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Tutti contro i messaggini

L’altra internet. Tutti contro i messaggini (da “Umanità Nova”, n.20, 17/06/2018)

A molti, il termine “messaggeria istantanea” (IM, Instant Messaging) può dire poco, mentre citando nomi come WhatsApp, Facebook Messenger, WeChat o Viber più o meno tutti sanno a cosa ci si riferisce. Queste applicazioni [1] contano centinaia di milioni di utilizzatori [2] e sono oggi tra gli strumenti di comunicazione elettronica più diffusi. Come sempre accade, quando un mezzo di comunicazione inizia a essere usato da un grande numero di persone e raggiunge una “soglia critica”, diventa anche di vitale interesse per le autorità costituite. Soprattutto se è uno strumento che permette di comunicare attraverso l’invio e la ricezione di testi, immagini, audio e video.

La maggior parte di questi programmi non offre grandi garanzie per quello che riguarda il rispetto della riservatezza della comunicazione e dei dati personali che vengono forniti dagli utenti, volontariamente e involontariamente. Alcune di quelle che invece garantiscono, almeno fino a un certo punto, una maggiore protezione del contenuto delle comunicazioni che veicolano sono già da tempo nel mirino delle strutture di controllo e repressione. Una delle applicazioni che ha avuto negli ultimi tempi i problemi maggiori è sicuramente “Telegram” [3].

Nel marzo scorso [4] i vertici della sicurezza nazionale iraniana hanno annunciato che avrebbero bloccato, a partire dal mese successivo le comunicazioni tramite “Telegram” a causa del ruolo giocato dai messaggi scambiati tramite quella applicazione durante le proteste di piazza, ma anche al fine di costringere la popolazione a usare dei programmi di IM “autarchici” che sono probabilmente più controllabili. La decisione non ha però avuto l’effetto sperato in quanto gli iraniani hanno iniziato a usare altri risorse a disposizione sulla Rete [5] per aggirare il blocco di stato.

Ad aprile un tribunale russo ha completamente vietato l’uso di “Telegram” in tutto il paese in quanto i suoi creatori si sono rifiutati pubblicamente di fornire alle autorità le chiavi di accesso necessarie per leggere le comunicazioni degli utenti [6]. Il blocco dell’applicazione ha provocato anche “danni collaterali” ad alcuni servizi gestiti dai colossi del web, che venivano usati dal programma per aggirare i sistemi di controllo [7]. In questo caso alla fine a rimetterci sono stati tutti gli utenti in quanto il programma non potrà più usare alcuni di quei servizi [8].

Alla fine maggio viene reso pubblico un tipo di attacco molto più subdolo: le nuove versioni del sistema operativo dell’Apple non permettono (da dopo il blocco operato in Russia) l’aggiornamento del programma e questo per tutti gli utenti [9]. Il che rende ovviamente il programma più insicuro.

Anche i governi di altri paesi, come (per esempio) la Cina, l’Egitto, l’Oman, l’Indonesia, Cuba e gli Emirati Arabi hanno, in diverse occasioni e per tempi più o meno lunghi, varato misure per bloccare l’accesso degli spioni di stato ad alcune delle IM considerate più pericolose per la “sicurezza nazionale”. Una delle ultime applicazioni a farne le spese è stata “Signal”, tra quelle più usate dagli attivisti in quei paesi, che è stata diffidata da un altro colosso del web dall’uso dei suoi servizi [9].

L’accanimento contro alcuni dei programmi di IM è un esempio della vera e propria guerra quotidiana tra il diritto a comunicare in modo libero e riservato, usando tutti gli strumenti a disposizione, e il continuo intervento dei governi e delle strutture statali finalizzato a limitare, in ogni modo, questo diritto.

Il controllo della popolazione è allo stesso tempo un enorme affare economico, molto più grande di quello che si potrebbe credere e non è un caso che spesso le società che vendono ai governi programmi e sistemi di spionaggio affermano, nella loro pubblicità, di essere in grado di intercettare anche le comunicazioni degli IM considerati più sicuri [10].

Bisogna comunque sempre ricordare che il problema principale non sono le tecnologie della comunicazione che, come altri strumenti inventati nel corso degli anni, permettono il contatto diretto tra le persone e quindi possono essere utili per facilitare i rapporti. Il problema sono gli stati, i governi e le imprese che utilizzano queste tecnologie al fine di perseguire i loro scopi che con la libertà di comunicazione non hanno nulla a che fare.

Pepsy

 

Riferimenti

[1] Su questa pagina trovate una lista dei programmi di IM e una tabella comparativa delle loro principali caratteristiche

https://en.wikipedia.org/wiki/Comparison_of_instant_messaging_clients

[2] https://www.statista.com/statistics/258749/most-popular-global-mobile-messenger-apps/

[3] https://telegram.org/

[4] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/04/iran-telegram-block-filtering-protests-boroujerdi-soroush.html

[5] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/04/iran-telegram-block-filtering-rouhani-jahromi-opposition.html

[6] http://www.theguardian.com/world/2018/apr/13/moscow-court-bans-telegram-messaging-app

[7] https://www.privateinternetaccess.com/blog/2018/04/russias-telegram-ban-is-a-fiasco-and-its-rendering-millions-of-ip-addresses-inaccessible/

[8] https://www.theverge.com/2018/5/1/17308508/amazon-web-services-signal-domain-fronting-ban-response

[9] https://t.me/durov/87

[10] https://signal.org/blog/looking-back-on-the-front/

[11] https://motherboard.vice.com/en_us/article/bj54kw/grey-heron-new-spyware-brochure-hacking-team

Le elezioni viste nella Rete

Raccontano le cronache che, nel pomeriggio elettorale del 4 marzo, girava su una onnipresente applicazione di messaggistica istantanea un “sondaggio” che riportava delle percentuali di voto che poi si sono dimostrate quasi completamente sovrapponibili a quelle vere. Sembra anche che il totale delle percentuali dei voti fosse 103 e non 100, ma questo è solo un dettaglio.

