Archivi categoria: Stampati

Articoli pubblicati da qualche parte su carta

Liberi ma spiati

Proprio mentre l’attenzione di molti era concentrata sull’inizio delle imminenti gare olimpiche, il 16 luglio scorso veniva stabilito un nuovo primato in un settore completamente diverso da quello sportivo. Quel giorno il CNPD (l’Autorità per la protezione dei dati del Lussemburgo) sanzionava Amazon con una multa di 746 milioni di euro [1], superando il record precedente detenuto dal CNIL (l’Autorità per la protezione dei dati francese) che aveva comminato a Google una sanzione di solo 50 milioni. In entrambi i casi i procedimenti – basati sulle norme del GDPR [2] – erano stati avviati in seguito a denunce collettive in collaborazione con alcune delle associazioni impegnate a difendere i diritti digitali delle persone contro lo strapotere delle Big Tech di Internet e i Governi spioni.
Due confronti diretti “vinti” in uno scontro che vede da una parte le persone che sono costrette a utilizzare gli strumenti di comunicazione elettronica e dall’altra gigantesche multinazionali che su questa costrizione fanno enormi profitti e, nel mezzo, i Governi che hanno come unico scopo quello di approfittare di qualsiasi pretesto per aumentare il controllo sociale che passa attraverso i computer e le reti.
In questo confronto che va avanti da sempre l’ultimo attacco è arrivato sempre a luglio, quando il parlamento europeo ha approvato una deroga alle norme sulla riservatezza delle comunicazioni digitali, in vigore dal 21 dicembre 2020, che permetterà ai gestori dei servizi di messaggistica (quelli usatissimi sui cellulari) e di posta elettronica di controllare automaticamente il contenuto delle comunicazioni. Hanno votato a favore 537 parlamentari, contro 133 e ci sono state 20 astensioni; i voti dei parlamentari italiani sono stati unanimi: il 92% ha votato a favore e l’8% contro o si è astenuto [3]. Questa deroga però dovrebbe interessare esclusivamente i fornitori/gestori di servizi che già operano o che vogliono attivare un controllo automatico sui contenuti delle comunicazioni dei loro utenti, il peggio potrebbe arrivare se venisse approvato una norma che costringesse tutti i fornitori/gestori di servizi a un controllo indiscriminato.
Il pretesto per questo ennesimo attacco alla libertà della comunicazione interpersonale è quello della lotta alla violenza contro i bambini (in primo luogo la “pedo-pornografia”) che giustificherebbe il controllo delle comunicazioni private. Il trucco per rendere popolare queste decisioni è vecchio ma continua a essere usato senza alcun pudore: chiunque sia contro questo genere di controlli verrà automaticamente iscritto tra i sostenitori di un comportamento particolarmente odioso.
Quasi contemporaneamente anche l’Apple ha annunciato [4] di voler implementare nei suoi cellulari una funzionalità in grado di scansionare le immagini per riconoscere quelle che potrebbero essere collegate ad abusi sessuali sui minori. Dopo una serie di proteste sollevate dal suo annuncio [5] l’Apple ha rimandato il lancio del suo progetto [6].
Uno dei principali ostacoli ai vari progetti di controllo generalizzato è costituito dal fatto che molte applicazioni di messaggistica permettono una comunicazione protetta dalla crittografia, vale a dire che il contenuto di un messaggio non è leggibile se non dal mittente e dal destinatario. In questi casi i fornitori dei servizi potrebbero fare ben poco. In alcuni casi anche se un programma permette un certo grado di riservatezza si tratta solo di una illusione: per esempio il ben noto “WhatsApp” si riserva il diritto di condividere alcuni dati dei suoi utenti con una o più delle tante società collegate a “Facebook” [7].
La decisione del Parlamento Europeo, in pratica, non fa altro che mantenere nella legalità (da questo la “deroga”) una attività che altrimenti sarebbe proibita dalle norme comunitarie sulla riservatezza delle comunicazioni. Bisogna anche tener presente che non essendo praticabile, almeno per il momento, la messa al bando delle applicazioni che usano la crittografia, una delle possibili soluzioni sarebbe quella di attuare il controllo a livello dell’applicazione magari prevedendo l’inserimento al suo interno di una cosiddetta “backdoor”, una sorta di “porta di servizio” grazie alla quale sarebbe possibile leggere anche i messaggi protetti da crittografia. In questo caso sarebbe necessaria la complicità di chi gestisce le applicazioni. Ma fare questo significherebbe mettere a rischio tutte le persone che usano quegli strumenti in situazioni nelle quali mettono in gioco la loro vita: attiviste e attivisti che vivono sotto regimi dittatoriali, giornalisti investigativi, persone impegnate nell’aiuto di fasce della popolazione più debole, bambini compresi. In altre parole per bloccare (forse) la diffusione di materiale “pedo-pornografico” si metterebbero in pericolo innumerevoli persone che, almeno in teoria, avrebbero il diritto di comunicare privatamente e diritto allo stesso livello di protezione di tutte le altre. Si tenga anche presente che, oggi molto più di ieri, quando le strutture della repressione vogliono controllare una o più persone tendono a installare dei programmi spia (i cosiddetti “captatori”) nei computer o sui cellulari dei loro sospetti.
Discorso a parte per quello che riguarda la posta elettronica che, di norma, viaggia in forma leggibile e che può più facilmente essere scansionata da programmi o da umani alla ricerca di qualcosa. In questo caso il problema da risolvere sarebbe riuscire a leggere il contenuto delle e-mail crittografate, cosa non proprio facile se viene usato un algoritmo di crittografia “robusto”.
Un altro problema, non secondario, collegato a strumenti di controllo del genere è che i programmi che scansionano automaticamente testi o immagini per cercare determinati contenuti, che molto pomposamente vengono spesso associati ai miti della “Intelligenza Artificiale”, sono tutt’altro che infallibili se non supervisionati da esseri umani. I continui “infortuni” di “Facebook” derivati dai suoi algoritmi che hanno censurato opere d’arte famose o madri che allattano trattandole come se fossero immagini pornografiche sono ormai entrati nella leggenda. Per non dire di quello che accadrebbe ai messaggi di tipo sessuale (per esempio il cosiddetto “sexting”) fra maggiorenni consenzienti che molto facilmente potrebbero essere scambiati per tutt’altro.
Non essendo ancora possibile dividere l’intera umanità in due uniche categorie: controllori e controllati, risulta alquanto difficile ottenere successi significativi avendo a che fare con la gigantesca mole di dati che andrebbero controllati.
L’unico risultato concreto sarà quello di mettere in piedi un sistema di sorveglianza che impedisce qualsiasi tipo di riservatezza nella comunicazione interpersonale e che faciliterà gli abusi in questo campo non solo nei regimi dittatoriali ma anche in quelli che continuano a autodefinirsi ipocritamente “mondo libero”… libero ma spiato.

Pepsy

Riferimenti

[1] Vedi https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-07-30/amazon-given-record-888-million-eu-fine-for-data-privacy-breach

[2] Per maggiori informazioni sul GDPR si veda, per esempio, https://it.wikipedia.org/wiki/Regolamento_generale_sulla_protezione_dei_dati

[3] Vedi https://mepwatch.eu/9/vote.html?v=134463

[4] Vedi https://www.apple.com/child-safety/

[5] Una lettera contro questo annuncio firmata da molte associazioni e inviata al CEO dell’Apple si può leggere qui https://www.eff.org/document/coalition-letter-apple-ceo-tim-cook

[6] Vedi https://www.theverge.com/2021/9/3/22655644/apple-delays-controversial-child-protection-features-csam-privacy

[7] Vedi https://faq.whatsapp.com/general/security-and-privacy/what-information-does-whatsapp-share-with-the-facebook-companies/?lang=en

Genova 20 anni e dopo (5)

Con questi ultimi cinque termina la ripubblicazione di alcuni degli articoli usciti sul settimanale anarchico “Umanità Nova” a proposito di quello che è successo dopo le tre giornate del luglio del 2001 a Genova. L’ultimo articolo scelto è volutamente quello uscito nel 2011, nel decennale, con una sorta di riassunto-bilancio.

Gli articoli precedenti si trovano qui:
Genova 20 anni e dopo (1)
Genova 20 anni e dopo (2)
Genova 20 anni e dopo (3)
Genova 20 anni e dopo (4)


Umanità Nova n.2 del 20 gennaio 2008

Quanto è lontana Genova?

“Oggi sarà il giorno del morto.” (Renato Farina, alias agente “betulla” giornalista e informatore dei servizi segreti, “libero”, 20/07/2001)

La recente sentenza [1] di primo grado contro 25 compagni e compagne, processati per i fatti del luglio 2001 a Genova, è lo spunto dal quale partiamo per ricordare qualche fatto e proporre qualche brevissima riflessione.

Nonostante non sia ancora disponibile il dispositivo completo è evidente che la sentenza ha operato una distinzione tra gli imputati, a seconda se siano stati condannati o meno per “devastazione e saccheggio”. Per cui il medesimo atto (per esempio lanciare una molotov) può essere punito con pene molto diverse, una differenza che si misura in anni di reclusione.

Mai come in questo caso si può dire che si è trattato di una sentenza annunciata, in quanto il giudizio ha sancito una interpretazione di quanto avvenuto in quelle giornate già scritta nel 2001 e ribadita poi durante tutti questi anni.

La prova generale

Napoli, 17 marzo 2001, un corteo di almeno 30 mila persone arriva in Piazza Municipio per protestare contro la riunione del “Global Forum”. Appena un gruppo prova a forzare il blocco della polizia scatta la trappola: i manifestanti vengono accerchiati, tutte le vie di fuga sono chiuse, e picchiati indiscriminatamente. I fermati vengono portati in una caserma della PS dove subiscono un ulteriore trattamento a base di botte ed umiliazioni [2]. Col senno di poi questo episodio è stato considerato una sorta di “prova generale”, gestita dal governo di “centro-sinistra”, di quello che poi sarebbe avvenuto a Genova, quando al governo ci sarà invece il “centro-destra”, appena insediato.

Con l’avvicinarsi dell’appuntamento del G8, iniziano a comparire su tutti i media notizie allarmate ed allarmistiche su quello che sarebbe potuto accadere in quei giorni: dai preservativi pieni di sangue infettato dall’AIDS, allo sgombero delle celle dei carceri per far posto agli arresti, all’obitorio di “almeno 500 metri quadri” per ogni evenienza [3]. Il centro della città ligure viene rinchiuso da una serie di inferriate, cancelli e barriere varie, come se si preparasse ad un vero e proprio assedio.

Un passo indietro

Alle iniziative di Genova, si era arrivati sull’onda lunga della rivolta di Seattle (novembre 1999) che aveva ridato fiato ad un movimento internazionale di protesta già in lotta da tempo contro il capitalismo globale. Un movimento battezzato frettolosamente dai media come “no-global” (all’inizio “popolo di Seattle”), mentre in realtà la partecipazione di migliaia di persone alle iniziative in diverse parti del mondo, stava mettendo in pratica una vera e propria globalizzazione della protesta. A Seattle, a Praga (settembre 2000), Quebec City e Goteborg (aprile 2001), il movimento era riuscito a mettere insieme diverse “anime”, quelle che da sempre alimentano i movimenti per il cambiamento sociale, e così accanto ai riformisti e non violenti, si erano trovati anche quelli che non rinunciano a priori ad uno scontro con le forze poste a difesa del profitto e dello sfruttamento.

Ed erano stati proprio questi ultimi a caratterizzare le diverse proteste, solo un ipocrita non avrebbe l’onestà necessaria per dire che sono state proprio queste pratiche ad imporre l’attenzione dei media per le tematiche portate avanti dal movimento, mettendo contemporaneamente in secondo piano le inutili chiacchiere che si facevano nei diversi summit.

La rivolta

A Genova si è ripetuto (in grande scala) quanto già avvenuto in precedenza, quando le proteste contro i padroni della Terra erano sfociate in scontri violenti con le forze della repressione. A quasi sette anni di distanza, nessuno ricorda più di cosa hanno discusso i G8, ma tutti ricordano invece la rivolta di piazza.

Con premesse del genere, la possibilità di “incidenti” era sicuramente messa nel conto da tutti coloro che andarono a Genova coscientemente e non semplicemente a rimorchio di qualche gruppo di anime candide. Quello che invece non era possibile prevedere era la tattica che avrebbero utilizzato le forze dell’ordine e il numero dei partecipanti alla protesta. E sono stati questi due fattori che hanno contribuito far saltare molti piani.

La mobilitazione fu imponente, fin dall’inizio si capì che in piazza ci sarebbero state decine di migliaia di persone. Tutte intenzionate, anche se in modo diverso, a violare la “zona rossa”: i non-violenti si organizzarono per manifestare pacificamente il loro dissenso, i “concertativi” per rappresentare la loro radicalità tutta mediatica e gli “incontrollabili” per attaccare i simboli del capitale e dello stato. Da parte sua lo Stato mobilitò quasi 20 mila addetti all’ordine pubblico.

Al termine delle quattro giornate di Genova si contavano almeno 560 feriti e 301 tra arrestati o fermati, un bilancio appesantito tragicamente dalla morte di Carlo Giuliani. Ancora un volta nel crogiolo del movimento avevano trovato ospitalità, una accanto all’altra, pratiche di lotta molto diverse.

Infiltrati!

La lettura che venne data di quegli avvenimenti, quasi immediatamente ed ossessivamente nei mesi successivi, accentuò la divaricazione preesistente tra le diverse “anime” del movimento. Il ceto politico ripeteva che tutte le violenze avevano due colpevoli: le forze dell’ordine che avevano attaccato i manifestanti pacifici ed i “black-bloc” che avevano operato la devastazione della città. I secondi avrebbero avuto dai primi mano libera per agire indisturbati ed inoltre vi erano stati anche degli elementi delle forze dell’ordine infiltrati tra le file dei manifestanti più violenti.

Quello degli infiltrati è stato un ritornello che ha caratterizzato buona parte dell’informazione “alternativa”, una accusa che però non è mai andata oltre la banalità (i provocatori ci sono sempre stati) o il sospetto non provato [4]. Anche dopo mesi, nel libro bianco del “Genova Social Forum”, vennero riproposte le medesime accuse documentate da “prove” decisamente risibili [5].

Fin da subito fuori dal coro, il comunicato della Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana:

“Rifiutiamo la campagna di criminalizzazione del Black Bloc, campagna che vede concordi i media dal Manifesto al Giornale. Pur critici nei confronti di una strategia di lotta che, riducendosi a mero confronto di piazza con la polizia, smarrisce la necessaria tensione alla comunicazione diretta più ampia, consideriamo inaccettabili le falsità fatte circolare in questi giorni. Certamente, come comprovato da più parti, provocatori e poliziotti hanno avuto mano libera a Genova, rendendosi responsabili di attacchi e distruzioni indiscriminate. Ma le loro responsabilità non possono essere attribuite al Black Bloc, che, per sua stessa dichiarazione, si è limitato a colpire banche e altri simboli del potere. La nostra più profonda alterità rispetto alla loro strategia non può esimerci dal rispetto per la verità. Una verità che in questi giorni è stata più volte calpestata nel tentativo di fabbricare un perfetto capro espiatorio della violenza poliziesca, questa sì feroce ed immorale. La distruzione di cose non può essere comparata alla violenza di chi bombarda popolazioni inermi, di chi decreta la morte per fame, per malattia, per tortura. Di chi stronca la vita di un giovane manifestante a colpi di pistola.” [6]

La Politica

Nell’agosto 2001 viene avviata una “indagine conoscitiva” parlamentare sui fatti di Genova, la commissione composta da parlamentari di tutti i partiti, procede all’ascolto di alcuni dei protagonisti dei fatti. Al termine vengono stilate ben tre relazioni. La prima, quella della maggioranza di governo, si conclude con un richiamo ai valori della democrazia ed una stigmatizzazione della violenza. La seconda, quella del PRC, con varie richieste, tra le quali quella di una Commissione di inchiesta. La terza, quella dell’Ulivo, è praticamente identica alla prima.

