Internet. Minori, censura e famiglia

L’Autorità per la Garanzia nelle Comunicazioni (AGCOM) è “un’autorità amministrativa indipendente italiana di regolazione e garanzia, con sede principale a Napoli e sede secondaria operativa a Roma. Istituita con la legge Maccanico (1997), alla quale è affidato il duplice compito di assicurare la corretta concorrenza degli operatori sul mercato e di tutelare il pluralismo e le libertà fondamentali dei cittadini nel settore delle telecomunicazioni, dell’editoria, dei mezzi di comunicazione di massa e delle poste…” (vedi la relativa voce su Wikipedia).
Tra i suoi maggiori successi si ricordano: il tentativo fallito di costringere Mediaset a spostare “Rete 4” sul satellite; l’emanazione di un Regolamento sul “diritto d’autore” immediatamente fatto oggetto di un ricorso alla Corte Costituzionale; il fallimentare controllo che, in periodo elettorale, tutti i contendenti abbiano un accesso paritario agli organi di informazione.
A parziale discolpa dell’AGCOM va considerato che il suo campo di attività spesso si sovrappone a quello di altri organismi, alle pasticciate normative italiane e al fatto che il settore delle telecomunicazioni è uno di quelli in continua trasformazione.

Con premesse di questo genere è lecito preoccuparsi quando si legge la Delibera approvata nel gennaio di quest’anno: “Adozione delle linee guida finalizzate all’attuazione dell’articolo 7-bis del Decreto-Legge 30 aprile 2020, n. 28 in materia di “Sistemi di protezione dei minori dai rischi del cyberspazio”” (Delibera n.9/23/Cons). Provvedimento che andrà in vigore dal prossimo 21 novembre e che riguarda soprattutto i telefonini che hanno una SIM intestata a un minore, sui quali dovrebbe essere attivato obbligatoriamente un sistema di controllo disattivabile solo dietro richiesta dei genitori.
Per prima cosa ricordiamo che le “linee guida” sono una sorta di galateo rinforzato, nel senso che forniscono, allo stesso tempo, sia indicazioni dettagliate che di carattere più generale e che prevedono sanzioni per chiunque le violi. Proviamo a riassumere i principali contenuti del documento facendo finta di non aver letto la parola “cyberspazio” inserita nel titolo.

La Delibera descrive come i fornitori di servizi Internet (ISP) debbano prevedere un sistema di controllo al fine di proteggere i minori dal contatto con contenuti ritenuti non adatti alla loro età, tale sistema dovrebbe essere gratuito, pre-attivato e gestito dai genitori. La prima cosa preoccupante è leggere la lista dalla quale pescare i contenuti che possono essere oggetto del controllo, si tratta di un elenco di 23 voci che, in pratica, contiene tutta Internet: dalla posta elettronica ai social network, dal gioco d’azzardo alla pornografia. Accanto a queste si trovano voci che definire “ridicole” è un complimento: Contenuti ritenuti inquietanti (sic!), Pubblicità, Contenuti su nudità non pornografica, lingerie, ecc…

Gli operatori del settore hanno ridotto (bontà loro) il campo del controllo parentale a soli otto elementi: Contenuti per adulti, Gioco d’azzardo/scommesse, Armi, Violenza, Odio e discriminazione, Promozione di pratiche che possono danneggiare la salute alla luce di consolidate conoscenze mediche, Anonymizer, Sette. Ognuno di questi contenuti meriterebbe un approfondimento a parte, ma in questa sede ci limiteremo solo ad alcune considerazioni di carattere più generale.

Da quando esiste Internet si è provato in vari modi a catalogare i contenuti a disposizione degli utenti; prima che inventassero i motori di ricerca esistevano una infinità di siti che pubblicavano lunghi elenchi di collegamenti (link) ad altri siti inseriti in un qualche tipo di classificazione, più o meno dettagliata, per aiutare i primi esploratori della Rete a scoprire risorse di loro interesse. Con l’avvento dei motori di ricerca questo genere di liste, che aveva comunque molte pecche, è praticamente sparito anche se sono ancora moltissimi i siti che contengono elenchi a tema, ad esempio un sito anarchico che pubblica una lista con i link ad altri siti anarchici.

L’elenco delle “categorie” sulle quali si dovrebbe esercitare il controllo parentale presenta tutti gli svantaggi che avevano le lunghe liste della Internet degli inizi e il numero dei siti tra i quali ricercare quelli pericolosi non è certo gestibile da uno o più genitori. Per questo il provvedimento solleva i genitori da questa missione impossibile delegando agli ISP il compito di decidere cosa i minori possono o non possono vedere. A loro volta i provider dovranno però necessariamente affidarsi al lavoro di terzi che dovrebbero catalogare il contenuto di tutti i siti esistenti in Rete al posto loro. Per cui il cosiddetto “controllo parentale” è in realtà una doppia delega in bianco che firmano i genitori a società più o meno sconosciute e più o meno capaci.
Di passaggio ricordiamo che, da molto tempo, le richieste di chi accede alla Rete tramite un ISP italiano sono sottoposte a un “filtro di Stato” che impedisce (più o meno) di accedere a una lunga lista di indirizzi web compilati su scelte trasparenti come una giornata di nebbia.