Chiedersi se il M5S abbia vinto solo grazie a Internet, anche grazie a Internet o per la scarsa attitudine all’uso della Rete da parte degli altri partiti è come chiedersi se, in precedenza, gli elettori siano stati influenzati nelle loro scelte elettorali dai giornali, dalla radio oppure dalla televisione. Per rispondere a pseudo domande del genere basta anche solo usare il vecchio senso comune: sicuramente i vincitori hanno ricevuto un qualche tipo di aiuto dai social-cosi, dalle notizie bufala, dalle vignette, dai fotomontaggi e dai tormentoni riproposti ossessivamente da instancabili attivisti da tastiera. Un’attività di tutto riposo rispetto a quella toccata ai loro predecessori, costretti ad alzarsi di notte per volantinare – con qualsiasi tempo – davanti a una fabbrica. In pratica la pubblicazione dell’ennesima foto o video ha sostituito i volantinaggi e i giri notturni per attacchinare dei manifesti di carta.

Da quello che si legge, a parte l’attacco ad alcuni siti di M. Salvini [1] e a quello del PD fiorentino [2], non ci sono stati eventi catastrofici legati alla Rete e anche tutta l’attenzione dedicata al problema delle “fake news” e delle spie russe in arrivo si è dimostrata più un polverone che una previsione. Tanto è vero che qualcuno ha anche sostenuto che “la radio ha battuto Internet” [3] e altri che le elezioni hanno fatto del bene ai siti web dei quotidiani tradizionali [4].

Forse la comunicazione telematica è stata coinvolta nelle elezioni meno di quello che si potrebbe pensare, visto anche che il M5S, al contrario di quanto aveva fatto nel 2013, ha accettato senza troppi tentennamenti di partecipare alle passerelle televisive elettorali, che in passato aveva sdegnosamente rifiutato e grazie a questo è riuscito a presentarsi anche a chi non passa il suo tempo su Internet come qualcosa di “nuovo”, nonostante in realtà sia in pista ormai da quasi dieci anni.

Il M5S ha vinto, non tanto grazie alle capacità comunicative dei suoi capi ma sicuramente anche grazie al meccanismo di scelta di una gran parte dei suoi candidati, un sistema che si pretende completamente basato su una piattaforma digitale (che più volte ha mostrati i suoi limiti tecnici) e quindi assolutamente diverso da quelli tradizionali usati da tutti gli altri partiti. Hanno perso tutti quelli, in primo luogo il PD, ormai incapaci di intercettare anche solo una una parte del malcontento che, seppure non espresso come in altri tempi, attraversa tutte le classi sociali. La protesta fatta durante la campagna elettorale principalmente di mugugni telematici ha premiato anche l’ex partito padano che, abbandonate le utopie federaliste degli inizi, ha conquistato la testa del fronte razzista nazional-popolare distanziando sia i vecchi che i nuovi partiti fascisti.

Avere oggi a disposizione mezzi di comunicazione di massa digitali, accessibili a molte più persone di quanti non lo erano quelli tradizionali, non significa automaticamente avere persone maggiormente informate e correttamente informate. La Rete, da sola, non garantisce una partecipazione consapevole alla gestione della società ma solo la sua potenziale possibilità. Eleggere un politico disonesto o incapace attraverso un voto elettronico invece che usando una scheda e una matita non lo rende più onesto e capace. Oltre al fatto che, ancora per qualche tempo, i sistemi di voto su computer non saranno del tutto sicuri, come affermano anche gli esperti in un paese dove esiste da tempo [5].

Con tutta probabilità Internet tornerà a essere centrale, molto più che durante le elezioni, a partire dalle prossime settimane, sia che il M5S riesca a sedersi sugli scranni del governo sia che non ci riesca. Potrà essere un utile spazio a disposizione per mantenere il consenso ottenuto o la base necessaria per una opposizione capillare in un contesto dove l’ideologia dominante è quella della “fine delle ideologie”. Senza contare che la prossima “vittima” della Rete potrebbe essere proprio il M5S, sostituito da qualcosa di altro, con una nuova interfaccia.

Riferimenti

[1] https://scikingpc.eu/2018/02/analisi-dei-file-hackerati-di-salvini-introduzione/

[2] https://www.securityinfo.it/2018/02/06/anonymous-buca-server-della-sede-pd-firenze-la-provincia-milano/

[3] https://www.agi.it/blog-italia/riccardo-luna/elezioni_2018_perch_la_radio_ha_battuto_internet-3559356/post/2018-02-27/

[4] http://www.datamediahub.it/2018/03/07/quotidiani-online-elezioni-2018/#ixzz59HWaVlUf

[5] https://www.usvotefoundation.org/E2E-VIV

Il “grande fratello” sempre più grande

Le informazioni sui nostri comportamenti in Rete possono rivelare, anche indirettamente, determinati aspetti della nostra vita e della nostra personalità che vorremmo mantenere riservati oppure a conoscenza solo di determinate persone. Questo desiderio è destinato continuamente a scontrarsi con l’aumento inarrestabile della sorveglianza tramite computer e non solo nel settore degli apparati repressivi statali.

La quantità di dati che vengono registrati ogniqualvolta ci colleghiamo a Internet, usando un computer o un telefono cellulare, è molto superiore a quanto si possa immaginare. In alcuni casi gli scopi per i quali queste informazioni vengono raccolte e memorizzate è dichiarato apertamente, in altri bisogna cercarlo tra le centinaia di righe scritte in caratteri minuscoli nei “contratti” che più o meno volontariamente accettiamo, in altri ancora ne siamo completamente all’oscuro.

La maggior parte dei dati raccolti è destinato al sistema mercato, in pratica viene usato per provare a venderci qualcosa. In passato, quando le informazioni erano registrate sulla carta, questo lavoro veniva fatto principalmente in due modi: acquisendo liste ed elenchi oppure tramite sondaggi. Nei primi anni della rivoluzione informatica non era ancora disponibile una potenza di calcolo abbastanza economica da usare per incrociare velocemente ed efficacemente i dati raccolti da diverse fonti. Oggi, il tipo e la quantità di fonti dalle quali provengono i dati personali e la velocità nella loro elaborazione permettono la raccolta di informazioni personali quotidiana e particolareggiata.