Viene comunque riproposta la tesi che vede in azione a Genova due entità del tutto distinte: da una parte il movimento, vittima di una cattiva gestione dell’ordine pubblico, e dall’altra i violenti. A questa tesi non si è mai riusciti a rispondere in modo efficace, non tanto per rivendicare la propria distanza dal dissenso autorizzato dalle istituzioni o dagli scontri programmati, ma nemmeno per chiarire che le azioni violente, condivisibili o meno, erano sicuramente altro che delle mere provocazioni poliziesche. E che erano davvero poca cosa, visto l’operato delle forze dell’ordine: i pestaggi in piazza, il massacro alla Scuola Diaz, le torture a Bolzaneto, l’omicidio di Giuliani.

Dopo il luglio 2001, una parte del movimento scesa in piazza a Genova ha proseguito nel suo percorso para-istituzionale sempre più marcato che portò – dopo un anno – alla grande manifestazione “riparatrice” di Firenze, quando in centinaia di migliaia sfilarono perfettamente (o quasi) inquadrati sotto l’ala protettrice dei partiti riformisti e del sindacato. Una dimostrazione di forza, soprattutto rivolta contro il Governo di centro-destra in carica, ma anche il canto del cigno per un movimento che da quel momento “dimenticherà” Genova.

La repressione continua

Nel frattempo erano partite diverse inchieste collegate ai fatti del luglio 2001 (processo ai 25, Bolzaneto, Scuola Diaz, Sud Ribelle), che sono state sempre sottovalutate e che non hanno mai trovato molto spazio nell’agenda degli ultimi anni. L’abbandono al loro destino, salvo poche eccezioni [7], dei compagni vittime della repressione e il continuare pervicacemente a sostenere la tesi dei manifestanti “buoni” e “cattivi”, ha portato come logica conseguenza alla sentenza del dicembre 2007.

Sebbene l’onda emotiva, causata soprattutto dalla morte di Carlo Giuliani, fu sicuramente forte e tali furono le mobilitazioni nei mesi successivi, questa forza si andò esaurendo rapidamente. Il tardivo guizzo vitale della manifestazione del 17 novembre 2007 a Genova, sicuramente riuscita dal punto di vista della partecipazione, è stata annullata un mese dopo dalla scarsa risposta collettiva data alla lettura della sentenza. Mentre qualcuno si dilettava, ancora, nella proposta di una inutile commissione di inchiesta, la magistratura – proprio a partire dal processo ai 25 – ha sempre più spesso utilizzato la comoda imputazione di “devastazione e saccheggio”. Come è stato, per esempio fatto nei confronti degli antifascisti di Milano e Torino, e anche questo avrebbe richiesto una mobilitazione che non è stata mai abbastanza forte.

Un errore che sicuramente pagheremo collettivamente.

Pepsy

Note

[1] Il testo della sentenza si può leggere qui http://toscana.indymedia.org/attachments/dec2007/sentenza25_07_12_14.pdf
[2] Per una parziale documentazione dei fatti vedi “Le 4 giornate di Napoli”, a cura dell’Infoshop “Senza pazienza”, Velleità Alternative, Torino 2001.
[3] Si veda la voce “Informazione” pubblicata nel volume “OGM. Organismi Genovamente Modificati”, Edizioni Zero in Condotta, Milano 2002. Una versione più ampia dell’articolo si trova su “rAn” n.16 del 2001.
[4] Si riascoltino le cronache giornalistiche di “Popolare network”, disponibili in parte su “Genova / Luglio 2001. Cronache”, Radio Popolare 2001. Ma si leggano anche i quotidiani della “sinistra”, tra i più ossessionati dai “black bloc” e dagli infiltrati.
[5] Per una critica di questa pubblicazione, vedi “Letture “genovesi”. il “Libro Bianco” del GSF” (“Umanità Nova” n. 26 del 21 luglio 2002), disponibile qui http://isole.ecn.org/uenne/archivio/archivio2002/un26/art2285.html
[6] Il Comunicato pubblicato su “Umanità Nova” n.28 del 5 agosto 2001, si può leggere qui http://isole.ecn.org/uenne/archivio/archivio2001/un28/art1760.html
[7] Pensiamo, per esempio, al lavoro del gruppo di “supporto legale” e di “indymedia”. Vedi http://www.supportolegale.org


Umanità Nova n.9 del 9 marzo 2008

Processo Bolzaneto. Un bel cesto di mele marce

Dopo più di 150 udienze, durante le quali sono sono stati ascoltate più di 300 testimoni, si sta avviando verso la conclusione il processo per i fatti di Bolzaneto. La storia è nota, ma vale sempre la pena di rinfrescarsi la memoria.

In occasione delle proteste contro la riunione dei G8 del luglio 2001 a Genova, vennero prese una serie di misure per fare fronte ai prevedibili disordini che sarebbero avvenuti. Tra le altre cose fu deciso di fare spazio nelle carceri vicine (Vercelli, Alessandria, Pavia, Voghera), in quanto si riteneva troppo rischioso usare il carcere cittadino. Vennero inoltre approntate due strutture per raccogliere i fermati, il Forte San Giuliano e la Caserma di Bolzaneto; nella prima dovevano arrivare i manifestanti catturati dai carabinieri, nella seconda quelli presi dalla polizia e dalla guardia di finanza. Dopo la morte di Carlo Giuliani però, i carabinieri furono spostati in seconda linea e quindi la prima struttura fu chiusa. Possiamo quindi dire che solo per un tragico caso di “Bolzaneto” ce ne sia stata una sola. Nei tre giorni delle manifestazioni, passarono per quella caserma 51-55 persone per l’identificazione e 252 per l’arresto, i numeri non sono precisi in quanto si è scoperto che i difensori dell’ordine e della legalità non tenevano l’elenco delle persone “accompagnate” in quella struttura dove transitarono, tra i tanti, anche quelli catturati nel corso della mattanza alla Scuola Diaz.

Il processo, che si è aperto nel 2005, vede 45 imputati, tra agenti di polizia, di polizia penitenziaria, sanitari ed ufficiali dei carabinieri, accusati di vari reati (sono 109 i capi di accusa) commessi contro le persone richiuse a Bolzaneto. Il tribunale, dopo aver sentito le testimonianze delle vittime di violenze e di abusi, ha iniziato a chiamare anche gli imputati ed i responsabili della struttura, le cui testimonianze sono state, come sempre avviene in questi casi, uno splendido esempio di omertà. Quelli che c’erano non ricordano di aver visto nulla di strano… si, magari avevano visto che nelle celle i fermati erano tenuti in piedi e con il viso rivolto al muro, magari avevano sentito dire che qualcuno aveva usato del gas urticante da qualche parte, ma (ovviamente) non se ne sono preoccupati troppo. Il che significa che, per loro, un trattamento del genere non è altro che una normale routine.

Di insulti, violenze fisiche e psicologiche, nemmeno a parlarne. Affermazioni decisamente poco credibili, se si pensa che persino gli esponenti più in vista del partito al governo nel 2001 furono costretti a dichiarare che “alla caserma di Bolzaneto, invece, sono accaduti episodi censurabili” (F. Cicchitto su “La Stampa”, 10/9/2001). E, in questi giorni, un quotidiano titolava addirittura “Bolzaneto come Guantanamo” (“La Stampa”, 26/2/2008), l’articolo con il resoconto della requisitoria del PM al processo in corso.

La ricostruzione dell’accusa non ha potuto fare altro che ripercorrere la lunga sequenza degli orrori raccontata da coloro che ebbero la sventura di finire a Bolzaneto e che, al contrario dei loro carcerieri, ricordano fin troppo bene, spesso sulla loro pelle, il trattamento che hanno subito e anche chi glielo ha inferto. Al contrario di quanto avvenne durante l’assalto alla Scuola Diaz, in questo caso non si trattava di picchiare selvaggiamente persone che stavano dormendo, ma persone che hanno avuto la possibilità di guardare in viso i propri aguzzini. E le vittime sono quasi tutte venute a testimoniare o sono state sentite per rogatoria internazionale, in quanto tra loro ci sono molti stranieri, persino un neozelandese. Hanno raccontato del “trattamento di benvenuto” ricevuto nel piazzale a suon di sputi, calci ed insulti, della marcatura sulle braccia fatta con un pennarello, della privazione di cibo ed acqua, delle percosse durante le operazioni di identificazione o le visite mediche, delle interminabili ore passate sempre in piedi e con la faccia al muro o in posizioni anche peggiori. Una serie di vere e proprie torture, un reato che la democrazia italiana non riconosce come tale, certamente nulla in confronto a Guantanamo, ma già troppo anche senza scendere in altri particolari.

Il processo adesso andrà avanti con le arringhe della difesa e la sentenza di primo grado è prevista, salvo intoppi, verso la fine del prossimo mese di aprile.

Pepsy


Umanità Nova n.11 del 23 marzo 2008

Chiesta la condanna per i torturatori di Bolzaneto

Come facilmente prevedibile sono arrivate le richieste di condanna per gli imputati delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto nel luglio del 2001 (1), per i 45 processati sono stati chiesti un totale di 76 anni e spiccioli di carcere ed una sola assoluzione.
Dopo quasi sette anni i giornali di stato si sono improvvisamente accorti che questo è stato un “processo del quale si è parlato poco” (2) e che in quei tre giorni da incubo sono stati sistematicamente violati alcuni fondamentali diritti della persona. Nonostante questo, un avvocato difensore ha avuto il coraggio di protestare per le richieste dei PM facendo ricorso alle stesse motivazioni usate nei processi ai criminali nazisti: “sono state negate le attenuanti a chi faceva il suo dovere” (3), evidentemente secondo il legale il “dovere” degli addetti al lager di Bolzaneto era quello di usare violenza contro persone impossibilitate a difendersi.
Scontate anche le posizioni espresse dai sindacati di polizia. Il segretario del SAP ha dichiarato che il problema risiede nella “formazione più accurata delle forze di polizia” che vengono reclutate tra i disoccupati piuttosto che tra gli intellettuali e questo a causa del fatto che verrebbero pagate “meno di un bidello” (4). Dichiarazione non esattamente lusinghiera per i suoi rappresentati, che non sarebbero in grado di comportarsi in modo civile con un prigioniero senza aver preventivamente ricevuto una formazione “più accurata” (sic!) o uno stipendio più alto.
Di vecchio stile anche la posizione espressa in un comunicato del SAPPE-OSAPP (5), nel quale si legge: “La responsabilità di quanto avvenne nella caserma di Bolzaneto non è della polizia penitenziaria ma di coloro che hanno dato gli ordini, dei vertici che non hanno saputo prevedere e prevenire i gravi fatti di Genova” e, ribadito più avanti, “Le responsabilità sono di chi ha dato gli ordini, non degli esecutori”. Una classica chiamata di correo che non tiene conto del fatto che la responsabilità dei propri atti è sempre qualcosa di individuale, e che oltretutto le condanne più pesanti sono state chieste proprio per i funzionari più alti in grado, responsabili di Bolzaneto piuttosto che per i semplici agenti.
In pratica, non potendo smentire la realtà dei fatti, inventandosi un inciampo o una traiettoria deviata (come accade quando le pistole sparano da sole) i responsabili delle violenze provano a difendersi scaricando le colpe sui vertici o sul cattivo funzionamento del sistema nel suo complesso.
Paradossalmente, ma solo paradossalmente, potremmo anche concordare con loro, in quanto anche noi siamo fermamente convinti che le maggiori responsabilità vadano individuate molto più in alto. “Processiamo” lo Stato.

Pepsy

Riferimenti
(1) Vedi U.N. n.9 del 2008.
(2) “Inumani a Bolzaneto. Il PM chiede 76 anni”, Corriere della Sera, 12/2/2008.
(3) “I tre giorni dell’orrore nella caserma sulla collina”, Corriere della Sera, 12/2/2008.
(4) http://www.sap-nazionale.org/ultimaora.php?id=737&PHPSESSID=c1e0e09d01bebe5ba6923550c488c0a9
(5) http://www.sappe.it/notizia_count.asp?id=1653&categoria=19


Umanità Nova n.26 del 27 luglio 2008

Il sasso e il manganello

Esattamente a sette anni dai fatti, la scorsa settimana è arrivata  la sentenza di primo grado per le torture di Bolzaneto e dopo qualche  giorno le richieste del PM per il massacro alla scuola Diaz.
Il processo per i fatti di Bolzaneto si era aperto nel 2005 ed ha  visto sul banco degli imputati agenti e dirigenti della polizia di  stato e penitenziaria, carabinieri e personale sanitario accusati
di abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico e abuso di  autorità. Durante le oltre 150 udienze ci sono state da una parte  le solite testimonianze degli agenti e dei loro superiori che non  ricordavano, non avevano visto o che non c’erano proprio e dall’altra  quelle delle vittime che descrivevano le vergognose violenze subite  in un clima apertamente fascista e razzista.

Dopo tre anni di processo sono arrivate le richieste di condanne complessive a poco più di 76 anni ed una assoluzione: da un minimo di 6 mesi ad un massimo di 5 anni, 8 mesi e 5 giorni, condanna chiesta per l’ispettore della polizia penitenziaria responsabile della sicurezza a Bolzaneto. Lunedì 14 luglio, dopo 10 ore di camera di consiglio, i giudici hanno emesso la sentenza condannando 15 imputati e assolvendone 30, diminuendo per tutti le pene chieste dai Pubblici Ministeri, alcuni dei condannati sono anche stati interdetti (temporaneamente) dai pubblici uffici. Questa prima sentenza sarà anche l’ultima in quanto, oltre all’indulto, a gennaio 2009 tutti i reati cadranno in prescrizione. Unica consolazione (se si può usare questo termine)
è il fatto che è stato riconosciuto un risarcimento preliminare ad alcune delle vittime che dovrebbe essere pagato, a meno di altri intralci, dal Ministero dell’Interno e da quello della Giustizia, condannati anche al pagamento delle spese processuali.

Le valutazioni date su questa sentenza si sono, ovviamente, sprecate. Da destra è stato affermato che la decisione dei giudici ha smontato un teorema, come se la tortura anche di una sola persona (e non è questo il caso) fosse meno grave di quella di centinaia. In pratica è stata riproposta la vecchia e scontata favoletta delle “mele marce” o dei “casi isolati”, espressioni normalmente utilizzate dai fanatici del manganello quando, non potendo negare una eclatante evidenza, cercano ignobilmente di minimizzarla. Da parte della “sinistra” ci sono state invece i soliti lamenti sul fatto che nel Codice Penale non sia previsto il reato di tortura o la trita riproposizione della necessità di una (inutile) Commissione di inchiesta parlamentare.
Qualcuno è arrivato persino ad analizzare il significato del termine “tortura”, giungendo alla conclusione che non era comunque possibile applicarlo a quanto subito da coloro che sono transitati per Bolzaneto.

Giovedì 16 luglio è stata la volta del processo per l’assalto alla scuola Diaz. In questo caso gli imputati erano soprattutto funzionari della polizia, accusati di falso ideologico, calunnia e arresto illegale. Il Pubblico Ministero ha chiesto di condannarne 28 e di assolverne 1 con pene che variano da pochi mesi a 5 anni, per un totale di 109 anni di carcere. Chiesta anche l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e contestualmente le attenuanti generiche in quanto, secondo l’accusa, gli accusati hanno agito in quel modo perché erano convinti di svolgere il proprio dovere. Tra gli altri è stata chiesta la condanna anche per due funzionari che nel frattempo hanno fatto una bella carriera: oggi uno dirige l’Anticrimine e l’altro è un capo dei Servizi Segreti. La pena più alta è stata chiesta per il vicequestore che portò nella scuola le famigerate molotov, che poi qualcuno finse di trovare in quei locali e qualcun altro fece sparire durante il processo.

Anche in questo caso, come per il processo su Bolzaneto, sono sfilati una serie di smemorati e lo stesso PM ha dovuto ammettere la difficoltà incontrata a portare avanti un processo contro dei poliziotti. Per dirne solo qualcuna, nessuno degli accusati ha avuto il coraggio di riconoscere come propria una delle tante firme apposte ai verbali stilati in quella occasione e non si conosceranno mai tutti i nomi degli agenti che hanno proceduto all’irruzione, che hanno spedito all’ospedale decine di persone, che hanno distrutto un edificio, che hanno raccolto le “prove”, orgogliosamente mostrate il giorno dopo su un tavolo a tutti i media per tentare di giustificare l’ingiustificabile.

