Lassù nel Montana…
Tutte le volte che sento o leggo la parola “Montana” mi viene immediatamente in mente una vecchia pubblicità televisiva il cui spot iniziava appunto con una canzoncina che faceva così: “Laggiù nel Montana / tra mandrie e cowboy / c’è sempre qualcuno / di troppo tra noi…”.
Lo spot si trova facilmente in Rete e quindi non mi dilungo oltre, aggiungo solo che – non essendo mai stato nel Montana – mi ero fatto l’idea che fosse un posto ancora selvaggio anche grazie alle storie della pubblicità e alla scoperta che un altro mito dell’infanzia, il Parco di Yellowstone, fosse proprio collocato da quelle parti. Fine della distrazione iniziale.
La scorsa settimana i legislatori del Montana hanno approvato una proposta di legge (qui il testo) con la quale si rende illecito consentire agli abitanti di quello stato la possibilità di scaricare una nota applicazione chiamata “TikTok”. Già recentemente era già stato vietato ai dipendenti pubblici del Montana di installare la suddetta app sui cellulari di servizio. La legge, approvata, adesso deve essere firmata dal Governatore per diventare applicabile.
Ci sono alcune cose nel testo di legge che mostrano alcuni aspetti della società statunitense, o almeno di quella del Montana, interessanti:
– la legge non vieta di installare l’applicazione o di usarla, per cui chi la usa e/o l’ha già installata non ha di che preoccuparsi;
– la legge non vieta nemmeno ai Provider di bloccare l’uso dell’applicazione per chi si trova nei confini dello stato;
– la legge vieta solo ai fornitori di contenuti di mettere a disposizione per chi si trova nei confini dello stato un link per scaricare il programma;
– chi viola la legge incorrerà in una multa di 10 mila dollari in prima istanza e altri 10 mila per ogni giorno successivo nel caso la violazione prosegua.
La decisione, come chiaramente espresso nei preliminari del testo di legge, è stata presa per difendere la privacy dei cittadini del Montana dallo spionaggio a favore del Partito Comunista Cinese al quale (come è noto) vengono inviati i dati carpiti subdolamente dall’applicazione:
“TikTok’s stealing of information and data from users and its ability to share that data with the Chinese Communist Party unacceptably infringes on Montana’s right to privacy;
Anche leggendo il testo della legge non è molto chiaro come sarà possibile applicarla, dal prossimo 1 gennaio 2024.
Quello descritto è uno dei, ormai, tantissimi esempi di come ancora ci siano (e non solo “laggiù nel Montana…”) legislatori e politici che non hanno ben compreso come funziona la Rete e continuano a rapportarsi in modo completamente ridicolo e inadeguato a problemi anche seri, come per esempio il fatto che (praticamente) tutte le applicazioni archiviano dati personali più o meno a insaputa delle persone che le usano.
Già nei primi mesi di quest’anno si sono diffuse notizie sul divieto, imposto da alcuni governi dell’Unione Europea, di usare il programma in questione sui telefonini di servizio dei dipendenti pubblici e, naturalmente, anche in Italia sono circolate voci su un possibile divieto.
Bisogna solo sperare che i politici nostrani non vengano a conoscenza della legge del Montana in quanto ci sarebbe sicuramente qualcun* che proporrebbe di adottarla anche qui.
Giochi di guerra
Nella maggior parte dei giochi tradizionali, di carte, da tavolo o di altro tipo, alla fine della partita c’è un solo vincitore, tutti gli altri partecipanti perdono o al massimo è possibile che si verifichi un pareggio: nessuno vince, nessuno perde. Alcuni giochi fanno eccezione a questa regola generale in quanto, una volta terminata la partita, per individuare vincitori e perdenti deve essere presa in considerazione la situazione finale nella quale si trovano i giocatori. In questi casi nei manuali di quei giochi vengono descritti i diversi “scenari” finali possibili. Per cui ci possono essere vittorie o sconfitte di misura o travolgenti, vittorie o sconfitte condivise e tutto un altro insieme di risultati finali che dipendono dal tipo di gioco e dalle sue regole. Non è certo un caso che molti “giochi di simulazione bellica” rientrano in questa categoria.
Il conflitto in corso da più di un anno in Ucraina ha prodotto analisi di tutti i tipi e ipotesi su come finirà il confronto, probabilmente però nessuno sarebbe disposto a scommettere la sua testa su qualcuna di queste. In questo senso la domanda “è possibile prevedere come andrà a finire?” resta, di solito, senza una risposta. Eppure, anche senza scomodare le onnipresenti e noiose teorie “geopolitiche”, le variabili economiche e le dotte analisi che si basano su ideologie vecchie e nuove, forse è possibile prevedere già da ora quello che potrebbe accadere entro un lasso di tempo non troppo lungo. Basta, semplicemente, coprire tutti i possibili “finali”, proprio come succede nei manuali dei giochi citati all’inizio. Quello che segue è quindi un tentativo di descrivere tutte le situazioni finali possibili, un elenco dal quale sono state escluse solo quelle praticamente impossibili anche se magari sarebbero proprio quelle che preferiamo.
Gli scenari finali possibili sono pochi e li elenchiamo di seguito, in modo non ordinato, lo scriviamo a esclusivo beneficio degli appassionati di “retro-pensiero”.
La prima possibilità è che la Federazione Russa vinca lo scontro, questa vittoria potrebbe avvenire in due modi:
1. Si potrebbe trattare di una vittoria totale, vale a dire una vittoria che vedrebbe la completa sconfitta dell’esercito ucraino e la conseguente occupazione di tutto il territorio nazionale. In questo caso probabilmente verrebbe insediato in Ucraina un Governo “amico” e create nel paese delle installazioni militari russe permanenti al fine di prevenire che in futuro ci siano altri problemi. Il Governo di Mosca guadagnerebbe qualche punto di popolarità interna e la NATO inizierebbe a spostare armamenti e truppe ai confini dell’Ucraina russificata al fine di evitare che vengano tentate altre annessioni.
2. Si potrebbe verificare una vittoria parziale della Federazione Russa, che vedrebbe alla fine delle ostilità la divisione del territorio ucraino in due o più parti. Alcune di queste saldamente in mano all’esercito russo e altre a quello ucraino. Questa situazione potrebbe portare a una separazione più o meno stabile tra le due parti oppure a una situazione di tregua armata più o meno permanente, in pratica si verrebbe a creare una polveriera sempre pronta a esplodere alla prima occasione. In ogni caso la NATO e la Federazione Russa dovrebbero, per ragioni fin troppo ovvie, continuare ad accumulare armi e truppe nelle rispettive zone occupate per mantenere – come minimo – lo status quo.
