Bombe di merda

Una delle mie, troppe, debolezze è relativa alla Corea del Nord. Non si tratta di qualcosa legato alla ideologia governativa vigente da quelle parti o a qualche altra caratteristica di quel paese ma alle notizie che molto spesso vengono pubblicate sui mass-media e che riportano avvenimenti collegati al conflitto Nord-Sud Corea. Molto spesso si tratta di notizie strane o comunque “altre” rispetto a quelle che vengono diffuse e che riguardano altri paesi.
Ricordo di fucilazioni fatte con un cannone, di avversari politici dati in pasto a leoni/tigri/orsi e di altri eventi che quasi sempre suscitano anche un accenno di sorriso. Non perdo tempo a provare a scoprire quante delle notizie riportate sono accurate o false perché sono sicuro che sono (in ogni caso) uno strumento di propaganda diretta contro la Corea del Nord.

L’ultima, in ordine di tempo, si può leggere sul sito web di un noto quotidiano

"Corea del Sud, alta tensione doo il bombardamento di escrementi ordinato da Kim..."

Anche solo a leggere il titolo e il sommario verrebbero in mente un certo numero di considerazioni sullo stato del Mondo, sulla situazione internazionale e sulle bombe che piovono in altre parti. Per non dire dell’idea di replicare “bombardamenti” del genere anche dalle nostre parti.

Dimenticare è impossibile

Il 1974 è, come quasi tutti gli altri anni di quel decennio, segnato da avvenimenti destinati a restare a lungo nella memoria personale di chi ha vissuto quei momenti e in quella collettiva di chi invece li conosce solo attraverso la mediazione del racconto storico.

Ricordiamo velocemente e disordinatamente solo pochi dei fatti che segnarono quell’anno collocato quasi a metà di un periodo che da alcune persone è stato bollato come famigerato mentre per altre è rimasto indimenticabile. E probabilmente sono vere entrambe le cose.

In Italia nel corso di dodici mesi si diedero il cambio quattro formazioni di Governo: Rumor IV, Rumor V, Rumor V.bis e Moro IV; un Referendum popolare confermò la Legge sul divorzio messa in discussione dai cattolici e dalle forze di destra; le “Brigate Rosse” rapirono e poi liberarono il giudice Mario Sossi, i “Nuclei Armati Proletari” sequestrarono l’industriale Giuseppe Moccia che fu rilasciato dietro il pagamento di un riscatto di un miliardo di lire. A Brescia una bomba uccise 8 persone e ne ferì più di un centinaio; a San Benedetto Val di Sambro (BO) una bomba collocata su un treno uccise 12 persone e ne ferì più di una cinquantina. E qui ci fermiamo perché l’elenco degli avvenimenti di quell’anno potrebbe riempire diverse pagine mentre il nostro scopo è quello di soffermarci solo su uno di essi.

La mattina del 28 maggio del 1974 in Piazza della Loggia a Brescia era in corso una manifestazione indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista locale per protestare contro la dilagante violenza fascista e non a caso: solo pochi giorni prima (il 19 maggio) il giovane fascista Silvio Ferrari era rimasto ucciso nell’esplosione della bomba che trasportava sullo scooter con l’obiettivo di compiere un attentato contro una sede sindacale.

L’ordigno fu messo in un cestino dei rifiuti e scoppiò mentre si stava svolgendo il comizio, provocando la morte di cinque insegnanti e di tre pensionati che stavano partecipando all’iniziativa. Del fatto resta, oltre alle foto dei corpi a terra, la registrazione del rumore dell’esplosione e di quella voce che subito dopo invitava alla calma le persone ancora in piazza.

Per quell’attentato ci sono stati, nel corso dei successivi 50 anni, diversi procedimenti istruttori e processi che non sono mai riusciti a mettere la parola fine a quella strage, vale a dire individuarne con certezza i mandanti e gli esecutori. Rinvii a giudizio, condanne, assoluzioni sono arrivate incredibilmente fino a oggi e non per modo di dire. Risale infatti all’anno scorso un ennesimo rinvio a giudizio per strage di un fascista che nel 1974 era ancora minorenne. In questo la storia giudiziaria della Strage di Brescia ha seguito una sorte quasi identica a quelle delle altre stragi che hanno insanguinato quel decennio, anche loro destinate a seguire percorsi investigativi e giudiziari contraddittori e interminabili, senza mai raggiungere una verità definitiva e senza ombre, cosa che forse non era nemmeno possibile.