Quella della Diaz fu definita nel 2001 operazione in “stile cileno” e, più recentemente, “macelleria messicana” (i razzisti si fanno scoprire subito…) mentre, in realtà si trattò di una tipica sceneggiata italiana. Tutto sarebbe partito da una sassaiola invisibile, proseguito con il ferimento di un giubbotto causato da un fantasma, e con la partecipazione straordinaria di due molotov che appaiono e scompaiono a seconda dei bisogni. Nel mezzo il massacro di un centinaio di persone che dormivano pacificamente e che poi, in parte, furono costrette anche a subire gli oltraggi di Bolzaneto.

Ancora una volta, i media hanno riportato le dichiarazioni dei fascisti e dei loro sostenitori che si affannano a precisare che si tratta di un teorema, che queste sono ricostruzioni di parte, che la responsabilità è individuale e che (al massimo) si tratta dei soliti casi isolati, tanto isolati da essere la fotocopia di quelli accaduti a Bolzaneto e, per tre giorni, nelle strade e nelle piazze di Genova. La sentenza per il processo Diaz è attesa entro la fine di questo anno ma già è noto che – anche in questo caso – indulto e prescrizione cancelleranno tutto.

Lasciando da parte queste miserie, resta il fatto che le vicende alla base dei processi di Bolzaneto e della Diaz sono indissolubilmente collegate al comportamento tenuto dalle forze della repressione durante le proteste contro il G8 avvenute nel luglio 2001 a Genova. E non solo perché molti tra i fermati durante gli scontri di piazza e dopo l’irruzione nella scuola Diaz finirono proprio a Bolzaneto, ma anche perché in quei luoghi proseguirono le violenze contro chiunque capitasse tra le mani dei servitori dello stato. In altre parole, in quei giorni a Genova le persone furono picchiate dovunque e comunque: durante gli scontri di piazza, dopo l’arresto e persino mentre dormivano.

E nonostante questo oggi c’è ancora chi ha il coraggio di sostenere che questi comportamenti si possono definire come una devianza che va attribuita ai singoli individui piuttosto che alle forze dell’ordine nel loro complesso. Giocando sul fatto, indiscutibile, che la responsabilità è personale ma sorvolando intenzionalmente sul fatto – altrettanto indiscutibile – che in quel contesto i comportamenti violenti contro i manifestanti sono stata la regola piuttosto che l’eccezione.

Ricordare quello che è stato Genova è comunque un esercizio necessario alla memoria collettiva ma che, in assenza di un movimento che assuma quegli avvenimenti come parte della propria storia, potrebbe lasciare il tempo che trova. Contemporaneamente andrebbero ricordati tutti coloro che al tempo minimizzarono le dichiarazioni fatte dalle vittime della violenza statale: ministri e parlamentari vari tutti intenti  a mettere sullo stesso piano le violenze contro persone che non potevano  difendersi, culminate con l’omicidio di Carlo Giuliani, con le vetrine  rotte o le auto in fiamme. La giustizia ha dimostrato, con le sue  sentenze, che le due cose non stanno sullo stesso piano e che, contrariamente  a quanto affermato dal PM del processo Diaz, viene considerato maggiormente  colpevole chi ha lanciato un sasso di chi ha picchiato una persona  indifesa.

Ma la giustizia dei tribunali ci interessa solo fino ad un certo  punto e quanto accaduto a Genova non aveva bisogno di una conferma  diversa dalle testimonianze dirette delle centinaia di persone offese  e violentate durante quei giorni. Nessuna sentenza poteva dargli torto e nessuna sentenza potrà dargli ragione.

Pepsy


Umanità Nova n.19 del 30 maggio 2010

Sentenza Diaz: lo stato rivendica il massacro

Martedì 18 maggio è stata letta la sentenza di secondo grado del processo contro i poliziotti che a Genova assaltarono, nella notte tra il 21 ed il 22 luglio 2001, la Scuola Diaz. L’episodio, insieme all’assassinio di Carlo Giuliani e alle torture inflitte ai manifestanti arrestati e portati nella caserma di Bolzaneto, è uno di quelli che rendono quel luglio del 2001 davvero difficile da dimenticare.

Due anni fa, il processo di primo grado aveva visto la condanna di 13 tra funzionari e agenti imputati e l’assoluzione o la prescrizione per gli altri. Questa volta la sentenza ha accolto quasi completamente le richieste dell’accusa e il numero dei condannati è salito a 25 (su 28 imputati), e sono condanne che – anche se in parte destinate ad essere solo simboliche – potrebbero pesare nel caso venissero confermate anche nel giudizio di terzo grado. Intanto chi ha avuto la condanna più alta (5 anni) è andato in pensione e gli agenti semplici condannati sembra si lamentino di non aver fatto molta carriera, al contrario dei loro superiori.

Una volta tanto non è stato possibile far passare il massacro di decine di persone come un “effetto collaterale” di uno scontro di piazza e neppure nascondere il fatto che la polizia aveva costruito prove false per giustificare la sanguinosa operazione repressiva: due molotov portate sul luogo dagli stessi agenti e un ferimento inventato. A questo punto anche una sentenza completamente diversa in Cassazione non potrà entrare nel merito di come si sono svolti i fatti, ma solo valutare la legittimità delle condanne inflitte.

Abbastanza importante dal punto di vista politico è che tra i colpevoli ci sono funzionari che attualmente ricoprono importanti cariche (in polizia e nei servizi segreti) alle quali sono stati promossi nel corso di questi anni, e che sono stati condannati per reati che prevedono anche l’interdizione dai pubblici uffici.

Alcuni media hanno (erroneamente) titolato su un presunto “ribaltamento” della sentenza di primo grado, mentre in realtà chiunque poteva semplicemente ricordare che quanto accaduto quella notte era ben chiaro fin dall’inizio, anche senza la necessità di un processo lungo quasi dieci anni: un nutrito gruppo di poliziotti aveva fatto irruzione di notte in un edificio dove stavano dormendo pacificamente delle persone inermi che erano state prima riempite di botte, poi arrestate e infine accusate con false prove. Tutta la faccenda della cosiddetta “catena di comando”, della necessità di scoprire chi, perché e come avesse ordinato la mattanza e su chi vi aveva preso parte sono, in un certo senso, solo dettagli ai quali si possono interessare i fascisti che difendono sempre i comportamenti delle forze dell’ordine, i democratici che chiedono improbabili Commissioni di inchiesta e tutto coloro che credono ancora alla favoletta delle mele marce.

Non stupisce che, davanti ad una sentenza del genere, esponenti in vista dell’attuale Governo abbiano chiaramente fatto sapere a tutti che i poliziotti condannati, anche dalla giustizia oltre che dalla verità della storia, hanno comunque la loro piena fiducia, perché gli imputati sono sempre innocenti fino a condanna definitiva e c’è ancora la Corte di Cassazione che potrebbe cambiare il verdetto finale. Dichiarazioni del genere sono una evidente, ennesima, rivendicazione dell’operato delle forze della repressione, anche quando hanno un comportamento chiaramente contrario alle leggi che pretendono di difendere. Lo Stato si è assunto di nuovo, tramite i suoi ministri, la completa responsabilità di quanto accaduto quella notte nella Scuola Diaz e lo ha fatto non certo per salvare la poltrona o la carriera di qualche decina di suoi fedeli servitori, ma per ribadire in modo chiaro e forte che ha il monopolio della violenza e che intende esercitarlo garantendo, come sempre, l’impunità ai propri fedeli servitori anche quando vengano condannati per essersi macchiati di delitti particolarmente odiosi.

E questo, visti i tempi che corrono, suona quasi come un avvertimento.

Pepsy


Umanità Nova n.24 del 24 luglio 2011

A dieci anni dal 2001. Che cosa resta di Genova

A volte l’afa gioca brutti scherzi e in questi giorni potrebbe capitare che un ispettore giudicato colpevole del reato di “falso in atto pubblico” continui a prestare servizio presso la stessa Procura che l’ha processato, che un funzionario di polizia condannato, anche in appello, per “falso” e “induzione a falsa testimonianza” sia promosso questore e che un medico, anche questo condannato, in primo e secondo grado, per il suo coinvolgimento nel maltrattamento di decine di persone arrestate riceva un bel premio per la sua “efficienza” lavorativa. Si, deve essere sicuramente un effetto collaterale del caldo di questa settimana.
Anche quel luglio del 2001 era caldo, le innumerevoli immagini lo ricordano a chi quei giorni non era a Genova, per ragioni anagrafiche, per puro caso o per scelta cosciente. Ma chi – dieci anni fa – si trovava nella città ligure difficilmente avrà bisogno di guardare una foto o un filmato per richiamare alla memoria avvenimenti già abbastanza lontani da diventare storia e contemporaneamente ancora vicini da far lacrimare di nuovo. Al di la della retorica, delle interessate sponsorizzazioni politiche e di quell’inevitabile pizzico di reducismo che accompagna qualsiasi anniversario, ci si potrebbe semplicemente chiedere cosa resta oggi di quei giorni.
Restano i processi, grandi e piccoli ancora in piedi, ma che già hanno sancito verità impossibili da nascondere: la violenza sulle persone, quando esercitata dalle forze di repressione dello Stato, resta impunita; la violenza sulle cose inanimate, sulla proprietà, continua a essere un reato grave da sanzionare pesantemente per ricordare a chi lo abbia dimenticato in che mondo viviamo. Da una parte agenti e funzionari condannati e promossi e dall’altra manifestanti condannati e basta.
Restano le ragioni di fondo di chi aveva provato a opporsi all’ennesima sfilata dei potenti della Terra, come già era avvenuto a Seattle nel 1999, a Praga nel 2000, a Göteborg e a Napoli solo pochi mesi prima e poi dopo anche in altre città. Ancora per qualche anno, ma con iniziative sempre un po’ meno partecipate e sempre po’ più istituzionalizzate, a segnare il riflusso che solitamente colpisce tutti i movimenti, proprio mentre – dall’altra parte – avanzava la crisi economica e sociale di un sistema che sembra ogni giorno sull’orlo del fallimento ma che continua a dominare, a uccidere, a sfruttare.
Restano le differenze tra le diverse “anime” di quel movimento, quelle che i giornalisti dei media ufficiali sono soliti ridurre alla questione dell’uso della violenza, mentre in realtà sono diversità esistenti da sempre tra chi si accontenta anche di un capitalismo maggiormente compassionevole e chi invece lotta per un cambiamento reale dello stato di cose presente. Tra chi crede ancora che esistano forze politiche “amiche” e chi invece si muove da sempre in direzione dell’auto-organizzazione, tra chi chiede ancora le “scuse” delle istituzioni e tra chi non saprebbe proprio che farsene.
Resta il sostanziale fallimento dei “Social Forum” che inizialmente potevano essere considerati un interessante esperimento politico di base ma che, col trascorrere del tempo, sono stati infiltrati e inquinati dai politici di professione e dalle loro rappresentanze organizzate. Un fallimento parallelo a quello delle riunioni dei G8 che ormai sono diventate ancora più inutili che in passato, anche senza contestazioni.
Restano i segni di una stagione fondamentale nel campo dell’informazione indipendente come si può vedere dai numerosi siti web nati in questi ultimi anni che provano a fare informazione dal basso. La lezione di Indymedia, sebbene questo progetto oggi abbia un impatto sul panorama mediatico molto ridotto rispetto a quello che ha avuto nell’ultimo decennio, è stata fondamentale per tutti coloro che vogliono opporsi concretamente allo strapotere dei mass-media.
Resta la distanza tra le inchieste giornalistiche, le teorie del complotto, le commissioni parlamentari e tutti quelli che continuano a considerare quegli avvenimenti come eccezionali (“una sospensione delle regole della democrazia” continuano a chiamarli) e quello che è successo prima di Genova e dopo, che fornisce l’esatta misura di quanto l’illegalità di Stato sia la regola e non l’eccezione.
Resta sicuramente anche altro, soprattutto nel vissuto di chi quei giorni era in piazza. Ricordi che nessuna menzogna, comprese quelle sancite dalla legge, potrebbero mai cancellare. Memorie che verranno forse rielaborate e stravolte dal tempo ma che manterranno – in ogni caso – la loro forza per una intera generazione.
Restano infine le macchie di sangue, in Piazza Alimonda, alla Scuola Diaz, a Bolzaneto , ma quelle sono indelebili.
Per fortuna restano anche le lotte odierne, quelle che in apparenza sembrano essere tornate all’interno di un ristretto ambito locale, lasciando sullo sfondo le tematiche della globalizzazione. L’opposizione alla devastazione ambientale, le lotte dei migranti, quelle dei precari, sono (in un certo senso) la continuazione di quelle che portarono nel 2001 a Genova centinaia di migliaia di persone, la maggior parte delle quali pensavano fosse possibile un mondo migliore.
Ci resta ancora quello vecchio, da smontare e ricostruire a partire da oggi e non da domani.

Pepsy


 

Genova 20 anni e dopo (2)

Siamo pericolosamente vicini al ventiversario di quel fine settimana del luglio 2001 quando, a Genova, avvennero cose difficili da dimenticare.
A ricordare quello che accadde tra il 19 e il 21 luglio del 2001 ci stanno già pensando in molti e altri sicuramente si aggiungeranno nei giorni che seguono.
Qui propongo qualcosa di diverso, perché i “Fatti del G8 di Genova” non terminano il 21 o il 22 luglio del 2001, come sarebbe troppo comodo far credere, ma continuano anche negli anni successivi… per molti anni.
Ho raccolto alcune delle cose scritte in quegli anni e comparse tutte sul settimanale anarchico “Umanità Nova”. Articoli datati e probabilmente con qualche errore, ma che forse potrebbero servire a raccontare a chi non c’era e a ricordare per chi ha dimenticato.

Qui i primi articoli, di seguito altri quattro, appena ho voglia e tempo ne seguiranno altri, in alcuni casi sono stati cambiati i titoli originali.


Umanità Nova, n.6 del 20 febbraio 2005

G8: i processi. Dimenticare Genova?

Non sono ancora passati quattro anni dalle giornate del luglio 2001 a Genova ma, sotto certi aspetti, sembra che ne siano passati molti di più. La mobilitazione che si era sviluppata nei mesi immediatamente successivi era proseguita per un anno intero, fino ad arrivare alle manifestazioni del luglio 2002 che testimoniavano un interesse ancora vivo per quanto era accaduto durante le giornate di protesta contro il G8.

Oggi, invece, molti segnali provenienti dalla città ligure e non solo, fanno sembrare arenata quella forte spinta. E la cosa è tanto più preoccupante in quanto, proprio negli ultimi mesi, si sono aperti alcuni procedimenti giudiziari che prendono le mosse proprio dai fatti di Genova.

I filoni processuali principali vedono coinvolte poco più di un centinaio di persone, in veste di imputati, di vittime o di testimoni di quanto accaduto. E’ chiaramente impossibile, nello spazio a disposizione, dare un quadro esauriente di tutto il complesso aspetto legale dei singoli processi, ci limitiamo quindi a qualche informazione essenziale e rimandiamo chi vuole approfondire l’argomento alle indicazioni alla fine del testo.

Il 2 marzo dello scorso anno è iniziato il procedimento penale contro 26 persone (ma uno verrà processato a parte) accusate di “devastazione e saccheggio” e fin dall’inizio si è capito che non sarebbe stato un processo facile.
Le prime udienze si sono incentrate principalmente sulle prove portate dall’accusa, vale a dire su foto e video che dovrebbero dimostrare la colpevolezza degli imputati. La difesa ha controbattuto chiedendo di prendere in considerazione esclusivamente materiali integrali e non i montaggi video fatti dalla polizia municipale. Come dovrebbe essere ovvio le fotografie si possono “tagliare” ed i filmati si possono montare in diversi modi al fine di avvalorare una tesi piuttosto che un’altra e, per queste ragioni, la difesa ha chiesto anche di entrare in possesso di una copia delle immagini originali utilizzate dall’accusa.