La seconda possibilità è speculare alla prima, in questo caso lo scontro sarebbe vinto dall’Ucraina, anche in questo caso la vittoria potrebbe avvenire in due modi::
3. Potrebbe essere una vittoria totale, che veda la disfatta completa dell’esercito russo e la sua cacciata da tutto il territorio nazionale, regione del Donbass e Crimea comprese. Il Governo di Mosca probabilmente entrerebbe in crisi, il che potrebbe avere anche delle conseguenze imprevedibili per la Federazione Russa e non solo per essa. In ogni caso la NATO dovrebbe necessariamente continuare ad armare l’esercito ucraino e probabilmente creare delle basi militari permanenti nel paese per prevenire che in futuro avvengano altri tentativi di invasione.
4. Potrebbe invece avvenire che, alla fine delle ostilità con la ritirata della maggior parte delle truppe russe che hanno invaso il paese, restino ancora in piedi l’occupazione della regione del Donbass, della Crimea o di altre zone; in pratica con un ritorno alla situazione esistente prima dell’invasione. In questo scenario la NATO dovrebbe necessariamente continuare ad armare l’esercito ucraino e probabilmente creare delle basi militari nel paese per poter reagire velocemente a eventuali nuove minacce russe. Dall’altra parte il Governo di Mosca, a parte i problemi interni che si troverebbe a dover affrontare con il fallimento dell’invasione, non potrebbe certo smobilitare completamente uomini e armi.
La terza possibilità è che lo scontro continui per molto tempo senza risolversi con la vittoria (completa o parziale) di uno dei due contendenti ma assuma un carattere “di stallo permanente”:
5. Questo è uno scenario già descritto sopra, in 2 e 4. Una situazione nella quale, almeno a breve e medio termine, nessuna delle due parti riesce a prevalere definitivamente sull’altra. Anche in questo caso, come in tutti quelli precedenti, diventerebbe indispensabile un flusso continuo di armi diretto a entrambe le parti in causa.
La quarta e ultima possibilità è che lo scontro si allarghi:
6. Questo scenario prevede che i combattimenti inizino a coinvolgere direttamente anche i paesi limitrofi in una escalation che potrebbe portare anche a una “terza guerra mondiale”. Nel caso di una generalizzazione dello scontro si aprirebbero una quantità di scenari praticamente impossibili da prevedere e quindi ci limiteremo ad affermare che questo sarebbe sicuramente il peggiore di tutti gli scenari possibili. E sarebbe, naturalmente, quello che vedrebbe il maggior spiegamento di armamenti in assoluto.
Come si vede ci sono solo sei scenari possibili, anche se con “sfumature” che potrebbero essere molto più numerose di quelle che sono state descritte in modo alquanto rozzo. Ma, in definitiva, gli scenari si possono ridurre sostanzialmente a quattro: due sono quelli che prevedono la completa vittoria di una delle due parti un terzo che invece prevede la cristallizzazione della situazione in una instabilità nella quale possono prevalere – di volta in volta – gli scontri armati e/o le tregue. Il quarto prevede l’innesco di una catastrofe globale.
Una delle considerazioni finali che si possono fare con poche possibilità di smentita è che, qualsiasi sia lo scenario (tra quelli descritti) che prevalga questo comporterà necessariamente un aumento della concentrazione di armi ed eserciti in quella zona. In alcuni casi questo aumento potrebbe essere maggiore che in altri ma in nessun caso, comunque vada a finire, si avrebbe una sua diminuzione e quindi l’invio di armi proseguirebbe o addirittura aumenterebbe rispetto alla situazione attuale.
Una situazione che non potrebbe cambiare, sicuramente non a breve o medio termine, e che non sarebbe in alcun modo influenzata da quello che realmente accade sul campo: chiunque vinca, chiunque perda, qualsiasi sia la situazione nella quale si verrebbe a trovare quel territorio nei prossimi mesi o anni.
Le uniche a vincere sempre sarebbero le imprese che producono armi e gli Stati che fanno dell’industria militare e degli eserciti un elemento fondamentale del loro potere. Gli stessi che oggi dicono di voler aiutare l’Ucraina a difendersi dall’invasione.
La lotta contro le industrie militari e gli eserciti resta quindi l’unico obiettivo da perseguire per chi non vuole un futuro di guerra; l’invio di armi e il sostegno ai governi continuano a essere sostanzialmente un incentivo a continuare una politica basata sulla guerra. Credere che il sostegno armato a una qualsiasi delle parti in causa possa essere funzionale alla fine di un conflitto o che conduca a un mondo migliore è come credere alla Befana. Far credere che il sostegno armato a una qualsiasi delle parti in causa sia l’unico modo a far cessare la guerra è solo propaganda a favore degli Stati, degli eserciti, dei costruttori e dei commercianti di armi.
LottoMarzo23
Dialogo tra due controfigure
– Hai visto?
– Cosa?
– La registrazione di quello che diceva MMD a proposito di Putin.
– Ah, sì.
– E allora?
– Allora abbiamo aggiunto una nuova freccia al nostro arco dialettico.
– Giusto! Chi non è favorevole al sostegno del governo, dell’esercito, dello stato ucraino e all’invio delle armi ha le stesse posizioni della Mafia.
– Esatto.
– In effetti non ne potevo più.
– Di cosa?
– Del continuare a sostenere che chi non è favorevole sostegno del governo, dell’esercito, dello stato ucraino e all’invio delle armi ha le stesse posizioni di Putin o di qualche vetero comunista nostrano.
– Già, ormai era una motivazione un po’ logora.
– Soprattutto dopo le ultime elezioni politiche.
– Sarebbe come dire che chi, come noi, è favorevole all’invio di armi ha le stesse posizioni del governo italiano, di FdI, Lega, PD, FI, eccetera…
– Mai!
– Speriamo piuttosto che non insistano ancora con quelle storia dell’asse Mafia-Insurrezionalisti.
– Sarebbe una complicazione.
– Già, gli insurrezionalisti putiniani non credo possa funzionare.
[continua?]
Il mese della marmotta
Il 2 febbraio, tradizionalmente noto almeno dalle nostre parti come la “Candelora” [1] è diventato, nel corso del tempo anche il “giorno della marmotta” il titolo di un divertente film del 1993 [2] nel quale il protagonista si trova bloccato in una sorta di bolla temporale che gli fa rivivere in continuazione lo stesso giorno. Dopo un primo naturale momento di sbandamento, proprio grazie al fatto che già conosce in anticipo quello che lo attende, riuscirà a sfruttare questo vantaggio e a uscire fuori dal circolo vizioso nel quale era finito. Questo è un insegnamento di quelli che andrebbero tenuti presenti anche da chi non recita in un film: quando ci si trova “imprigionati” in una situazione uguale ad altre nelle quali ci si è trovati in passato probabilmente è inutile continuare a comportarsi allo stesso modo, specialmente se il comportamento precedente non ha avuto successo. Ripetere più volte, davanti a situazioni già vissute, gli stessi comportamenti è un errore grossolano che oltretutto non favorisce la ricerca di altre possibili soluzioni.
Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito ha avuto, tra i tanti effetti, anche quello di riportare l’anarchismo e gli anarchici sulle prime pagine, di tutti i mass media, vecchi e nuovi. Non è certo la prima volta che questo avviene ma probabilmente mai, almeno dai tempi della “Strage di Stato” del 1969, con l’ampiezza che si è vista tra la fine di gennaio e il febbraio del 2023.