C’è però un’importante differenza che distingue quanto accaduto il 28 maggio del 1974 dagli altri attentati dello stesso genere avvenuti in quegli anni, in quanto in quel caso si è trattato di un’azione esplicitamente diretta contro una determinata e precisa parte sociale. Quella di Brescia non è stata una bomba “lanciata nel mucchio”, di quelle che colpiscono in modo indiscriminato chi ha la sventura di trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato, ma è stata l’espressione di una esplicita volontà di uccidere il maggior numero possibile di nemici politici, di lavoratori, di sindacalisti, di attivisti e simpatizzanti di sinistra, di antifascisti. In altre parole le persone che quella mattina erano in piazza a Brescia e di riflesso tutte quelle che in quegli anni in Italia si opponevano al rigurgito neo-fascista fatto di spedizioni punitive ma anche di attentati. L’attentato in Piazza della Loggia non può avere che un “unico” colpevole, un’unica firma, quella fascista. Un avvenimento per il quale è infatti stato quasi impossibile costruire teorie, più o meno fantasiose, come spesso si è provato a fare nel corso degli anni a proposito di altre stragi altrettanto o anche più note.

Oggi i politici al governo e i loro sostenitori non perdono occasione per affannarsi a sostenere che il fascismo è finito nel 1945 e che gli attuali esponenti dei partiti di destra non hanno niente a che fare con quella ideologia e che parallelamente non avrebbe più ragione di esistere nemmeno l’antifascismo. Per diffondere queste bugie sono costretti a rimuovere tutto quello che gli eredi del Ventennio hanno fatto dopo Piazzale Loreto, o a trasformarlo in un semplicistico “scontro” tra estremisti di destra e di sinistra, qualcosa giustificato da motivazioni ideologiche, facendo finta di non sapere che in quegli anni gli “scontri” avevano come sfondo delle stragi. Anni caratterizzati dai movimenti dalle lotte dei lavoratori, delle donne, degli studenti, dei disoccupati. Movimenti che i fascisti eredi di quelli sconfitti dall’antifascismo hanno provato a colpire con le stragi e con la complicità e la copertura di organismi istituzionali. La storia della Strage di Brescia ce lo ricorda ormai da mezzo secolo.

A proposito della libertà di espressione

Contestare un* politic* che parla è sicuramente un atto contro la sua libertà di espressione ma è contemporaneamente spesso l’unico modo per protestare contro chi rappresenta concretamente la discriminazione esistente nella società tra coloro che detengono anche il potere legato alla diffusione delle proprie idee e coloro che non hanno voce per fare la stessa cosa.
Le due cose sono strettamente collegate, limitarsi a prendere in considerazione esclusivamente una parte è, ancora una volta, la dimostrazione che esiste una diseguaglianza tra chi può permettersi di esprimere il proprio pensiero e chi invece ha difficoltà a farlo.
Viviamo in una società nella quale la libertà di parola è tanto più ampia quanto più soldi hai, tanto più ampia quanto più sei in una posizione di potere.
Una società dove esiste una diseguaglianza anche per un diritto fondamentale come la libertà di espressione.
E le diseguaglianze vanno combattute.

Una risata non li seppellirà…

Con l’avvento del Governo attualmente in carica è continuata, nell’area dei movimenti ma non solo, una attitudine che si era già ampiamente diffusa a partire dall’epoca berlusconiana.

I quasi venti anni degli esecutivi guidati dal magnate ridens sono stati accompagnati da un incontenibile revival della satira politica e di costume dedicata quasi completamente ai continui exploit del Cavaliere, fonte inesauribile di spunti umoristici soprattutto per autori a corto di idee. Una intera generazione di comici e comiche hanno fatto la loro fortuna rincorrendo, sottolineando e giocando con le innumerevoli stupidaggini dette, coi comportamenti poco consoni, con le continue stravaganze diffuse e amplificate da tutti i mezzi di comunicazione di massa. Il pubblico, come quasi sempre accade con la satira a sfondo politico, ha riso della stupidità di chi era al potere sentendosi, spesso, parte di una minoranza numerosa ma più intelligente (e ci voleva davvero poco) e intanto i governi berlusconiani, tra una risata di scherno e l’altra, hanno portato avanti la loro agenda politica per quasi due decenni.