Prendiamo come esempio due delle categorie indicate come “dannose”.
La categoria “Anonymizer”, un termine in lingua inglese usato in modo poco appropriato, viene così descritta: “Siti che forniscono strumenti e modalità per rendere l’attività online irrintracciabile.” In altri termini i minori non dovrebbero accedere a siti che permettono di rendere anonima (per quanto possibile) la propria attività in Rete. Per cui un* minore che volesse denunciare una violenza, una minaccia, una prevaricazione senza correre il rischio di una ritorsione non potrebbe più farlo senza doversi esporre in prima persona, con tutti i rischi che questo comporta in determinati contesti. Decisamente un passo avanti nella protezione dei minori.
Passiamo a qualcosa di più ameno, vale a dire la descrizione della categoria “Sette”: “Siti che promuovono o che offrono metodi, mezzi di istruzione o altre risorse per influire su eventi reali attraverso l’uso di incantesimi, maledizioni, poteri magici o essere soprannaturali.” Confessiamo che ignoravamo che fosse possibile influire su eventi reali tramite pratiche esoteriche o con l’aiuto di esseri “soprannaturali”. Ci dispiace davvero per i minori che dovranno fare a meno, oltre che ai siti di genere “Fantasy” (pieni di magia) anche dei siti dedicati ai super-eroi che, notoriamente, hanno (al pari delle divinità religiose) poteri “soprannaturali”.

Questi sono solo due esempi di come sia molto difficile e complicato, a volte quasi impossibile, applicare le “linee guida” previste dal provvedimento, senza dimenticare che il termine “minore” comprende sia un* bambin* di 6 anni che un* adolescente di 17.

Il documento contiene anche una lunga serie di indicazioni tecniche (non sempre chiare) che mostrano, oltre alla difficoltà di mettere in atto controlli che non sfocino in una censura generalizzata, la distanza che passa tra i desideri propagandistici dei politici e le possibili soluzioni tecniche a disposizione di chi dovrebbe applicare concretamente la “protezione dei minori dai pericoli del web”. Un tema che da anni è un cavallo di battaglia demagogico che mette insieme appassionatamente destra e sinistra.
Inutile dire che sistemi a pagamento, simili a quelli previsti dalla Delibera, per controllare l’attività dei minori su Internet esistono, in tutto il mondo, da più di 20 anni, anche prima che venissero fuori inutili e sconclusionati provvedimenti. Quello che non sappiamo è quanto siano realmente utilizzati e se funzionino. Siamo invece abbastanza sicuri che molti dei genitori ansiosi di monitorare l’attività on-line dei propri figli* dovranno ricorrere a qualche aiutino almeno due volte: la prima per imparare a far funzionare i controlli e la seconda per capire come hanno fatto a superarli.

[Pubblicato su “Umanità Nova”, anno 103, numero 34 ­ del 19/11/23]

Un passato senza fine

La storia è piena di eventi, anche piccoli, che a volte si trasformano in una notizia molto più importante. Non è questo il caso di quanto accaduto il 27 ottobre scorso, quando alcune centinaia di manifestanti hanno invaso pacificamente la Grand Central Station di New York dove è stata bloccata la circolazione dei treni fino a quando la polizia ne ha portati via in manette a centinaia. Eppure il fatto aveva tutti gli elementi per diventare notizia in quanto i partecipanti al pacifico sit-in mostravano cartelli e striscioni contenenti scritte alquanto significative: “I palestinesi devono essere liberi”, “Piangere i morti e combattere come dannati per i vivi”, “Cessate il fuoco”. E, a beneficio di quelli molto distratti, i manifestanti indossavano anche magliette sulle quali era scritto: “non nel nostro nome” e “cessate il fuoco adesso”. Come se non bastasse il luogo dove si è svolto il sit-in è noto in tutto il mondo anche grazie al cinema e, per ultimo ma non ultimo, la maggior parte dei manifestanti erano ebrei. Come se tutto questo non bastasse la manifestazione era stata preceduta, il 18 ottobre, da una identica (partecipanti e slogan) che aveva occupato “US Capitol”, un altro noto edificio sempre nella stessa città. Anche in questa occasione erano stati fatti centinaia di arresti.

Eppure il 28 ottobre è stato difficile trovare la notizia sui mezzi di comunicazione italiani, nessun quotidiano di carta l’aveva in prima pagina e mancava (almeno nella mattinata) sulle Home Page dei siti web dei più noti organi di informazione. Nonostante tutti avessero in rilievo notizie e servizi su quanto stava accadendo a Gaza dove, proprio la notte prima, l’esercito israeliano aveva cominciato le operazioni di terra.