Una semplice conferma alla portata di chiunque abbia accesso a Internet dovrebbe rendere meglio l’idea. Domenica 5 febbraio prendendo in considerazione esclusivamente 20 quotidiani [3] scelti semplicemente perché è stato molto facile trovare su web le prime pagine della relativa versione su carta si poteva rilevare che quelli dove non compariva la parola “Cospito” o “anarchici” (in tutte le sue declinazioni) erano solo tre.
È un po’ come se fossimo finiti sommersi sotto un diluvio di articoli, interviste, commenti che con la complicità della comunicazione elettronica hanno letteralmente assunto una portata, almeno dal punto di vista quantitativo, che non avevamo mai visto in precedenza. Questo anche grazie al fatto che la vicenda è stata strumentalmente usata dai politici per le loro scaramucce parlamentari, contribuendo in maniera decisiva all’aumento dell’interesse dei mezzi di comunicazione di massa.
Qui però è scattato una sorta di corto circuito in quanto l’informazione ufficiale ha provato ad affrontare un argomento, l’anarchismo e gli anarchici, del quale si è occupata sempre in modo superficiale e sempre di malavoglia mentre oggetto di questo improvviso interesse si è trovato a essere l’insieme formato dalle diverse componenti del movimento anarchico che – tradizionalmente – non hanno mai avuto grande simpatia (per usare un eufemismo) per giornali e giornalisti.
Il film ha seguito un copione prevedibile: in queste ultime settimane, anche limitandosi a leggere quello che è umanamente possibile, ne sono state scritte e dette davvero di tutti i colori. Anche prendendo in considerazione solo una piccola parte di quanto è stato pubblicato è facile dimostrare che nella quasi totalità dei casi le cose che sono state scritte sono una mescolanza frutto di ignoranza e malafede, di cialtroneria professionale e disinformazione, binomi che sembrano inscindibili quando si scrive dell’anarchismo e degli anarchici. Un miscuglio di notizie vere e inventate, di grossolani errori storici, di testi che sono frutto di “copia e incolla” dalle veline delle forze dell’ordine e, probabilmente, dei servizi segreti. Ma una cosa del genere era già avvenuta, anche se in misura molto minore, in più occasioni nel recente passato e quindi non dovrebbe destare troppa meraviglia.
Una enorme quantità di infamie è stata riversata sull’anarchismo e gli anarchici, nonostante la situazione di Alfredo Cospito parli da sola ed è manipolabile solo in parte. L’attacco politico e mediatico è rivolto contro tutto l’anarchismo e tutte e tutti gli anarchici.
Davanti a una situazione del genere verrebbe naturalmente voglia di replicare, riga su riga, almeno alle baggianate più stupide, alle accuse più offensive. Ma non sarebbe realisticamente possibile rispondere a tutta la spazzatura pubblicata perché, lo ripetiamo, è talmente tanta che provare a contrastarla diventerebbe un lavoro quasi infinito, specialmente quando le forze andrebbero utilizzate per questioni altrettanto importanti e non necessariamente collegate a quella oggi predominante.
Questo non significa che bisogna far finta di nulla o sottovalutare lo tsunami che il sistema dell’informazione ufficiale ha scatenato ma significa non lasciarsi intrappolare, come nel “giorno della marmotta”, in un defatigante confronto a colpi di comunicati, smentite, precisazioni eccetera. Una semplice occhiata a quanto è accaduto nel recente passato quando si sono verificati casi del genere dovrebbe far capire che non è possibile vincere questo genere di scontri.
Questo non significa che bisogna rimanere in silenzio, non significa essere costretti a tacere. Significa piuttosto provare a comunicare in modo diverso rispetto a quanto fatto anche nel recente passato, in primo luogo iniziando a sfruttare nel modo migliore gli strumenti di comunicazione e informazione che gestiamo direttamente. Significa cercare di produrre una comunicazione spiazzante, meno prevedibile, che parli agli interlocutori che ci interessano piuttosto che al sistema dei media ufficiali. Significa ricordare in ogni occasione il ruolo giocato dall’informazione che è quello di complicità all’interno del sistema politico ed economico nel quale viviamo, significa attaccare piuttosto che continuare solo a difenderci.
In alcuni casi è molto facile prevedere il futuro. Prima o poi questa sorta di tempesta mediatica passerà, anche se non possiamo sapere quando. Il nostro obiettivo dovrebbe essere, oltre a quello (scontato) di uscirne non troppo malconci, anche quello di non ritrovarci – alla prossima occasione – intrappolati di nuovo nello stesso circolo vizioso.
Pepsy
[1] Per chi non sapesse di cosa si tratta https://it.wikipedia.org/wiki/Candelora
[2] Il titolo originale è “Groundhog Day“, quello italiano è invece “Ricomicio da capo“.
[3] I quotidiani sono questi: Corriere della Sera, Domani, Il Dubbio, Il Fatto Quotidiano, Il Foglio,, Il Giornale, Il Manifesto, Il Mattino, Il Messaggero, Il Resto del Carlino, Il Riformista, Il Tempo, La Notizia, La Ragione, La Repubblica, La Stampa, La Verità, Leggo, Libero Quotidiano, Metro.
Recensioni non richieste 2022
Fin da quando ho imparato mi è sempre piaciuto leggere e ho continuato a farlo sempre con piacere, in modo disordinato ma costante, fino al 2021 quando ho toccato il punto più basso nel numero di libri letti in un anno. Credo sia stato un effetto collaterale della situazione perché poi, l’anno dopo ho ripreso a leggere con i ritmi precedenti. Il 2022, appena finito, ha per me un significato cabalisticamente importante per cui – per festeggiarlo – ho stilato la lista dei libri letti e ci ho aggiunto qualche piccolo commento. I giudizi sono riferiti al libro stesso e non necessariamente all’intera produzione di chi l’ha scritto. L’elenco è ordinato alfabeticamente secondo il cognome di autore/autrice. Buona parte dei libri sono degli ultimi anni ma non mancano titoli vecchi o anche molto vecchi, recuperati su qualche bancarella o che si erano nascosti in qualche angolo buio della mia libreria.
Attenzione agli “spoiler”.
AA.VV., Le morti concentriche
AA.VV., Il convitato delle ultime feste
AA.VV., Il cardinale Napellius
AA.VV., Storie sgradevoli
AA.VV., L’avvoltoio
Cinque libri che fanno parte di una antologia di racconti di vari autori del settecento e dell’ottocento del secolo scorso. Raccolti in una collana (“La biblioteca di Babele”) curata da J.L. Borges, uscita un po’ di anni fa. La qualità e la piacevolezza dei testi è altalenante, quello che si nota è che sono storie che sono state, nel corso del tempo “saccheggiate” da altri autori, con più o meno successo.
AA.VV., Giusto, sbagliato, dipende, 2022
Gli esperti della Accademia della Crusca che spiegano cose a volte scontate altre meno. Divertente, pedante e istruttivo.
