare un proprio autonomo punto di vista partendo da una posizione che sia, per quanto umanamente possibile, priva di pregiudizi.

fuck your national identityUn ostacolo non secondario è che sull’argomento in questione si può scrivere molto, si può esagerare facendo risalire le radici del conflitto a fatti storici o leggendari vecchi anche duemila anni oppure (più ragionevolmente) fissando un qualsiasi più o meno arbitrario punto di partenza di una lunga vicenda che è ritornata, per l’ennesima volta, violentemente all’attenzione di tutto il mondo. Altro problema, per chi non è giovanissimo, è l’impressione di trovarsi davanti a una storia infinita soprattutto perché quello che è accaduto a partire dal 7 ottobre non è certo qualcosa di inaspettato, imprevedibile o che ha cause naturali come un terremoto ma esattamente il contrario.

Le cause infatti sono da sempre sotto gli occhi di tutti quelli che hanno un minimo di onestà intellettuale e i colpevoli sono, ognuno per la sua parte e tutti in solido, più che conosciuti sia a livello globale che locale. Colpevole è l’intera “comunità internazionale” che attraverso decenni di politica interessata ma ambigua e contraddittoria ha sempre considerato quella regione semplicemente come un’area nella quale manovrare secondo i propri interessi del momento o i progetti futuri, un territorio nel quale giocare il Risiko del colonialismo prima, farlo diventare un campo di battaglia durante la “guerra fredda” e infine uno dei tanti palcoscenici della cosiddetta “geopolitica”. A testimoniarlo ci sono le innumerevoli risoluzioni di carta straccia dell’ONU, gli accordi, i negoziati inutili che si sono susseguiti nel corso degli anni e le soluzioni che sono nate già morte. Per non dimenticare poi le immancabili dichiarazioni delle massime autorità civili e religiose di tutto il mondo e le mobilitazioni e gli appelli per la pace. In molte occasioni palestinesi ed ebrei sono diventati, loro malgrado, dei burattini manovrati da interessi economici e politici che vanno ben oltre un’area grande quanto un paio di regioni italiane.

Complici sono state sicuramente le élite arabe ed ebree che non hanno mai avuto il coraggio e la lungimiranza necessarie a riconoscere la convenienza del riconoscimento del reciproco diritto all’esistenza, una ennesima dimostrazione dei danni enormi che produce il nazionalismo (comunque lo si voglia chiamare) e il sanguinoso prezzo che di conseguenza sono costretti a pagare i più deboli. Se poi, alla peste del nazionalismo ci si aggiunge quella religiosa il miscuglio diventa ancora più esplosivo e la Palestina è un luogo nel quale le favole della religione, soprattutto quelle monoteistiche, hanno le radici in un humus particolarmente nutriente.
In una sorta di “coazione a ripetere” collettiva i “tifosi” delle due parti in campo hanno perso il loro tempo ad accumulare una quantità quasi infinita di esempi da portare, di offese da riparare, di morti da vendicare e, più passa il tempo, più questa lista si allunga come la scia di sangue che non tiene conto dei confini, degli Stati, dei muri, delle terre occupate e contese. Gli ultrà delle due “tifoserie” sono sempre pronti a mostrare la macabra contabilità del crescente numero di assassini e vittime, di colpevoli e innocenti, di verità e menzogna in un confronto che non ha alcun senso e che continua ad andare avanti senza sosta.

Non esistono soluzioni miracolose da proporre, la rivoluzione anarchica purtroppo non è un orizzonte vicino in quanto solo la sconfitta definitiva delle ideologie di morte (Stato, Capitalismo, Religione) potrebbe porre la parola fine a questo annoso conflitto e non solo a questo. L’unica soluzione realistica nel mondo attuale, a parte l’annientamento completo di una delle due parti che comunque sarebbe solo un precedente per la continuazione della carneficina, è che i contendenti trovino un accordo di compromesso su come dividersi il territorio e come convivere pacificamente. Qualsiasi altra pasticciata soluzione sarà solo un intervallo, più o meno lungo, tra un massacro e il prossimo.

Ma per arrivare a un accordo onesto la principale condizione è che israeliani e palestinesi rinuncino definitivamente all’eredità di un passato senza fine e al suo pesante fardello di sangue, se questo legame non verrà definitivamente spezzato il futuro non potrà che continuare a riprodurre il presente.

[Pubblicato su “Umanità Nova”, anno 103, numero 32 ­ del 5/11/23]

G 20 e mass media

Il “G20” è uno dei numerosi incontri internazionali che infestano il pianeta e che di solito servono a tutto fuorché a risolvere i suoi problemi globali. Prima del vertice di quest’anno, che si è tenuto in India, si è svolta (il 6 settembre) anche una riunione indetta da giornalisti che lavorano in alcuni dei paesi che fanno parte del G20, un incontro chiamato “M20 Media Freedom Summit”.
Gli argomenti trattati in questo incontro sono stati molti e la maggior parte hanno sicuramente una importanza globale non solo per gli addetti ai lavori ma anche per il resto della popolazione.
Molto spazio hanno avuto gli interventi riguardanti le ormai famigerate fake news: alcuni si sono lamentati della minaccia che la loro diffusione nei social media portano al lavoro dei giornalisti. Un attacco che avrebbe come scopo addirittura quello di distruggere la professione di giornalista, trasformando l’informazione e la comunicazione in un dibattito rissoso da bar. Altri hanno segnalato l’ennesima iniziativa, in questo caso promossa dall’inglese BBC, che avrebbe l’obiettivo di combattere le fake news attraverso un dialogo tra i produttori di notizie e le grandi piattaforme tecnologiche. Tra gli strumenti previsti una sorta di “allarme” che avverta gli addetti ai lavori nel caso le notizie false diffuse diventino di tendenza.
Altri interventi, più interessanti, hanno stigmatizzato la tendenza di alcuni politici (che spesso ricoprono incarichi governativi) a prendere di mira determinati giornalisti perché i loro articoli sono critici verso il loro operato. Non li invitano alle conferenze stampa o alle loro manifestazioni e a volte incitano i loro sostenitori sui social media ad attaccarli. Qualcuno ha ricordato che i problemi sorti quando nel 2013 vennero pubblicate su alcune testate giornalistiche le rivelazioni di Edward Snowden furono superati solo grazie a una collaborazione a livello internazionale che riuscì a battere chi avrebbe preferito il silenzio su quella vicenda. Per chi non lo ricordasse Snowden rivelò molti dei sistemi di controllo delle informazioni e della popolazione usati, più o meno legalmente, dai governi di tutto il Mondo. Qualcuno ha anche ricordato che i costi che devono sostenere coloro che vogliono fare informazione indipendente su Internet spesso rendono impossibile la loro esistenza se non ricorrendo a sponsorizzazioni che poi spesso influenzano le informazioni.
Tra gli interventi più interessanti quello di un giornalista che ha ricordato come la rivoluzione digitale portasse con sé una nuova speranza per la democrazia, per la condivisione della conoscenza, per la comunicazione senza confini e per la partecipazione dei cittadini. Oggi invece anche nelle democrazie elettive viene represso il giornalismo indipendente e lo strapotere delle piattaforme digitali stia deludendo quella speranza. Come dimostrato dalla storia di Wikileaks il cui fondatore Julian Assange sta oggi pagando un prezzo troppo alto per il suo impegno.
La cosa più significativa che però, in alcuni casi, è stata passata in secondo piano o è stata taciuta del tutto è che questa riunione, organizzata prima dell’apertura del summit proprio per portare le tematiche della libertà di informazione all’attenzione del G20, si sia svolta on-line (nove fusi orari differenti) e non dal vivo. Questo è avvenuto “a causa delle politiche restrittive del governo indiano – con visti per conferenze e visti giornalistici soggetti a livelli proibitivi di controllo” (da https://thewire.in/media/g20-m20-media-freedom-summit)
Basterebbe anche solo quest’ultimo fatto a dirla lunga sulla situazione della comunicazione e dell’informazione nel XXI secolo.