Oggi, dopo la parentesi dei governi multicolorati, abbiamo al comando un esecutivo schiettamente di destra e sembra sia ripartita la voglia di fare satira, cosa che è alquanto facile in quanto gli esponenti della maggioranza, a tutti i livelli, si prestano meravigliosamente a essere presi in giro. Vuoi per le loro notevoli lacune culturali, vuoi per i loro comportamenti, vuoi per le loro quotidiane esternazioni spesso ai limiti della decenza. Tutti i social e quindi di riflesso tutti i mass media sono pieni di dichiarazioni o situazioni ridicole e i commentatori, a tutti i livelli, hanno di che sbizzarrirsi a chiosare le affermazioni di tizio o di caia a propostito di tutto, le loro smentite e i loro pentimenti quando si rendono conto di averla fatta molto distante dal vaso. Del resto proprio per come sono fatti i social e la comunicazione digitale commentare un qualsiasi avvenimento di attualità, magari con un “meme” e/o condividerlo è diventato alla portata di tutti e nessuno (compreso chi scrive) di quelli e quelle che usano frequentemente certi servizi riesce mai del tutto a sottrarsi alla facile battuta, al gioco di parole, alla sferzante arguzia sarcastica.

In altri tempi la satira politica era appannaggio di poche pubblicazioni che hanno avuto sempre una vita grama in quanto facile bersaglio della censura dei potenti e spesso hanno circolato persino giornali che facevano una satira politica favorevole ai governi e il cui principale scopo era quello di attaccare i partiti dell’opposizione e i loro esponenti di spicco.

In tempi storici più recenti i movimenti hanno iniziato a utilizzare maggiormente l’armamentario della satira, principalmente attraverso la produzione di vignette e a partire dal 1977, tutta la saga degli “indiani metropolitani” e degli slogan stravolti sono abbastanza conosciute, come anche noto è il fenomeno costituito da un giornale come “Il Male”, che ebbe una vetta di popolarità mai più raggiunta negli anni successivi, nonostante gli innumerevoli tentativi.

In quei tempi, in mancanza dei “social-cosi”, quegli strumenti di comunicazione costituivano una boccata d’aria fresca in contrasto con gli intossicanti discorsi a base di “austerità” e “sacrifici” che la sinistra riformista e i sindacati chiedevano alla parte più povera della popolazione. In quegli anni una parte dei bersagli della satira erano anche gli esponenti e i partiti schierati a sinistra e persino, anche se in minima parte, persino gli stessi esponenti dei Movimenti. Quella attitudine “giocosa” entrò, anche se per un breve periodo, a far parte integrante degli strumenti di comunicazione di un movimento diffuso sui luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle piazze. Un movimento i cui resti oggi sarebbero difficili da individuare anche da parte degli archeologi più ottimisti.

Ma come è sempre accaduto la satira politica è riuscita appena a graffiare il potere costituito e anche l’enorme produzione comica dei professionisti nell’epoca dell’edonismo berlusconiano non ha avuto una grande efficacia nel contesto culturale e di costume. Oggi che la satira sembra essere diventata almeno su Internet una sorta di sport di massa, probabilmente non avrà effetti avvertibili sulla compagine governativa e sulle sue politiche. E questo a prescindere dalla quantità di materiali diffusi e/o della qualità più o meno alta del prodotto.

Quel vecchio slogan “sarà una risata che vi seppellirà” aveva anche una sua variante “sarà un risotto che vi seppellirà” che la dice lunga sia su quanto tempo sia passato da quegli tempi sia sui livelli che erano stati raggiunti per cui si ironizzava persino su uno slogan ironico.

Resta sempre il dubbio che sia possibile opporsi concretamente a certe scelte politiche ed economiche limitandosi a prendere in giro sulla Rete le ultime performance di un tizio o di una caia, piuttosto che organizzando delle lotte che provino a contrastarle nel concreto della vita reale.

In altre parole oggi sotto al “risotto” rischiamo di finirci noi piuttosto che quegli altri.

Pepsy

Pubblicato su “Umanità Nova” n.xx del xx/yy/2024

Scùp

Negli ultimi giorno tutt* si sono occupati della proposta fatta dal Governo cucurbitacei di sottoporre gli aspiranti magistrati a un qualche tipo di test psicologico per verificare che siano adatti al loro lavoro. Molti hanno anche tirato in ballo lo storico MMPI (Minnesota Multiphasic Personality Inventory) come probabile candidato alla bisogna.

Le nostre fonti di informazione ci mettono in grado di pubblicare alcune delle domande alle quali saranno tenuti a rispondere le persone sottoposte al test.

Ricordiamo che per ognuna delle affermazioni bisogna scegliere tra “vero” o “falso”, i numeri degli item non corrispondono necessariamente alla versione finale del test.