AA.VV., L’avventra maivista di Frigidaire, 2020
Storia corale attraverso le interviste fatte ad alcuni dei protagonisti della esperienza pluridecennale di una rivista che ha avuto, almeno nei primi anni di vita, una notevole importanza nel panorama culturale indipendente e alternativo italiano.
Byatt A.S., Possessione, 2016
Bello. L’autrice si inventa la storia e le opere di un famoso scrittore vittoriano e del suo amore per una donna, a sua volta poetessa, che non avrebbe mai potuto avere accanto. Dal libro un film omonimo (2002) che ne conserva solo in parte il fascino.
Campanile F., Tragedie in due battute, 1978
Bello. Se non ti piace l’umorismo di Campanile non fai parte della mia rivoluzione. “Il tenore fa le scale per le scale della Scala”. Vedi anche più avanti.
Costante S., Corto Maltese e la poetica dello straniero, 2022
Probabilmente una tesi di laurea sul noto personaggio dei fumetti. Non sono sicuro che Corto Maltese possa essere definito “straniero”, sarei più propenso a definirlo “cittadino del mondo” come si diceva un tempo. Ma forse questo è solo un altro modo per dire la stessa cosa.
De Giovanni M., L’equazione del cuore, 2022
De Giovanni M., Un volo per Sara, 2022
De Giovanni M., Caminito, 2022
L’autore scrive ottimi libri da spiaggia/treno [*]. Il primo non appartiene a una serie e ha uno “spessore” maggiore degli altri due. Il secondo è quello che mi è piaciuto di meno. Il terzo riporta in campo un personaggio che avrebbe potuto anche scomparire dopo l’ultima storia e forse sarebbe stato meglio in quanto il “giallo” raccontato è (secondo me) il più debole di tutta la serie.
Doctorow C., Radicalized, 2020
Bello. Quattro storie di fantascienza sociale scritte bene da uno di quelli che quando scrive di Reti, Internet e computer sa di cosa sta scrivendo. Al contrario di altr* che si ostinano a farlo senza saperne molto.
Enzensberger H.M., Hammerstein o dell’ostinazione, 2010
Bello, bello, bello. Se non sei espert* di storia del nazismo (come me) probabilmente non conosci il personaggio e la sua famiglia della quale vengono raccontate le vicende. Ma se hai almeno un po’ di conoscenze relative al periodo e alla storia tedesca e mondiale questa specie di “romanzo” si legge tutto di un fiato. La suspance e i colpi di scena, in certi momenti, sono superiori a quelli di molte storie completamente inventate.
Ferrante E., La vita bugiarda degli adulti, 2019
Bello. Come mi accade spesso se qualcosa che ho letto (l’Amica geniale) mi piace poi ho una sorta di blocco verso quell’autore/autrice temendo di restare deluso dalle altre cose che scrive. In questo libro ci sono, per forza di cose, molte (forse troppe?) delle cose presenti in l’Amica geniale e non solo l’ambientazione o il fatto che siano ancora storie di donne. L’avrei intitolato “Storia di un braccialetto”.
Fracassi C., Sotto la notizia niente, 1994
Bello. Libro sepolto tra i tanti comprati e mai letti. Una delle cose interessanti è che presenta un quadro, sull’informazione giornalistica, proprio all’alba dell’inizio dell’era di Internet. Il che torna utile per chi non ha idea di quale fosse in quei tempi lo stato dell’arte dell’informazione.
Francescato D., Ridere è una cosa seria, 2002
Bello. Informazioni su alcune ricerche psicologiche e sociologiche sull’umorismo e la risata. “Cosa diventa un formaggio dopo un mese? Un forgiugno.” Indispensabile, vedi anche sopra.
Hand D.J., Il caso non esiste, 2014
Bello. Il caso, la probabilità che avvenga o meno un evento. Tutto spiegato senza formule difficili e in un linguaggio piacevolmente divulgativo. Sincronicità, caos, profezie. Un sacco di bella roba.
Leonhard Schäfer, Contro Hitler, 2015
Brevi cenni di storia dell’opposizione al nazismo degli anarchici e dei libertari tedeschi.
Levin I., Questo giorno perfetto, 1970
Romanzo distopico di un autore più noto per un altro suo libro dal quale è stato tratto un classico del cinema.
Lloyd J., Mitchinson J., Il libro dell’ignoranza sugli animali, 2015
Una delle mie debolezze, i libri di elenchi e di cazzatelle varie: enciclopedie, dizionari, liste ecc… Il libro è stato preceduto da “Il libro dell’ignoranza”.
Maggiani M., L’eterna gioventù, 2021
Di Maggiani ho amato (cosa scontata) Il coraggio del pettirosso e anche un paio dei suoi altri libri. Negli anni ho provato a leggerne ancora senza però ritrovarci le cose che mi erano piaciute. Questo libro si colloca in una via di mezzo.
Macchi L., La voce dei turchini, 2003
Libro da spiaggia/treno [*]. Letto soprattutto perché ambientato a Napoli.
Malvaldi M. e Bruzzone S., Chiusi fuori, 2022
Malvaldi M. e Bruzzone S., Chi si ferma è perduto, 2022
Libri da spiaggia/treno [*] nella versione per ragazz*.
Marilli G. e Ratti D., La cooperazione in Italia, 2018
Beve compendio per chi ha interesse a capire come è nato il movimento cooperativo, come si è evoluto nel corso del tempo e come è andato a finire.
Mazzocco D., Cronofagia, 2019
Mah, boh, per fortuna sono poche pagine che scorrono via senza lasciare segni. Forse non ne ho capito il senso.
Michel L., Presa di possesso, 2021
Bello. Nel mio personale pantheon politico Louise Michel ha un posto di primo piano, nonostante la scadente agiografia anarchica, soprattutto quella prodotta nel secolo scorso, non le abbia reso merito. Forse con questo piccolo libro si sta invertendo la tendenza. Speriamo.
Myrdal G., L’obiettività nelle scienze sociali, 1973
Un argomento classico in un libro che prova a rispondere alla domanda: “esistono degli strumenti logici che rendono più agevole una ricerca oggettiva?”. Le ricadute sulla società dei metodi di ricerca.
Passavini G., Porno di carta, 2016
Bello. A parte l’argomento, comunque interessante, le storie raccontate hanno (spesso) dell’incredibile e ci si trova dentro tutto e tutti, anche alcuni personaggi adesso più famosi che a quel tempo. Un pezzo di storia e di cultura italiana poco conosciuta.
Perez-Reverte A., I cani di strada non ballano, 2019
Una storia “nera” dove il valore aggiunto è dato da fatto che ne sono protagonisti dei cani. Trasformate i cani in uomini e la storia perde un po’ del suo fascino.
Pessoa F., Il banchiere anarchico, 1992
L’anarchismo, inteso esclusivamente come mancanza di regole, di chi ha potere. Un tema un po’ scontato ma lo svolgimento è più che decente.