Una ragione di questa anomalia è sicuramente dovuta al fatto che i protagonisti delle proteste a New York sono degli ebrei, una cosa che contrasta con la narrazione corrente in quanto l’argomento “israele-palestina” è di quelli che producono immediatamente e automaticamente degli schieramenti, dietro i quali spesso si raccolgono persone la cui conoscenza del problema non va oltre le notizie diffuse (o non diffuse) dai mezzi di comunicazione ufficiali o, peggio, dalla “bolla digitale” nella quale sono rinchiuse o dalla disinformazione largamente presente su Internet. In altri casi le divisioni sono causate da prese di posizione puramente e astrattamente ideologiche che sono il risultato di vetuste interpretazioni socio-economico-politiche e molto spesso dalla perniciosa idea che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Eppure, forse mai come in questo caso e in questo momento storico, è a disposizione una enorme quantità di documentazione liberamente accessibile a chi voglia conoscere i fatti e sviluppare un proprio autonomo punto di vista partendo da una posizione che sia, per quanto umanamente possibile, priva di pregiudizi.

fuck your national identityUn ostacolo non secondario è che sull’argomento in questione si può scrivere molto, si può esagerare facendo risalire le radici del conflitto a fatti storici o leggendari vecchi anche duemila anni oppure (più ragionevolmente) fissando un qualsiasi più o meno arbitrario punto di partenza di una lunga vicenda che è ritornata, per l’ennesima volta, violentemente all’attenzione di tutto il mondo. Altro problema, per chi non è giovanissimo, è l’impressione di trovarsi davanti a una storia infinita soprattutto perché quello che è accaduto a partire dal 7 ottobre non è certo qualcosa di inaspettato, imprevedibile o che ha cause naturali come un terremoto ma esattamente il contrario.

Le cause infatti sono da sempre sotto gli occhi di tutti quelli che hanno un minimo di onestà intellettuale e i colpevoli sono, ognuno per la sua parte e tutti in solido, più che conosciuti sia a livello globale che locale. Colpevole è l’intera “comunità internazionale” che attraverso decenni di politica interessata ma ambigua e contraddittoria ha sempre considerato quella regione semplicemente come un’area nella quale manovrare secondo i propri interessi del momento o i progetti futuri, un territorio nel quale giocare il Risiko del colonialismo prima, farlo diventare un campo di battaglia durante la “guerra fredda” e infine uno dei tanti palcoscenici della cosiddetta “geopolitica”. A testimoniarlo ci sono le innumerevoli risoluzioni di carta straccia dell’ONU, gli accordi, i negoziati inutili che si sono susseguiti nel corso degli anni e le soluzioni che sono nate già morte. Per non dimenticare poi le immancabili dichiarazioni delle massime autorità civili e religiose di tutto il mondo e le mobilitazioni e gli appelli per la pace. In molte occasioni palestinesi ed ebrei sono diventati, loro malgrado, dei burattini manovrati da interessi economici e politici che vanno ben oltre un’area grande quanto un paio di regioni italiane.

Complici sono state sicuramente le élite arabe ed ebree che non hanno mai avuto il coraggio e la lungimiranza necessarie a riconoscere la convenienza del riconoscimento del reciproco diritto all’esistenza, una ennesima dimostrazione dei danni enormi che produce il nazionalismo (comunque lo si voglia chiamare) e il sanguinoso prezzo che di conseguenza sono costretti a pagare i più deboli. Se poi, alla peste del nazionalismo ci si aggiunge quella religiosa il miscuglio diventa ancora più esplosivo e la Palestina è un luogo nel quale le favole della religione, soprattutto quelle monoteistiche, hanno le radici in un humus particolarmente nutriente.
In una sorta di “coazione a ripetere” collettiva i “tifosi” delle due parti in campo hanno perso il loro tempo ad accumulare una quantità quasi infinita di esempi da portare, di offese da riparare, di morti da vendicare e, più passa il tempo, più questa lista si allunga come la scia di sangue che non tiene conto dei confini, degli Stati, dei muri, delle terre occupate e contese. Gli ultrà delle due “tifoserie” sono sempre pronti a mostrare la macabra contabilità del crescente numero di assassini e vittime, di colpevoli e innocenti, di verità e menzogna in un confronto che non ha alcun senso e che continua ad andare avanti senza sosta.