Uccellacci e uccellini

Nei primi giorni di novembre sembrava proprio che fosse arrivata al termine la saga di “Twitter”. Dopo mesi di tira-e-molla Elon Musk, definito l’uomo più ricco del mondo, ha acquisito per la modica cifra di 44 miliardi di dollari il controllo di uno dei più conosciuti servizi di comunicazione su Internet.

Quello che spesso viene chiamato “blue birdie”, a causa del suo logo che rappresenta un uccellino blu, è un servizio aperto nel 2006 e che quasi immediatamente ha riscosso un grande successo, soprattutto tra i blogger e i giornalisti che ne hanno apprezzato la semplicità d’uso e la velocità. La limitazione del numero di caratteri (140) che si potevano usare per ogni messaggio (“tweet”) e la possibilità di spedirli da un telefonino anche non molto potente hanno sicuramente contribuito alla diffusione di uno strumento che alla fine del 2012 aveva 200 milioni di iscritti che sono diventati 396 alla fine del 2021. Nonostante i numeri, che posizionano “Twitter” alquanto in basso nella classifica (per quello che vale) dei “social network” la sua importanza nel panorama mediatico è stata superiore a quella di altri servizi con un numero di utenti ben superiore. Secondo alcune ricerche sociologiche a usare questo strumento sono soprattutto maschi, di età compresa tra i 25 e i 34 anni e residenti nella maggior parte dei casi negli USA e in Giappone. Uno dei fattori che hanno influito sulla sua crescita di importanza è il fatto che moltissime persone famose, in tutti i settori della vita sociale, hanno iniziato a utilizzarlo o, in alcuni casi, a pagare qualcun altro per farlo. Gli introiti dell’azienda derivano principalmente dalla pubblicità, fatta direttamente o tramite una delle altre società che sono state acquisite nel corso degli anni. Alla fine del 2021 “Twitter” aveva circa 7500 dipendenti.

L’ingresso del nuovo padrone è avvenuto in modo molto rumoroso visto che il personaggio sa che non c’è niente di meglio che una campagna pubblicitaria promozionale e soprattutto gratuita, immancabilmente arrivata. Subito dopo i primi annunci tutti i mezzi di comunicazione, vecchi e nuovi, hanno seguito il balletto che ha preceduto l’acquisizione vera e propria. Anche perché Elon Musk ha iniziato a rilasciare dichiarazioni sui cambiamenti che aveva in mente di attuare una volta entrato in possesso dell’azienda. Quello principale riguardava la politica di moderazione dei contenuti che è da sempre tra i problemi centrali in un qualsiasi “social” mentre il secondo aveva a che fare con le modifiche da implementare per migliorare la redditività del servizio.

Una volta acquisito “Twitter” si è sollevata una tempesta che ha colpito tutti, sia gli utenti del servizio che i dipendenti della società. Ai primi è stato annunciato che la “spunta” sul nome, vale a dire il simbolo che certifica “l’identità” di un utente, sarebbe diventata a pagamento. Per i secondi è andata molto peggio in quanto è stato anticipato che sarebbe stato licenziato addirittura il 75% del personale. Questi annunci hanno causato molto rumore e sono stati seguiti, come prevedibile, da una serie di smentite, di conferme, di passi in avanti e indietro. L’abbonamento per avere la “spunta” è passato da 20 a 8 dollari al mese e, in questo momento, è stato sospeso. Il numero dei dipendenti da licenziare è passato dal 75% al 50%, e secondo alcuni per risparmiare sulle buonuscite di quattro top manager (dai 20 ai 60 milioni di dollari a testa) sembra che Elon Musk li abbia licenziati “per giusta causa”, come diremmo in Italia.