Come molte persone già sanno andare su una pagina web semplicemente per leggere una notizia, guardare una immagine o un filmato significa – nel migliore dei casi – lasciarci la nostra “impronta”. Che è più o meno “profonda” a seconda del sito che stiamo visitando e di come è configurato. Non tutti sanno invece che, molto spesso, guardare una singola pagina significa segnalare la nostra visita anche ad altri e senza che ci venga detto. Per rendersi conto direttamente di questo basta installare “Lightbeam” [1] disponibile per il browser “Firefox”. Questa estensione permette a chi la usa di vedere rappresentate graficamente e in tempo reale le connessioni (e quindi lo scambio di dati) che il sito che stiamo visitando ha con altri siti. In alcuni casi questo genere di collegamenti è necessario per il funzionamento del sito principale, in altri serve a registrare il nostro passaggio e le nostre azioni anche per altri scopi. E questa è solo la punta dell’iceberg.

Tra le cose che vengono normalmente registrate ci sono la lista delle ricerche che abbiamo fatto sull’onnipresente motore di ricerca e l’elenco dei siti visitati. Anche solo incrociando questo genere di dati possono essere ricavate e archiviate molte informazioni su di noi. Per ovviare, almeno in parte, a questo genere di intromissioni si può usare un servizio come “DuckDuckGo” [2] che promette di non fare quello che di solito fanno i motori di ricerca.

Fino a questo punto siamo ancora nel campo di cose più o meno risapute e per le quali è possibile trovare qualche scappatoia, in altri casi la cosa è molto più difficile se non quasi impossibile.

Una ONLUS francese ha recentemente messo a disposizione [3] i dati relativi a una ricerca che dimostra come molte delle applicazioni, di qualsiasi tipo, comunemente installate sui cellulari contengono al loro interno dei “tracciatori” in grado di raccogliere e inviare dati, la loro presenza spesso non è segnalata o non lo è chiaramente. Ancora una volta, la rappresentazione grafica di questi collegamenti, spesso nascosti alle persone che usano quei programmi, è molto più concreta di qualsiasi descrizione, come si può verificare guardando la mappa interattiva creata dal “The Haystack Project” [4].

I dati registrati automaticamente, con i sistemi descritti sopra, si vanno ad aggiungere a quelli che si possono ricavare dalla nostra attività sui “social media”, dai video che guardiamo e dagli acquisti che facciamo tramite il computer e la Rete. Tutti archiviati da qualche parte su Internet (e fuori) pronti a costituire la base per descrivere e persino prevedere il nostro comportamento.

Già oggi alcuni ricercatori hanno affermato di riuscire a predire, con una buona approssimazione, alcune caratteristiche personali semplicemente analizzando i famigerati “like” o il nostro profilo su “FaceBook” [5]. Altri sono addirittura convinti che i giudizi sui tratti di personalità individuati tramite le informazioni acquisite automaticamente tramite computer sono più accurati di quelli formulati dagli esseri umani [6].

Ci sono addirittura imprese che, senza usare alcuna informazione di tipo finanziario, danno una valutazione della solvibilità creditizia di una persona arrivando a utilizzare per questo genere di indagini persino i dati fisici ricavati dal cellulare del richiedente, compreso l’uso della batteria [7].

I dati raccolti direttamente da uno dei “giganti” del web vengono analizzati insieme ad altri comprati all’esterno da una delle tante società create negli ultimi anni che stanno accumulando, spesso in modo poco trasparente, una quantità di informazioni personali superiore a quella posseduta da un qualsiasi stato. Il tutto apparentemente per essere usato esclusivamente a fini pubblicitari o di vendita. Ma nulla vieta che possano essere già stati o che saranno utilizzati in futuro anche per altri scopi.

Il “grande fratello” diventa sempre più grande.

Riferimenti

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Lightbeam_(software)

[2] https://duckduckgo.com/

[3] https://exodus-privacy.eu.org

[4] https://haystack.mobi/panopticon/

[5] http://www.pnas.org/content/pnas/110/15/5802.full.pdf

[6] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4313801/

[7] http://money.cnn.com/2016/08/24/technology/lenddo-smartphone-battery-loan/index.html

Falsa la notizia

L’esterofilia linguistica, che in molti paesi si dovrebbe chiamare più correttamente anglofilia, è una brutta malattia che affligge da sempre il sistema dei mass media ufficiali e non solo. Internet ha peggiorato le cose imponendosi come il principale luogo di creazione, crescita e diffusione di termini, modi di dire e veri e propri tormentoni. Nessuno può completamente sfuggire a questo fato e quest’anno probabilmente si sentirà parlare di “fake news” anche tra i banchi dei mercatini di Natale. Il Papa ha cominciato per tempo [1].

Su questo palcoscenico poco interessante, dove i politici fanno a gara nell’accusarsi di essere i principali spacciatori seriali di “notizie false”, salta a volte fuori anche qualcosa di meno banale, come la pubblicazione di una presunta bozza di legge sulle “Norme generali in materia di Social Network e per il contrasto della diffusione su internet di contenuti illeciti e delle Fake News” [2].

Non abbiamo gli strumenti per capire se il documento pubblicato su Internet sia davvero una bozza di legge o un falso, il che lo renderebbe sicuramente più interessante, ma siamo convinti che una descrizione del suo contenuto possa essere di qualche utilità per molti.

Le prime cinque pagine della bozza sono dedicate, come sempre accade quando viene presentata una proposta di legge, ad una descrizione delle ragioni che ne stanno alla base. Dopo una prevedibile serie di banalità, dal “peso sempre più rilevante dei social network nella vita dei cittadini” all’importanza che hanno le “notizie false” nel “condizionare l’opinione pubblica di un Paese” si passa poi a tutt’altro, vale a dire all’uso che fanno dei social network le organizzazioni terroristiche, a fini di collegamento, propaganda e logistica. Lo scopo della legge proposta è duplice: “responsabilizzare i fornitori di servizi di social network sui contenuti veicolati attraverso le loro piattaforme” e “limitare fortemente la pubblicazione e la circolazione di contenuti che configurino delitti contro la persona (…) e delitti contro la Repubblica”. Questi obiettivi dovrebbero essere raggiunti costringendo i fornitori di cui sopra a controllare i contenuti pubblicati dai loro utenti.

I promotori della proposta dichiarano di rifarsi alla legge in vigore dal settembre 2017 in Germania e, infatti, fin dalle prime righe del testo la scopiazzatura è piuttosto evidente [3].