Non esistono soluzioni miracolose da proporre, la rivoluzione anarchica purtroppo non è un orizzonte vicino in quanto solo la sconfitta definitiva delle ideologie di morte (Stato, Capitalismo, Religione) potrebbe porre la parola fine a questo annoso conflitto e non solo a questo. L’unica soluzione realistica nel mondo attuale, a parte l’annientamento completo di una delle due parti che comunque sarebbe solo un precedente per la continuazione della carneficina, è che i contendenti trovino un accordo di compromesso su come dividersi il territorio e come convivere pacificamente. Qualsiasi altra pasticciata soluzione sarà solo un intervallo, più o meno lungo, tra un massacro e il prossimo.

Ma per arrivare a un accordo onesto la principale condizione è che israeliani e palestinesi rinuncino definitivamente all’eredità di un passato senza fine e al suo pesante fardello di sangue, se questo legame non verrà definitivamente spezzato il futuro non potrà che continuare a riprodurre il presente.

[Pubblicato su “Umanità Nova”, anno 103, numero 32 ­ del 5/11/23]

Domanda scema

Il lavoro che vi hanno affidato riguarda la classificazione/catalogazione dei siti web.

Il vostro compito è compilare delle liste (elenchi) di siti web che rientrano in una stessa categoria, oggetto, argomento, o come volete chiamarlo.

Per una delle categorie viene fornita questa descrizione:

“Siti che promuovono o che offrono metodi, mezzi di istruzione o altre risorse per influire su eventi reali attraverso l’uso di incantesimi, maledizioni, poteri magici o essere* soprannaturali.”

[*] l’errore non è stato fatto da chi scrive.

Quali siti web inserireste nella categoria descritta sopra?

  1. siti web dedicati alla fantascienza
  2. siti web dedicati alla fantasy
  3. siti web dedicati ai super-eroi
  4. siti web dedicati alla religione
  5. siti web dedicati alla magia

Qualsiasi risposta darete, sarà sicuramente quella sbagliata 😉

Lo spettacolo della guerra

Una delle tante bugie che continuano a raccontare in molti è che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale non ci sono stati più conflitti a livello globale ma solo guerre locali, in aree geografiche più o meno circoscritte e che hanno coinvolto pochi paesi. La bugia è tanto più grande perché ci vuole poco, per chi abbia voglia di approfondire l’argomento, per scoprire che una qualsiasi guerra non coinvolge esclusivamente i diretti contendenti. Un paese impegnato in un confronto armato necessita di una quantità di aiuti, di ogni genere, che non potrebbero mai provenire tutti e solo dalle sue risorse interne. Sostegni finanziari, militari, logistici, industriali, tecnologici, sanitari e quanto altro serve a portare avanti un qualsiasi conflitto arrivano quindi – in piccola o grande parte – da altri paesi. Solo degli ipocriti possono sostenere che questi paesi non partecipano a una guerra solo perché non hanno dei morti da piangere o delle città da ricostruire. E questo coinvolgimento non è mai disinteressato, direttamente tramite transazioni finanziarie o indirettamente tramite i vantaggi che possono derivare da un conflitto. La guerra è il più grande degli affari in assoluto, un affare che produce ricchezza per i ricchi e povertà per tutti gli altri. I conflitti a livello globale quindi non sono mai terminati, anche se oggi i teatri di battaglia sono geograficamente più circoscritti ma, alla fine, i risultati sono comunque distruttivi e mortali.

La bugia che continuano a raccontare ha però un difetto, può essere usata con sicuro successo principalmente nei paesi i cui territori non sono direttamente coinvolti in una guerra. Qualche problema può sorgere in quelli che, pur non avendo una minaccia territoriale, inviano truppe sui campi di battaglia dove, come è noto, qualcuno ci resta per sempre. In questo secondo caso a sostenere chi racconta bugie ci pensano gli addetti alla propaganda capaci di inventare fantasiosi giri di parole per definire la stessa identica cosa: persone che si ammazzano tra di loro. Questi giochi di parole contribuiscono a rendere meno cruda la realtà dei fatti per la popolazione, cosa che riesce almeno fino a quando a morire non è qualcun* che si conosce direttamente o indirettamente.

Ma, soprattutto nelle democrazie dei paesi più potenti, ci sono anche altri sistemi ben collaudati nel corso degli anni per distrarre le persone da una guerra, anche la più sanguinosa. Basta farla diventare una sorta di “incontro sportivo” assistendo al quale si può liberamente parteggiare per una delle due parti in campo. Come in una partita di un qualunque sport di squadra si formeranno (quasi) naturalmente due “tifoserie” opposte che prontamente prenderanno le parti per una delle due compagini. E, come accade nelle competizioni sportive, ci sarà spazio sia per un tifo a carattere familiare sia per gli eccessi degli “ultras”, per i commenti degli esperti seri in giacca e cravatta e per le invettive dei meno educati al civile dibattito.