Intanto, sempre per mantenere uno spazio sulle news, il nuovo padrone ha consigliato di votare il Partito Repubblicano nelle elezioni di medio termine che si sono tenute negli Stati Uniti la scorsa settimana. La pantomima potrebbe continuare ancora, tra il monumento dedicato al miliardario eretto dai gestori di una delle tante “criptomonete” e il commento complottista di Musk riguardante l’aggressione a Paul Pelosi marito di Nancy (Portavoce della Camera degli USA), poi cancellato; ma non aggiungerebbero molto di interessante alla storia. Nel suo primo discorso ai dipendenti, il nuovo padrone, sembra che abbia prospettato anche la possibilità di un fallimento dell’azienda a meno che non cambi – in modo radicale – il suo funzionamento.
Ed è questo forse uno dei punti chiave in quanto nel corso degli anni “Twitter” ha assunto un ruolo importante all’interno della comunicazione politica, soprattutto negli Stati Uniti, dove anche il Presidente in carica usa un account personale (“potus” che sta per President Of The United States) e si è molto spesso parlato della piattaforma sopratutto in relazione alle vere o presunte manovre da parte del governo russo per influenzare e manipolare la politica interna americana. L’importanza di questo servizio è iniziata probabilmente ai tempi di Barak Obama che è stato tra i primi a utilizzare in modo massiccio gli strumenti della comunicazione digitale. Non ci è voluto molto per rendersi conto che mentre uno spot televisivo può costare anche milioni di dollari un “tweet” ben scritto può raggiungere milioni di persone ed essere quasi gratuito. Allo stesso modo però un errore può essere pagato caro, come sa quel parlamentare costretto alle dimissioni nel 2011 per aver pubblicato una foto di troppo. Donald Trump, che ha fatto ampio uso di questa ribalta, ha avuto l’account “sospeso permanentemente” dopo l’assalto a Capitol Hill nel giorno della Befana del 2021.

Anche in Italia molti dei politici più noti scrivono (o fanno scrivere) su “Twitter” con risultati probabilmente meno impattanti che altrove ma che comunque vengono puntualmente ripresi dai mezzi di comunicazione di massa tradizionali.

Questa vicenda ha causato però qualche piccolo effetto collaterale positivo.

Nei primi giorni seguiti all’insediamento di Musk centinaia di migliaia di persone hanno abbandonato la piattaforma alla ricerca di strumenti di comunicazione alternativa. L’effetto di questi allontanamenti è stato visibile soprattutto su “Mastodon”, un software libero che ha un funzionamento molto simile a “Twitter” ma che, al contrario di esso si basa su una filosofia diversa, se non proprio opposta. Si tratta di una piattaforma non centralizzata ma formata da singoli server che possono essere “federati” tra loro e che permettono una buona interazione tra gli utilizzatori. Nelle ultime settimane molti mass-media (anche italiani) hanno indicato “Mastodon” come una possibile alternativa per gli utenti che hanno deciso di abbandonare il servizio del miliardario.

Questa sorte di terremoto avviene in un momento nel quale la situazione non è esaltante per il panorama dei “social” commerciali, visto che anche “Meta” (“Facebook”, “Instagram”, WhatsApp”, ecc…) ha recentemente annunciato il licenziamento di circa 11 mila dipendenti, il 13% del totale. E anche il settore delle “criptovalute” non se la passa molto bene.

Il futuro dell’uccellino blu non è ancora scritto, ma i problemi economici di una azienda che perde un milione di dollari al giorno, mescolati alla smania di protagonismo del suo nuovo padrone, potrebbero formare un miscuglio davvero esplosivo.

Il mercato e la finanza applicati alle aziende che operano nel mondo della comunicazione digitale hanno dato sempre il peggio di sé: da quando la tecnologia informatica è diventata un affare lucroso si sono susseguiti veloci periodi di crescita esponenziale e lo scoppio di “bolle” che hanno lasciato sul campo quelle che sembravano imprese indistruttibili. Ma anche in un settore che non produce, direttamente, beni materiali gli effetti di ascese e cadute si ripercuotono poi concretamente sulle persone.

Pepsy

[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.28 del 20/11/2022]

 

Libertà per Julian Assange

Nel corso del mese di ottobre di quest’anno ci sono state a livello mondiale, Italia compresa, numerose iniziative di protesta contro l’estradizione di Julian Assange che è detenuto dall’aprile del 2019 nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, nei pressi di Londra. Il governo britannico ha infatti deciso, a giugno 2022, di concedere l’estradizione richiesta dagli Stati Uniti che accusano Assange di vari reati tra i quali quello di spionaggio. Queste notizie non sono nascoste, ma non è certo un caso che siano collocate lontano dalle prime pagine e principalmente relegate negli spazi che si occupano di giornalismo e di comunicazione elettronica nonostante in passato la vicenda alla quale fanno riferimento ha occupato la ribalta mediatica per mesi.

Nel 2010, quando Wikileaks (fondato da Assange ed altri nel 2006) pubblicò sul web una serie di documenti riservati relativi alla politica statunitense e internazionale, lo fece con una azione concordata e coordinata con alcuni dei più importanti e diffusi quotidiani di tutto il mondo e il nome di Assange diventò famoso quanto quello di una rockstar. Il materiale diffuso riguardava soprattutto le guerre in Irak e Afganistan e migliaia di messaggi che si erano scambiati i diplomatici di tutti i paesi. La vicenda fu raccontata da tutti i mezzi di comunicazione del pianeta. Sempre nel 2010 la Svezia spiccò un mandato di cattura contro Assange a causa di alcune denunce per violenza sessuale e chiese la sua estradizione. L’accusato, che si proclamava innocente, si rifugiò nel giugno del 2012 nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra nella quale ha soggiornato fino al 2019 quando, venuta meno la protezione delle autorità diplomatiche, fu arrestato e condannato a 50 settimane di carcere per aver violato la libertà vigilata alla quale era sottoposto. Nel 2017 gli inquirenti svedesi hanno lasciato cadere le accuse di violenza sessuale in quanto ritenevano che fossero passati troppi anni dagli eventi denunciati ma, nel 2019, hanno annunciato di avere ripreso nuovamente le indagini sul caso.

Intanto, anche con Assange fuori gioco, il sito Wikileaks ha continuato a mettere in Rete materiali riservati e nel 2015 il suo archivio conteneva già più di dieci milioni di documenti.

Nel 2016 vennero pubblicati i cosiddetti “Yemen files”, e-mail e altro materiale prodotto dalle autorità statunitensi riguardanti la guerra in corso in quel paese e documenti sulla repressione seguita al fallito colpo di stato in Turchia. Nel 2017 fu la volta di file della CIA e informazioni riguardanti la sorveglianza digitale in Russia. Nel 2018 finirono su Internet i dati personali di alcuni impiegati della sezione del Ministero degli Affari Interni degli USA che si occupa della gestione degli immigrati e le carte relative a uno scandalo per tangenti che coinvolgeva un’impresa pubblica francese e gli Emirati Arabi Uniti. Nel 2019 vennero pubblicati documenti interni della “Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche” riguardanti la sua inchiesta su quanto avvenuto nell’aprile dello stesso anno nella città di Douma, in Siria. Nel 2021 fu la volta di 17mila file riguardanti due gruppi di estrema destra statunitensi.