Robecchi A., Una piccola questione di cuore, 2022
Nuove avventure per Carlo Monterossi, l’autore di programmi televisivi trash e investigatore per hobby. I tanti riferimenti a fatti e persone di oggi presenti in questa serie sono ovviamente più che voluti.
Simenon G., Maigret e il signor Charles
Simenon G., Maigret e l’uomo solo
Simenon G., Maigret e le persone perbene
Scoprendo l’acqua calda bisogna dire che l’autore sa scrivere… la qualità delle storie di uno dei commissari più famosi della letteratura è altalenante. Libri da spiaggia/treno [*] per eccellenza.
Soncini G., L’era della suscettibilità, 2021
Bello. Odiato, soprattutto dagli appassionati e dalle appassionate del “politicamente corretto” il libro mette in luce alcune delle (tante) contraddizioni di un certo modo di pensare. Probabilmente si possono scrivere le stesse cose in modo meno provocatorio ma, come è noto, la pubblicità è l’anima del commercio e fare ammuina vende di più. Il limite del libro e delle tesi esposte è che viene preso molto poco in considerazione il punto di vista contrario.
Vagnarelli G., Fu il mio cuore a prendere il pugnale, 2013
Come e perché trasformare un omicidio chiaramente politico in un problema psichiatrico. Il caso esemplare di Sante Caserio.
Valenti C., Storia del Living Theatre, 2008
Bello, bello. Una intervista lunga a Judith Malina co-fondatrice del Living Theatre. Una storia di lotte, di vittorie e di sconfitte, la storia di una epoca dove potevano accadere cose incredibili. I legami tra arte, amore, cultura e politica.
Valletti F., Storia della ginnastica, 1893) [Edizione fuori commercio]
Bello. Scoprire che la ginnastica deriva (in tutti i sensi) direttamente dall’addestramento militare fa capire molte più cose di quello che si possa credere.
Zizek S., Benvenuti in tempi interessanti, 2012
Piacevole da leggere. Comprendo che a volte sia necessario soffermarsi su verità banali, ma non bisognerebbe esagerare come fa l’autore.
Nota Bene
[*] Per evitare fraintendimenti preciso che etichetto come “libro da spiaggia/treno” un libro scritto in un italiano decente e che si può leggere senza problemi anche su una spiaggia affollata e rumorosa o in un treno dove tutt* parlano al telefonino. Ovviamente ce ne sono di qualità diversa, più o meno piacevoli da leggere. Sempre per evitare fraintendimenti un autore/autrice possono scrivere libri di qualità diversa e l’etichetta che uso si riferisce esclusivamente ai libri citati. Tenuto conto del numero di libri presenti in questo elenco che sono etichettati in questo modo si potrebbe pensare che io divido il mio tempo tra treno e spiaggia o che vado in treno in spiaggia (o in spiaggia in treno) anche di inverno. Non è così, anche se mi piacerebbe.
Uccellacci e uccellini
Nei primi giorni di novembre sembrava proprio che fosse arrivata al termine la saga di “Twitter”. Dopo mesi di tira-e-molla Elon Musk, definito l’uomo più ricco del mondo, ha acquisito per la modica cifra di 44 miliardi di dollari il controllo di uno dei più conosciuti servizi di comunicazione su Internet.
Quello che spesso viene chiamato “blue birdie”, a causa del suo logo che rappresenta un uccellino blu, è un servizio aperto nel 2006 e che quasi immediatamente ha riscosso un grande successo, soprattutto tra i blogger e i giornalisti che ne hanno apprezzato la semplicità d’uso e la velocità. La limitazione del numero di caratteri (140) che si potevano usare per ogni messaggio (“tweet”) e la possibilità di spedirli da un telefonino anche non molto potente hanno sicuramente contribuito alla diffusione di uno strumento che alla fine del 2012 aveva 200 milioni di iscritti che sono diventati 396 alla fine del 2021. Nonostante i numeri, che posizionano “Twitter” alquanto in basso nella classifica (per quello che vale) dei “social network” la sua importanza nel panorama mediatico è stata superiore a quella di altri servizi con un numero di utenti ben superiore. Secondo alcune ricerche sociologiche a usare questo strumento sono soprattutto maschi, di età compresa tra i 25 e i 34 anni e residenti nella maggior parte dei casi negli USA e in Giappone. Uno dei fattori che hanno influito sulla sua crescita di importanza è il fatto che moltissime persone famose, in tutti i settori della vita sociale, hanno iniziato a utilizzarlo o, in alcuni casi, a pagare qualcun altro per farlo. Gli introiti dell’azienda derivano principalmente dalla pubblicità, fatta direttamente o tramite una delle altre società che sono state acquisite nel corso degli anni. Alla fine del 2021 “Twitter” aveva circa 7500 dipendenti.
L’ingresso del nuovo padrone è avvenuto in modo molto rumoroso visto che il personaggio sa che non c’è niente di meglio che una campagna pubblicitaria promozionale e soprattutto gratuita, immancabilmente arrivata. Subito dopo i primi annunci tutti i mezzi di comunicazione, vecchi e nuovi, hanno seguito il balletto che ha preceduto l’acquisizione vera e propria. Anche perché Elon Musk ha iniziato a rilasciare dichiarazioni sui cambiamenti che aveva in mente di attuare una volta entrato in possesso dell’azienda. Quello principale riguardava la politica di moderazione dei contenuti che è da sempre tra i problemi centrali in un qualsiasi “social” mentre il secondo aveva a che fare con le modifiche da implementare per migliorare la redditività del servizio.
Una volta acquisito “Twitter” si è sollevata una tempesta che ha colpito tutti, sia gli utenti del servizio che i dipendenti della società. Ai primi è stato annunciato che la “spunta” sul nome, vale a dire il simbolo che certifica “l’identità” di un utente, sarebbe diventata a pagamento. Per i secondi è andata molto peggio in quanto è stato anticipato che sarebbe stato licenziato addirittura il 75% del personale. Questi annunci hanno causato molto rumore e sono stati seguiti, come prevedibile, da una serie di smentite, di conferme, di passi in avanti e indietro. L’abbonamento per avere la “spunta” è passato da 20 a 8 dollari al mese e, in questo momento, è stato sospeso. Il numero dei dipendenti da licenziare è passato dal 75% al 50%, e secondo alcuni per risparmiare sulle buonuscite di quattro top manager (dai 20 ai 60 milioni di dollari a testa) sembra che Elon Musk li abbia licenziati “per giusta causa”, come diremmo in Italia.
Intanto, sempre per mantenere uno spazio sulle news, il nuovo padrone ha consigliato di votare il Partito Repubblicano nelle elezioni di medio termine che si sono tenute negli Stati Uniti la scorsa settimana. La pantomima potrebbe continuare ancora, tra il monumento dedicato al miliardario eretto dai gestori di una delle tante “criptomonete” e il commento complottista di Musk riguardante l’aggressione a Paul Pelosi marito di Nancy (Portavoce della Camera degli USA), poi cancellato; ma non aggiungerebbero molto di interessante alla storia. Nel suo primo discorso ai dipendenti, il nuovo padrone, sembra che abbia prospettato anche la possibilità di un fallimento dell’azienda a meno che non cambi – in modo radicale – il suo funzionamento.