Così, in attesa che la difesa studi il materiale, la Corte ha deciso di procedere ad interrogare i testimoni che non hanno bisogno di supporti visivi per la loro deposizione. Prima della sospensione estiva la difesa, dopo aver finito di visionare tutto il materiale, ha presentato alcune memorie nelle quali si contesta l’uso che viene fatto delle prove.
Il processo è ripreso a settembre 2004 ed è andato avanti, con udienze settimanali, fino al 21 dicembre, per riprendere poi l’11 gennaio di quest’anno.

Vale la pena di ricordare che, oltre a questi 26, ci sono anche altre decine di indagati per altri episodi relativi agli scontri e, solo pochi giorni or sono, è comparsa sulla stampa la notizia di tre nuove denunce.

Il secondo strascico giudiziario del luglio genovese riguarda l’assalto in puro stile cileno alla Scuola Diaz, quando vennero pestati a sangue (61) ed arrestati (93) compagni e compagne che stavano dormendo in quei locali.
Il 13 dicembre 2004, dopo una ventina di udienze, si è conclusa la fase preliminare di questo procedimento che vede sul banco degli imputati 28 agenti di polizia tra quelli che parteciparono alla mattanza, accusati di falso e calunnia, lesioni personali, furto, danneggiamento e perquisizione illegale.

Nonostante la pressione politica esercitata a favore dei poliziotti, i giudici li hanno rinviati tutti a giudizio, e forse non potevano fare altrimenti, vista la mole di prove: tutti ricorderanno le molotov portate in loco dagli agenti ed il presunto ferimento di uno degli incursori.
Il processo vero e proprio dovrebbe iniziare il 6 aprile 2005.

Un terzo procedimento giudiziario riguarda le violenze subite dagli arrestati durante le manifestazioni all’interno delle caserme, il nome di Bolzaneto è ancora tristemente scolpito nella memoria di molti.
Questo processo si è aperto il 27 gennaio scorso con l’udienza preliminare nella quale l’accusa ha chiesto il rinvio a giudizio per 47 persone (tra agenti e dirigenti di ps e di polizia penitenziaria, carabinieri, medici e infermieri) per una serie di reati che vanno dalla violenza privata al falso ideologico.
Anche in questo caso la pressione politica per salvaguardare le forze del disordine è stata notevole e il processo ha rischiato seriamente di non partire nemmeno.

A questi tre processi bisogna aggiungere anche quello contro la “Rete del Sud Ribelle” apertosi il 2 dicembre scorso a Cosenza e che vede imputati 13 persone accusate addirittura di “Cospirazione politica mediante associazione”, un tipico reato di opinione, che dovrebbe chiudere il cerchio riguardando i “cervelli” dei disordini del luglio 2001. Una buona notizia arriva subito dopo la prima udienza in quanto è stato revocato (dopo un anno!) l’obbligo di firma che ancora pesava su 3 degli accusati.
La prossima udienza è fissata per il prossimo 23 febbraio.

Quattro processi non sono pochi e meriterebbero, da parte del movimento di opposizione, molta più attenzione di quanto ne abbiano avuta fino a questo momento. Infatti, come spesso accade, dopo la mobilitazione “a caldo” di tutte le componenti del movimento scese in piazza in quei giorni a Genova, la tensione è scemata e ad interessarsi dell’andamento dei processi non ci sono che pochissime persone. Questa fase di stanca è segnalata anche da uno dei gruppi che si occupa del supporto legale, che si trova in condizioni economiche precarie e che ha lanciato un appello alla sottoscrizione per far fronte alle inevitabili spese che procedimenti giudiziari del genere comportano.

Il rischio è che col passare del tempo questi processi spariscano definitivamente dall’orizzonte degli interessi dei compagni e che la storia di quello che è accaduto nel luglio 2001 a Genova cada definitivamente nel dimenticatoio o venga riscritta esclusivamente nelle aule dei tribunali ad uso e consumo del potere.

Sappiamo, come anarchici, che un tribunale non è certo il luogo dove si possa attendere una “giustizia” ma sappiamo anche che la mobilitazione in sostegno agli accusati e la controinformazione sulle violenze esercitate dagli apparati dello stato a Genova dovrebbe essere quasi un “obbligo” per un movimento che invece sembra aver perso parte della sua vitalità proprio quando ce ne sarebbe maggiormente bisogno.

Pepsy

Per non dimenticare, per attivarsi e per saperne di più ecco alcuni indirizzi dei siti web che stanno informando in modo continuo sui processi:

http://italy.indymedia.org/
Sicuramente il punto di partenza obbligato, soprattutto (ma non solo) perché alcuni degli attivisti di Indymedia stanno partecipando direttamente al supporto legale. Andando nelle sezioni degli IMC locali “Genova” e “Calabria” si trovano informazioni aggiornate sulle udienze.

https://supportolegale.org/
Qui si trovano le informazioni per chi vuole contribuire alle spese o partecipare al lavoro di supporto.

http://www.sciroccorosso.org/
Informazioni ed analisi sul processo di Cosenza.

http://www.veritagiustizia.it/
Sito del “Comitato verità e giustizia per Genova”.


Umanità Nova, n.13 del 17 aprile 2005

G8 di Genova: continuano i processi. Tra silenzio e indifferenza

Proseguono, ognuno per la propria strada, le appendici giudiziarie del luglio genovese che, come già scritto su queste pagine (vedi “Umanità Nova” n.6, 2005), solo in poche occasioni riescono a superare la barriera di disinteresse dei mass-media e di parte del movimento di opposizione.

Il processo contro i “black bloc” è quello in fase più avanzata anche se nelle scorse settimane ha avuto un momento di pausa a causa di un episodio che la dice lunga sull’atmosfera nella quale si stanno svolgendo le udienze.
Infatti, il 16 marzo scorso, in seguito a una denuncia per diffamazione, sono stati sequestrati due computer portatili usati dai consulenti del gruppo di supporto legale che collaborano con i difensori dei 25 imputati di devastazione e saccheggio. Gli avvocati della difesa hanno chiesto a questo punto un rinvio delle udienze in quanto il sequestro danneggiava il loro lavoro, istanza che è stato accettata dalla Corte.
Il processo è ripreso quindi il 5 aprile e prosegue con la sfilata dei testi, per la maggior parte agenti delle forze del disordine, chiamati a riconoscere gli imputati. Nel corso delle udienze è stato rivelato anche un segreto di pulcinella, vale a dire che la prassi della Digos prevede la compilazione di elenchi dei partecipanti alle assemblee “non autorizzate”.
Fino ad oggi i computer sequestrati non sono stati ancora restituiti e si è diffusa la voce che siano arrivati a Torino, da dove era partita la denuncia per diffamazione, danneggiati. Quando si dice il caso!

Come previsto è regolarmente iniziato il 6 aprile il processo ai 28 agenti che la notte del 21 luglio 2001 entrarono – ospiti sgraditi – nella scuola Diaz e nel mediacenter. Questo processo avrà vita difficile in quanto è stato già rinviato al 19 maggio, alla vigilia di una probabile sospensione estiva ed è noto che alla ripresa autunnale dovrà cambiare (per ragioni che non riguardano il processo stesso) il collegio giudicante e quindi molto probabilmente ripartirà da capo. Il rischio concreto è che finisca tutto in prescrizione.
Da segnalare che, alla vigilia della prima udienza, “Amnesty International” ha diffuso un comunicato nel quale chiede “misure più efficaci” contro la “frequente impunità” delle forze dell’ordine, sottolineando il fatto che la maggior parte degli agenti coinvolti nel raid teppistico erano mascherati e non portavano segni identificativi.

Giusto per non dimenticare ricordiamo che alla fine dell’assalto in stile squadroni della morte alla Scuola Diaz, furono fermate 92 persone: 58 uomini e 34 donne, la più giovane aveva 19 e la più anziana 64 anni.
Solo 16 di loro (evidentemente per mero caso) restarono illese, la maggior parte infatti fu colpita a manganellate e calci, alcuni furono presi a seggiolate in testa o trascinati per le scale. Quelli più fortunati riportarono solo contusioni più o meno lievi, quelli meno furono letteralmente massacrati: traumi cranici, fratture e lesioni in diverse parte del corpo.

Continuano anche le udienze preliminari del processo per le torture inflitte a Bolzaneto, un episodio strettamente collegato, anche se non dal punto di vista giudiziario, con quello precedente non solo perché la quasi totalità dei fermati alla Diaz finì poi nella tristemente nota caserma, ma anche per il cumulo di violenza e le bugie che i responsabili (di ogni ordine e grado) hanno raccontato per tentare di giustificare i loro abusi. Non è ancora chiaro quanti tra i fermati nei giorni del G8 furono portati a Bolzaneto, quello che è sicuro è che il trattamento loro riservato fu indegno, ci sono più di 160 denunce per i maltrattamenti fisici e psicologici subiti che vanno dalle umiliazioni corporali, alle mutilazioni (taglio di un codino, rimozione violenta di un piercing) alle “semplici” botte con manganelli o senza.

Infine, il processo contro la rete del “Sud Ribelle” sta andando avanti a Cosenza dopo la sceneggiata televisiva di fine febbraio quando durante una discussa trasmissione giornalistica sono state mandate in onda delle registrazioni di intercettazioni telefoniche di alcuni imputati (Vedi “Umanità Nova” n.8, 2005) con il chiaro intento di sostenere le accuse rivoltegli. E nell’udienza del 30 marzo il Pubblico Ministero ha appunto depositato le “prove” contro gli accusati che consistono principalmente in una serie di intercettazioni e filmati, tra i quali anche alcune di quelle già passate sul piccolo schermo. La difesa ha chiesto un rinvio, accolto, e il processo è stato aggiornato al 13 aprile prossimo.

Quelle sopra sono solo brevi note, tratte principalmente dai siti web già citati nel precedente articolo, ai quali rimandiamo per maggiori informazioni.

Nonostante la frammentazione in varie sedi processuali, resta fondamentale mantenere alta l’attenzione su quanto accade in quelle aule e ancora di più impegnarsi nella solidarietà attiva ai compagni inquisiti e nel sostegno, morale e materiale, ai gruppi che seguono i processi.

Pepsy


Umanità Nova, n.24 del 3 luglio 2005

Processati a Genova, promossi a Roma

Nell’ultimo mese, tra un arresto e l’altro, sono andati avanti anche i processi legati ai fatti del G8 di Genova e dei quali “Umanità Nova” si è già occupata in diverse occasioni.

Il gruppo di supporto legale ha diffuso un comunicato nel quale anticipa che sarebbero in arrivo altre denunce. Si parla di quasi duecento avvisi di reato con le solite imputazioni legate ai cortei e di una cinquantina per devastazione e saccheggio. Questo fa pensare che la stretta repressiva di questi ultimi tempi non sia una semplice casualità, ma si inserisca in un processo più ampio con chiare caratteristiche politiche, come dimostra la sorte del filone giudiziario che vede le forze del disordine sul banco degli imputati.

Proprio da quest’ultimo arrivano infatti due importanti novità, la prima è una parziale archiviazione del procedimento a carico di 12 degli assaltatori della Scuola Diaz e la seconda sono le promozioni di due funzionari ben noti alle cronache del luglio genovese. Vincenzo Canterini, ex comandante del reparto mobile di Roma, uno dei capi del commando che massacrò 93 persone nella Scuola Diaz e Alessandro Perugini, l’ex numero due della Digos di Genova, noto per il calcione sferrato ad un manifestante e rinviato a giudizio con altri 44 complici per le responsabilità avute nella gestione della caserma di Bolzaneto, sono stati entrambi promossi ad incarichi superiori.

Qualcuno ha letto in questo provvedimento una sorta di rigraziamento per il lavoro ben svolto (dal loro punto di vista) a Genova, ma l’accaduto potrebbe essere anche solo una dimostrazione della protervia del potere, visto che difficilmente i procedimenti giudiziari a carico di questi “eroi” porteranno a qualche risultato concreto.

Intanto il processo ai compagni va avanti e la trascrizione delle varie udienze viene puntualmente pubblicata su internet (www.supportolegale.org) dal gruppo di supporto legale. Proseguono le deposizioni di vari personaggi, soprattutto poliziotti, ancora a proposito delle identificazioni dei manifestanti attraverso i materiali video-fotografici usati dall’accusa.
Alcune sedute sono davvero interessanti, come per esempio la 53ma nella quale viene sentito un esperto della polizia a proposito dei sistemi in uso per riconoscere le persone attraverso l’analisi delle immagini; leggendola ci si può fare una precisa idea dei metodi adoperati dalla repressione nel XXI secolo.
Il processo continuerà probabilmente fino al 19 luglio quando ci sarà la pausa estiva. E’ stato invece rinviato al 17 novembre il processo contro cinque poliziotti (tra i quali il Perugini citato sopra) per diversi reati commessi durante le giornate di Genova.

Sul lato della cronaca va segnalato che il Ministero degli Interni è stato condannato al pagamento di un risarcimento di 28 mila euro a beneficio di due donne che il 20 luglio 2001 furono picchiate da un gruppo di agenti.

Procede invece a singhiozzo il processo di Cosenza, una udienza ad aprile ed una praticamente inutile a giugno, nella quale è stato rinviato tutto al 22 settembre prossimo. Da notare la cialtroneria informatica scoperta dagli avvocati difensori che, mentre visionavano l’ultimo materiale sequestrato dall’accusa e consegnato loro dalla segreteria del tribunale, hanno trovato al suo interno una copia dell’hard disk del computer dello stesso PM.

Nulla di fatto anche per il processo per i fatti di Napoli del marzo 2001 che, iniziato il primo giugno, è stato subito rinviato al 14 ottobre. Continua invece ma, guarda caso, sottotono il processo ai poliziotti che si resero protagonisti, nella Caserma Raniero, di abusi nei confronti dei compagni fermati durante la manifestazione di Napoli.

L’aridità delle cronache giudiziarie non favorisce certo lo sviluppo della solidarietà e della mobilitazione ma, gli ultimi avvenimenti e la continuità dell’attenzione repressiva sui movimenti antiistituzionali, necessitano di risposte di tipo complessivo e maggiormente diffuso.
Risposte che siano in grado di coinvolgere e di rompere il silenzio assordante che continua a pesare su tutto quello che avviene e non solo nelle aule dei tribunali.

Pepsy


Umanità Nova, n.32 del 9 ottobre 2005

Genova, 20 luglio 2001. Delitto fascista o delitto di stato?

Il 20 settembre scorso è ripreso a Genova il procedimento giudiziario contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio avvenuti durante le manifestazioni contro il G8 del luglio 2001. In queste prime udienze dopo la pausa estiva sono proseguite le testimonianze degli esponenti delle forze dell’ordine coinvolte nelle operazioni di repressione.

Protagonista del giorno è stato sicuramente Mario Placanica, l’assassino di Carlo Giuliani, la cui testimonianza era attesa da tempo.
Ovviamente il previsto arrivo ha solleticato l’interesse dei mass-media, solitamente distratti a proposito di quanto accade in questo ed in altri processi. Attesa rimasta delusa in quanto il testimone, nonostante quanto avesse in precedenza dichiarato il suo avvocato, si è avvalso della facoltà di non rispondere e, fatto atto di presenza, ha abbandonato la scomoda sedia.

Voci maligne hanno suggerito che la scena muta recitata dall’ex carabiniere potrebbe avere qualcosa a che fare con il suo prossimo futuro: solo qualche giorno prima dell’udienza infatti, un giornale calabrese aveva dato notizia della sua presenza ad una iniziativa politica di Alleanza Nazionale, svoltasi alla presenza di Gasparri. E qualche giorno dopo, su un altro giornale, in una intervista la notizia è diventata ufficiale, con tanto di dichiarazione delle idee politiche (“sempre stato di destra”) professate.
Una chiara scelta di campo che non meraviglia più di tanto, come non sorprenderebbe l’accettazione della sua candidatura tra le file dei post-fascisti. Sarebbe solo una ulteriore conferma del ruolo svolto da Gianfranco Fini durante le giornate di Genova.