Julian Assange, come si può facilmente capire leggendo la sua storia, riassunta anche in un film, non è un personaggio “facile” e sicuramente le sue contraddizioni possono renderlo estremamente simpatico o antipatico, per cui sarebbe meglio riflettere sul ruolo che ha avuto un progetto come Wikileaks all’interno della comunicazione elettronica e più in generale del sistema dell’informazione mondiale.

La digitalizzazione dei documenti e degli archivi permette oggi cose che fino l’altro ieri erano quasi impossibili; impossessarsi di nascosto di 400 mila documenti di carta, che sono più o meno il numero dei cosiddetti “Irak file”, e trasportarli da qualche parte sarebbe stato impossibile e per fare lo stesso con i “War logs”, che erano un numero sette volte maggiore, ci sarebbe voluto un supereroe. Tanto è vero che alcuni sostengono che gli apparati riservati dei vari governi hanno ripreso a tenere archivi di carta piuttosto che digitali.

A questa facilità di archiviazione e trasporto dei dati va aggiunta la possibilità di diffonderli facilmente, tramite Internet, in tutto il mondo e il fatto che, sempre utilizzando strumenti informatici, è possibile salvaguardare la sicurezza di chi rischia il carcere o la vita per rendere pubbliche informazioni che i governi hanno tutto l’interesse a mantenere segrete, come, per esempio, quelle persone che in queste settimane stanno mettendo a disposizioni di tutti le immagini e le notizie su quello che sta accadendo in Iran.

Non va però mai dimenticato che, sempre allo stesso modo, la tecnologia in uso viene utilizzata anche per diffondere la disinformazione degli stati e dei loro apparati e che è alla base di tutti i loro nuovi sistemi di controllo. Ma questo è qualcosa che è sempre avvenuto anche prima che i computer invadessero il mondo.

Julian Assange è diventato il simbolo di chi lotta per smascherare gli affari sporchi dei governi, così come Edward Snowden nel 2013 è diventato quello di chi ha rivelato i programmi e gli strumenti di controllo messi a punto dalla famigerata NSA, l’Ente statunitense incaricata del controllo della comunicazione mondiale. Snowden, accusato di reati molto simili a quelli a carico di Assange, dopo essere fortunosamente sfuggito all’arresto ha ottenuto nel 2020 la cittadinanza russa il che lo ha messo, almeno per il momento, al riparo dalla vendetta del governo degli USA. Secondo notizie, ovviamente non confermate, ai vertici della CIA si sarebbe discusso sulla possibilità di rapire o assassinare Assange. Attendibile o meno che sia questa notizia sta di fatto che rapimenti e omicidi ordinati e messi in atto da quella struttura non sono solo leggende metropolitane.

Allo stato attuale la sorte di Assange, che negli USA rischia una condanna fino a 175 anni di carcere, è legata da una parte a quello che farà o non farà il governo dell’Australia (suo paese di nascita) che potrebbe intralciare la procedura di estradizione ma che ancora non si è pronunciato ufficialmente e dall’altra all’appello presentato a luglio di quest’anno alla Corte Suprema inglese.

Contro l’estradizione si sono mosse, più di una volta, numerose associazioni per i diritti umani e per la libertà di informazione e migliaia di persone hanno partecipato a iniziative di sostegno.

Protestare contro l’estradizione di Assange significa impedire che egli faccia paradossalmente da capro espiatorio per aver reso pubbliche notizie che mostrano la criminalità di stati e governi. Significa difendere la libertà di chi, anche oggi e domani, abbia il coraggio di svelare i retroscena di quello che accade realmente dietro l’apparenza. Significa utilizzare una tecnologia invadente e spesso dannosa in modo diverso. Ma significa anche difendere il diritto alla comunicazione e informazione di tutti e tutte, anche di chi non ci crede.

Pepsy

[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.25 del 30/10/2022]

L’astensionismo si addice agli anarchici

Nel 2003, in occasione del Referendum sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori fu pubblicato su “Umanità Nova” l’articolo che segue, non ricordo il numero preciso del settimanale e non ho voglia di cercarlo ma, visto che la penso ancora allo stesso modo, risparmio di riscrivere le stesse cose con altre parole.

L’astensionismo si addice agli anarchici

“L’astensione per noi è una questione di tattica; ma è tanto importante che, quando vi si rinunzia, si finisce col rinunziare anche ai principi. E ciò per la naturale connessione dei mezzi col fine.”
(E. Malatesta, Società autoritaria e società anarchica, L’Agitazione, 28 marzo 1897)

Uno dei luoghi comuni più abusati a proposito degli anarchici è quello che li presenta come degli inguaribili romantici legati a teorie e prassi antiquate. Tra i “segni” di questa attitudine viene spesso menzionato l’astensionismo, ritenuto dai critici una sorta di “sacro principio” verso il quale gli anarchici avrebbero una sorta di venerazione.

Fino a non molti anni fa tutti i partiti politici indicavano l’astensionismo come un comportamento da biasimare e, in diverse occasioni, non sono mancate anche delle vere e proprie campagne mediatiche contro la diserzione dalle urne. Da qualche anno a questa parte nessuno dei partiti demonizza più l’astensionismo che viene visto invece come una delle possibili opzioni disponibili nel quadro di una visione più pragmatica dell’agire politico.

L’astensionismo quindi non caratterizza più, o almeno non più come un tempo, esclusivamente l’antistatalismo anarchico.

Ma gli anarchici, contrariamente ai luoghi comuni, non rifiutano lo strumento del voto “in sé”, il nostro astensionismo infatti non è un immutabile principio, ma una precisa scelta tattica che riguarda principalmente il contesto all’interno del quale lo strumento del voto svolge la sua funzione.

Così l’astensionismo alle elezioni politiche è legato al rifiuto completo e definitivo del gioco partitico, del principio della delega in bianco e di una classe privilegiata quale è quella dei parlamentari e dei loro più stretti fiancheggiatori. Tale posizione ha sempre contraddistinto il movimento anarchico che ha continuamente rivendicato la propria estraneità alle tattiche machiavelliche del “fine che giustifica i mezzi”.