Ed è questo forse uno dei punti chiave in quanto nel corso degli anni “Twitter” ha assunto un ruolo importante all’interno della comunicazione politica, soprattutto negli Stati Uniti, dove anche il Presidente in carica usa un account personale (“potus” che sta per President Of The United States) e si è molto spesso parlato della piattaforma sopratutto in relazione alle vere o presunte manovre da parte del governo russo per influenzare e manipolare la politica interna americana. L’importanza di questo servizio è iniziata probabilmente ai tempi di Barak Obama che è stato tra i primi a utilizzare in modo massiccio gli strumenti della comunicazione digitale. Non ci è voluto molto per rendersi conto che mentre uno spot televisivo può costare anche milioni di dollari un “tweet” ben scritto può raggiungere milioni di persone ed essere quasi gratuito. Allo stesso modo però un errore può essere pagato caro, come sa quel parlamentare costretto alle dimissioni nel 2011 per aver pubblicato una foto di troppo. Donald Trump, che ha fatto ampio uso di questa ribalta, ha avuto l’account “sospeso permanentemente” dopo l’assalto a Capitol Hill nel giorno della Befana del 2021.
Anche in Italia molti dei politici più noti scrivono (o fanno scrivere) su “Twitter” con risultati probabilmente meno impattanti che altrove ma che comunque vengono puntualmente ripresi dai mezzi di comunicazione di massa tradizionali.
Questa vicenda ha causato però qualche piccolo effetto collaterale positivo.
Nei primi giorni seguiti all’insediamento di Musk centinaia di migliaia di persone hanno abbandonato la piattaforma alla ricerca di strumenti di comunicazione alternativa. L’effetto di questi allontanamenti è stato visibile soprattutto su “Mastodon”, un software libero che ha un funzionamento molto simile a “Twitter” ma che, al contrario di esso si basa su una filosofia diversa, se non proprio opposta. Si tratta di una piattaforma non centralizzata ma formata da singoli server che possono essere “federati” tra loro e che permettono una buona interazione tra gli utilizzatori. Nelle ultime settimane molti mass-media (anche italiani) hanno indicato “Mastodon” come una possibile alternativa per gli utenti che hanno deciso di abbandonare il servizio del miliardario.
Questa sorte di terremoto avviene in un momento nel quale la situazione non è esaltante per il panorama dei “social” commerciali, visto che anche “Meta” (“Facebook”, “Instagram”, WhatsApp”, ecc…) ha recentemente annunciato il licenziamento di circa 11 mila dipendenti, il 13% del totale. E anche il settore delle “criptovalute” non se la passa molto bene.
Il futuro dell’uccellino blu non è ancora scritto, ma i problemi economici di una azienda che perde un milione di dollari al giorno, mescolati alla smania di protagonismo del suo nuovo padrone, potrebbero formare un miscuglio davvero esplosivo.
Il mercato e la finanza applicati alle aziende che operano nel mondo della comunicazione digitale hanno dato sempre il peggio di sé: da quando la tecnologia informatica è diventata un affare lucroso si sono susseguiti veloci periodi di crescita esponenziale e lo scoppio di “bolle” che hanno lasciato sul campo quelle che sembravano imprese indistruttibili. Ma anche in un settore che non produce, direttamente, beni materiali gli effetti di ascese e cadute si ripercuotono poi concretamente sulle persone.
Pepsy
[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.28 del 20/11/2022]
Un governo vecchio
Internet vive di immagini, per cui alle principali notizie viene sempre collegata una foto o un piccolo clip video, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Così, contestualmente all’elezione del Presidente del Senato è rimbalzata su tutto il web la sequenza iniziale del film “Sbatti il mostro in prima pagina” (regia di Marco Bellocchio, 1972). La pellicola si apre con delle immagini di repertorio dove si vede l’attuale seconda carica della Repubblica che arringa dal palco una piccola folla durante un comizio. È interessante, oltre alle immagini, ascoltare l’audio che ha registrato un piccolo brano del discorso, probabilmente quello finale:
“… italiani che non hanno rinunciato all’appellativo di uomini che si uniscano al di sopra delle fazioni, al di sopra dei partiti, al di sopra delle divisioni interessate e volute, al di sopra dell’ormai superato, in disuso e troppo a lungo sfruttato fascismo e antifascismo. Si uniscano per dire sì alla libertà nell’ordine… questa dimostrazione, questa manifestazione vuole dimostrare che è possibile battere il comunismo, che è possibile battere i nemici dell’Italia e insieme lo faremo. Viva l’Italia.”
Il filmato è stato girato a Milano, probabilmente nel 1972, nel corso di una manifestazione indetta da quella che allora si autodefiniva “maggioranza silenziosa”, un estemporaneo raggruppamento che metteva insieme forze provenienti da aree politiche diverse che coprivano uno spettro molto ampio: dagli iscritti al “Movimento Sociale Italiano” (MSI) a quelli del “Partito Socialista” (PSI), incluso ovviamente l’area della “Democrazia Cristiana” (DC) e degli altri partiti più piccoli. Un agglomerato del genere, che oggi verrebbe definito un movimento trasversale, aveva come suo principale collante un comune nemico il “comunismo” che in quegli anni era identificato nel “Partito Comunista Italiano” (PCI) ma anche nei tanti gruppi della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”. L’anticomunismo rappresentava la paura degli strati privilegiati della società riguardo alla possibilità che in Italia ci potesse essere una rivoluzione comunista. Un primo tentativo di organizzare quella paura fu fatto nel 1970 da Edgardo Sogno, partigiano “bianco” e medaglia d’oro per il suo contributo alla resistenza, che aveva provato a fondare un movimento anticomunista, non caratterizzato esplicitamente da una ideologia fascista, che auspicava la trasformazione dell’Italia in una Repubblica presidenziale, ristabilendo i “valori di una democrazia occidentale e nazionale”.
L’anno successivo, il 1 di febbraio, fu invece costituita ufficialmente a Milano una associazione denominata proprio “maggioranza silenziosa”, nel corso di una riunione tenuta nella sede del “Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica” (PDIUM”).
Questa “maggioranza silenziosa” fece parlare di sé per poco meno di un paio di anni, soprattutto perché le sue iniziative pubbliche, che si tennero principalmente in alcune città del nord Italia, vennero quasi sempre contestate da gruppi della sinistra extraparlamentare.
Intanto l’espressione “maggioranza silenziosa” era entrata nel gergo giornalistico e fu usata molto frequentemente negli anni ’70 e solo sporadicamente in quelli successivi. Un fugace ritorno alla ribalta dei mezzi di comunicazione di massa di quella espressione avvenne in occasione della cosiddetta “marcia dei 40000”, la manifestazione tenuta a Torino il 14 ottobre del 1980 dai quadri della FIAT.