Il testo parte decisamente male in quanto, delimitando l’ambito di applicazione, definisce “social network” una “piattaforma internet che, a fini di lucro, consente agli utenti di condividere e scambiare qualsiasi tipo di contenuto con altri utenti o di renderlo accessibile al pubblico” (art.1) Mettendo in pratica sullo stesso piano un ambito privato con uno aperto a tutti. La confusione di chi ha redatto il test mostra chiaramente una scarsa dimestichezza riguardo al funzionamento della comunicazione tramite computer e la Rete in quanto arriva a precisare che sono escluse dall’applicazione della legge le “piattaforme elettroniche che gestiscono e forniscono servizi di comunicazione individuale” (art.1) dimenticandosi che anche i “social” forniscono appunto dei servizi “individuali” che diventano “collettivi” solo nel momento in cui vengono adoperati in questo modo. Sono anche, in base a non si capisce quale tipo di criterio, escluse dall’applicazione di alcuni articoli della legge le piattaforme che hanno “meno di un milione di utenti registrati sul territorio nazionale”, come se verificare una cosa del genere fosse semplicissimo, o come se abbia qualche tipo di validità legale, a livello internazionale.

La legge obbligherebbe i fornitori dei servizi destinatari della legge a creare una procedura facile e trasparente per la gestione dei “reclami relativi ai contenuti illeciti” che permetta agli utenti di segnalarli e al gestore di venirne a conoscenza. A questo punto il gestore dovrebbe rimuovere il contenuto “illecito” entro 24 ore oppure in un tempo più lungo se la decisione viene demandata a un “organismo di autoregolamentazione” ufficialmente riconosciuto o in presenza di accordi specifici con “le competenti autorità giudiziarie” (art.2). In pratica i gestori dovrebbero prendere, in alcuni casi, il posto dei giudici potendo decidere se rimuovere o nascondere qualcosa. I contenuti in questione andranno comunque conservati, sul territorio nazionale, per dieci settimane. Fare riferimento a un concetto come “territorio nazionale” riguardo alla conservazione di dati informatici innesca tutta una serie di problematiche che, probabilmente, chi ha scritto il testo ignora.

L’art.3 disciplina i fantomatici “organismi di autoregolamentazione” che dovrebbero aiutare i gestori delle piattaforme a decidere cosa fare delle segnalazioni ricevute, raccogliendo periodicamente informazioni alle quali sarebbe obbligatorio dare adeguata pubblicità (art.4).

La richiesta di rimozione di un contenuto “illecito” può essere fatta da chiunque, in alcuni casi anche dai maggiori di 14 anni (art.5) e i fornitori hanno dei tempi di risposta ai quali devono attenersi. Tutta questa procedura potrebbe attivarsi anche senza l’esistenza di un qualsiasi tipo di azione legale, cosa necessaria solo per quanto riguarda alcuni reati legati al terrorismo, per i quali deve essere il pubblico ministero a chiedere la rimozione (art.6).

Vengono infine elencate le sanzioni amministrative nelle quali incorrono coloro che non rispettano questa norma. Sono previste multe fino a 500 mila e fino a 5 milioni di euro, anche per infrazioni “non commesse sul territorio nazionale” (art.7). Anche in questo caso viene da sorridere pensando ai giudici che devono applicare una legge del genere ad un fornitore che ha sede in qualche amena isola del Pacifico meridionale. La bozza si conclude con l’art.8 che indica le tempistiche da seguire per alcuni degli obblighi previsti.

Come scritto all’inizio, non sappiamo se questa “bozza” di legge sia solo un desiderata del PD, come ipotizzano la maggior parte dei mezzi di comunicazione che ne hanno parlato [4], o un pesce d’aprile fatto con molto anticipo. Sicuramente è un provvedimento inutile, in quanto se qualcuno commette un reato pubblicando qualcosa su Internet già adesso viene perseguito in base alle norme vigenti. Quello che si capisce davvero poco è cosa c’entri una proposta del genere con le cosiddette “fake news”.

Mettere insieme scherzi pesanti, “bufale”, pseudo scienza, complottismo, disinformazione e iniziative a scopo di lucro etichettando tutto come “notizie false”, oltre a essere uno sbaglio dal punto di vista concettuale è solo un comodo sistema per aumentare il controllo e la repressione in un settore, quello della comunicazione, che già non gode di buona salute.

Probabilmente qualcuno crede che la verità sia un concetto filosofico troppo complicato da definire mentre il falso è più facilmente individuabile come tale. Di solito è davvero così ma a volte il confine tra vero e falso è talmente sottile e sfuggente che non sarà una legge, questa o qualsiasi altra, a trovarlo. Del resto i tentativi fatti per automatizzare l’individuazione dei contenuti “illeciti” fatta dai colossi dell’informazione su Internet si è prevedibilmente rivelata – almeno fino a questo momento – un fallimento totale. Un argomento buono per le chiacchiere inconcludenti dei politici e le mistificazioni dei mezzi di comunicazione ufficiali, tutti schierati dalla stessa parte, la loro.

Per quanto ci riguarda sappiamo che gli Stati, i Governi, le Chiese e il sistema di comunicazione ufficiale sono, da sempre, i principali creatori e diffusori di notizie false e, in attesa dell’attacco dei cosacchi a colpi di “fake news” previsto in occasione delle prossime elezioni politiche italiane, ci alleniamo alla difesa [5].

Riferimenti

[1] http://time.com/4963060/pope-francis-fake-news-communications/

[2] Il testo, al quale faremo riferimento, è stato pubblicato dal quotidiano “il Foglio” ed era reperibile alla data del 30/11/2017 a questo link http://www.ilfoglio.it/politica/2017/11/27/news/il-pd-dichiara-guerra-alle-fake-news-ecco-il-testo-della-legge-165752/

[3] Non conosciamo il tedesco, per cui rimandiamo a uno degli articoli apparsi sull’argomento https://www.technologylawdispatch.com/2017/10/social-mobile-analytics-cloud-smac/germanys-new-hate-speech-act-in-force-what-social-network-providers-need-to-do-now/

[4] Per esempio “La Stampa” http://www.lastampa.it/2017/11/26/italia/politica/pd-pronta-una-legge-anti-fake-news-ciWhL5lPyAo8pxV2q4xw9L/pagina.html e il settimanale “Panorama” https://www.panorama.it/news/politica/fake-news-cosa-prevede-il-disegno-di-legge-del-pd/

[5] http://factitious.augamestudio.com/#/

Balene a forma di bufale

Continua in modo incalzante la campagna militare dei politici e dei media ufficiali contro le cosiddette “fake news”. Intenzione lodevole se non fosse che troppo spesso sono proprio i mezzi di comunicazione più diffusi ad essere i principali divulgatori di “non notizie”, contribuendo in modo essenziale ad alimentare quel clima di paura e insicurezza che poi diventerà oggetto delle loro inchieste, innescando in questo modo un circolo vizioso senza fine.