Stesso genere di approccio vale per i referendum che, solo apparentemente, sembrano diversi dalle altre consultazioni popolari. Anche in questo caso, infatti, non è tanto il meccanismo decisionale che viene rifiutato dagli anarchici, ma il fatto che si tratti di votazioni che si svolgono invariabilmente in un contesto statale, all’interno del quale anche tale strumento perde il suo valore potenzialmente “libertario” per acquistarne un altro esclusivamente funzionale al mantenimento dello status quo.

Del resto nelle riunioni anarchiche si ricorre normalmente alla votazione per esprimere un parere e nessuno si è mai scandalizzato di questa prassi proprio perché, a differenza di quanto accade nella società prigioniera, chiunque vinca non può poi costringere chi perde a sottomettersi alla decisione scaturita dal voto. Esattamente il contrario di quanto avviene in qualsiasi genere di consultazione, referendum compresi, nella quale la minoranza perdente è costretta a subire il risultato del voto.

Periodicamente, all’interno del movimento anarchico, vengono diffusi appelli al voto e, in diverse occasioni, il dibattito fra coloro che ritengono necessario recarsi alle urne e coloro che rivendicano l’astensionismo, si fa incandescente.

Così è stato nel 1972 quando “il manifesto” (allora un partito) presentò la candidatura di Pietro Valpreda e diversi compagni proposero un elettoralismo “tattico” per liberare dalla galera il compagno accusato di essere il responsabile della Strage di Stato di Piazza Fontana. Lo stesso è avvenuto, in seguito, in occasione di alcuni referendum particolarmente sentiti, come quello sul divorzio, sull’aborto, quello contro la caccia, quello per la depenalizzazione delle “droghe leggere”. Lo stesso accade oggi con il referendum sull’articolo 18.

In tutti i casi i compagni favorevoli al voto hanno usato argomentazioni simili: il referendum sarebbe diverso dalle elezioni politiche e la nostra partecipazione sarebbe esclusivamente una “tattica” che non inficia la nostra strategia antiparlamentare. Altra motivazione è quella della “centralità” della scadenza, come se tale ragione non potesse essere adoperata in quasi tutte le altre occasioni di voto. In alcuni casi si è sottolineato come un voto “tattico” sia necessario per mantenersi in relazione con determinati settori sociali ma ci si è dimenticati che quella scelta potrebbe provocare, contemporaneamente, la rottura delle relazioni con altri settori della società.

L’errore di chi propone il voto sta proprio in questa pretesa di indirizzare il movimento verso una prassi che considera centrale il fatto di “esserci”, di “partecipare” per non restare esclusi da un gioco che non è certamente il nostro. A queste motivazioni spesso si aggiunge quella di scegliere il “male minore”, come se – passando dalla padella alla brace – cambiasse il risultato finale.

Gli anarchici astensionisti e quelli favorevoli al voto sono accomunati dalla convinzione di considerare le loro rispettive posizioni delle “tattiche” che però – per ovvie ragioni – difficilmente possono convivere all’interno dello stesso movimento in quanto puntano verso strade completamente divergenti.

Fino a quando la società non sarà liberata, quasiasi occasione di voto, referendum compresi, non sarà altro che uno degli strumenti usati dal capitalismo e dallo stato per consolidare il proprio potere. Anche per questa ragione la scelta della tattica astensionista è quella che, ancora oggi, maggiormente si addice agli anarchici.