22. Esiste una giustizia a orologeria.
31. La toga rosso scuro mi snellisce.
34. Da giovane ero innamorato di Perry Mason.
35. A volte penso che in aula sarebbe opportuno indossare una parrucca.
42. Non riesco a trattenermi dal sorridere quando leggo la scritta “la giustizia è uguale per tutti”.
49. Non so andare in bicicletta.
53. Mi piacciono le serie TV del genere “procedural”.
64. Le donne dovrebbero occuparsi solo di procedimenti giudiziari poco importanti.
71. Non ho mai ben capito il significato della canzone “Un giudice”.
112. Il Codice di Procedura Penale dovrebbe avere un numero minore di pagine.
299. Il mio film preferito è “The Life and Times of Judge Roy Bean“.

[segue?]

 

Pisa. Manganelli in primo piano

La piazza rubata

Pisa. Striscione alla testa del corteo del 2 marzo 2024.

Pisa. Striscione alla testa del corteo del 2 marzo 2024.

Otto giorni dopo le manganellate del 23 febbraio, un corteo di 6-7 mila persone ha percorso le strade di Pisa circondato dalle telecamere delle principali televisioni locali e italiane. Una manifestazione arrivata dopo una settimana nella quale si sono sprecate, nel vero senso del termine, un’enorme quantità di parole su quanto era accaduto pochi giorni prima in una stretta stradina nel centro. Era più che prevedibile che, soprattutto dopo l’intervento del Presidente della Repubblica, quell’episodio assumesse una importanza e un significato molto superiore alla sua reale consistenza.
Illustri costituzionalisti hanno spiegato che, stante le leggi vigenti, non c’è l’obbligo di chiedere l’autorizzazione per svolegere una manifestazione e quindi non ha senso etichettare un corteo come “manifestazione non autorizzata” (cosa che hanno continuato a fare in molti) mentre segretari di sindacati di polizia hanno espresso pareri non propriamente consonanti. Persino la neo eletta Presidentessa della Regione Sardegna ha citato fin dalle prime interviste quanto accaduto a Pisa, accodandosi alla lunga serie di esponenti politici – più o meno noti/importanti – che hanno ritenuto opportuno far conoscere a tutti la loro opinione. Impossibile elencare le trasmissioni televisive, su tutti i canali e di tutti i generi che hanno mostrato le immagini delle manganellate e commentato il fatto. Per non dire dei giornali di carta stampata (persino quelli specializzati nel “gossip”) e dei siti web.
Addirittura una associazione ha lamentato che i figli di alcuni agenti di polizia stavano subendo episodi di “bullismo” a Scuola da parte dei loro coetanei in quanto colpevoli di essere “figli di sbirri o di manganellatori”. Sembrava quasi un tentativo di pareggiare, in un certo senso, il conto rispetto ai genitori che si sono lamentati perché sono stati picchiati dei minori.
In altre parole la politica, quella che si pretende con la “p” maiuscola, si è appropriata dell’episodio di cronaca, cosa che accade spesso, più per motivi di interesse partitico che perché realmente preoccupata per la violenza delle manganellate piovute sulla testa degli studenti e delle studentesse.
Di conseguenza in qualche occasione è passato in secondo piano il fatto che gli adolescenti picchiati stessero protestando contro il massacro in atto da cinque mesi nella Striscia di Gaza.
Per questo la manifestazione di sabato 2 marzo a Pisa aveva due temi portanti: la protesta contro le cariche della polizia e la solidarietà ai palestinesi, come si poteva capire dalla varietà degli striscioni, delle bandiere sventolate e degli slogan. Il corteo è sostanzialmente riuscito anche se, dal nostro punto di vista, la risposta data a Pisa immediatamente dopo i fatti è stato un segnale molto più interessante e significativo. Perché, contrariamente a quello che la narrazione dei mezzi di comunicazione ufficiali ha provato a far credere nel corso della settimana le manganellate di Pisa non sono un fatto eccezionale ma costituiscono piuttosto la regola.
Come di solito accade, dopo qualche giorno di enorme esposizione mediatica, il fatto avendo esaurito la sua carica di interesse generale ritornerà confinato delle pagine della cronaca locale. I politici di professione non avranno più necessità di fare riferimento alla violenza della polizia e passeranno ad altro.
Questo lascerà fondamentalmente immutato il modo di operare delle forze dell’ordine che nel caso di Pisa sono state appena “bacchettate” dalle cosiddette opposizioni e “carezzate”, come da collaudato copione, dalle forze di destra.

Pisa. Striscione al corteo del 2 marzo 2024

Pisa. Striscione al corteo del 2 marzo 2024.