In questi ultimi anni si può verificare il funzionamento di questo sistema in tempo reale, quotidianamente sui cosiddetti “social” dove si scontrano, 24 ore su 24, i sostenitori delle fazioni contrapposte in una qualsiasi guerra. Il sistema mediatico tradizionale e la Rete forniscono senza sosta una quantità di materiale informativo e disinformativo di qualsiasi genere in grado di alimentare le ragioni di tutti. Ovunque ci sia un conflitto e qualsiasi siano le sue cause, quello che cambia sono solo le dimensioni del pubblico coinvolto: grandi numeri per le guerre che hanno un grande risalto mediatico, piccoli numeri per quelle snobbate dal mainstream. Esattamente come se fossimo davanti a due partite, la prima che raccoglie una maggiore audience in quanto in campo ci sono due super-squadre nelle quali giocano campioni milionari e la seconda con uno share più basso perché sul terreno di gioco ci sono due squadre di dilettanti. Le democrazie fanno in modo che ci sia spazio, naturalmente direttamente proporzionale, per entrambi. Non si tratta di paragonare quello che accade su un campo di battaglia con quello che avviene su un campo di gioco ma, solo di far notare quanto – a debita distanza – anche una strage può essere trasformata in uno spettacolo interrotto dai “consigli per gli acquisti” e dove l’orrore è comunque a disposizione solo di chi lo desidera.

Spesso, soprattutto quando si tratta di conflitti ritenuti (a torto o a ragione) molto importanti, scattano inevitabilmente meccanismi di pressione sociale diretti a costringere tutte le persone a schierarsi sull’uno o l’altro fronte. Chiunque decida di non farlo viene automaticamente arruolato tra le file del nemico di turno: è importante scegliere un campo, non si può restare neutrali. Negli stadi non ci sono settori riservati al pubblico dei non tifosi.

Fino a non moltissimi anni fa esistevano in tutto il mondo movimenti contro la guerra, si trattava di gruppi compositi formati da persone che avevano anche idee molto diverse: dal pacifisti non violenti ai black-bloc anarchici, dai seguaci di molte religioni agli atei, da persone appartenenti a classi sociali diverse. Questi movimenti riuscivano a portare in piazza, in tutti i paesi, centinaia di migliaia di persone allo scopo di esercitare una pressione politica sui governi per costringerli a politiche di pace. Nessuno di quei movimenti è mai riuscito a fermare una guerra ma non è questa la sola ragione per la quale oggi le strade e le piazze sono praticamente deserte nonostante le ragioni per riempirle sono davanti agli occhi di tutti.

Questa situazione è legata, almeno in parte, proprio a quanto descritto prima. Oggi è molto più difficile assumere una posizione “altra” davanti a un conflitto armato, la forza della propaganda, della disinformazione e la pressione sociale spingono molte persone a schierarsi da una parte o dall’altra. Anche perché è molto più semplice e sicuramente meno faticoso trovare all’interno del diluvio informativo una o più ragioni per fare una scelta di campo. Non stiamo sostenendo che non ci siano anche altre ragioni che hanno portato alla sparizione dei movimenti pacifisti ma solo che quest’ultimo aspetto ha assunto oggi una certa importanza.

Per questo è diventato sempre più complicato e difficile per chi da sempre ha sostenuto l’antimilitarismo propagandare posizioni e portare avanti iniziative di lotta che vanno in una direzione diversa da quella di chi si limita ad assistere, più o meno passivamente, allo spettacolo della guerra. Complicato e difficile, ma necessario.

El pañuelo de Blanca

Oziose perdite di tempo e domande futili

Recentemente la piattaforma digitale della TV di stato ha messo a disposizione una serie di film girati da Ken Loach, un regista che ha diretto belle pellicole. Ho quindi avuto modo di rivedere (per la terza o quarta volta) “Tierra y Libertad” (1995) un film che mi è piaciuto fin dalla prima volta che l’ho visto. La storia è ambientata in Spagna, tra il 1936 e il 1937 e la trama saccheggia felicemente “Omaggio alla Catalogna” (1938) di George Orwell, un bel libro nel quale l’autore racconta la sua esperienza personale in Spagna durante i primi mesi della Rivoluzione.

La vicenda narrata nel film ruota attorno alla storia di un disoccupato inglese, David Carr, iscritto al Partito Comunista che decide di andare in Spagna a combattere il fascismo e si arruola in una brigata internazionale del POUM (Partido Obrero de Unificacion Marxista) un partito comunista non stalinista. Il resto della trama si può leggere sulla wikipedia.

Fin dalla seconda volta che ho visto il film ho notato un particolare che è quello che mi ha fatto sorgere una domanda (futile) alla quale non ho mai saputo dare una risposta certa.

In Spagna, negli anni nei quali è ambientata la storia era costume per i/le militanti legarsi al collo un pañuelo (fazzoletto) colorato che segnalava la propria appartenenza politica. I colori dei pañuelos erano sostanzialmente due: il rosso e nero usato dagli anarchici e dai militanti della CNT (Confereracion Nacional del Trabajo) l’organizzazione anarco-sindacalista alla quale aderivano anche comunisti non stalinisti e altri. Il fazzoletto di colore rosso invece era indossato da chi militava nell’area comunista in generale; scritte o simboli sul pañuelo potevano indicare in modo più preciso il partito di appartenenza.