Tornando al processo, nell’udienza precedente il maggiore dei paracadutisti Cappello, interrogato in quanto presente in piazza Alimonda durante gli scontri, ha dichiarato di aver dato lui stesso a Placanica l’ordine di montare sul gippone in quanto non lo riteneva in condizioni di reggere la situazione che si era venuta a creare. Per il resto la testimonianza dell’ufficiale ha brillato dei soliti di “non ricordo” riguardo a quanto accaduto prima e dopo l’omicidio del compagno.

Ancora in queste udienze il tema centrale è stato l’identificazione dei presunti devastatori e saccheggiatori e, stando a quello che si legge, il meccanismo sul quale si sono basati i riconoscimenti è sempre lo stesso: partendo da una foto o da un filmato si è cercato qualche funzionario di polizia in grado di dare un nome e cognome ad una persona (magari ripresa di spalle e mascherata) mai fermata ed identificata sul posto. Da cui il rimpallo tra i vari funzionari della Digos a proposito di come e da chi sia stato riconosciuto tizio o caio.

A settembre è ripreso a Cosenza anche il processo al “Sud Ribelle”, nella prima udienza gli imputati non si sono presentati in aula ed hanno partecipato ad una assemblea di movimento.

Per finire una buona ed una cattiva notizia: durante l’estate si è costituito a Cosenza la Segreteria Legale che, nata all’interno del progetto di Supporto Legale che già lavora a Genova, si è data il compito di seguire da vicino il processo calabrese. La cattiva è che sono state ufficialmente confermate (ma qualcuno forse ne dubitava?) le promozioni-premio di Vincenzo Canterini e di Alessandro Perugini due dei più noti protagonisti della mattanza di Genova.

Nei prossimi mesi riprenderanno anche gli altri procedimenti giudiziari legati ai fatti del luglio di quattro anni fa, una storia che andrebbe liberata dai verbali dei tribunali.

Pepsy


Articoli precedenti:
Genova 20 anni e dopo (1)

Genova 20 anni e dopo (1)

Siamo pericolosamente vicini al ventiversario di quel fine settimana del luglio 2001 quando, a Genova, avvennero cose difficili da dimenticare.
A ricordare quello che accadde tra il 19 e il 21 luglio del 2001 ci stanno già pensando in molti e altri sicuramente si aggiungeranno nei giorni che seguono.
Qui propongo qualcosa di diverso, perché i “Fatti del G8 di Genova” non terminano il 21 o il 22 luglio del 2001, come sarebbe troppo comodo far credere, ma continuano anche negli anni successivi… per molti anni.
Ho raccolto alcune delle cose scritte in quegli anni e comparse tutte sul settimanale anarchico “Umanità Nova”. Articoli datati e probabilmente con qualche errore, ma che forse potrebbero servire a raccontare a chi non c’era e a ricordare per chi ha dimenticato.

Di seguito i primi tre, appena ho voglia e tempo ne seguiranno altri, in alcuni casi sono stati cambiati i titoli originali.


Da “Umanità Nova” n.28 del 5 agosto 2001

Scheda: il “Black Bloc”

Numerosi sono stati, su tutti i media, i giornalisti che si sono esercitati a fare disinformazione a proposito del “Black Bloc”, diventato per tutti il comodo capro espiatorio di tutto quanto accaduto a Genova.

Il “Blocco Nero” non è una organizzazione e forse nemmeno una “rete” come ha scritto qualcuno ma piuttosto una “pratica” che si è diffusa negli ultimi anni tra gruppi di militanti rivoluzionari di varie regioni dell’Europa settentrionale e dell’America del Nord.

Alcuni hanno anche collegato (ed a volte confuso) il “Black Bloc” allo “schwartzeblock”, da cui prenderebbe il nome e l’abitudine di vestire di nero. Quest’ultimo è un’area di militanti tedeschi che ha caratterizzato, a partire dalla metà degli anni ’80, con le sue azioni i punti più alti dello scontro sociale in Germania: ad Amburgo (1986) per evitare lo sgombero di un complesso di case occupate, a Berlino (1987) durante la visita di Reagan e sempre nella stessa città in occasione di una riunione della Banca Mondiale (1988). Il “Blocco Nero” tedesco nasce all’interno del più vasto movimento degli “autonomen” che, fin dal nome, si ricollegano ad alcune teorie e pratiche di parte della “Autonomia Operaia” italiana degli anni ’70.

Il “Black Bloc” invece, seppure raccogliendo l’eredità dei compagni tedeschi, è di nascita molto più recente. Prima della sua apparizione in grande stile alla battaglia di Seattle (novembre 1999) si erano visti gruppi di militanti in nero partecipare ad alcune manifestazioni svoltesi durante la Guerra del Golfo e contro il WTO. La loro vera e propria prima uscita risale all’aprile del 1999, in occasione delle manifestazioni, svoltesi in diverse città statunitensi, a favore della liberazione di Mumia Abu Jamal.

Dopo i fatti di Seattle, non c’è stata alcuna manifestazione contro la globalizzazione in Nord America dove non sia comparso il “Black Bloc”: da Washington a Montreal, da Quebec City a Baltimora. Nel corso delle manifestazioni “antiglobal” dello scorso anno in Europa (Italia esclusa) spesso si sono visti gruppi di militanti vestiti di nero partecipare agli scontri.

Come ricordato a più riprese in tutti i documenti diffusi, la pratica che contraddistingue il “Blocco Nero” è quella di attacco diretto alle proprietà delle imprese capitalistiche nazionali e multinazionali, mentre non rientra nella loro prassi l’aggressione a persone o proprietà individuali, salvo che in caso di autodifesa.

A Genova, grazie anche alla disinformazione di tutti i media, il tentativo di criminalizzazione del “Blocco Nero” e degli anarchici ai quali sono stati attribuiti tutti gli incidenti ed i danneggiamenti, è servito in parte anche da comodo paravento per distrarre l’attenzione dal fallimento completo delle pratiche di patteggiamento e di compromesso con le istituzioni portate avanti da settori del movimento.

Pepsy


Da “Umanità Nova” n.26 del 21 luglio 2002

Letture: Genova in bianco e nero

In questi giorni, anniversario delle giornate di Genova del luglio 2001, viene diffuso l’ultimo di una lunga serie di prodotti editoriali in ricordo di avvenimenti ancora ben vivi nella memoria di molti.

“Genova. Il libro bianco”, distribuito insieme a “L’Unità”, “Liberazione”, “il manifesto” e “Carta”, periodici che già, nei mesi passati, hanno veicolato altri materiali sullo stesso argomento, è composto da un fascicolo curato dal Gruppo Comunicazione del Milano Social Forum e da un CD-Rom curato dal Coordinamento dei Collettivi di Pisa. La firma dell’iniziativa è quella del “Genoa Social Forum” (GSF).
Il lavoro è corposo: il fascicolo di 225 pagine, raccoglie circa 500 foto, vari articoli e testimonianze, il CD che riproduce in buona parte il suo contenuto, aggiunge altre centinaia di foto, filmati e documenti vari. Si tratta del tentativo di sistematizzare e di storicizzare avvenimenti che hanno visto protagoniste centinaia di migliaia di persone e che hanno segnato in Italia, dal punto di vista della partecipazione numerica, il punto più alto della protesta del cosiddetto movimento no-global.
Nel “libro bianco” viene raccontata nei particolari la cronaca del 19, 20 e 21 luglio e dato conto dei principali avvenimenti precedenti e successivi, un ampio spazio è lasciato alle testimonianze personali dei partecipanti e una rassegna stampa riprende stralci tratti dalle migliaia di articoli pubblicati sui principali quotidiani in quel periodo.

Il grosso limite di questa operazione è però quello di pretendere, come specificato fin dalla premessa, di presentare “la verità dei fatti” (V. Agnoletto, pag.8) su Genova. E quale sia questa “verità” è chiaramente scritto e ribadito un numero infinito di volte, sia nel fascicolo che nel CD:

1. la “giusta linea” politica contro la globalizzazione si è espressa, prima durante e dopo, le manifestazioni di Genova esclusivamente attraverso l’azione del GSF, unico rappresentante del “movimento”;

2. il massacro dei manifestanti in piazza è stato causato, in misura uguale dai “Black Bloc” (BB) – pieni di “infiltrati” – e dalle forze di polizia.

Entrambi le tesi non sono una novità, sia perché la necessità di indicare la “linea” ed identificare un “nemico” è stata sempre storicamente una prassi comune a tutte le organizzazioni autoritarie, comprese quelle che si arrogano il diritto di parlare in nome degli sfruttati, sia perché questo genere di mistificazione, iniziato a manifestarsi già prima di Genova, aveva già trovato ripetute occasioni per riproporsi.

In particolare, due tra i video più diffusi nei mesi scorsi (“Genova per noi” e “Un mondo diverso è possibile”) avevano già raccontato la storia di quei giorni sottolineando a più riprese il ruolo dei provocatori violenti, individuati sempre e solo nei famigerati BB e, a fare da contraltare, l’estrema positività di tutto quanto proveniente dal GSF. Lo stesso discorso vale per diversi materiali scritti circolati nell’ultimo anno.

Nelle pagine del “libro bianco” il ritornello che, riproposto in tutte le sue varianti, si sente per tutte le pagine è sempre lo stesso e parte dall’affermazione che a Genova ha agito un “gruppo violento che nulla aveva da spartire con il movimento” (pag.7):

“compaiono alcuni ragazzi vestiti di nero (…) si stanno organizzando per la battaglia (…) nessuno interviene” (pag.60); “uno ci dice che i black bloc hanno le molotov e che senz’altro le tireranno contro le persone del sit-in” (pag.61); “i black bloc percorrono indisturbati corso Torino (…) nessuno interviene” (pag.62-3); “poi la banda risale la scalinata che porta a via Nizza (…) nessuno interviene” (pag.63); “non possiamo esimerci dal fare alcune considerazioni riguardo alla libertà di azione che hanno avuto i black bloc” (pag.64); “i black bloc stanno mettendo a ferro e fuoco la città da ormai tre ore. Indisturbati” (pag.65); “i black fuggono per primi (…) la polizia attacca. Non i black” (pag.67). E qui ci fermiamo con le citazioni, ma solo per mancanza di spazio.

Insomma Bianco da una parte e Nero dall’altra, come nella migliore tradizione manichea. E fin qui nulla di male, solo che tale legittima tesi viene difesa in modo talmente cialtronesco da offendere l’intelligenza di chiunque.

Si veda, ad esempio, la delicata questione “infiltrati”: a più riprese è stato sostenuto (fin dal luglio 2001) che esistono “numerose” prove documentate che collegherebbero i BB alla polizia, ma le uniche foto che vengono pubblicate sono talmente ridicole da rendere superfluo qualsiasi tentativo di commento. Controllare per credere a pag.9 ed a pag.118-9.
Ancora a proposito di “infiltrati”, nell’articolo “Ombre Nere su Genova” (pagg.118-121), si legge: “Del resto nel variegato mondo del black bloc, oltre agli anarchici, ai casseurs, ci sono i naziskin della Germania orientale, le teste rasate dei Blood and Honour, SSS, gruppo 88.” (pag.118) e, a sostegno di questa brillante affermazione, viene ripreso un documento “riservato” della Questura di Genova dove si legge qualcosa di un po’ diverso: “In particolare è stato segnalato che alcuni membri torinesi di Forza Nuova costituirebbero un nucleo di 25-30 militanti fidati da infiltrare tra i gruppi delle tute bianche” (pag.120).

Inutile poi cercare nelle duecento e passa pagine del “libro bianco” e nelle centinaia di MegaBytes del CD la segnalazione di qualche esperienza o l’espressione di qualche posizione politica che sia esterna al GSF ed alle sue componenti o anche solo tiepidamente critica verso le loro scelte.

In definitiva la pretesa di raccontare la “verità” sugli avvenimenti del luglio 2001 si riduce ad una comoda autoassoluzione del GSF ed in pesanti accuse verso i BB, tutto il resto semplicemente non è documentato e quindi non esiste. Non esiste nelle migliaia di foto pubblicate, nelle centinaia di articoli citati, nelle decine di testimonianze riportate.

Un modo veramente strano di “fare” la storia.

Pepsy


Da “Umanità Nova” n.7 del 29 febbraio 2004

Genova 2001. La resa dei conti?

Il prossimo 2 marzo si aprirà il processo contro 26 persone accusate di reati che sarebbero stati commessi in occasione delle manifestazioni contro il G8 del 2001 a Genova. Gli imputati, alcuni dei quali già hanno già subito il carcere ed altre misure restrittive della libertà personale, sarebbero colpevoli – tra gli altri – anche dei reati di saccheggio e devastazione per i quali il Codice Penale fascista ancora vigente prevede pene pesanti [1].

Nei giorni scorsi è arrivata anche la decisione del Comune di Genova di costituirsi parte civile contro i colpevoli dei danni causati in quei giorni, decisione già presa (ma era scontato) dai Ministeri dell’Interno, della Difesa e della Giustizia e dalla presidenza del consiglio. Il fatto ha provocato non pochi problemi nella Giunta di centro-sinistra che governa la città con l’appoggio di Rifondazione, a causa del voto favorevole dei due assessori del Prc e della successiva richiesta di dimissioni arrivata dai vertici del partito nei loro confronti. Da giorni sui quotidiani, locali e nazionali, si continua a scrivere di una possibile crisi della Giunta.

Da parte sua il Sindaco ha sostenuto che quello del Comune è un “atto dovuto” e che non riguarda i “danni morali”, ma solo quelli “materiali” [2].

Da quei giorni di luglio i fatti di Genova continuano ad essere minimizzati o esagerati a seconda del momento e della convenienza.

Per esempio, il medesimo Sindaco, qualche settimana dopo i fatti, affermava:

“Per la nostra città, dicevo all’inizio, i danni di tipo materiale sono parecchio limitati e credo che, se fossero stati solo quelli, probabilmente anche questa indagine non sarebbe stata deliberata. I danni che noi abbiamo subito penso siano danni non solo nostri ma di tutta la collettività nazionale, sono danni morali, per le violenze che abbiamo visto, per la morte di persone, (…)” [3]

E, ancora due mesi dopo, questa dichiarazione tesa a minimizzare l’accaduto veniva mantenuta, se non addirittura rinforzata: “Per fare un esempio: le trecento auto distrutte sono ventisette.” [4]

Il quadro che veniva dato era insomma quello di danni “materiali” tutto sommato limitati, ma di grossi danni “morali”, esattamente il contrario di quanto invece sostenuto oggi.

Ma non è certo la maggiore o minore entità reale dei danni a portare in giudizio poco più di due dozzine di persone che, se fosse vero quanto affermato dai rappresentanti delle istituzioni e cioè che i devastatori-saccheggiatori erano “una folla di circa 10.000 violenti” [5], sarebbero solo dei comodi capri espiatori.

D’altra parte un così ridotto numero di “colpevoli” sembrerebbe confermare le tesi sostenute, all’epoca, dai servizi:

“Le relazioni riservate del SISDE del 19 e 20 luglio hanno dato conto di due distinte riunioni degli esponenti che si richiamano ai black blockers (…). I servizi informano che circa 300/500 militanti si sarebbero concentrati, alle ore 12 in piazza Paolo Da Novi.” [6]

Ma non è finita qui, perché quasi contemporaneamente alla notizia della costituzione di parte civile del Comune di Genova, è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio per 13 dei 20 indagati dalla magistratura di Cosenza nell’inchiesta sul “Sud Ribelle”. Anche in questo caso le accuse sono pesanti: “cospirazione politica a mezzo di associazione finalizzata ad attentare agli organi costituzionali in occasione delle giornate del G8, nel luglio 2001 a Genova”.
L’inchiesta, che persegue esclusivamente reati d’opinione – “A nessuno dei predetti viene contestato il concorso materiale in episodi di saccheggio e devastazione” [7] – sembra fatta apposta per colpire quella parte di movimento che non è stato possibile coinvolgere in altro modo nell’inchiesta genovese.

Così, da una parte si processano i presunti devastatori “materiali” e dall’altra si vorrebbero giudicare le “idee” che starebbero dietro agli incidenti, quadrando così il cerchio.