Uno degli ultimi casi che mostrano questa inveterata attitudine giornalistica riguarda il cosiddetto “gioco della balena blu” (Blue Whale Game) che da qualche mese continua a far capolino sulle pagine web italiane ed internazionali. Di seguito proviamo ad elencare brevemente le varie fasi attraverso le quali è passata questa “non notizia”.

Atto primo: sbatti la balena in prima pagina. Il 18 febbraio compare sul web italiano uno dei primi articoli, dai toni più che allarmanti, che segnala l’esistenza, in Russia, di “migliaia di gruppi” che “istigano al suicidio” gli adolescenti e che sarebbero già decine le vittime di questa epidemia [1]. Ma l’unica epidemia in questo caso è quella della quantità di “notizie” fotocopia su questo argomento pubblicate in quel periodo un po’ dappertutto, anche se la storia è probabilmente più vecchia, come chiunque poteva facilmente verificare con una semplice ricerca [2].

Atto secondo: la balena è alle porte. Nel frattempo lo scoop non verificato inizia a diffondersi attraverso i soliti canali web e “social cosi” e diventa virale, come hanno imparato a dire anche nei TG. Ma a questo punto sono già stati pubblicati in Rete numerosi articoli che analizzano la storia in modo meno superficiale, segnalando la possibilità se non la totale certezza che si non si tratti di una notizia ma di una “bufala” [3].

Atto terzo: contrordine compagni. Dopo due mesi dall’avvistamento della “balena”, anche il sito di uno dei quotidiani che l’ha lanciata pubblica un articolo che, comparandolo con quello precedente, è una piccola marcia indietro piena di verbi al condizionale [4] ma che continua ad alimentare, in modo nemmeno tanto nascosto, la storia. Vengono pubblicati i consigli della polizia postale [5], il parere professionale dell’immancabile esperto [6] e – per la gioia di grandi e piccini – l’adesione alla fanfara delle associazioni contro il bullismo [7].

Epilogo: forse non è vero ma dovete crederci. Nel finale, quando ormai alla storia non dovrebbero crederci più nemmeno i lattanti, visto anche quanto pubblicato in Rete da siti storicamente specializzati in “meme” [8] e dalla Wikipedia [9] la mancata epidemia si trasforma in farsa casareccia, tra filmati sensazionalistici passati in TV [10], e cronache giovanili dalla provincia [11][12][13]. Non avendo la necessaria onestà per ammettere di aver preso, nel migliore dei casi, l’ennesimo granchio, il tenore degli articoli cambia, adesso il messaggio che si vuole veicolare è che sebbene la storia della “balena” sia una “bufala” è comunque necessario controllare cosa fanno gli adolescenti su Internet: “Che sia vero o che non sia vero, di questo horror-game i ragazzi ne erano già a conoscenza (…) Non sono, come si pensa, gruppi che istigano al suicidio, sono gruppi di condivisione, un po’ come quelli dell’autolesionismo. Si chiamano gruppi della morte e spesso si trovano nel dark web.” [14]. Rinforzando in tal modo quella propaganda terroristica a buon mercato che ha come oggetto soprattutto i minorenni, si veda a questo proposito anche tutte le discussioni sollevate di recente da una serie TV intitolata “13 Reasons Why” sui perché del suicidio di una adolescente. Una propaganda che viene fatta dai media non solo in Italia ma in tutto il mondo [15] che viene amplificata, paradossalmente ma non troppo, anche dai siti che ancora oggi continuano a prendere per buona la storia [16].

Chiunque conosca la Rete in modo un po’ meno superficiale dei giornalisti dei quotidiani italiani o dei commentatori tuttologi che frequentano i “social cosi” sa che tutto quello che legge su una pagina web può essere, in tutto o in parte, falso. Questa regola quando non viene seguita o viene ignorata può anche far scambiare una bufala per una balena.

 

Riferimenti

[1] http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2017/02/18/news/russia_giovani_suicidi_social_network_vkontakte-158597082/

[2] https://m.lenta.ru/articles/2016/05/20/moremonolof/

[3] http://www.netfamilynews.org/blue-whale-game-fake-news-teens-spread-internationally

Core concern: ‘Blue Whale’ & the social norms research

http://philbradley.typepad.com/phil_bradleys_weblog/2017/04/blue-whale-suicide-game-or-hoax.html

[4] http://www.repubblica.it/tecnologia/sicurezza/2017/05/31/news/blue_whale_cosa_sappiamo_e_cosa_no_del_gioco_mortale_dei_giovani-166914237/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P8-S1.8-T1

[5] http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2017/05/29/news/blue_whale_i_cinque_consigli_della_polizia_postale-166725326/

[6]

http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2017/05/29/news/blue_whale_lo_psicologo-166724420/

[7] http://osservatorio-cyberbullismo.blogautore.repubblica.it/2017/05/22/fermiamolabalena-le-associazioni-offrono-supporto-in-chat-contro-il-gioco-del-suicidio/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P13-S1.6-T1

[8] http://knowyourmeme.com/memes/blue-whale-challenge

[9] https://en.wikipedia.org/wiki/Blue_Whale_(game)

[10] http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/06/08/news/blue_whale_le_iene_ammettono_quei_video_russi_erano_un_falso_-167577248/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P7-S1.4-T1

[11] http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/05/31/news/castellammare_accusato_sul_web_di_dirigere_blue_whale_la_denuncia_di_un_fashion_blogger-166925173/

[12] http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/06/08/news/blue_whale_minori_bloccati_in_sito_abbandonato_nel_napoletano167576875/

[13] http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/06/09/news/sul-tetto-dell-odeon-per-le-foto-1.15465025?ref=hftiliea-1

[14] http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/05/19/blue-whale-o-non-blue-whale-nella-rete-gruppi-chiusi-challenge-rifugi-virtuali-e-giochi-pericolosi-esistono-davvero-ecco-i-segnali-da-riconoscere/

[15] https://www.beijing-kids.com/blog/2017/05/19/blue-whale-suicide-game-arrived-china/

[16] http://www.higgypop.com/blog/blue-whale-challenge/

La TV ti spia. Davvero.