Questa spiegazione è necessaria perché il particolare che mi è saltato agli riguarda proprio un pañuelo. Ma non uno qualsiasi bensì quello indossato nel film da Blanca, che possiamo considerare uno dei personaggi centrali della storia.

Fotogramma dal film "Tierra y Libertad"

Fotogramma 1

All’inizio del film, come si può vedere nel fotogramma 1, Blanca indossa chiaramente un fazzoletto rosso e nero e lo indossa da molto tempo almeno a giudicare dal fatto che il colore rosso appare alquanto sbiadito (è quasi un rosa) come accade ai tessuti esposti per molto tempo agli agenti atmosferici e/o sottoposti a molti lavaggi. Anche se il personaggio fa parte di una milizia del POUM la cosa risulta abbastanza coerente perché, probabilmente, Blanca lo indossa in quanto iscritta alla CNT. Del resto gli altri personaggi che fanno parte del gruppo di combattenti portano al collo, in maggioranza, fazzoletti di colore rosso in quanto militanti del POUM ma ce ne sono anche alcuni che indossano un pañuelo rosso-nero. Lo stesso protagonista maschile porta un fazzoletto rosso.

Fotogramma dal film "Tierra y Libertad"

Fotogramma 2

 

Più avanti nel film però si può notare che Blanca invece porta un pañuelo rosso, come si può vedere nel fotogramma 2 che è poi quello che indosserà fino alla fine.

Ecco, la domanda oziosa e futile è questa: il cambiamento di colore del fazzoletto di Blanca ha un significato all’interno della storia? Indica un cambiamento di posizione politica del personaggio in seguito agli avvenimenti narrati nel film? Questo sarebbe un segnale di quanta attenzione ci sia stata nella cura dei dettagli, persino di un semplice fazzoletto. Oppure si tratta semplicemente di un particolare trascurato da chi ha curato i costumi?

 

Non so se qualcuno/a si è posto la stessa domanda, ma so che se potessi sarebbe questa una domanda che farei a Ken Loach.

G 20 e mass media

Il “G20” è uno dei numerosi incontri internazionali che infestano il pianeta e che di solito servono a tutto fuorché a risolvere i suoi problemi globali. Prima del vertice di quest’anno, che si è tenuto in India, si è svolta (il 6 settembre) anche una riunione indetta da giornalisti che lavorano in alcuni dei paesi che fanno parte del G20, un incontro chiamato “M20 Media Freedom Summit”.
Gli argomenti trattati in questo incontro sono stati molti e la maggior parte hanno sicuramente una importanza globale non solo per gli addetti ai lavori ma anche per il resto della popolazione.
Molto spazio hanno avuto gli interventi riguardanti le ormai famigerate fake news: alcuni si sono lamentati della minaccia che la loro diffusione nei social media portano al lavoro dei giornalisti. Un attacco che avrebbe come scopo addirittura quello di distruggere la professione di giornalista, trasformando l’informazione e la comunicazione in un dibattito rissoso da bar. Altri hanno segnalato l’ennesima iniziativa, in questo caso promossa dall’inglese BBC, che avrebbe l’obiettivo di combattere le fake news attraverso un dialogo tra i produttori di notizie e le grandi piattaforme tecnologiche. Tra gli strumenti previsti una sorta di “allarme” che avverta gli addetti ai lavori nel caso le notizie false diffuse diventino di tendenza.
Altri interventi, più interessanti, hanno stigmatizzato la tendenza di alcuni politici (che spesso ricoprono incarichi governativi) a prendere di mira determinati giornalisti perché i loro articoli sono critici verso il loro operato. Non li invitano alle conferenze stampa o alle loro manifestazioni e a volte incitano i loro sostenitori sui social media ad attaccarli. Qualcuno ha ricordato che i problemi sorti quando nel 2013 vennero pubblicate su alcune testate giornalistiche le rivelazioni di Edward Snowden furono superati solo grazie a una collaborazione a livello internazionale che riuscì a battere chi avrebbe preferito il silenzio su quella vicenda. Per chi non lo ricordasse Snowden rivelò molti dei sistemi di controllo delle informazioni e della popolazione usati, più o meno legalmente, dai governi di tutto il Mondo. Qualcuno ha anche ricordato che i costi che devono sostenere coloro che vogliono fare informazione indipendente su Internet spesso rendono impossibile la loro esistenza se non ricorrendo a sponsorizzazioni che poi spesso influenzano le informazioni.
Tra gli interventi più interessanti quello di un giornalista che ha ricordato come la rivoluzione digitale portasse con sé una nuova speranza per la democrazia, per la condivisione della conoscenza, per la comunicazione senza confini e per la partecipazione dei cittadini. Oggi invece anche nelle democrazie elettive viene represso il giornalismo indipendente e lo strapotere delle piattaforme digitali stia deludendo quella speranza. Come dimostrato dalla storia di Wikileaks il cui fondatore Julian Assange sta oggi pagando un prezzo troppo alto per il suo impegno.
La cosa più significativa che però, in alcuni casi, è stata passata in secondo piano o è stata taciuta del tutto è che questa riunione, organizzata prima dell’apertura del summit proprio per portare le tematiche della libertà di informazione all’attenzione del G20, si sia svolta on-line (nove fusi orari differenti) e non dal vivo. Questo è avvenuto “a causa delle politiche restrittive del governo indiano – con visti per conferenze e visti giornalistici soggetti a livelli proibitivi di controllo” (da https://thewire.in/media/g20-m20-media-freedom-summit)
Basterebbe anche solo quest’ultimo fatto a dirla lunga sulla situazione della comunicazione e dell’informazione nel XXI secolo.