Qui sotto l’articolo, scritto a caldo la scorsa settimana e pubblicato sul n.8 di “Umanità Nova”

Alla fine si è scomodata persino la più alta carica dello Stato per commentare quello che è successo a Pisa venerdì 23 febbraio scorso. Protagonista un corteo di meno di un centinaio di studenti e studentesse delle scuole superiori intenzionati a esprimere la loro solidarietà alla causa palestinese. Dopo aver percorso poche centinaia di metri dal punto di partenza il gruppo è stato bloccato (in testa e in coda) da agenti di polizia in assetto antisommossa. Il tutto è avvenuto in una zona a traffico limitato, una di quelle percorse più da turisti che da residenti. Dopo un breve fronteggiamento è partita una prima carica, la polizia è avanzata di qualche metro e sono volate molte manganellate. Qualche persona è stata ferita e qualche altra si è ritrovata stesa al suolo e sovrastata da uno o più agenti in borghese. Il piccolo gruppo di adolescenti non si è disperso e a questo punto sono partite altre due piccole cariche, ancora condite con manganellate come se grandinasse.
Un episodio del genere poteva semplicemente essere destinato a riempire solo una pagina di cronaca cittadina ma bisogna considerare che quanto accaduto non aveva precedenti nella città di Pisa, nonostante le sue storiche tradizioni di lotte studentesche. Alcuni compagni in piazza da decenni ricordano che mai era stato attaccato un corteo composto esclusivamente da “studenti medi”, nemmeno negli anni ’70 quando i minorenni erano decisamente più minacciosi. E bisogna tener conto che in città si ricorda ancora la storia di Franco Serantini, il nostro compagno assassinato proprio a colpi di manganello da un gruppo di poliziotti.
Già pochi minuti dopo il fatto sono iniziati a circolare i filmati di quello che era accaduto, immagini nelle quali si vedeva senza ombra di fake che la violenza esercitata dagli agenti contro un gruppo di persone indifese era stata davvero fuori misura. La risposta non si è fatta attendere che poche ore.
Nel pomeriggio i luoghi di concentramento per protestare erano due: davanti alla Prefettura, dove si sono radunate almeno sei-settecento persone che hanno gridato più volte “vergogna” all’indirizzo dell’edifico sede dell’autorità. Una iniziativa alla quale hanno partecipato anche molti politici (di centro-sinistra) locali e dove spiccava persino il gonfalone di un comune limitrofo e la presenza di una delegazione della Cgil.
Contemporaneamente altri e altre hanno iniziato a concentrarsi davanti al palazzo comunale; in questo caso la partecipazione era prevalentemente giovanile e studentesca. La folla è cresciuta tanto da non poter essere più contenuta nella piazza e quindi è partito un corteo di quasi duemila persone che si è ulteriormente ingrossato durante il percorso e che si è fermato in Piazza dei Cavalieri, il luogo dove avevano intenzione di arrivare i ragazzi e le ragazze manganellati in mattinata.
Alla fine davanti al Palazzo della Carovana, c’erano più di tremila persone. È inutile segnalare che durante lo svolgimento di questi avvenimenti non si è visto un agente (in divisa) in strada, cosa abbastanza usuale quando il comportamento delle forze dell’ordine sorpassa il sopportabile.
In definitiva, per quasi tutto il pomeriggio, il centro della città è rimasto bloccato a causa a quello che avevano combinato al mattino un gruppo di agenti di polizia.
Intanto la notizia, insieme a quella delle manganellate distribuite a Firenze, era già arrivata ovunque. Per tutto il giorno si sono inseguite sui social cosi le dichiarazioni di tutte le autorità (non solo) locali, la maggior parte delle quali indignate – a diversi livello – per il comportamento dei manganellatori, persino il Sindaco leghista di Pisa ha dichiarato di essere “amareggiato” (sic!) per quanto accaduto. Immancabili gli interventi di una coppia di esponenti della tradizione umoristica pisana (onorevoli in palazzi romani ed europei) che hanno dimostrato ancora una volta di non essere in grado di separare la realtà concreta dalla loro miserrima fantasia. Nel fine settimana ci sono state in città ancora iniziative di protesta e altre sono state annunciate per i giorni successivi.
Questi, più o meno, i fatti ai quali aggiungiamo brevi considerazioni. Si può ritenere che le manganellate siano collegate direttamente alle numerose iniziative (più di mille dal 7 ottobre scorso) di solidarietà con la Palestina, ovvero che l’obiettivo sia stato quello di reprimere in modo violento proprio queste proteste. Mentre probabilmente si tratta solo dell’ennesimo segnale dello spirito dei tempi che viviamo e che ha visto, nell’ultimo anno, un continuo crescendo di piccoli episodi di intimidazione (le identificazioni) e di repressione violenta indirizzata contro coloro che dissentono dalla politica governativa, a prescindere dalle ragioni e dalle modalità con il quale viene espresso questo dissenso.
L’ampio riscontro mediatico, i fatti sono stati commentati da quasi tutti i leader politici italiani, avuto da un relativamente piccolo episodio è dovuto alle caratteristiche di funzionamento del sistema della comunicazione e agli interessi della politica. Ma, sicuramente, la forte e immediata risposta di migliaia di persone ha contribuito in modo determinante a portare all’attenzione generale un problema che hanno dovuto affrontare tutti i governi e particolarmente quello attuale, per il quale le questioni dell’ordine pubblico rappresentano un punto sensibile.