I “capri espiatori” nel XXI Secolo

La campagna vaccinale è stata caratterizzata da una incessante e martellante campagna mediatica, apertamente sostenuta dalla maggioranza dei politici e dal Governo, rivolta contro chiunque abbia mostrato poco o alcun entusiasmo di obbedire all’alluvione di Decreti e disposizioni di questi ultimi due anni. Una parte della popolazione convenzionalmente definita “no-vax” è stata additata come uno dei problemi principali da risolvere e quindi, anche se non sempre in maniera esplicita, come concausa dei danni provocati dalla pandemia.
La storia del “capro espiatorio” è vecchia quanto la Bibbia (Levitico 16) e non è certo la prima volta che viene individuata all’interno del corpo sociale un determinato gruppo di persone alle quali addebitare delle colpe particolarmente infamanti e che danneggiano tutta la popolazione: dalla caccia agli untori nel ‘500 e ‘600, ritenuti la causa della diffusione della peste alle Pétroleuse che vennero accusate di aver messo a fuoco Parigi al tempo della Comune del 1871. Per non dire poi della caccia alle streghe e alle sue mille varianti basate su pregiudizi razziali, religiosi, sessuali o politici. In ogni caso lo scopo principale di questa tecnica di manipolazione della realtà è stato sempre quello di distogliere l’attenzione dai veri colpevoli per concentrarla sulle vittime designate. Oggi alcune differenze rendono il caso dei “no-vax” alquanto diverso ma altrettanto funzionante.
In passato i “capri espiatori” venivano scelti tra le classi sociali che avevano meno possibilità di difendersi e che sopratutto non avevano accesso ai principali mezzi di comunicazione di massa che sono da sempre tutti ordinatamente allineati e schierati al fianco dell’ordine costituito e gli individui e i gruppi diventati un bersaglio protestavano la loro innocenza negando sempre di essere responsabili delle nefandezze che gli venivano attribuite.
Oggi invece chi è stato etichettato come nemico della salute pubblica ha rivendicato, in alcuni casi anche rumorosamente, la propria devianza dalle norme imposte e la composizione sociale dei “capri espiatori” non è stata caratterizzata da una divisione di tipo orizzontale. A essere incluse tra i reprobi sono state infatti fasce della popolazione appartenenti a tutte le classi sociali. A questo va aggiunto che la diffusione dell’uso di strumenti di comunicazione come la Rete ha reso meno incisive alcune delle tecniche di manipolazione dell’informazione utilizzate in passato. Essendo diventato più difficile ricorrere alle rozze motivazioni che in precedenza avevano costituito il nucleo centrale della propaganda statale oggi si è preferito trasformare la scienza in un Totem intoccabile, cercando di trasformare lo scontro in una guerra tra oscurantismo e progresso, tra credenze primitive e moderne, tra esperti e ignoranti, tra stupidi e intelligenti. Facendo somigliare la “Scienza” a una religione più che a un metodo razionale che ha come scopo la conoscenza del mondo.
Per esempio, si continua a suggerire che coloro che non si vaccinano siano un potenziale pericolo di contagio per tutti gli altri, contraddicendosi due volte: la prima perché, come tutti sanno, anche un vaccinato può essere contagioso e la seconda perché persino chi guarisce potrebbe contagiarsi e contagiare di nuovo.
Come è sempre accaduto le idee dell’insieme dei “capri espiatori” sono state tutte condensate, semplificate e generalizzate ed è stata creata una etichetta attaccata indiscriminatamente addosso a persone che spesso hanno ben poche cose in comune. In pratica chiunque abbia contestato i provvedimenti delle autorità o abbia anche solo criticato le innumerevoli contraddizioni degli “esperti” è stato immediatamente classificato come “no-vax”, mentre all’interno di quell’area si trova di tutto: persone che hanno paura di vaccinarsi in generale o farlo con questi vaccini, altri che credono che vaccinandosi il loro corpo diventerà proprietà della multinazionale che detiene i diritti sul prodotto iniettato, altri convinti che sia tutto un complotto volto a instaurare una “dittatura sanitaria”. Ad aumentare la confusione nella schiera dei “nemici del popolo” sono stati arruolati – volenti o nolenti – anche coloro che hanno provato a opporsi al “Green Pass” come strumento di discriminazione e spesso questi ultimi non hanno fatto abbastanza per evitare questa coscrizione forzata o per marcare chiaramente ed esplicitamente una distanza dalle posizioni dei primi. Il successo di queste vere e proprie campagne di disinformazione è stato favorito dal fatto che, spesso, nelle iniziative pubbliche si sono trovati gomito a gomito persone e gruppi che avrebbero molte più ragioni per protestare in piazze diverse.
La martellante campagna contro chi si sottrae all’obbligo di fare il proprio dovere è andata in crescendo nel tempo utilizzando veri e propri metodi di terrorismo mediatico per cui non passa un giorno che i mezzi di comunicazione non riportino almeno un caso nel quale si segnala la morte di una persona, anche solo appena sfiorata dalla notorietà, sottolineando che “non era vaccinata” o peggio che aveva rifiutato di farlo. Per non dire dei casi di intere famiglie “sterminate” dalla loro irresponsabile scelta.
Avere a disposizione un nuovo tipo di “capro espiatorio”, che oltretutto rivendica anche pubblicamente il proprio status, significa facilitare alle istituzioni il compito di dover giustificare (come avveniva in passato) tutte le colpe, le deficienze e le contraddizioni che da sempre contraddistinguono l’azione governativa.
Per esempio alcune delle critiche rivolte al modo nel quale viene gestita l’emergenza hanno fondamenti concreti ma possono essere tranquillamente trascurate in quanto chi le rivolge viene accusato, spesso non a torto, di far parte di una categoria che è tra le più coinvolte nella diffusione e nel sostegno delle “fake news” e quindi, per definizione, inaffidabile. A questo va aggiunto che le forze politiche hanno utilizzato lo spauracchio “no-vax” come strumento di lotta interna alla compagine governativa e di propaganda ai fini elettorali.
Contrariamente a quanto accadeva prima, le vittime sacrificali odierne sono pienamente coscienti di essere dei “capri espiatori” come è facile rilevare anche con una semplice ricerca su Internet dove abbondano scritti che lamentano questa condizione e dove qualcuno ha anche lanciato un paradossale appello alla vaccinazione anche dei più recalcitranti per togliere al governo anche l’ultimo alibi sulla sua incompetenza. Incompetenza che conduce a situazioni ridicole come nelle Università dove tutto i lavoratori (docenti e non) hanno l’obbligo di essere vaccinati ma agli studenti basta un tampone negativo per la frequenza.
Questo stato di cose ha ancora poco respiro in quanto – pur se formalmente inesistente – ormai l’obbligo vaccinale è stato esteso a un numero di categorie tale da lasciare fuori solo una infima minoranza della popolazione e si avvicina il momento nel quale l’etichetta “no-vax”, almeno per come è stata usata fino a oggi, sarà diventata un’arma spuntata, non più inutilizzabile.
Ma nulla vieta anzi è più che probabile che a quel punto, nel caso sia ancora necessario, verrà individuata una nuova minaccia da additare all’odio popolare e il giochino continuerà.

Pepsy

 