All’arme a sorpresa ma non troppo

Oggi è arrivato il terzo “allarme di prova” diffuso, almeno nella Regione dove vivo, negli ultimi quattro mesi, qui qualche osservazione sul primo.

Nella immagine a destra quello arrivato stamattina verso le 12:00

schermata di un allarme di prova trasmesso ai cellulariL’intestazione farebbe supporre anche a Watson che la cosa si dovrebbe ripetere, il condizionale è d’obbligo per quello che riguarda certe iniziative della pubblica amministrazione, con cadenza mensile.

Più che pensare alla vecchia storia di “al lupo, al lupo!” che molti avranno imparato fin da piccoli mi ha fatto venire in mente un simpatico paradosso imparato da grande secondo il quale non è possibile annunciare un evento a sorpresa quando viene definito l’ambito temporale nel quale dovrebbe verificarsi.

Provo a spiegare questo paradosso a chi non lo conosce.

Sappiamo (vedi sopra l’avviso che il test avrà una cadenza mensile) che nel prossimo mese di ottobre ci sarà, in un giorno a caso, un allarme di prova. Sappiamo che deve essere un giorno a caso altrimenti se tutti sapessero in che giorno viene diffuso verrebbe meno la sua funzione. Sappiamo che ottobre è un mese che ha 31 giorni (30 giorni ha novembre…) e che quindi il test dovrà necessariamente avvenire, in un giorno a caso, dal primo al trentuno ottobre.

In realtà il test non potrebbe avvenire il 31/10 in quanto se il giorno prima (il 30/10) non viene diffusa l’allerta sarebbe evidente che questo avverrà il giorno dopo e quindi non sarebbe più un giorno a caso. D’altro canto l’allarme di prova non potrebbe essere diffuso nemmeno il 30/10 in quanto se arrivati al 29/10 non fosse ancora stato diffuso sarebbe ovvia la scelta del 30/10 come giorno del test in quanto il 31/10 è escluso per la ragione spiegata sopra.

Ma, a questo punto dobbiamo escludere anche il 29/10 dai giorni possibili in quanto se arrivati al 28/10 non fosse ancora stato diffuso l’allarme di prova sarebbe ovvia la scelta del 29/10 come giorno del test in quanto il 30/10 e il 31/10 sono da escludere per le ragioni già spiegate.

Vi risparmio le ragioni per le quali bisogna escludere anche il 28/10, il 27/10 e così via.

Noto, con interesse, la scelta del giorno (11 settembre) per la diffusione di questo allarme ma evito di chiedermi se sia una coincidenza o meno in quanto il giorno in cui hanno spiegato a scuola come fare a capire cosa passa per la testa delle persone io ero assente.

Aggiornamento: dopo un nuovo test alle 15:30 circa, ne sono seguiti alle 16:30 circa altri 3 (tre)  nel giro di qualche minuto ! Tutti identici a quello di stamattina e quindi è inutile pubblicare lo screen-shot. Riflettendoci forse era meglio raccontare la storia di “al lupo, al lupo!” piuttosto che il pretenzioso paradosso.

Che caldo che fà… zum-zum pà-pà

Chiamatelo trend topic se proprio non potete farne a meno o come preferite ma in questi giorni si parla e si scrive molto di caldo. Nell’interessante dibattito si dibatte (la scelta del verbo è voluta) tra coloro che ritengono le temperature di questi giorni superiori a quelle che di solito si registrano in estate e coloro che invece ritengono che esse rientrino all’interno di quelle caratteristiche dell’estate. Ma questa è solo la punta dell’iceberg (la scelta dell’esempio è voluta) in quanto il sottofondo, esplicitato o meno che sia, riguarda la questione dei cambiamenti climatici, altro argomento a lungo dibattutto. Per cui, quasi sempre, da una parte si schierano coloro che sono convinti che si vada verso una inevitabile catastrofe ecologica e dall’altre chi invece ritiene che tale previsione sia esagerata. Come risulta chiaro quindi la discussione sulle temperature trascende le chiacchiere da apericena o da social cosi.