[Pubblicato su “Umanità Nova” n.08 del 03/03/2024]

Ridurre la libertà, aumentare la censura

Il Sindaco di New York City ha recentemente dichiarato che i famigerati “social” sono un “pericolo per la salute pubblica” paragonabile addirittura a un “veleno ambientale” e che “i giovani devono essere protetti” da questa minaccia. La notizia è una di quelle che possono potenzialmente innescare (anche in Italia) infiniti dibattiti, polemiche, prese di posizione e via dicendo. L’origine dell’allarme lanciato è stata la pubblicazione di un documento presentato alla “Commissione per la Salute e l’igiene mentale” della città americana nel quale, partendo dalla constatazione che la salute mentale dei giovani abitanti di quella metropoli è andata peggiorando nel corso degli ultimi dieci anni, si addita come responsabile di questa preoccupante tendenza il massiccio uso dei “social” fatto dagli studenti delle scuole superiori.
Come accade spesso, la lettura diretta della fonte rimette le cose in una corretta prospettiva separandole dall’annuncio mediatico fatto da un politico probabilmente in cerca di facili consensi.

avviso contro l'uso dei social mediaIl documento in questione (liberamente scaricabile) presenta alcuni dati: tra il 2011 e il 2021 le idee suicide dei giovani sarebbero aumentate di più del 34% e la mancanza di speranza nel futuro di più del 42%, tanto che nel 2021 il 38% degli adolescenti avrebbero smesso di svolgere le loro abituali attività. La situazione sarebbe anche più grave per gli afro-americani e i latini, per le donne e per chi si riconosce nella comunità LGBTQ+. Contemporaneamente, nel 2021, il 77% degli studenti delle scuole superiori avrebbe passato 3 o più ore al giorno davanti a uno schermo e questo in aggiunta alle ore dedicate allo studio.
In precedenza anche altre istituzioni, come l’American Academy of Pediatrics e l’American Psychological Association avevano lanciato degli allarmi che andavano nella medesima direzione.

In realtà nel documento c’è però anche chiaramente scritto che “l’attuale insieme di prove indica che, sebbene i social media possano avere benefici per alcuni bambini e adolescenti, vi sono molti indicatori che i social media possono anche comportare un profondo rischio di causare un danno alla salute mentale e al benessere di bambini e adolescenti. Al momento non disponiamo ancora di prove sufficienti per determinare se i social media siano sufficientemente sicuri per bambini e adolescenti.” Affermazione che ridimensiona, e non certo di poco, l’allarmismo che è stato diffuso da chi si è concentrato (per varie motivazioni) esclusivamente sulle dichiarazioni a effetto del Sindaco.