Green pass e controllo di massa

Uno dei tanti argomenti che in questi mesi poco felici viene ripreso nella comunicazione prodotta della composita galassia che si oppone alle misure prese dal Governo, in special modo da quella maggiormente appassionata di tesi complottiste, riguarda l’esistenza di un piano occulto di controllo della popolazione a livello globale che si servirebbe per raggiungere i suoi fini anche del “Green Pass” [1].
Come spesso accade quando si affrontano le teorie del complotto è possibile trovare all’interno della loro narrazione sia elementi sostanzialmente verificabili e reali, sia vere e proprie mitologie, sia una quasi inestricabile mescolanza tra i primi e le seconde. Quello che invece viene meno spesso sottolineato dai critici di questo genere di convinzioni è quanto concorrono ad alimentare questo tipo di credenze la confusione e la contraddittorietà che caratterizzano, oggi più che in passato, le decisioni prese dai legislatori.
Prendiamo, ad esempio, l’uso del “Green Pass” sui luoghi di lavoro.
Alla sua introduzione era stata vietata ai datori di lavoro la conservazione della certificazione che veniva richiesta ai lavoratori, prevedendo quindi un controllo quotidiano, con tutte le complicazioni che questo genere di obbligo comporta, sia per i lavoratori che per l’organizzazione del lavoro. In alcuni settori si sono usati altri sistemi: all’inizio dell’anno scolastico in corso, è stata messa in funzione dal Ministero dell’Istruzione una piattaforma on-line per automatizzare di questo genere di verifica. Il programma adottato permette di avere (in tempo reale) l’elenco del personale di una scuola e di verificare l’esistenza e la validità di un certificato o la segnalazione della sua mancanza. Anche in questo caso non è prevista la possibilità di conservare alcun tipo di dato in quanto il software prevede solo la generazione di liste nominative e la segnalazione dello status di ogni singola persona. La decisione di non permettere la conservazione di questo genere di informazioni deriva anche dal fatto che la stessa è vietata da un Regolamento vigente a livello europeo [2]. Come è evidente un sistema del genere non verifica la presenza o meno al lavoro di un dipendente ma esclusivamente il suo status.
La Legge 19 novembre 2021, n.165 [3] ha ribaltato completamente le regole precedenti disponendo che “Al fine di semplificare e razionalizzare le verifiche […] i lavoratori possono richiedere di consegnare al proprio datore di lavoro copia della propria certificazione verde COVID-19. I lavoratori che consegnano la predetta certificazione, per tutta la durata della relativa validità, sono esonerati dai controlli da parte dei rispettivi datori di lavoro”. Questo provvedimento però non ha abrogato ma si è andato ad aggiungere alle norme precedenti causando, al posto della “semplificazione”, una ulteriore complicazione in quanto i lavoratori non sono obbligati a consegnare la propria certificazione e i datori di lavoro non possono pretenderla. Per cui oggi sussistono entrambe le possibilità.
L’esempio della confusione e della contraddittorietà appena fatto è uno dei “carburanti” che alimentano la macchina pseudo-informativa tanto diffusa oggi, soprattutto on-line.
L’uso di un qualche genere di documento relativo alla vaccinazione è comunque qualcosa che non preoccupa solo chi vi si oppone, in quanto lo scorso mese di agosto l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) ha pubblicato un documento [4] nel quale ha indicato le linee guida che andrebbero seguite per mantenere al sicuro i dati personali contenuti nei “passaporti vaccinali”, soprattutto nei confronti di terze parti, come per esempio datori di lavoro, farmacie, ecc… e la necessità di evitare che l’introduzione di questi documenti causi svantaggi e ingiustizie.
Questo per sottolineare quanto sia importante valutare attentamente che tipo di informazioni e a chi vengano messe a disposizione e quanto queste siano al sicuro da usi che possono discriminare o danneggiare una persona. A questo proposito è stata segnalata già da tempo l’esistenza in Cina di una App usata dalle autorità per raccogliere e archiviare le informazioni relative allo stato di salute delle persone e alla loro localizzazione, il cui uso si presta anche a controlli che nulla hanno a che vedere con la pandemia e a Singapore i dati usati per il tracciamento relativo al contagio da virus sono stati adoperati dalla polizia a scopi investigativi [5].
D’altra parte non si può certo nascondere il fatto che uno strumento come il “Green Pass” è in grado di fornire a chi ne abbia le chiavi un sistema di controllo capillare della popolazione, specialmente quando viene usato non solo per certificare dati di tipo sanitario ma anche per consentire l’accesso in determinati luoghi, rendendo possibile creare una sorta di mappa che indichi “dove” sono le persone (al lavoro, al ristorante, su un mezzo di trasporto, a uno spettacolo) anche senza che vengano usati i dati già forniti dai telefoni cellulari che potrebbero essere non disponibili, in quanto basta anche un foglio di carta sul quale è stampato il “QRCode”.
Il controllo sempre più capillare della popolazione non è certo iniziato con la diffusione del virus e la maggior parte delle misure prese in questi mesi ha, almeno in parte, accelerato questo processo rendendo molto più complicato opporsi a tecnologie che possono avere un impatto positivo rispetto all’arginamento del contagio ma che comportano sicuramente degli effetti collaterali non desiderabili dal lato del controllo sociale. Va anche sottolineato che, spesso, sopravvalutare l’aspetto tecnologico di questioni del genere mette in secondo piano che poi, in realtà, vengono sempre rafforzati i sistemi tradizionali, come per esempio dovrebbe avvenire a partire dai primi del mese di dicembre quando sarebbero necessarie migliaia di unità delle forze dell’ordine (qualcuno ha già proposto l’uso dell’esercito) per controllare che vengano realmente applicate le nuove norme sul cosiddetto “Super Green Pass”.
La necessità di uscire dalla situazione attuale e quella di evitare un aumento del controllo sociale è una delle tante contraddizioni che ci troviamo davanti in questo momento storico, come dimostrano le divisioni – anche profonde – che tutta la questione relativa alle iniziative “no Green Pass” hanno provocato tra coloro che dovrebbero essere dalla stessa parte della barricata.

Pepsy

Riferimenti

[1] Il “Green Pass” è una certificazione introdotta dal Decreto Legge 22 aprile 2021, n.52, il cosiddetto “Decreto Riaperture”.

[2] Si tratta del cosiddetto “GDPR” (General Data Protection Regulation), Regolamento UE 2016/679.

[3] La legge ha convertito, con modificazioni, il Decreto-legge n.127/2021.

[4] Vedi https://apps.who.int/iris/handle/10665/343361

[5] Vedi https://privacyinternational.org/examples/3417/china-alipay-health-code-app-controls-movement-china e https://www.reuters.com/article/us-singapore-tech-lawmaking/singapore-to-limit-police-access-to-covid-19-contact-tracing-data-idUSKBN2A20ZI

 

 