Tornando al giorno d’oggi e leggendo anche il discorso di insediamento fatto dal Presidente del Senato potrebbe sembrare che le elezioni del 25 settembre 2022 abbiano portato al governo una versione moderna di quella “maggioranza silenziosa” che scendeva in piazza 50 anni fa. Ma non è proprio così.
La Storia non si ripete esattamente allo stesso modo ma ci sono comunque molte somiglianze tra l’area sociale alla quale si rivolgeva il giovane capellone e barbuto del film di Marco Bellocchio e quella rappresentata oggi dai partiti al governo. Non c’è bisogno di dimostrare che “FdI” è un partito che ha raccolto l’eredità del “MSI” e che sia “FI” che “Lega” sono l’attuale incarnazione dei vecchi partiti di centro e di sinistra che hanno governato l’Italia per tutta la cosiddetta “prima repubblica”. Il superamento della discriminante antifascista, auspicata nel comizio del 1972, è ormai avvenuto da tempo e le componenti politiche di una sorta di “maggioranza silenziosa” sono nuovamente insieme al governo. Di nuovo perché l’attuale non è certo il primo governo formato da quel tipo di maggioranza. Dal 1994 al 2011 si sono succeduti in continuità, salvo un breve intervallo i governi: Berlusconi I (1994), Berlusconi II (2001-2005), Berlusconi III (2005-2006) e Berlusconi IV (2008-2011) che hanno visto riuniti insieme sempre gli stessi partiti. Volendo trovare una differenza quelli precedenti si potrebbero definire governi di “centro-destra” e l’attuale potrebbe essere definito di “destra-centro”, solo per sottolineare che gli equilibri di quella coalizione si sono spostati a favore di un partito erede del fascismo storico.
Ma nel recente passato molti dei provvedimenti legislativi che hanno peggiorato le condizioni di vita dei più poveri non sono stati sempre adottati da governi di “centro-destra” ma piuttosto da quelli che si definivano di “centro-sinistra”: la deregolamentazione dei contratti di lavoro è iniziata con il cosiddetto “pacchetto Treu” preparato durante il Governo Dini (1995-1996) e portato a compimento dal Governo Prodi I (1996-1998). La riduzione delle tutele dei lavoratori, previste dall’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, è stata ottenuta attraverso il cosiddetto “Jobs Act” approvato durante il Governo Renzi (2014-2016). Solo per citare i due esempi più eclatanti.
Il peggio di sé questo governo non lo potrà dare nella politica estera, visto che si dovrà allineare (volente o nolente) al carro della NATO e nemmeno in quello economico, dove a comandare sono le solite istituzioni sovranazionali alle quali, chiunque sia al governo, deve obbedire. Andrà probabilmente peggio sul campo interno, dove potranno essere prese delle decisioni che hanno globalmente uno scarso impatto economico ma che possono provocare grossi danni sociali.
Il logoro e lugubre terzetto “Dio, Patria e Famiglia” (tutto con la maiuscola) verrà declinato in tutte le sue varianti, e ci sarà sicuramente un aumento della demagogia che fa comunque parte di ogni compagine governativa. Ma anche questo inossidabile terzetto verrà rivisitato in senso moderno e sarà quasi irriconoscibile rispetto a quello tradizionale per cui verrà fatto di tutto per rendere più difficile la scelta di interrompere una gravidanza ma difficilmente verrà abrogata la Legge 194. E probabilmente nemmeno il più accanito nostalgico del fascismo proporrà di eliminare la legge sul Divorzio che, alle origini, era uno dei principali obiettivi della battaglia della destra, in quanto minava la famiglia e andava contro l’indissolubilità del sacramento religioso del matrimonio.
Demagogia che già si è vista in azione a partire dalle nuove denominazioni dei Ministeri, come se bastasse cambiarne il nome per modificare qualcosa. Demagogia nei primi provvedimenti annunciati il cui impatto sarà molto più mediatico che concreto. In alcuni casi le differenze tra l’esecutivo in carica e quelli precedenti non sarà apprezzabile, proprio in questi giorni si legge della decisione di mantenere l’ergastolo “ostativo” (la legge secondo la quale un ergastolano non pentito non può accedere ad alcun beneficio) introdotta dal precedente governo e questo nonostante sia stata già definita la sua incostituzionalità. In altre parole probabilmente verranno confermate e/o peggiorate tutte le scelte già fatte da governi “antifascisti”.
Questo non significa che non ci siano differenze tra avere al Governo degli (ex) fascisti piuttosto che degli (ex) democristiani o degli (ex) comunisti, ma che le differenze tra le politiche portate avanti dagli schieramenti politici in Parlamento sono davvero minime e comunque ci sono sempre più punti in comune che punti divergenti tra “centro, destra e sinistra”.
Nei prossimi mesi il gioco delle parti vedrà la cosiddetta “opposizione” lanciarsi in molto poco credibili campagne per i “diritti sociali”, saranno esattamente gli stessi che quando erano al Governo hanno colpevolmente ignorato per anni, lasciando nel dimenticatoio provvedimenti come lo “ius soli”, il diritto a un degno fine vita e la liberalizzazione del consumo e della coltivazione della cannabis, giusto per citare i primi tre esempi che vengono in mente.
Dalla parte sua l’esecutivo in carica ha oggi, oltre che una maggioranza parlamentare abbastanza solida, anche la fortuna di avere una donna come capo di governo, cosa impensabile nella “maggioranza silenziosa” degli anni ’70, il che ha provocato anche una sorta di piccolo corto circuito culturale. Oltre alla scontata constatazione che, nonostante tutte le belle parole spese negli ultimi 50 anni dai partiti e dai movimenti di sinistra, la prima donna Presidente del Consiglio è cresciuta nell’ambiente delle formazioni studentesche di estrema destra piuttosto che in qualche collettivo femminista.
Il paragone con la vecchia “maggioranza silenziosa” è servito solo per segnalare che l’ideologia che sta dietro al nuovo governo non è poi così nuova come vogliono farci credere, ignorando colpevolmente la storia recente che ha visto i politici di “FdI” al governo in più di una occasione, anche se sotto altro nome. Questo non vuol dire che l’antifascismo debba andare in pensione, in quanto la vittoria elettorale del 2022 sicuramente sarà di stimolo ai più nostalgici del 1922 per provare a sollevare la testa magari sperando in una benevolenza da parte dell’autorità costituita, benevolenza che non è certo mancata fino a ieri, visto che a Predappio manifestano da anni.
Una delle differenze più evidenti tra il 1972 e oggi è che allora era molto diffuso, in campo lavorativo, politico e sociale, un movimento di ribellione con il quale dovevano fare i conti tutti i partiti e i governi, che reclamava – con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti – più diritti per tutti e un radicale cambiamento sociale. Un movimento che oggi non c’è, nemmeno mettendo insieme tutte le varie e diverse esperienze di lotta che esistono. Un movimento che non può essere fatto rinascere basandosi esclusivamente sulla risposta emozionale agli allarmi antifascisti.