Non è certo la prima volta che la politica sostiene di preoccuparsi per la salute mentale delle giovani generazioni e, proprio negli USA, c’è stato in passato almeno un caso che – per la sua ampiezza – ha fatto scuola e che coinvolgeva anch’esso mezzi di comunicazione di massa e salute mentale di bambini e ragazzi. Vale la pena di ricordarlo anche solo brevemente.
Esattamente 70 anni fa venne pubblicato “Seduction of the Innocent”, un libro scritto da uno psichiatra che riteneva i fumetti la causa della delinquenza giovanile e di quelli che venivano chiamati “disordini mentali”. Il libro, seguito da un enorme dibattito, allarmò talmente l’opinione pubblica da costringere l’industria del fumetto (preoccupata per i suoi profitti) a creare una “Comics Code Authority” che funzionò come un organo di autocensura di editori, autori e disegnatori: la maggior parte degli editori di fumetti prodotti negli Stati Uniti presentavano volontariamente, prima di andare in stampa, i loro prodotti a quella “Autorità” per l’approvazione. A partire dal 1954 sulle copertine dei giornali a fumetti iniziò a comparire un riquadro a forma di francobollo che segnalava tale “approvazione” a garanzia del fatto che quel fumetto poteva essere letto, senza pericolo, da bambini e ragazzi. Questa sorta di “imprimatur” ha resistito fino all’inizio del 2000 ma poi nel corso degli anni seguenti si è sostanzialmente estinto. Forse è meno noto che un sistema simile fu, per un breve periodo, applicato anche in Italia dove sulle copertine di alcuni fumetti comparve una sorta di “scudetto” all’interno del quale compariva la sigla “GM” che stava per “garanzia morale” (sic!). Questo perché anche nella penisola era arrivata una lontanissima eco del clamore prodotto dall’altra parte del mondo; il bollino nostrano durò davvero poco, comparso nel 1962 sparì, non certo per un caso, nel 1967 tra l’indifferenza generale.

Ritornando alla notizia di partenza ci sono alcune cose da sottolineare limitandosi a osservazioni dettate dal buonsenso più che da ricerche scientifiche o statistiche.
La comunicazione tramite computer è quasi sempre un’esperienza di tipo individuale, nel senso che ogni persona si relaziona a quel tipo di strumenti e alle persone con le quali interagisce basandosi sulle proprie conoscenze e sulle esperienze personali precedenti. Per cui chi ha alle spalle esperienze traumatiche o negative potrebbe (ma non è una certezza) peggiorare la sua condizione quando usa la comunicazione elettronica. E questo vale per le persone di qualsiasi età e non solo per i minorenni.

Per esempio un rischio maggiore, quando si abusa della comunicazione tramite computer, lo potrebbero correre persone che non hanno ancora, per ragioni di età o per altre cause, avuto un significativo numero di esperienze di relazioni dirette con altri esseri umani. Questo perché le relazioni interpersonali che si producono attraverso la comunicazione elettronica sono, sempre e in ogni caso, completamente diverse da quelle che avvengono nella vita reale. I problemi potrebbero sorgere soprattutto quando le relazioni virtuali si sostituiscono a quelle reali. La comunicazione mediata da computer potrebbe risultare quindi utile in alcuni casi e dannosa in altri, ma le variabili in campo sono molto numerose e questo non permette di essere scientificamente sicuri dell’esistenza di automatismi che comportino danni o benefici a livello individuale.

Infine non va mai dimenticato che, quando si tratta di trovare una scusa per mettere in atto delle politiche di controllo e repressione, vengono sempre utilizzate in modo strumentale delle argomentazioni sulle quali la sensibilità sociale è molto alta. Così come, da quando esiste Internet, viene continuamente tirato in ballo l’argomento pedofili e pedofilia quando ci sono di mezzo minorenni; una argomentazione di tipo allarmistico che ha l’enorme vantaggio di mettere d’accordo tutti e che spesso porta alla messa in atto di politiche di controllo e repressione generalizzate.

L’ultimo esempio concreto lo abbiamo avuto in Italia alla fine del 2023, quando è stato reso obbligatorio installare dei filtri censori sui cellulari che hanno schede telefoniche intestate a minorenni, un intervento di dubbia efficacia che ha però lasciato ancora fuori una parte dei “social”. In questo contesto dichiarazioni come quella del Sindaco di NYC potrebbero facilmente essere usate come un comodo pretesto per stringere ancora di più le maglie del controllo e allargare l’area della censura.

FROM THE RIVER TO THE SEA ALL PEOPLE MUST BE FREE

Quasi subito dopo l’inizio del macello e ben sapendo che poi la quantità di parole si sarebbe sprecata ho provato a dire la mia sottoponendomi a un limite esterno, per cui ho pubblicato su https://mastodon.bida.im un post di 840 caratteri che è il massimo consentito dal software:

“Sarò bre
Su israele-palestina si può scrivere molto. Chi ha colpa del conflitto? L’UK che ha gestito quelle terre per un tempo sufficiente – avendo la volontà – per tentare di prevenire il seguito. Poi, in solido, la comunità internazionale e le sue posizioni contraddittorie, volte a difendere i propri interessi. Colpevoli al 50%-50% le élite locali che, dall’inizio, non hanno riconosciuto all’altra il diritto all’esistenza. Colpevoli le favole religiose. Inutile stare col bilancino ad attribuire il giusto peso ai colpevoli o alle vittime che si sono trovate in mezzo alle guerre dal 1948 a oggi, ai trattati inutili, alle risoluzioni di carta straccia dell’ONU. Unica soluzione è che le due parti si accordino su come dividere il territorio e convivere in pace. Le altre soluzioni saranno solo l’intervallo tra un massacro e l’altro.”