Avendo un approccio alla vita strattamente legato al buon senso (che non è la stessa cosa del senso comune) volevo fare un semplice raffronto tra le temperature registrate in questi giorni e quelle registrate negli ultimi anni limitandomi a prendere in considerazione esclusivamente i dati relativi alla città dove vivo. Il mio buon senso mi dice che prendendo in considerazione le temperature relative a una città si può avere, almeno indicativamente, anche un’idea di cosa succede nelle vicinanze. Non essendo un esperto in campo meteorologico ho pensato di recuperare i dati necessari da una fonte autorevole (nella materia) quale dovrebbe essere il servizio meteo dell’Aeronautica Militare italiana. Qui ci andrebbe bene una digressione sul fatto che da piccolo le previsioni del tempo me le leggeva in televisione un simpatico colonnello ma a quei tempi il mio antimilitarismo lasciava molto a desiderare, per cui mi limito a chiarire che preferirei i dati raccolti da militari a quelli registrati dai dipendenti di una qualche società che insieme alle previsioni fornite dalla sua immancabile app ti vende di tutto, questo perché da grande il mio anticapitalismo è ancora vivo. Mi collego quindi al sito dell’AM, che non è certo il massimo dal punto di vista dell’accessibilità e dell’usabilità, dove scopro che i dati cercati sono (probabilmente) disponibili ma a pagamento.

Qui ci andrebbe una digressione (ancora!) sul fatto che l’AM viene finanziata da chi paga le tasse e che quindi chi ha raccolto i dati è stato già pagato dai contribuenti per fare quel lavoro ma, nonostante questo, se un cittadino volesse leggere i dati raccolti dovrebbe pagare (di nuovo…) per poterlo fare. A questo punto il collegamento tra il mio antimilitarismo e il mio anticapitalismo consolida il suo legame anche nel contesto delle temperature registrate. La cosa è confortante.

Cercando ancora quei miseri dati che vorrei scopro che:

– l’ISTAT fornisce, a gratis, i dati sulle “temperature medie” del 109 capoluoghi di provincia italiani, il file non si apre correttamente usando Libre Office in quanto contiene troppe righe;

– che esiste una simpatica mappa (https://climatechange.europeandatajournalism.eu/en/map) dell’Europa dove, inserendo il nome della città (anche piccola) ti compare un numero che indica di quanto è mediamente aumentata (o diminuita) la temperatura. Correttamente chi ha creato la mappa avverte che i dati sui quali si basa sono “stimati” il che vuol dire che non sono reali;

– che il progetto open data creato anni fa dal Governo italiano è sempre più imbarazzante;

– che spesso si fa riferimento riportando dei dati a “temperature medie” che non mi quadra perché si tratta piuttosto di “media delle temperature”.

Il tempo che avevo deciso di dedicare a questa cerca è trascorso senza successo ma ho imparato alcune cose e ne avrò dimenticate altrettante.

Adesso vado a fare una doccia perché fa caldo, a prescindere.

Allerta presidenzialismo

Oggi, verso le 12, mi compare sul cellulare questo

Messaggio di prova di allarme pubblico.e il testo mi viene letto automaticamente in un italiano (con accento inglese) e in inglese. Controllo, per scrupolo, che non sia altro da quello che appare e mi chiedo – tralasciando per il momento altre considerazioni – ma che senso ha titolarlo (anche se è una prova) “Presidential alert”? Sì, lo so che la Protezione Civile è sotto la giurisdizione della PdCdM, ma non potevano semplicemente titolarlo “Prova di allarme” o qualcosa del genere?

Nei prossimi giorni avvisi simili verranno testati in altre Regioni. Sappiatelo.opo

P.S. Leggo solo dopo che, più o meno nello stesso momento nel quale è stato inviato il messaggio in questione, è stata ragistrata vicino a Poggibonsi (Siena) una scossa di 3,7 gradi che hanno sentito anche a Firenze. No comment, ma devo fare uno sforzo 🙂

Tutti i gusti?

Dall’archivio remoto finalmente salta fuori l’immagine che cercavo da tre giorni…

una caramella con pubblicità elettorale per Il Popolo delle libertà

guardando la data di creazione del file, il chiaro riferimento alle elezioni del 2008 e lo schifo di grafica (anche se il testo non era poi tanto male) dovrei considerarlo il mio primo tentativo di “meme” o qualcosa del genere.
Da qualche parte devo avere ancora, sepolto dal tempo, l’oggetto della foto.
Chissà a che gusto è o era.