Libertà per Julian Assange
Nel corso del mese di ottobre di quest’anno ci sono state a livello mondiale, Italia compresa, numerose iniziative di protesta contro l’estradizione di Julian Assange che è detenuto dall’aprile del 2019 nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, nei pressi di Londra. Il governo britannico ha infatti deciso, a giugno 2022, di concedere l’estradizione richiesta dagli Stati Uniti che accusano Assange di vari reati tra i quali quello di spionaggio. Queste notizie non sono nascoste, ma non è certo un caso che siano collocate lontano dalle prime pagine e principalmente relegate negli spazi che si occupano di giornalismo e di comunicazione elettronica nonostante in passato la vicenda alla quale fanno riferimento ha occupato la ribalta mediatica per mesi.
Nel 2010, quando Wikileaks (fondato da Assange ed altri nel 2006) pubblicò sul web una serie di documenti riservati relativi alla politica statunitense e internazionale, lo fece con una azione concordata e coordinata con alcuni dei più importanti e diffusi quotidiani di tutto il mondo e il nome di Assange diventò famoso quanto quello di una rockstar. Il materiale diffuso riguardava soprattutto le guerre in Irak e Afganistan e migliaia di messaggi che si erano scambiati i diplomatici di tutti i paesi. La vicenda fu raccontata da tutti i mezzi di comunicazione del pianeta. Sempre nel 2010 la Svezia spiccò un mandato di cattura contro Assange a causa di alcune denunce per violenza sessuale e chiese la sua estradizione. L’accusato, che si proclamava innocente, si rifugiò nel giugno del 2012 nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra nella quale ha soggiornato fino al 2019 quando, venuta meno la protezione delle autorità diplomatiche, fu arrestato e condannato a 50 settimane di carcere per aver violato la libertà vigilata alla quale era sottoposto. Nel 2017 gli inquirenti svedesi hanno lasciato cadere le accuse di violenza sessuale in quanto ritenevano che fossero passati troppi anni dagli eventi denunciati ma, nel 2019, hanno annunciato di avere ripreso nuovamente le indagini sul caso.
Intanto, anche con Assange fuori gioco, il sito Wikileaks ha continuato a mettere in Rete materiali riservati e nel 2015 il suo archivio conteneva già più di dieci milioni di documenti.
Nel 2016 vennero pubblicati i cosiddetti “Yemen files”, e-mail e altro materiale prodotto dalle autorità statunitensi riguardanti la guerra in corso in quel paese e documenti sulla repressione seguita al fallito colpo di stato in Turchia. Nel 2017 fu la volta di file della CIA e informazioni riguardanti la sorveglianza digitale in Russia. Nel 2018 finirono su Internet i dati personali di alcuni impiegati della sezione del Ministero degli Affari Interni degli USA che si occupa della gestione degli immigrati e le carte relative a uno scandalo per tangenti che coinvolgeva un’impresa pubblica francese e gli Emirati Arabi Uniti. Nel 2019 vennero pubblicati documenti interni della “Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche” riguardanti la sua inchiesta su quanto avvenuto nell’aprile dello stesso anno nella città di Douma, in Siria. Nel 2021 fu la volta di 17mila file riguardanti due gruppi di estrema destra statunitensi.
Julian Assange, come si può facilmente capire leggendo la sua storia, riassunta anche in un film, non è un personaggio “facile” e sicuramente le sue contraddizioni possono renderlo estremamente simpatico o antipatico, per cui sarebbe meglio riflettere sul ruolo che ha avuto un progetto come Wikileaks all’interno della comunicazione elettronica e più in generale del sistema dell’informazione mondiale.
La digitalizzazione dei documenti e degli archivi permette oggi cose che fino l’altro ieri erano quasi impossibili; impossessarsi di nascosto di 400 mila documenti di carta, che sono più o meno il numero dei cosiddetti “Irak file”, e trasportarli da qualche parte sarebbe stato impossibile e per fare lo stesso con i “War logs”, che erano un numero sette volte maggiore, ci sarebbe voluto un supereroe. Tanto è vero che alcuni sostengono che gli apparati riservati dei vari governi hanno ripreso a tenere archivi di carta piuttosto che digitali.
A questa facilità di archiviazione e trasporto dei dati va aggiunta la possibilità di diffonderli facilmente, tramite Internet, in tutto il mondo e il fatto che, sempre utilizzando strumenti informatici, è possibile salvaguardare la sicurezza di chi rischia il carcere o la vita per rendere pubbliche informazioni che i governi hanno tutto l’interesse a mantenere segrete, come, per esempio, quelle persone che in queste settimane stanno mettendo a disposizioni di tutti le immagini e le notizie su quello che sta accadendo in Iran.
Non va però mai dimenticato che, sempre allo stesso modo, la tecnologia in uso viene utilizzata anche per diffondere la disinformazione degli stati e dei loro apparati e che è alla base di tutti i loro nuovi sistemi di controllo. Ma questo è qualcosa che è sempre avvenuto anche prima che i computer invadessero il mondo.
Julian Assange è diventato il simbolo di chi lotta per smascherare gli affari sporchi dei governi, così come Edward Snowden nel 2013 è diventato quello di chi ha rivelato i programmi e gli strumenti di controllo messi a punto dalla famigerata NSA, l’Ente statunitense incaricata del controllo della comunicazione mondiale. Snowden, accusato di reati molto simili a quelli a carico di Assange, dopo essere fortunosamente sfuggito all’arresto ha ottenuto nel 2020 la cittadinanza russa il che lo ha messo, almeno per il momento, al riparo dalla vendetta del governo degli USA. Secondo notizie, ovviamente non confermate, ai vertici della CIA si sarebbe discusso sulla possibilità di rapire o assassinare Assange. Attendibile o meno che sia questa notizia sta di fatto che rapimenti e omicidi ordinati e messi in atto da quella struttura non sono solo leggende metropolitane.
Allo stato attuale la sorte di Assange, che negli USA rischia una condanna fino a 175 anni di carcere, è legata da una parte a quello che farà o non farà il governo dell’Australia (suo paese di nascita) che potrebbe intralciare la procedura di estradizione ma che ancora non si è pronunciato ufficialmente e dall’altra all’appello presentato a luglio di quest’anno alla Corte Suprema inglese.
Contro l’estradizione si sono mosse, più di una volta, numerose associazioni per i diritti umani e per la libertà di informazione e migliaia di persone hanno partecipato a iniziative di sostegno.
Protestare contro l’estradizione di Assange significa impedire che egli faccia paradossalmente da capro espiatorio per aver reso pubbliche notizie che mostrano la criminalità di stati e governi. Significa difendere la libertà di chi, anche oggi e domani, abbia il coraggio di svelare i retroscena di quello che accade realmente dietro l’apparenza. Significa utilizzare una tecnologia invadente e spesso dannosa in modo diverso. Ma significa anche difendere il diritto alla comunicazione e informazione di tutti e tutte, anche di chi non ci crede.
Pepsy
[Pubblicato su “Umanità Nova”, n.25 del 30/10/2022]