Dopo l’assoluzione dell’assassino di Carlo Giuliani e il balletto di responsabilità sui massacri operati da polizia e carabinieri, tutto questo sembra un tentativo di chiudere i conti con le centinaia di migliaia di persone confluite a Genova per protestare contro il G8.

Il teorema che spiega gli avvenimenti di quelle giornate e che accomuna destra e sinistra è sempre lo stesso fin dall’inizio: del movimento antiglobalizzazione fanno parte due anime delle quali una, la maggioritaria, è pacifica, conciliante e dialoga con le istituzioni (anche quando fa finta di disobbedirgli), mentre l’altra – minoritaria o pericolosamente numerosa a secondo della convenienza – è invece violenta, antagonista al potere costituito e, nei casi peggiori, anche sospetta di connivenze terroristiche, come ci raccontano i periodici Rapporti dei servizi.

Questo rende ancora più urgente richiamare l’attenzione di tutti sull’importanza delle prossime scadenze di solidarietà con tutti gli inquisiti che, visto l’aumento generalizzato della repressione politico-poliziesca (vedi anche la recente ondata di perquisizioni), rischiano di pagare un prezzo personale molto alto e che farebbe segnare, in caso di una loro condanna, un punto a favore di tutti coloro che vorrebbero ridurre al silenzio l’opposizione radicale.

Pepsy

 

Note

[1] “Art. 419 Devastazione e saccheggio. Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’art. 285 commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni.”

[2] “Secolo XIX”, 12/2/04.

[3] cfr. “Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova”, seduta del 7 agosto 2001, audizione del Sindaco di Genova.

[4] “Il Foglio”, 7/9/01.

[5] cfr. Atti relativi ai lavori del “Comitato Paritetico per un’indagine conoscitiva sui fatti di Genova”, pag. 185 e pag. 207.

[6] cfr. la relazione di minoranza dell’Ulivo all’interno del “Comitato Paritetico per un’indagine conoscitiva sui fatti di Genova” citata sopra.

[7] cfr. “Umanità Nova” n. 40 del 1 dicembre 2002.

[segue…]

 

 

Autistici/Inventati. Un compleanno r-esistente

Anno di ricorrenze questo 2021, una concentrazione – almeno per gli anarchici – davvero affollata: dalla Comune di Parigi (1871) all’insurrezione di Kronstadt (1921), dalla morte di Pëtr Alekseevič Kropotkin (1921) a quella di Pietro Gori (1911), solo per citare gli anniversari più conosciuti. Peccato che la situazione attuale impedisca di ricordare degnamente avvenimenti e persone e che ci costringa a tristi celebrazioni fatte per via elettronica, un ripiego che non ha molte alternative. Per fortuna, per questo genere di iniziative non siamo costretti a usare gli strumenti gestiti dai giganti del profitto. Aziende che oltre a lucrare sui nostri dati sono complici della sorveglianza elettronica di massa, ma possiamo usare quelli messi a disposizione da realtà molto più compatibili con le nostre idee.
Una di queste realtà è “Autistici/Inventati” (A/I) che a marzo 2021 raggiunge il traguardo dei venti anni di attività, un risultato di tutto rispetto in un ambito, come quello della Rete, dove le meteore prevalgono sui pianeti, una storia che vale la pena di ricordare in questa occasione.
Un libro [*] ha già raccolto il racconto dell’inizio e dei primi anni di funzionamento di questo collettivo che non ha mai avuto una sede fisica ed è gestito quotidianamente da persone che vivono e lavorano in paesi e continenti diversi. A/I è il risultato concreto dei contatti e dei rapporti che si sono sviluppati verso la fine degli anni ’90 del secolo scorso tra alcuni che partecipavano alle esperienze dei primi “Hacklab”, soprattutto a Milano e altri che avevano iniziato a fare informazione indipendente nell’ambito dei Centri Sociali fiorentini e insieme a questi altri, quasi tutti provenienti da qualcuna delle tante aree di “movimento” di quegli anni.
Un collettivo del genere non poteva certo spuntare dal nulla. Le precedenti esperienze dei circuiti di BBS (bacheche elettroniche) italiane alternative come European Counter Network e CyberNet, la storia di “Isole nella Rete” che è stato il primo “server di movimento” e il nascente progetto degli “Hackmeeting” hanno sicuramente svolto un ruolo importante, direttamente e indirettamente, nella nascita di questo progetto. A sottolinearne le origini va ricordato che una buona parte della storia iniziale di A/I si sovrappone e quasi si confonde con quella legata alla creazione del nodo italiano di Indymedia e soprattutto ai suoi primi anni di funzionamento.
Il primo server della neonata associazione venne collegato in rete tra il marzo e l’aprile del 2001 e subito il collettivo di gestione iniziaò a fornire i primi indirizzi e-mail, ad aprire le prime liste di discussione, a ospitare i primi siti web. La presentazione “ufficiale” del progetto avrà come palcoscenico l’Hackmeeting di Catania nel giugno dello stesso anno.
Rimandiamo al libro citato quelli interessati a conoscere i dettagli (almeno quelli principali) dei primi dieci anni di una storia resistente punteggiata da sequestri dei server e da denunce affrontate sempre con una leggerezza spavalda che viene dalla convinzione di stare facendo la cosa giusta.
Il racconto nel libro si ferma alla fine del 2011, quando gli utenti di A/I sono già più di 10 mila e non sono solo italiani.
Nel suo secondo decennio di attività il collettivo ha continuato nel suo lavoro che consiste nel tenere aggiornata l’infrastruttura tecnica, che attualmente è formata da una serie di server sparsi in diversi paesi, e per migliorare il funzionamento dei servizi esistenti e fornirne di nuovi. Questi ultimi vengono sempre resi disponibili dopo una discussione interna che ne valuta l’utilità sia dal punto di vista politico che la sostenibilità tecnica ed è anche accaduto, a volte, che qualcuno dei servizi attivati sia poi stato eliminato, come (per esempio) è successo con il “Virtual Private Network” (VPN) aperto nel 2012 e chiuso qualche anno più tardi.
Nel 2013, dopo le rivelazioni di Edward Snowden sulle tecniche usate negli USA e in tutto il resto del mondo per spiare la comunicazione elettronica, le richieste di servizi hanno inondato A/I che è stata costretta per qualche giorno a bloccare tutte le nuove richieste. Il numero di utenti intanto ha continuato a crescere, a fine 2013 si contavano: 17500 caselle di e-mail, 5500 blog, 3200 mailing list, 1800 siti web.
Nel corso del 2015, proseguendo nel miglioramento della sicurezza, A/I ha implementato l’autenticazione a due fattori mentre risale a metà di settembre del 2017 il più grave degli incidenti possibili in una struttura informatica, ovvero la violazione dell’account di un amministratore, il primo in sedici anni. Quest’ultimo avvenimento e lo stillicidio di richieste provenienti dalle autorità di polizia di molti paesi che chiedono di conoscere i dati degli utenti o di censurare il contenuto di blog e siti hanno portano il collettivo di gestione a reagire non solo sul piano tecnico.
Negli ultimi tre anni la struttura tecnica dei server di A/I è stata modificata per renderla più resistente e parallelamente l’Associazione è riuscita a farsi riconoscere come “associazione di volontariato”, scoprendo che le leggi sono così stupide da chiedere a una associazione nella quale non ci sono dipendenti pagati ma solo volontari di avere diverse decine di migliaia di euro sul conto bancario per ottenere questo genere di riconoscimento. L’aspetto positivo è che adesso si può donare il 5 per mille tramite la dichiarazione dei redditi (Modello CU Unico e 730) usando il codice fiscale 93090910501.
Per sostenere concretamente le assemblee e le iniziative di gruppi e collettivi che sono stati costretti a utilizzare maggiormente la Rete a causa delle misure di contenimento della pandemia A/I ha messo a disposizione due nuovi servizi: una piattaforma per videoconferenze e un server per trasmettere in Rete in tempo reale contenuti audio-video. Come sempre i due servizi sono gratuiti e garantiscono la riservatezza di chi li adopera, al contrario di quelli sicuramente più usati ma che sono gestiti da imprese a scopo di lucro. Alla fine del 2020, dopo l’eliminazione di quelli inattivi, si contavano 11500 indirizzi e-mail, 14000 blog, 6000 mailing list e 1100 siti web ancora funzionanti.
Nel corso degli anni, alcune ed alcuni di quelli che hanno fatto parte del collettivo di gestione lo hanno lasciato, ma sono anche subentrate altre ed altri. Si inzia anche notare un divario di età nel gruppo che, nonostante tutto, fa ben sperare per il futuro.
Sappiamo che il tempo su Internet si misura diversamente che nella vita reale e che venti anni sono davvero tanti ma siamo sicuri che A/I continuerà a r-esistere ancora, all’indirizzo https://www.autistici.org

Pepsy

[*] Autistici & Inventati, “+kaos. 10 anni di hacking e mediattivismo” (a cura di Laura Beritelli), Agenzia X, 2012.

Aaron Swartz. La conoscenza per tutti

La scorsa settimana in molti hanno ricordato il suicidio di Aaron Swartz avvenuto l’11 gennaio 2013, due giorni dopo che era stata respinta una istanza presentata dai suoi legali per evitargli una condanna che poteva arrivare fino a 35 anni di carcere e 1 milione di dollari di multa.

La sua biografia sembra proprio quella del piccolo genio informatico che a 13 anni vince un premio di mille dollari per un progetto di una biblioteca collaborativa on-line, frequenta Atenei prestigiosi come Harward e la Stanford University, è coinvolto nella creazione di strumenti di programmazione usati ancora oggi e nello sviluppo di start-up commerciali. A leggerla sembra essere la classica storia di una persona destinata a mettere in piedi un progetto che lo renderà ricco e famoso prima dei trenta anni. Ma la vita di Swartz ha un finale diverso, probabilmente anche a causa della sua sensibilità ai problemi sociali, una caratteristica che non sempre si associa alle menti brillanti.

Nel 2007, chiamato a tenere una conferenza presso il NIT di Calcutta, aveva intitolato il suo intervento “Come fare a trovare un lavoro come il mio” e così rispondeva alla sua stessa domanda:
“E allora, in che modo sono arrivato a una occupazione simile? Indubbiamente, il primo passo è dotarsi dei geni giusti: sono nato bianco, di sesso maschile, statunitense. La mia famiglia era benestante e mio padre era già coinvolto nell’industria informatica. Sfortunatamente, non conosco nessun modo per poter scegliere queste cose, quindi non è di grande aiuto.” [1]

La coscienza di essere un privilegiato invece che spingerlo verso lo sfruttamento egoistico del suo status lo ha portato, fin dall’inizio, a indirizzare il suo agire verso la condivisione della conoscenza una attitudine che ha segnato anche l’episodio all’origine della sua drammatica fine. A partire dal 2008 si è sempre impegnato in qualche iniziativa a favore della libertà di informazione e della condivisione della conoscenza. Impegno non solo teorico ma concreto, partecipando direttamente o con altri alla creazione di numerosi progetti legati all’attivismo digitale.

Dai documenti relativi al suo processo risulta che Aaron Swartz aveva collocato un computer all’interno di un ripostiglio del “Massachusetts Institute of Technology” (MIT) e lo aveva connesso alla rete dell’Istituto. Aveva programmato quel computer in modo che scaricasse automaticamente dalla Biblioteca digitale “JSTOR” [2] i file di articoli scientifici disponibili solo agli utenti interni. I proprietari della Biblioteca dichiararono che, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, vennero scaricati circa 3 milioni e mezzo di file prima che Aaron venisse arrestato e il computer spento.

Una delle ragioni dell’accanimento giudiziario contro l’autore di questo “reato” è dovuto sicuramente alle leggi che proteggono l’enorme giro di affari che sta dietro, ieri come oggi, al mercato delle pubblicazioni scientifiche in formato elettronico. Una fonte di profitto quasi invisibile ai non addetti ai lavori.

Nel 2021, una qualsiasi istituzione (Università, Biblioteca, Laboratorio) che voglia dare la possibilità di accesso ai propri utenti a libri o riviste scientifiche in formato elettronico deve firmare contratti per abbonamenti che costano anche centinaia di migliaia di euro all’anno. Gli editori che pubblicano in formato digitale sono più di uno e quindi le cifre che vengono spese in questo settore arrivano anche a milioni di euro all’anno e non tutte le istituzioni, soprattutto quelle dei paesi più poveri, possono permettersi di sostenerle.

Aaron Swartz sapeva bene che “l’informazione è potere” [3] e nella sua breve e intensa vita si è sempre adoperato per contrastare la “privatizzazione” del sapere che, in campo scientifico, significa anche costringere nell’ignoranza chi, impegnato nella ricerca della conoscenza, non ha le risorse economiche per accedere ai risultati delle ricerche internazionali. Non a caso Swartz ha collaborato alla creazione delle specifiche dell’RSS [4] e alla creazione delle “Creative Commons Licenses” [5], due risorse importanti per coloro che lottano per la condivisione della conoscenza senza fini di lucro.
Anche grazie al suo impegno e alla sua lotta, insieme a quella di altri e altre meno noti, oggi anche le più tradizionali istituzioni hanno iniziato a occuparsi – in modo più o meno serio – di “accesso aperto” e questa tendenza si è talmente estesa che i padroni del “copyright” hanno persino inventato dei meschini sotterfugi per continuare a mantenere le loro posizioni di potere economico. Per fare un esempio negli ultimi anni i grossi editori di pubblicazioni elettroniche hanno iniziato a proporre ai loro clienti i cosiddetti “contratti trasformativi” che avrebbero lo scopo di permettere la transizione del sistema di comunicazione scientifica da “chiuso” ad “aperto” (sic). Questo genere di contratti però si applicano solo ad alcune categorie di riviste. Questo ha provocato (non ne dubitavamo) un aumento dei guadagni per gli editori: se una Università è abbonata a una rivista che prevede l’accesso libero ad alcuni degli articoli disponibili dovrà pagare, oltre che il costo dell’abbonamento, anche una cifra (non simbolica) per ognuno degli articoli che deciderà di rendere disponibili a tutti. In altre parole pagherà due volte per lo stesso articolo. Molte, se non forse tutte sicuramente la maggior parte delle Biblioteche delle Università italiane sono cascate in questa trappola.

L’ALA (“American Library Association”) quattro mesi dopo la morte, assegnò a Swartz il premio “James Madison” un inutile riconoscimento alla memoria di un giovane che aveva avuto il coraggio di praticare quello che altri, ma solo a parole, ritengono un diritto di tutti.

Aaron Swartz ha lasciato una eredità, che pesa come un macigno soprattutto su coloro che oggi si riempiono la bocca blaterando di “accesso libero” alla conoscenza, sperando di continuare a mantenere le proprie quote di fatturato.

A noi ha lasciato il compito di continuare la sua lotta.

Pepsy

 

Riferimenti

[1] Il link http://aaronsw.jottit.com/howtoget dove era archiviato il discorso citato al momento (11 gennaio 2021) sembra off-line, una copia la si può comunque trovare cercandolo sull’Internet archive.

[2] “JSTOR è una biblioteca digitale fondata nel 1995 a New York. In origine conteneva copie digitalizzate di vecchie annate di riviste accademiche. Oggi contiene anche libri e pubblicazioni correnti. A questo archivio accedono migliaia di istituzioni da più di 160 paese, nella maggior parte dei casi pagando un abbonamento, esiste anche una parte dell’archivio ad accesso libero. Nel 2015 le entrate della biblioteca sono state di 86 milioni di dollari” (vedi https://en.wikipedia.org/wiki/JSTOR)

[3] La frase è all’inizio del suo “Guerrilla Open Access Manifesto” leggibile qui https://aubreymcfato.com/2013/01/14/guerrilla-open-access-manifesto-aaron-swartz/

[4] RSS (sigla di RDF Site Summary) è uno dei più popolari formati per la distribuzione di contenuti Web (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/RSS).

[5] Le “Licenze Creative Commons” sono delle licenze riguardanti il “diritto d’autore” indirizzate in senso contrario all’esclusiva monetarizzazione (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Licenze_Creative_Commons).