Ben cosciente che un testo così breve sarebbe stato pieno di omissioni e semplificazioni e quindi anche a rischio di incomprensioni ho poi pubblicato sul settimanale anarchico “Umanità Nova” un testo più lungo che però partiva ancora da quel “toot”.

Il testo è questo:

Un passato senza fine

A quasi tre mesi da quando tutto è iniziato e dopo aver riletto quei due testi oltre a solo una piccolissima parte (nessun essere umano avrebbe potuto leggere tutto) di tutto quello che è stato scritto sull’argomento mi sono convinto che forse sarebbe stato meglio precisare qualcosa che, probabilmente, non era immediatamente evidente in quello già scritto. In particolare qualcun* avrebbe potuto associarmi a chi sostiene una posizione equidistante tra le due principali parti in causa, una per intenderci del tipo “né-né”.

Ritornando con la memoria ad altri anni e altre storie mi sono ricordato del dibattito sollevato da coloro che si schierarono “né con lo Stato, né con le BR” ma soprattutto dello scarso interesse, almeno a livello dei mezzi di comunicazione ufficiali, verso coloro che invece si dichiararono “contro lo Stato e contro le BR”, una posizione che raccoglieva un’area politica numericamente piccola ma comunque esistente. Contrariamente a quello che si può pensare le due posizioni non sono affatto simili, ieri come oggi.

CONTRO HAMAS – CONTRO LO STATO ISRAELIANO – PALESTINA LIBERA

Perché contro HAMAS
Il “Movimento di resistenza islamico” conosciuto come “Hamas” è una organizzazione politico-militare fondata nel 1987 il cui obiettivo è la creazione di uno Stato islamico, cioè una società fondata su credenze religiose che vogliono le persone sottomesse alle regole di una entità sovrannaturale e allo sfruttamento di un sistema capitalista reale. Approfittando della disperazione presente da decenni tra la popolazione palestinese ha trasformato uomini, donne e bambini in marionette da mandare al martirio e da bersagli da sacrificare quando sia necessario.

Perché contro lo Stato Israeliano
Lo Stato Israeliano ha portato avanti, a partire dalla sua fondazione, una politica tesa ad aumentare, in tutti i modi, l’estensione del suo territorio. Parallelamente ha costruito nel corso degli anni una struttura sociale basata sulla discriminazione e sulla segregazione ai danni dei più deboli e indifesi, sfruttando il loro lavoro e reprimendo duramente qualsiasi protesta. Grazie agli aiuti interessati delle grandi potenze ha potuto assumere a livello internazionale un ruolo centrale in quell’area ritenuta strategicamente importante.

In mezzo, la popolazione
Come avvenuto già più volte, la popolazione palestinese si è trovata presa in mezzo all’ennesimo scontro tra gli interessi di due entità che hanno molte cose in comune, tra le quali l’assoluta mancanza di rispetto per la vita umana. Come dimostrano senza ombra di dubbio l’azione di Hamas del 7 ottobre e la fin troppo prevedibile risposta dello Stato Israeliano.
La popolazione palestinese continua a essere oggi facile vittima e quella israeliana, per la maggior parte, silenziosa complice del massacro in corso, che continua quelli che lo hanno preceduto e quelli che rischiano di seguirlo negli anni a venire.

Noi, a distanza
Il massimo che si può fare a distanza è chiedere con forza la fine dell’inutile massacro in atto, di uno spreco di vite umane (come in tutte le guerre) nel quale gli unici a perdere saranno sempre gli stessi: i più deboli, i più poveri, i più sfruttati, quelli collocati agli ultimi gradini nella scala sociale.
Possiamo solo sperare in una prossima generazione, di israeliani e palestinesi, che decida di farla davvero finita con una sottomissione che ha portato solo morte e distruzione, una generazione che trovi la forza per liberarsi, una volta per tutte, dal peso dell’eredità di una vendetta infinita. Possiamo solo sperare che la resistenza e la forza sprecate fino a oggi perseguendo politiche che non hanno portato alcun beneficio collettivo vengano indirizzate verso una lotta per la costruzione di una società finalmente libera, per tutti e tutte.

FROM THE RIVER TO THE SEA ALL PEOPLE MUST BE FREE