Didattica a distanza. Studenti come cavie

Il termine “proctoring” è probabilmente sconosciuto alla maggioranza delle persone ma basta davvero poco per capire di cosa si tratti. In lingua inglese viene chiamato “exam proctor” l’addetto al controllo nelle aule dove si tengono degli esami scritti, un personaggio ben noto a chiunque abbia partecipato a una prova di qualsiasi genere, per ragioni di studio o di lavoro.
Nel nostro caso il termine in questione è entrato a far parte del lungo elenco dei termini legati alle tecnologie informatiche a partire da quando, per cause ben note, la “didattica a distanza” (DaD) è diventata la principale (in alcuni casi l’unica) forma di interazione tra studenti e docenti, non solo per le lezioni ma anche per le interrogazioni che prima avvenivano con l’alunno presente in classe. In passato “imbrogliare” in situazioni del genere era alquanto complicato e chi ha frequentato, anche solo per poco tempo, una scuola non ha certo bisogno di ulteriori spiegazioni a riguardo.
La “DaD” ha sicuramente complicato, tra le tante cose, anche le classiche interrogazioni mettendo gli interrogandi in una posizione sicuramente più favorevole rispetto all’interrogante che in quel caso ha ridotte possibilità di controllo su quello che sta accadendo dall’altra parte dello schermo, soprattutto sulla parte che non rientra nel campo inquadrato dalla telecamera. Negli ultimi mesi sono stati registrati dalle cronache una serie di episodi limite riguardanti queste situazioni, tra i più sconcertanti quello degli studenti costretti a bendarsi per fare una interrogazione a distanza [1].
Questo genere di problemi non è nuovo e già da tempo gli addetti ai lavori hanno provato a porre rimedio a questo handicap dei docenti tramite una serie di strumenti tecnici, il “proctoring”, che nelle loro intenzioni dovrebbe ridurre al minimo o addirittura eliminare del tutto i possibili “trucchi” utilizzati dai discenti.
Si tratta in pratica di far gestire gli esami a distanza da software specializzati, che spesso però sono disponibili esclusivamente all’interno di una piattaforma gestita dalle aziende che li producono o li vendono. Programmi di questo genere erano in commercio già da tempo ma negli ultimi due anni hanno chiaramente avuto uno sviluppo inatteso e generato di conseguenza enormi profitti. Tra i principali produttori di questo tipo di applicativi c’è (guarda caso) la famigerata “Microsoft” che pubblicizza il suo “examus” [2] vantando anche il premio 2021 per la “migliore soluzione” nel settore del controllo degli esami a distanza. Sempre secondo la pubblicità il sistema sarebbe in grado di: controllare l’assenza della persone (sic!), riconoscerle e identificarle tramite la ricognizione facciale, riconoscere le emozioni, controllare il movimento degli occhi [3] e la voce. In aggiunta dovrebbe essere in grado di individuare se la persona oggetto del controllo stia usando un monitor secondario o se stia condividendo le immagini che compaiono sul quello che usa. Quasi sempre questi software sono anche in grado di individuare se sul computer dell’esaminando sono aperti altri programmi oltre a quello che serve per sostenere l’esame. Inutile sottolineare che l’uso di controlli del genere viene proposto anche al di fuori di una interrogazione a distanza in quanto possono essere utilizzati anche per verificare che gli studenti stiano attenti durante una lezione. La maggior parte degli altri produttori di “proctoring” pubblicizzano tutti – più o meno – le stesse caratteristiche.
Negli USA, dove questo genere di tecnologia del controllo è già in uso da molti anni [4], ci sono state proteste, non tanto contro l’idea di usare la tecnologia per scoprire uno studente che imbroglia, ma contro l’enorme quantità di dati personali che vengono registrate a archiviate dalle aziende che vendono questi sistemi. Per esempio nel dicembre del 2020 l’EPIC (“Elecronic Privacy Information Center”) ha presentato una denuncia contro 5 programmi tra quelli maggiormente usati [5].
In Italia, dove di solito certi problemi arrivano sempre con un certo ritardo, è notizia recente che una delle Università private più (come si dice) “prestigiose” si è vista sanzionare dal Garante della Privacy (Provvedimento n. 317 del 21/09/2021) una multa non proprio leggera di 200 mila euro perché utilizzava un software [6] che violava le norme del GDPR [7] sulla riservatezza dei dati. Non ci sono dati ufficiali ma si potrebbe tranquillamente scommettere che anche altri Atenei italiani già usano o stanno per iniziare a utilizzare questo genere di sistemi.
Il fenomeno riguarda anche il resto dei paesi europei dove i problemi collegati all’uso di questi programmi sono stati affrontati in modo contraddittorio: lo scorso mese di maggio l’autorità di controllo portoghese ha vietato a una istituzione educativa l’uso di questo genere di applicazioni [8], mentre in Danimarca un provvedimento analogo ne ha consentito l’utilizzo all’Università di Copenhagen [9]. A ulteriore dimostrazione di quanto le norme riguardanti gli strumenti informatici molto spesso non siano in grado di gestirne la complessità in modo appropriato.
Ma, nel caso del “proctoring”, in gioco c’è più che uno strumento per scoprire a distanza gli studenti impreparati o imbroglioni. Sistemi del genere possono essere molto facilmente utilizzati anche per il controllo da remoto dei lavoratori e questo in una situazione nella quale il cosiddetto “smart working” sta diventando una modalità lavorativa che molto probabilmente sopravviverà anche all’emergenza. Un sistema di sorveglianza affidato ad algoritmi che si pretende siano infallibili, non a caso tutti i software di questo tipo fanno riferimento all’uso della mitica “Intelligenza Artificiale” come garanzia di funzionamento, quando in realtà molte delle tecnologie usate – a partire dal riconoscimento facciale – sono ancora molto criticate per il loro malfunzionamento.
Sicuramente l’applicazione su larga scala di questi sistemi nell’ambito dell’istruzione è un ottimo banco di prova utilissimo sia per poi estenderli ad altri settori della società che per abituare, a partire dalle scuole, le persone ad essere controllate tramite un computer.
Gli studenti sono in questo momento delle vere e proprie cavie.

Pepsy

 

Riferimenti

[1] Vedi, per esempio, https://www.ilriformista.it/studentessa-bendata-durante-interrogazione-la-prof-non-si-fida-cosi-vediamo-se-sei-preparata-210168/
[2] https://examus.com/
[3] Molte teorie ritengono che il movimento degli occhi sia in grado di fornire dettagliate informazioni a proposito dei processi mentali di una persona, per cui tracciando questo movimento (spesso involontario) sarebbe possibile scoprire anche qualcosa che la persona vorrebbe nascondere.
[4] Secondo l’elenco pubblicato su https://www.baneproctoring.com/ sarebbero una cinquantina le Università statunitensi che usano sistemi di “proctoring”.
[5] Vedi https://epic.org/privacy/dccppa/online-test-proctoring/index.html
[6] Notiamo che il programma in uso alla Bocconi è tra quelli denunciati da EPIC, vedi sopra.
[7] Il GDPR (“General Data Protection Regulation”) è un regolamento dell’Unione europea in materia di trattamento dei dati personali, in vigore dal 2018.
[8] Vedi https://www.cnpd.pt/umbraco/surface/cnpdDecision/download/121887
[9] Vedi https://www.datatilsynet.dk/tilsyn-og-afgoerelser/afgoerelser/2021/jan/universitets-brug-af-tilsynsprogram-ved-online-eksamen#_ftn2