 

Pubblicato su “Umanità Nova“, n.2 del 31/01/2021

La Rete al tempo della grande paura

Tutti quelli che usano quotidianamente un computer, un telefonino o un tablet per comunicare con gli altri stanno partecipando oggi, volenti o nolenti, al più grande esperimento di psicologia sociale applicata della storia.

La pandemia in atto ci ha messo tutti in una situazione epocale non solo per la portata globale di quello che sta accadendo, ma anche perché si accompagna a misure di separazione, contenimento e segregazione fisica che non hanno precedenti moderni in quanto a estensione geografica e numero di persone coinvolte. Questa condizione eccezionale sta avendo e avrà sicuramente un impatto non trascurabile sia sui singoli individui che sui comportamenti collettivi e non solo per quello che riguarda l’uso degli strumenti di comunicazione.

Il primo effetto è stato che l’uso della Rete è aumentato in modo significativo, per il momento soprattutto in Italia e in Europa, ma già dai primi giorni alcuni dei più noti servizi commerciali che trasmettono video, film e serie televisive hanno annunciato di aver deciso di limitare la qualità delle immagini trasmesse per non contribuire all’aumento del traffico dati. E sono numerosi gli articoli che segnalano un notevole incremento delle video chiamate, sia per motivi di lavoro che personali. I più catastrofici paventano addirittura un possibile “collasso” di Internet.

In uno scenario del genere, in una situazione della quale non è possibile prevedere la durata e da cosa sarà seguita, si collocano le vite personali ma anche quelle collettive dei gruppi, organizzati o meno, che fino a ieri potevano riunirsi nella vita reale e che oggi non possono più farlo.

Semplificando al massimo ogni persona appartiene in questo momento a una di queste categorie: coloro che continuano a uscire quotidianamente per motivi di lavoro; coloro che escono saltuariamente e infine quelli che restano chiusi in casa. In tutti e tre i casi le persone hanno comunque aumentato l’uso della comunicazione digitale, perché anche chi esce di casa ogni giorno è costretto a usare quelle modalità se vuole restare in contatto con quelli che hanno meno libertà di movimento. Le reazioni dei singoli a questa costrizione cambia a seconda delle caratteristiche della personalità e del rapporto si aveva e si ha con la tecnologia. Chi già in precedenza utilizzava comunemente strumenti digitali avrà avuto meno problemi, ma sicuramente si sarà dovuto scontrare con il “divario digitale” nel momento in cui ha provato a interagire con altri che invece non sono altrettanto abili. Una parte delle persone starà sicuramente acquisendo, per forza di cose, una maggiore capacità di usare computer e connessioni ma ci saranno anche quelli condannati a vivere in un isolamento ancora maggiore in quanto non sono in possesso o hanno problemi nell’uso di determinati strumenti.

Una situazione del genere, alquanto diversificata e mai verificatasi in precedenza, rende difficile una valutazione dell’impatto che avrà a medio e lungo termine sul rapporto tra i singoli e la comunicazione via computer. Ma soprattutto dell’impatto che avrà sui rapporti sociali in generale. In altre parole il risultato dell’esperimento nel quale stiamo vivendo lo conosceremo, forse, solo fra molto tempo.

Volendo a tutti i costi cercare un aspetto positivo in questa situazione si potrebbe sostenere che l’uso forzato di computer e della Rete farà aumentare il numero di persone capaci di usarli in modo meno passivo e quindi farà diminuire il “divario digitale”. L’altra faccia della medaglia invece potrebbe ritenere questo momento come quello più favorevole allo sviluppo di una maggiore dipendenza individuale da mezzi di comunicazione che nella quasi totalità dei casi sono stati creati e vengono gestiti da organizzazioni gerarchiche e basate sullo sfruttamento. Strumenti sempre più usati per il controllo della popolazione e per la diffusione capillare dell’ideologia dominante. Probabilmente si verificheranno entrambe le cose, e il prevalere di un aspetto sull’altro contribuirà non poco a determinare il risultato finale.

Da tempo è noto che i rapporti interpersonali che passano esclusivamente tramite la comunicazione mediata da computer non sono salutari a meno che non siano dovuti a situazioni particolari e specifiche. Un conto è una video chiamata con qualcuno che si trova a migliaia di chilometri di distanza e che non si può raggiungere in altro modo, altro è con chi abita a due isolati di distanza. Purtroppo oggi il secondo caso è diventato molto più frequente ma, essendo causato da un evento eccezionale, è vissuto come qualcosa di imprevedibile e soprattutto momentaneo. In realtà c’è il rischio concreto che determinate modalità di interazione possano diventare quelle più abituali anche quando l’emergenza sarà finita.

Dal punto di vista collettivo gli effetti si amplificano e complicano in quanto anche i singoli si trovano a interagire in un contesto più ampio quando partecipano, in modo più o meno attivo, a uno dei tanti “social”. Oggi sono ancora troppe le realtà che usano strumenti di comunicazione commerciali tipo “FaceBook”, “Twitter”, “Instagram” o similari per la loro attività sociale e politica. Mettendo da parte tutte le critiche fatte e che si potrebbero ancora fare a questa attitudine va tenuto conto, che in questo contesto, anche i famigerati “social media” sono diventati uno, ma non certo l’unico possibile, dei canali che possono essere usati per continuare a mantenere almeno un minimo di collegamento tra le realtà politiche organizzate e l’insieme dei loro interlocutori. Ma sarebbe comunque, come sempre, un simulacro di socialità rispetto ai contatti personali che dovrebbero avvenire nel mondo reale.

Reagire all’isolamento è il primo compito che ci dobbiamo dare, cercare di aggirare – anche solo per qualche momento – le regole che ci vorrebbero chiusi in casa 24 ore al giorno o che ci costringono a uscire solo per andare a lavorare, magari in un contesto dove non sono state prese adeguate misure di sicurezza. Ma, oggettivamente, è difficile pensare in questo momento a un modo, che non sia dannoso per qualcuno, per ritornare a incontrarsi fuori. Anche per questo siamo, come mai prima, costretti a usare computer e Rete per comunicare.

Un modo per non subire passivamente quello che accade e per cercare di attenuarne gli effetti negativi potrebbe essere quello di trasformare i momenti di reclusione e isolamento sociale in una buona occasione per studiare come utilizzare i sistemi di comunicazione vecchi e nuovi. Per capire se e come sia possibile usare in modo non convenzionale alcuni di quelli esistenti ma, soprattutto, spendere questo tempo sospeso lavorando alla creazione di ambiti di collegamento che abbiano caratteristiche non gerarchiche e commerciali. Qualcosa che possa servire non solo durante una emergenza ma anche quando questa sarà passata.

Non approfittare di questa occasione significa regalare alle strutture dello sfruttamento la migliore occasione possibile per trasformare la maggior parte della popolazione in individui dipendenti in modo assoluto e acritico da determinati strumenti e modalità di comunicazione e dalla propaganda che oggi passa soprattutto attraverso l’uso che i politici e il Governo fanno dei “social media”. Un buon esempio di questo scenario e dei futuri possibili è dato dalla discussione sull’uso di applicazioni da installare sul cellulare che siano in grado di mantenere in memoria tutti gli spostamenti personali. Oggi potrebbero essere usate per tenere sotto controllo una pandemia, domani per ragioni molto meno salutari.

Molti sono convinti che chi usa molto Internet vive in una specie di “bolla” ideologica personale dove viene esposto quasi esclusivamente alle informazioni filtrate in base al suo profilo digitale. Da un mese a questa parte questa “bolla” individuale si è allargata a dismisura, diventando in qualche modo collettiva, in quanto non c’è possibilità per alcuno di scampare all’unico tema del giorno, un “trend topic” capace di filtrare completamente tutto il resto dei problemi esistenti in una società divisa in classi. Già oggi le comunicazioni ufficiali riescono invece a penetrare molto più ampiamente e in profondità rispetto a ieri proprio a causa della specificità del momento e contrastare questa situazione dovrebbe essere un altro dei “compiti a casa” che ci dovremmo dare.

Uno dei miti fondanti racconta che “Arpanet” che sia stata creata per resistere a un attacco nucleare e questo perché in quegli anni la grande paura aveva l’aspetto di una guerra a base di bombe nucleari. Oggi gli scenari e le paure collettive sono decisamente diversi, come pure è cambiata la Rete nel corso degli anni e adesso il nemico è invisibile e comune a tutti. Probabilmente, alla fine di questa crisi, quella che sarà cambiata sarà proprio Internet.

Pepsy

Pubblicato su “Umanità Nova“, n.12 del 12/04/2020

A come Asocial

(Il testo che segue fa riferimento a un inizio di dibattito partito da un articolo pubblicato sul settimanale anarchico “Umanità Nova”. In fondo al testo i collegamenti.)

Replicando al mio intervento [1] sul tema della comunicazione sociale Enrico [2] sostiene la necessità di usare anche strumenti del potere per riprenderne “il controllo per quanto possiamo: in alcuni casi di più, in altri casi di meno. (…) in alcuni casi con maggiore libertà, in altri con meno” [3]. Più avanti afferma che “Da sempre, il modo migliore per lasciare al potere il loro controllo è stato ritirarsi dalla presenza antagonista al loro interno.” [4].

Posizioni del genere non sono certo una novità, credere che la presenza all’interno di ambiti di relazione e di comunicazione creati e/o gestiti dal potere possa portare dei benefici, anche minimi, all’agire rivoluzionario è una convinzione dura a morire. Sia chiaro che qui non si tratta di rivendicare una qualche forma di purismo ideologico da opporre di chi accetta di “sporcarsi le mani”, ma piuttosto della constatazione, concreta, del fatto che pratiche di questo tipo non abbiano mai portato a nulla di positivo.

Ci sono invece stati nel tempo diversi esempi, restando nel campo della comunicazione, che mostrano in modo evidente quanto la creazione e la gestione di strumenti di comunicazione esterni (per quanto possibile) alle dinamiche istituzionali abbiano contraddistinto momenti particolarmente significativi nella storica lotta degli oppressi. Ricordiamone brevemente qualcuno.

Sicuramente tutti sanno che esiste ancora un quotidiano di carta, “il manifesto” (1971-) che venne fondato anche per creare un mezzo di comunicazione alternativo a quelli ufficiali, molti sanno che in quegli anni ci furono anche altre esperienze simili, come “Lotta Continua” (1972-1982) e il “Quotidiano dei Lavoratori” (1974-1979). Probabilmente invece sono in meno a sapere che nel febbraio del 1979 alle tre testate ricordate sopra se ne aggiunsero, anche se solo per poche settimane, altre due: “Ottobre” e “La Sinistra”. Portando a ben cinque il numero dei quotidiani che facevano riferimento alla cosiddetta “sinistra rivoluzionaria”. Sebbene tutti questi giornali avessero come punto di riferimento un partito o un gruppo più o meno “extraparlamentare” i loro contenuti non sempre erano in perfetta sintonia con la linea dettata dai rispettivi gruppi dirigenti e indubbiamente quelle esperienze hanno rappresentato il punto più alto del tentativo dei movimenti di quegli anni di fare informazione indipendente.

Quasi contemporaneamente, la stagione delle “radio libere”, che al suo interno comprendeva le radio di movimento, è un’altra dimostrazione che sebbene creare e autogestire i propri mezzi di comunicazione sia un compito faticoso e difficile non sia del tutto stato inutile in quanto proprio a quelle esperienze si è riannodata, un quarto di secolo dopo, la storia di “Radio GAP” che ha funzionato a Genova durante le giornate del 2001 e oggi quelle di radio come “Radio Wombat”, che addirittura trasmette via web e sulle AM.

Enrico ha scritto che il suo articolo “era centrato sulla comunicazione dei movimenti verso l’esterno e, magari mi sbaglierò, la stagione delle BBS era legata ad una comunicazione rivolta sostanzialmente verso l’interno ed in più mediata da specialisti.” [6]
Le BBS, quelle che facevano riferimento al movimento, erano indirizzate sia a una comunicazione interna che esterna in quanto sono state il primo strumento di comunicazione realmente interattivo. Non si trattava, almeno non nelle intenzioni di chi le aveva create, di ambienti di comunicazione riservati agli attivisti o agli specialisti ma a chiunque fosse in possesso di un computer, una linea telefonica e un modem. Addirittura, visto che in quegli anni l’informatica era ancora uno strumento per pochi privilegiati, alcuni dei collettivi che gestivano le BBS legate a ECN pubblicavano e diffondevano fogli fotocopiati nei quali riportavano una parte delle informazioni circolate in formato elettronico destinate a chi non aveva, non poteva o non voleva usare un computer [7]. Cercando in questo modo di colmare il divario tra chi aveva accesso a quello strumento e chi non lo aveva e contemporaneamente di aumentare l’ambito di diffusione delle informazioni.
Si è trattato sicuramente di esperienze limitate ma, si deve tener presente che in quegli anni la diffusione dei personal computer e degli strumenti della comunicazione elettronica era (soprattutto per ragioni economiche) appena agli inizi e quindi la stragrande maggioranza della popolazione non avrebbe comunque potuto accedervi.

Il discorso non cambia passando nel campo della comunicazione elettronica su Internet che segue direttamente quella delle BBS: durante gli anni migliori di “italy.indymedia” (2001-2006), una iniziativa strettamente collegata ai movimenti “no-global” erano i giornalisti dei mezzi di comunicazione ufficiali a doversi informare su quello che veniva pubblicato su un sito decisamente fuori dal sistema mediatico ufficiale [5], piuttosto che il contrario come avveniva fino a quel momento e ancora avviene oggi sui cosiddetti “social” dove è prassi comune riprendere e rilanciare quanto diffuso (“bufale” comprese…) dai mezzi di disinformazione istituzionali.

In pratica, nell’ultimo mezzo secolo, almeno una parte di noi ha preso piena consapevolezza della necessità di dotarsi di strumenti di comunicazione indipendenti da quelli commerciali e istituzionali. Addirittura nella comunicazione elettronica questa consapevolezza ci ha permesso di usare questi nuovi strumenti molto prima che la Rete diventasse, quasi esclusivamente, un canale commerciale, di controllo e di comunicazione istituzionale.

Oggi questa consapevolezza sembra perduta, visto che sono in troppi a pensare che sia necessario essere presenti nei “social” in quanto in questo modo si raggiungono molte più persone e sono in molti a snobbare i tentativi fatti da chi invece ritiene che sia più importante impegnarsi a fondo per dotarsi di mezzi di comunicazione autogestiti.

Enrico, a proposito di “Mastodon” ha scritto: “Un sistema come Mastodon, per fare solo un esempio, è ottimo per la comunicazione interna di movimento: da un lato non ha algoritmi deformanti, dall’altro non si è immersi dal “rumore” della comunicazione degli “esterni” – meme dei gattini od altro.” [8]
Non è proprio così. “Mastodon” è uno strumento di comunicazione molto simile a “Twitter” e quindi adatto sia alla comunicazione esterna che interna. Inoltre, chiunque abbia frequentato almeno per qualche giorno la prima istanza di “Mastodon” creata da compagni [9] o anche solo letto i suoi documenti fondativi si sarà accorto che sono presenti sia gli immancabili gattini che i “meme” e che queste presenze hanno una precisa ragione d’essere.

Pensare di poter agire su due livelli, sia utilizzando dall’interno strumenti del nemico sia costruendone di alternativi, è una posizione perdente in partenza e anche in questo caso il motivo non riguarda qualche bizzarra purezza ideologica ma i meccanismi di funzionamento della comunicazione e, in particolare, quella mediata da computer.

É ben noto che è impossibile utilizzare, per più tempo e non episodicamente, due “social” diversi. Se ne sono accorti persino i gestori di Google che, nel corso degli ultimi anni, hanno provato più volte a fare concorrenza a “FaceBook” (FB), sperando nel migliore dei casi in una migrazione degli utenti verso la loro piattaforma o, nel peggiore, credendo possibile una loro condivisione. Tentativi falliti miseramente perché una persona “normale” [10] non può usare contemporaneamente due “social”. Usare FB significa non poter usare, realmente, altro di simile e vuol dire quindi partecipare concretamente all’aumento del potere e dell’influenza di uno strumento istituzionale e commerciale e nello stesso tempo contribuire al probabile fallimento di una alternativa.