Come accade per gli eventi che si ripetono di frequente, anche il recente annuncio di Wikileaks [1] sulla pubblicazione di un sostanzioso quantitativo di materiali provenienti dagli archivi della CIA, rischia di passare velocemente nel dimenticatoio. Nonostante il tipo dei segreti svelati sia, per certi versi, più interessante di quelli portati alla luce negli ultimi anni.

Naturalmente, come sempre in casi del genere, partiamo dal presupposto (indimostrabile) che i contenuti siano tutti originali. Vale a dire che un clamoroso fallimento delle politiche di sicurezza di una struttura che della sicurezza dovrebbe essere l’alfiere non sia solo frutto delle tattiche di intossicazione e disinformazione che stanno alla base di molti dei suoi compiti.

Nei documenti ci sono, stando a quanto si conosce al momento, prove del fatto che la CIA ha spiato i politici francesi coinvolti nella precedente elezione presidenziale del 2012 e l’esistenza di un centro di hackeraggio con base nel Consolato USA di Francoforte.  Ma la parte più interessante è quella costituita dai programmi usati dalla Centrale di spionaggio per compromettere la sicurezza e la riservatezza non solo dei sistemi operativi di cellulari e computer ma anche della nuova generazione di “televisori intelligenti”. Quest’ultimo programma, sviluppato in collaborazione con i servizi segreti del Regno Unito, nome in codice “Weeping Angel” (angelo piangente) infetta le  “smart tv”, che in apparenza sembrano spente, ma che sono invece programmate per registrare le conversazioni circostanti e per spedire queste informazioni ai server dell’Agenzia.

Da un punto di vista globale la rivelazione più inquietante è quella relativa al lavoro svolto dal gruppo “Umbrage” che raccoglie e conserva tutto quanto connesso alle tecniche di attacco e al “malware” proveniente da altri Stati. In pratica il lavoro di questa sezione della CIA rende più che possibile uno scenario che permette agli agenti di attaccare una risorsa informatica e lasciarci dentro delle “tracce” che indirizzeranno poi gli investigatori verso un altro colpevole. Un po’ come accade nelle opere di finzione quando il cattivo si impadronisce di un’arma che ha già ucciso in passato e commette un secondo delitto che la polizia scientifica tenderà ad attribuire al primo omicida. Ovviamente non è un caso che questo genere di notizie saltano fuori dopo che da mesi USA e Russia si accusano a vicenda di attacchi informatici. Una differenza tra queste nuove rivelazioni e quelle precedenti è che questa volta Wikileaks ha promesso di condividere le informazioni relative alle falle di sicurezza delle quali è venuta in possesso con i produttori dei sistemi operativi bersaglio delle stesse [2].

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare in Italia siamo all’avanguardia, almeno per quello che riguarda gli strumenti dello spionaggio individuale, tanto è vero che società nostrane riescono a vendere i loro programmi spia persino al FBI [3] che di queste cose dovrebbe intendersene. Ma siamo anche il paese dove questo genere di programmi viene usato da tempo per spiare le persone attraverso i loro computer e cellulari e dove, prima che qualcuno si possa chiedersi se queste procedure siano “legali” o troppo invasive, è nato un gruppo di parlamentari che ha intenzione di proporre un Disegno di Legge sulla “Disciplina dell’uso dei captatori legali nel rispetto delle garanzie individuali” [4] che già dal nome è un ossimoro. Questo anche perché i cosiddetti “captatori” permettono a chi li gestisce di acquisire il controllo completo del computer o del cellulare bersaglio rendendoli di fatto in grado di compiere qualsiasi azione e di poterla poi attribuire con una certa facilità all’ignaro soggetto della loro attenzione. Difficilmente una norma di legge potrebbe evitare ogni possibile abuso di questo genere di potere.

Davanti a una situazione nella quale, sia a livello locale che internazionale, la sorveglianza degli Stati e dei loro apparati aumenta esponenzialmente non ci sono molte risposte possibili. Da una parte le associazioni che si battono per la libertà delle comunicazioni e per il rispetto della loro riservatezza possono continuare con le loro campagne. Dall’altra – la strada che preferiamo – bisogna continuare a propagandare l’uso individuale di strumenti e di programmi che rendono il lavoro degli spioni se non impossibile almeno più complicato.

Intanto negli USA, la famigerata norma – sulla quale si basano tutti i programmi di sorveglianza scoperti e denunciati negli ultimi anni – che permette ai servizi segreti statunitensi di spiare all’estero anche i cittadini americani è in scadenza quest’anno. Non ci dovremmo sorprendere se, con tutta probabilità, Trump o Obama, verrà rinnovata [5].

Riferimenti

[1] https://www.wikileaks.org/ciav7p1/

[2] https://www.wired.com/2017/03/assange-wikileaks-will-help-tech-giants-stop-cia-snooping/

[3] https://motherboard.vice.com/en_us/article/the-fbi-wont-confirm-or-deny-buying-hacking-team-spyware-even-though-it-did

[4] http://www.civicieinnovatori.it/?page_id=211

[5] https://arstechnica.com/tech-policy/2017/03/nsa-spy-law-up-for-renewal-but-feds-wont-say-how-many-americans-targeted/

Lombroso 2.0

Tra le bizzarre teorie eredità dei secoli passati ce ne sono alcune, come la fisiognomica e la frenologia, che durante la rivoluzione industriale sono state riprese e rivestite di una scientificità alquanto discutibile. Una delle più conosciute, almeno in Italia, è quella dell’antropologia criminale di Cesare Lombroso, convinto che criminali si nascesse e che fosse possibile riconoscerne uno anche osservando solo i suoi tratti somatici. Con il passare degli anni questo genere di teorie sono state definitivamente abbandonate restando solo a fare da ridicolo sostegno a politiche razziste e discriminatorie.

Purtroppo una delle attività più comuni degli esseri umani è quella di riscoprire periodicamente l’acqua calda, anche nel settore dell’informatica, una scienza che solitamente viene considerata come innovativa e come la protagonista principale della terza rivoluzione industriale.

Prendiamo ad esempio il settore che si occupa di riconoscimenti biometrici, vale a dire quelli che si basano sulle caratteristiche fisiche delle persone, un campo nel quale oggi si investe molto e che è centrale anche nelle politiche di controllo sociale. Riconoscimento facciale, analisi della retina, impronte digitali, già da tempo l’immaginario ha descritto telecamere e software in grado di individuare una particolare persona in mezzo alla folla analizzando i tratti somatici del viso e molti gadget tecnologici già incorporano da qualche anno sistemi per riconoscere le impronte digitali dei loro proprietari. Nel futuro, non troppo lontano, le telecamere potrebbero riconoscere le persone anche dal loro modo di camminare o distinguere se la scena che stanno riprendendo è un omicidio o una innocua zuffa.

Scenari del genere, già abbastanza inquietanti, potrebbero anche peggiorare se il settore seguisse la strada intrapresa da una start-up che pretende di essere in grado di “rivelare la personalità attraverso l’analisi facciale”. Traduciamo qualche pezzo dalla presentazione pubblicata sul loro sito web: “rivelare la personalità delle persone basandosi solo sull’immagine del loro volto … da flussi video (registrati e dal vivo), macchine fotografiche … e abbinare un individuo con diversi tratti di personalità e tipologie con un alto livello di precisione. Sviluppiamo classificatori proprietari, ognuno dei quali descrive un certo tipo di personalità o un tratto, come un estroverso, una persona con alto quoziente intellettivo, un giocatore professionista di poker o un terrorista. In ultima analisi, siamo in grado di abbinare le immagini facciali a una serie di classificatori e fornire ai nostri clienti una migliore comprensione dei loro clienti, le persone di fronte a loro o di fronte alle loro macchine fotografiche.” Per chi non avesse capito sulla stessa pagina compaiono quattro disegni, ma altri ce ne sono nelle pagine interne, che dovrebbero rappresentare le facce di una persona con un alto quoziente di intelligenza, di un ricercatore universitario, di un giocatore di poker e di un terrorista.

Ci vuol poco a notare che strumenti del genere fanno rientrare dalla finestra teorie che erano state cacciate dalla porta e le immagini pubblicate su quel sito rimandano inequivocabilmente alle tavole della fisiognomica criminale di Lombroso. Con alcune differenze sostanziali. Le tecnologie di oggi permettono una raccolta di dati, in questo caso di immagini, assolutamente impensabile alla fine del 1800. In futuro i sistemi di riconoscimento facciale potrebbero essere usati non solo per decidere chi può o non può fare qualcosa o per riconoscere una persona in mezzo a una folla, ma anche chi deve essere fermato per accertamenti e chi invece può passare liberamente attraverso un posto di controllo. Per discriminare, in altre parole, tra potenziali criminali e bravi cittadini. Il tutto basandosi sulla forma del naso, della fronte, degli occhi o delle orecchie.

Stranamente, sul sito della società in questione non era presente il disegno di un “anarchico”, non ancora, almeno.

Questioni di identità (digitale)

Tra le meraviglie future promesse dal governo in carica c’è l’attivazione di un sistema di “identità digitale”, che dovrebbe facilitare la quotidiana lotta tra i cittadini e la burocrazia delle leggi e dello stato. Non è certo la prima volta che si prova a informatizzare le identità personali, ma la propaganda si guarda bene dal portare alla memoria il passato e i suoi insuccessi. Come per una casa produttrice di saponi o di liquori questi incidenti di percorso sono argomenti da sistemare in archivio con la speranza, che spesso è certezza, che la scarsa memoria delle persone li lascerà a ricoprirsi di polvere.

Al principio fu la carta di identità elettronica (CIE) prevista fin dal lontano 1997 e mai andata completamente a compimento, persino fonti di informazione che hanno ben poco di sovversivo parlano, senza possibilità di smentita, di “18 anni di insuccessi” [1]. Qualche anno dopo venne inventata la “carta nazionale dei servizi” (CNS) con, più o meno, le stesse finalità della CIE. Anche in questo caso il destino cinico e baro non ha arriso ai progetti di digitalizzazione delle identità e attualmente la CNS è poco diffusa e sostituita, in alcuni casi, dalla “tessera sanitaria” [2] che in qualche regione viene distribuita anche provvista di un chip sul quale archiviare la cartella clinica, la firma digitale ed altro.

Attualmente i tre documenti sopra citati sono ancora legalmente in vigore sebbene nessuno sia diffuso a tutta la popolazione; oltretutto non sono completamente compatibili fra di loro e quindi non è prevedibile cosa accadrà dopo l’imminente (secondo la propaganda di stato) arrivo del fantastico “Sistema Pubblico di Identità Digitale” (SPID) [3].

A leggerne la pubblicità sembra proprio che si tratti di uno strumento che dovrebbe fare quasi le stesse cose dei tre precedenti, ovvero permettere “a cittadini e imprese di accedere con un’unica identità digitale ai servizi online della PA e dei privati che aderiranno.”. Una cosa è certa, questo SPID sarà un affare per molti: per i “gestori di identità digitale”, per i produttori delle “smart card” e dei sistemi di OTP [4], per i produttori e venditori di programmi e di attrezzature elettroniche e magari per qualcuno che su tutto questo flusso di denaro ci farà la cresta.

A parte queste sicurezze, non è detto che i vantaggi ci saranno anche dal punto di vista dei cittadini, delle persone, di quelli magari che si sono visti bloccare alla frontiera perché la loro CIE risultava scaduta in quanto nessuno aveva previsto che una legge aumentasse la validità delle carte di identità e che questo avrebbe comportato degli inconvenienti per quelle elettroniche [5].

A questo genere di problemi si vanno ad aggiungere quelli della Pubblica Amministrazione che, secondo i venditori di sogni al governo, dovrebbe adeguare in due anni le proprie strutture ai fini di rendere pienamente utilizzabile il SPID. Questo significa andare probabilmente verso un fallimento annunciato, tenuto conto i costi e i tempi per rendere adeguati al SPID tutti i sistemi informatici proprietari in uso in ogni singolo Ente pubblico, di solito già poco compatibili fra di loro.