L’obiettivo da porsi quindi non è quello di far raggiungere a “Mastodon” il miliardo di utenti, una logica che non ha molto senso, ma quello di creare i nostri strumenti di comunicazione autogestiti, decentralizzati e federati, seguendo una pratica che ci appartiene da sempre.

Per fortuna, nonostante il pervicace attaccamento di molti compagni ai famigerati “social” a un anno di distanza sono nate in Italia altre istanze di “Mastodon” vicine ai movimenti: “Nebbia”, “Cisti” e “Snapj” [11]. Un piccolo segnale che non tutti si sono lasciati ingabbiare volontariamente, altre possibilità offerte a chi vuole uscire dal recinto.

Pepsy

 

Riferimenti
[1] Pepsy, “Potere e Comunicazione Sociale”, Umanità Nova, n.23, 2019. https://umanitanova.org/?p=10483
[2] Voccia, Enrico “Se Mastodon avesse miliardi di utenti”, “Umanità Nova”, n.24, 2019. https://umanitanova.org/?p=10558
[3] Voccia, cit.
[4] Voccia, cit.
[5] Un sito che nel mese di ottobre del 2006 – vale a dire alla fine della sua storia – ha contato 1.140.716 visitatori.
[6] Voccia, cit.
[7] Ci sono almeno tre situazioni a nostra conoscenza che lo hanno fatto: quella di Milano, la cui raccolta digitalizzata (1991-1995) si può trovare qui https://grafton9.net/bollettini-ecn-milano, quella di Bologna che si può trovare qui https://archive.org/details/BollettiniEcn e quella di Pisa che però non ci risulta essere disponibile in Rete.
[8] Voccia, cit.
[9] Pepsy, “Jurassic network”, “Umanità Nova”, n.23, 2018. https://umanitanova.org/?p=8150
[10] Per “normale” qui intendiamo una persona diversa dai cosiddetti “influencer” e da quelli che sulla Rete ci lavorano.
[11] “Nebbia” https://nebbia.lab61.org/about; “Cisti” https://mastodon.cisti.org/about; “Snapj” https://snapj.saja.freemyip.com/about

PS
Per comprendere meglio da dove salta fuori il pippone precedente si leggano, in ordine:
“Il potere della comunicazione”
“Potere e comunicazione sociale”
“Se Mastodon avesse miliardi di utenti”
tutti pubblicati sul settimanale anarchico “Umanità Nova” nel 2019

La luna, il dito e tutto il resto

Oramai tutti dovrebbero essersi abituati alla politica urlata, un modo come un altro per nascondere la povertà di contenuti dei discorsi, adottata con determinazione da quasi tutti i politici. Per cui merita il giusto disinteressa la dichiarazione [1] di una delle componenti dalla trinità di governo italiana a proposito della decisione presa il 12 settembre scorso dal Parlamento Europeo. Anche perché provando ad approfondire, anche solo in parte, l’argomento si scopre facilmente che il voto di Strasburgo non è certo un avvenimento di portata così drammatica o storica. La proposta di direttiva approvata la scorsa settimana riguarda principalmente la pubblicazione su Internet di un contenuto coperto dalle leggi sul copyright senza che venga pagato un compenso ai detentori dei diritti. Questa proposta era già stata presentata e bocciata qualche mese orsono, poi dopo che sono stati ammorbiditi alcuni dei passaggi più criticati, è passata con un discreto scarto di voti. I punti cardine della proposta sono sostanzialmente due: il divieto di pubblicare in Rete qualcosa che sia più di un link a un qualsiasi contenuto coperto dalle leggi sul diritto d’autore; l’obbligo per i gestori delle piattaforme che pubblicano contenuti degli utenti di dotarsi di filtri per individuare e bloccare quelli che violano il copyright. Per prima cosa va chiarito, come hanno fatto alcuni [2] che questa decisione del Parlamento non cambia ancora un bel nulla. Prima che la direttiva entri in vigore passerà non poco tempo: per prima cosa ci saranno gli incontri (riservati) tra gli esponenti dei Governi europei e i rappresentanti del Parlamento per stendere la versione finale e ufficiale della direttiva, poi ciascuno degli stati dovrà inserire le norme previste all’interno della propria legislazione nazionale. Tenuto conto che tra meno di un anno ci saranno le elezioni europee è facile prevedere che l’applicazione concreta della direttiva non avverrà prima di un anno o due. In secondo luogo, come spesso accade, gli sbadati legislatori dimenticano che Internet non è uno strumento di comunicazione che riconosce o rispetta le frontiere degli stati e quindi non ha molto senso emanare dei provvedimenti che hanno una reale forza di legge solo in alcuni paesi. Infine, pretendere di regolamentare la pubblicazione di contenuti attraverso dei filtri è una pia illusione, come ben sanno anche in Cina dove alcuni dei filtri che censurano l’applicazione di messaggeria istantanea più usata in quel paese sono facilmente aggirabili [3].

Questo non significa che la proposta di direttiva sia qualcosa da prendere alla leggera, ma solo che siamo ancora in una fase preliminare e che, prima della sua reale applicazione, ci potrebbero essere ancora modifiche e cambiamenti.

Molto più preoccupante invece è la proposta approvata, sempre nella stessa data, ma dalla Commissione Europea per “prevenire la diffusione della propaganda terrorista online” [4], notizia della quale si è sentito parlare molto di meno. Che si tratti di qualcosa di pericoloso lo si capisce persino dalle note introduttive al testo della legge, nelle quali si può leggere che “La proposta può potenzialmente avere impatto su alcuni diritti fondamentali: (a) diritti del fornitore di contenuti: diritto alla libertà di espressione, diritto alla protezione dei dati personali, diritto al rispetto della vita privata e familiare, il principio di non discriminazione e il diritto di avere un rimedio efficace; (b) diritti del fornitore di servizi: diritto alla libertà di condurre un’impresa; diritto ad un rimedio efficace; (c) i diritti di tutti i cittadini: e il diritto alla libertà di espressione e di informazione.”

Anche solo la lettura di una sua breve presentazione, disponibile anche in italiano, fornisce una misura della sua pericolosità. Per esempio viene ricordato che “Una volta adottate dal Parlamento europeo e dal Consiglio, le nuove norme si applicheranno a tutte le società del web che offrono servizi nell’UE, dovunque sia ubicata la loro sede e indipendentemente dalle loro dimensioni.” [5] Questo, al contrario della Direttiva precedente che colpirebbe invece, a quanto si capisce, esclusivamente i “colossi” della Rete.

Lo scopo del provvedimento è quello di stabilire delle regole che si applicano ai fornitori di servizi al fine di prevenire la diffusione tramite le loro risorse di contenuti terroristici e quello di indicare agli stati membri dell’UE le misure da attivare volte a identificare i contenuti di cui sopra e rimuoverli da Internet. Nel testo, tra le altre cose, si fornisce anche una definizione di quello che deve intendersi per “contenuto terroristico”: incitamento, promozione o esaltazione alla commissione di atti di terrorismo; incoraggiamento alla partecipazione ad atti di terrorismo; promozione delle attività di gruppi terroristici; istruzioni, manuali e tecniche finalizzati alla commissione di atti di terrorismo. Appare evidente che si tratta di un tentativo alquanto grossolano di limitare la libertà di espressione in quanto un conto sono i proclami e un altro sono gli “atti” di terrorismo, oltretutto quello che uno stato può sanzionare come “terrorismo” può essere considerato da un altro come “resistenza”. Le autorità competenti potranno inviare ai fornitori di servizi delle ordinanze ingiungendo la rimozione o l’oscuramento dei contenuti proibiti. E i fornitori di servizi sono obbligati ad “avere un punto di contatto designato raggiungibile 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, incaricato di rimuovere prontamentei contenuti (entro un’ora [sic!] dal ricevimento dell’ordine di rimozione)”. Sono anche “invitati” ad attivare delle misure volte ad automatizzare il processo di individuazione di tali contenuti e ad informare le autorità sui sistemi adottati. Nel caso questi non vengano considerati sufficienti ne potranno essere imposti altri ritenuti più efficaci. I contenuti oggetto delle ordinanze della magistratura andranno conservati per sei mesi, o per un tempo maggiore quando richiesto. Sono previste delle sanzioni, di carattere pecuniario (“fino al 4% del fatturato complessivo nell’ultimo esercizio”) a carico degli inadempienti.

Questo provvedimento, a differenza di quello sul copyright, potrebbe avere un percorso molto più veloce in quanto dovrebbe essere presentato a una riunione (19-20 settembre) della Commissione Europea. Inoltre essendo un Regolamento entrerà in vigore, automaticamente e in tutti i paesi dell’Unione, sei mesi dopo la sua pubblicazione, senza necessità di essere ratificato dai diversi parlamenti.

Almeno due cose accomunano entrambe le norme. Riguardano reati di tipo sostanzialmente immateriale, pubblicare un articolo ripreso da un giornale non è la stessa cosa che rubare una copia del giornale da una edicola. E, in tutte e due i casi, viene fortemente incentivato l’uso di filtri automatici come sistema per scoprire e bloccare i contenuti proibiti.

Ed è proprio quest’ultimo uno dei punti centrali, quello della implementazione forzata dalla legge di una serie di filtri, su copyright, terrorismo, e poi chissà che altro, che in pratica avranno solo l’effetto di ostacolare la libertà di espressione e alla fine trasformeranno Internet in un unico e immenso iper mercato elettronico.

Pepsy

 

Riferimenti

[1] https://www.ilpost.it/2018/09/12/luigi-di-maio-direttiva-copyright/
[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/12/direttiva-copyright-un-bene-o-un-male-cosa-rischia-ora-il-diritto-dautore-in-europa/4621081/
[3] https://citizenlab.ca/2018/08/cant-picture-this-an-analysis-of-image-filtering-on-wechat-moments/
[4] https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/soteu2018-preventing-terrorist-content-online-regulation-640_en.pdf
[5] https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/soteu2018-factsheet-terrorist-content_it.pdf

Jurassic network

Mettere in Rete uno strumento di comunicazione all’inizio dell’estate aggiunge quel pizzico di incoscienza a una impresa che, già in partenza, non è certo di quelle più facili, se poi a fare una mossa del genere è un “gruppo di lavoro di hacktivist* e militant” che fanno “parte di centri sociali, circoli anarchici, esperienze sociali autogestite e hacklab” allora si tratta davvero di una iniziativa che merita attenzione.

Quella che segue è una recensione “calda” scritta dopo aver partecipato e aver seguito per quasi tre mesi il sito https://mastodon.bida.im

Lo scopo del gruppo di gestione è quello di costruire una alternativa ai “social network commerciali” permettendo ai partecipanti di poter accedere a notizie, pubblicare contenuti, dialogare con altri ma anche “generare kaos”. Il tutto cercando di garantire un certo grado di anonimato e nessuna censura preventiva. Esistono naturalmente dei limiti, delle cose che “non si possono fare”, che sono più o meno quelle caratteristiche dei servizi e dei server di movimento: nessuno spazio a contenuti razzisti, sessisti e fascisti (“meme, tags e rappresentazioni allusive comprese”), messaggi di propaganda partitica istituzionale o esclusivamente commerciali, messaggi di insulti o minaccia. Due discriminanti sono invece abbastanza nuove, in quanto non si possono pubblicare “messaggi che facciano riferimento a contenuti di facebook” o “messaggi senza considerare che gli utenti possono avere una sensibilità diversa” dalla propria. La prima trova una chiara e condivisibile motivazione nel tentativo di non alimentare ulteriormente la penosa deriva che da tempo affligge individualità e collettivi che continuano a utilizzare determinati “social media” come se questi fossero necessari o utili. La seconda è decisamente paradossale in quanto è davvero difficile conoscere in anticipo le diverse sensibilità di chi potrebbe avere problemi guardando o leggendo quello che pubblichiamo. Consci di questo fatto, i gestori consigliano di aggirare il problema usando il “content warning”, ovvero un avviso che dovrebbe salvare capra e cavoli.

Consigliamo agli interessati la lettura integrale del “Manifesto del gruppo di gestione” [1] per conoscere in modo più completo le motivazioni che stanno alla base del progetto che qui ci siamo limitati a descrivere in modo molto sintetico.

Questo strumento di comunicazione è molto simile a quello, ben più noto, chiamato “Twitter” [2] che negli ultimi mesi, grazie anche al “nuovo” governo, ha preso – insieme a “FaceBook” – quello che fu il posto dell’Istituto Luce [3] ai tempi del fascismo. Dopo aver creato il proprio account è possibile pubblicare testi (fino a 500 caratteri), immagini e filmati, di “seguire” un altro utente, di inserire un contenuto tra i propri preferiti o metterlo in evidenza. L’interfaccia mostra, normalmente, tre colonne di contenuti distinti: la prima contiene quello che pubblichiamo noi o le persone che “seguiamo”, sulla seconda si trovano le segnalazioni dei contenuti che direttamente o indirettamente ci coinvolgono e la terza raccoglie tutto quello che viene pubblicato a livello “locale” dagli altri utenti. É possibile visualizzare una ulteriore colonna dove è trovano posto i contenuti di un altro server tra quelli “federati” o di siti scelti dagli amministratori. Oppure di una istanza scelta fra quelle esistenti in Rete [4].

Uno degli aspetti che rende interessante “Mastodon” è che si basa su “codici sorgenti e protocolli aperti”, vale a dire su programmi e modalità di comunicazione non di proprietà privata di qualche colosso informatico. Altra cosa interessante è che, contrariamente ad altri “social”, non esiste uno o più server centralizzati ma una serie di istanze singole, che in pratica possono anche essere ospitate su un server personale, che però si possono “federare”, vale a dire che possono permettere ai loro utenti di interagire tra loro. Quindi un “social” decentrato e senza padroni che spiano e vendono i dati degli utenti.

“Mastodon”, che si può usare anche da cellulare, è nato alla fine del 2016, a fine agosto contava circa più di seimila istanze, sparse in tutto il mondo e quasi un milione e mezzo di utenti registrati [5], un migliaio dei quali sono su mastodon.bida.im.

L'uso del programma è abbastanza intuitivo, così come la configurazione delle preferenze, appena un po' più complicato capire bene il tipo di visibilità di quello che si pubblica a seconda delle impostazioni. L'aspetto grafico, sia sui computer che sui cellulari è piacevole ed è possibile apportargli qualche personalizzazione. Un punto di forza di "Mastodon" è la capacità di importare contenuti pubblicati altrove, per esempio chi usa la piattaforma "caotico.info/" può decidere di inviare automaticamente su "mastodon.bida.im" quello che pubblica sul suo blog.

Non mancano ovviamente alcuni punti critici. Per prima cosa questo strumento non è paragonabile a “Indymedia”, tantomeno a “FaceBook” e non solo per una questione di numeri. “Mastodon” non è il mezzo migliore per fare del giornalismo indipendente o per mantenere i contatti con gli ex amici di scuola. L’interazione fra gli utenti non è facile da seguire e quindi non può essere usato in modo proficuo per qualsiasi discussione che non si limiti a un paio di battute. L’interazione con gli utenti di altre istanze, se pure possibile, è comunque regolata dai gestori che possono decidere con quale altro sito federarsi o quale utente bloccare. Infine, ma questo è proprio di tutti gli strumenti del genere, il sistema collasserebbe (dal punto di vista informativo) se tutti gli utenti iniziassero a usarlo in maniera davvero intensiva. In definitiva si tratta di uno strumento che potrebbe essere anche molto utile se a partire da esso nasceranno “istanze” che non siano solo virtuali.

L’estate dura ancora qualche altra settimana e probabilmente molti si accorgeranno solo fra un po’ dell’esistenza di questo buffo paleo elefante che ha deciso di entrare nel negozio di porcellane. Ne riscriveremo sicuramente al primo soprammobile in frantumi.

 

[1] https://mastodon.bida.im/about/more

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Twitter

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Istituto_Luce

[4] https://instances.social

[5] https://dashboards.mnm.social/