Ma tutto questo ci riguarda solo parzialmente, in quanto come anarchici ci dovrebbe interessare maggiormente lo scenario sociale che si aprirebbe se la “identità digitale” funzionasse davvero.

La possibilità, tramite una carta di plastica e di un collegamento a una banca dati, di conoscere tutto sulla nostra vita, dal nome dei genitori all’ultima prescrizione medica, dalla multa per divieto di sosta al nostro curriculum studi. Gli abusi possibili in una società nella quale l’identità sia gestita tramite macchine e programmi sono enormi. Il potere di chi può controllare una banca dati con quelle informazioni è assoluto. La manipolazione di un sistema del genere ai propri fini non sarà certo fermata da una legge o da misure tecniche di sicurezza che, come si vede quotidianamente, possono sempre essere violate.

Ancora una volta problemi del genere portano alla ribalta le classiche discussioni sulla scienza e sulle tecnologie e sul rapporto che dovremmo avere con esse. Ancora una volta più che dibattere sui massimi sistemi, sulla neutralità del metodo scientifico o sulla intrinseca natura anti-umana della scienza e della tecnologia, sarebbe meglio attrezzarsi per opporsi a delle scelte che portano più svantaggi che vantaggi.

Riferimenti

[1] http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/carta_identita_elettronica_governo_riprova/notizie/1411790.shtml

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_nazionale_dei_servizi

[3] http://www.agid.gov.it/agenda-digitale/infrastrutture-architetture/spid/percorso-attuazione

[4] “One time password” sistemi di sicurezza già in uso nelle banche per fornire ai clienti una password nuova ogni volta che si accede a un servizio.

[5] http://www.ilrestodelcarlino.it/imola/2009/05/25/182091-carta_identita_elettronica_pasticcio.shtml

Karma Police

La scorsa settimana sono stati resi pubblici [https://theintercept.com/documents/] alcune decine di documenti riguardanti i programmi usati dai servizi segreti inglesi per lo spionaggio ai danni di tutta la popolazione. Anche questa volta la fonte delle rivelazioni è Edward Snowden, l’ex informatico della CIA che dal 2013 sta mostrando quanto diffusi e pericolosi siano i sistemi usati dalle strutture dei Governi per controllare i loro cittadini.

Non ci sono delle grandi novità tra i documenti inediti pubblicati che riguardano principalmente “Karma police” (sic!) un programma, avviato dalle spie inglesi nel 2008, in grado di registrare le abitudini di “navigazione” di ogni utente visibile su Internet. Ogni giorno viene archiviata una incredibile quantità di dati che comprende di tutto: dai visitatori dei siti di notizie a quelli dei siti porno, dalle sessioni di chat alle richieste sui motori di ricerca. Nel 2010 gli spioni di Sua Maestà archiviavano 30 miliardi di meta-dati al giorno, nel 2012 erano 50 miliardi e sperano di riuscire ad archiviarne 100 entro la fine di quest’anno. Questa enorme mole di informazioni grezze sarebbe di nessuna utilità senza l’aiuto dei computer e di appositi software di analisi.

La paranoia del controllo alla quale sono arrivati gli Stati e la sua pericolosità è bene rappresentata da una specifica operazione, inserita all’interno del programma principale, con la quale sono state controllate le abitudini di ascolto delle web-radio di 200 mila persone abitanti in 185 paesi diversi, Italia compresa. Un Rapporto segreto del 2009 analizza, a diversi livelli, l’ascolto delle web-radio e fornisce una serie di informazioni statistiche: quali sono quelle più ascoltate in un determinato paese, il tipo di programmi o di computer usati per l’ascolto, il genere di trasmissioni prodotte. Così veniamo a sapere che le radio più seguite in Russia e in UK sono quelle che trasmettono musica o programmi di intrattenimento, mentre in Iraq viene molto ascoltata una radio, che trasmette dall’Arabia Saudita, gestita da un gruppo che si batte per la liberazione dei prigionieri politici iracheni. Lo scopo di questo genere di controllo appare chiaro quando nel rapporto vengono fornite le informazioni relative all’ascolto dall’Inghilterra di radio che trasmettono dal Pakistan e viceversa e del numero di volte che compaiono nelle trasmissioni delle radio termini come “Corano” o “Islam”. A titolo di esempio nel Rapporto viene analizzata un po’ più a fondo una radio che trasmette da Dallas (USA) e che viene ritenuta essere collegata ad uno Sceicco egiziano e le abitudini internet di uno degli ascoltatori di una radio Irachena estrapolate dalla miniera di dati a disposizione. I programmi di analisi sono in grado di costruire dei profili che descrivono le abitudini nell’uso di Internet dei malcapitati bersagli delle ricerche. Il Rapporto si chiude consigliando di applicare questo genere di metodologie all’Afghanistan e all’Iran.

Da quello che si può ipotizzare il sistema usato dagli spioni per rubare i dati è quello di inserire delle “sonde” all’interno dei cavi che trasportano i pacchetti di informazione di Internet in giro per il mondo e registrare dalla massa dei dati in transito quelli che poi vengono sottoposti ai software dedicati all’analisi. Un sistema che solo un apparato statale può usare e che, a parte la fase iniziale di connessione ai cavi, rende possibile l’acquisizione di una enorme quantità di dati in modo continuativo. Come è facile immaginare non è certo solo il Regno Unito a usare sistemi del genere. Negli USA sono, da tempo, in funzione programmi che analizzano anche solo banche dati pubblicamente disponibili (almeno questo è quello che affermano) per costruire degli elenchi di “valutazione dei rischi”. Sistemi che vengono comunemente usati per controllare le liste dei passeggeri degli aerei, sia sulle linee internazionali che su quelle interne. Il sospetto, ma visti i precedenti si dovrebbe parlare di certezza, è che questi sistemi usino anche informazioni ricavate in modo meno “legale”, vale a dire intromettendosi nelle comunicazioni private delle persone.

C’è solo una cosa peggiore del venire a conoscenza dell’ennesimo programma di sorveglianza di massa ed è che, a parte le chiacchiere degli articoli (questo compreso) non si è ancora realmente sviluppata una opposizione reale e radicale a questo genere di oppressione.